Il grande scacchiere non mente
Una possibile mappa per leggere il conflitto in Ucraina
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Il grande scacchiere non mente. Una possibile mappa per leggere il conflitto in Ucraina
C’è una domanda che i nostri media raramente si pongono con la dovuta serietà: “perché il conflitto tra Russia ed Ucraina?” (Ne avevo parlato su Periscopio appena scoppiato il conflitto Qui). La risposta mainstream, semplificando, oscilla tra psicologia del tiranno (‘Putin è pazzo’, ‘Putin è malvagio’) e retorica dei blocchi (‘democrazie buone: noi, contro autocrazie cattive, loro’).
Entrambe le letture hanno un difetto strutturale: sono morali, non analitiche. Spiegano, o meglio dichiarano, chi ha torto e dunque chi ha ragione, non cosa sta succedendo. Per capire cosa sta succedendo davvero occorre rispolverare due dottrine geopolitiche vecchie di un secolo che, lungi dall’essere reliquie accademiche, continuano a orientare i calcoli delle potenze sullo scacchiere globale.
Si chiamano “teoria dello scontro tra potenze di terra e di mare” e “teoria dell’Heartland”. Usarle come lenti d’ingrandimento non significa giustificare nulla. Significa provare a capire.
La terra contro il mare: una guerra di civiltà prima che di eserciti
Carl Schmitt, giurista e teorico politico tedesco (1888–1985), elaborò in Terra e Mare (1942) una delle intuizioni più dirompenti del pensiero geopolitico novecentesco: la storia universale è, nella sua struttura profonda, la storia di una contesa tra potenze di terra e potenze di mare. Non si tratta semplicemente di geografia fisica, ma di una divergenza di civiltà, di modi di organizzare il potere, il commercio, il diritto, l’identità collettiva.
Le potenze di terra — Schmitt le chiama Tellurokrat — fondano il proprio ordine sulla stabilità territoriale, sulla continuità, sulla gerarchia radicata nel suolo. Il loro universo valoriale è quello del confine fisico, della sovranità forte, del controllo dell’entroterra.
Le tellurokrat pensano in termini di profondità strategica e di blocchi continentali. La Russia zarista, l’Unione Sovietica, la Russia di Putin sono, in questa chiave, l’incarnazione moderna della potenza tellurocratica per eccellenza.
Le potenze di mare — le Talassokrat — costruiscono il loro dominio sulla mobilità, sul commercio, sulla fluidità delle rotte oceaniche. Il loro diritto è il diritto commerciale internazionale; il loro spazio è l’oceano, aperto e indifferente ai confini. Gran Bretagna prima, Stati Uniti poi, sono le potenze talassocratiche per antonomasia.
La NATO, in questa lettura, non è un’alleanza difensiva nata dalla paura sovietica: è lo strumento geopolitico con cui la potenza marittima ha esteso il proprio controllo fin dentro il continente eurasiatico, agganciando l’Europa (prima occidentale, oggi tutta) alla propria orbita e comprimendo progressivamente lo spazio di manovra della potenza tellurocratica russa.
La contesa, per Schmitt, non è risolvibile attraverso la diplomazia ordinaria, perché non è un conflitto di interessi: è uno scontro tra ontologie politiche diverse, tra modi radicalmente differenti di concepire l’ordine del mondo. Ogni allargamento della NATO verso est, in questa prospettiva, non è un’espansione difensiva di uno spazio democratico: è l’avanzata della potenza marittima nel cuore del continente, verso ciò che la Russia percepisce come il proprio spazio vitale — termine geopolitico, non morale.
L’Heartland: chi controlla il cuore del mondo, controlla il mondo
Nel 1904, il geografo britannico Halford John Mackinder (1861–1947) presentò alla Royal Geographical Society un saggio destinato a diventare uno dei testi fondativi della geopolitica moderna: The Geographical Pivot of History. La tesi centrale è sintetizzata in una formula lapidaria, diventata celebre:
“Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland; chi governa l’Heartland comanda la World-Island; chi governa la World-Island comanda il mondo”.
Per Mackinder, la massa continentale euro-asiatica-africana — che chiama World-Island, l’isola-mondo — è il cuore geopolitico del pianeta. Al centro di questa massa si trova l’Heartland, il “cuore della terra”: una vasta regione interna che corrisponde approssimativamente all’odierna Russia centro-asiatica, alle steppe kazake, e a parte dell’Europa orientale.
È una regione inaccessibile alle potenze navali: i suoi fiumi non sfociano in mari aperti (in oceani) i suoi confini interni non possono essere raggiunti dalla flotta militare di nessuna potenza marittima. Chi controlla l’Heartland dispone di risorse naturali immense, di una profondità territoriale inespugnabile, e della capacità di proiettare forza in tutte le direzioni del continente.
L’Ucraina, in questa cartografia del potere, occupa una posizione di rilevanza assoluta. È il lembo occidentale dell’Heartland, il margine dove la massa continentale incontra l’Europa e il Mar Nero.
Non a caso Mackinder, già nel 1919, scriveva che una Ucraina indipendente (con Polonia, Bielorussia e repubbliche del Caucaso a far da stati cuscinetto controllati) era un contrappeso essenziale alla potenza russa — e che una Russia che avesse avuto il pieno controllo di quelle terre (oggi l’Ucraina) avrebbe ricostituito il pieno controllo sull’Heartland, con conseguenze per l’equilibrio mondiale difficili da contenere.
Era il 1919. Quasi esattamente un secolo dopo, le parole di Mackinder sembrano scritte per descrivere il presente.
Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Carter e uno degli architetti della strategia americana post-Guerra Fredda, riprendeva esplicitamente Mackinder nel suo The Grand Chessboard (1997): “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico”. Non un’opinione, ma una deduzione quasi geometrica dalla teoria dell’Heartland.
Il conflitto russo-ucraino come caso di scuola geopolitico
Integriamo ora le due dottrine e applichiamole al conflitto in corso. Ciò che emerge è una lettura strutturale che non sostituisce il diritto internazionale, né assolve provocatore e aggressore, ma consente di capire la logica profonda degli attori — una logica che prescinde dalle dichiarazioni ufficiali e dagli appelli morali; una logica che funziona a prescindere da chi governa il Cremlino o da chi comanda a Londra o a Whashington.
Dal punto di vista della teoria schmittiana: l’allargamento della NATO dall’Elba fino ai confini russi — dodici paesi dell’ex blocco orientale tra il 1999 e il 2004, con dichiarazioni di disponibilità all’ingresso di Georgia e Ucraina nel 2008 — è percepito dalla Russia non come un’alleanza difensiva di stati sovrani, ma come l’avanzata della potenza marittima nel cuore del continente.
Non importa se questa percezione sia fondata o strumentale: è la percezione che guida i calcoli strategici. Come scriveva George Kennan nel 1997, uno degli architetti della dottrina del contenimento americano: “L’allargamento della NATO è un errore tragico. Nessuno ha capito la sensibilità russa” (vedi Qui). Kennan non era un filorusso: era un analista geopolitico della migliore tradizione realista americana.
Dal punto di vista della teoria dell’Heartland: un’Ucraina integrata nella NATO significherebbe che la potenza marittima (gli Stati Uniti e i loro alleati europei) giunge fisicamente ai confini dell’Heartland, con capacità missilistiche a poche centinaia di chilometri da Mosca.
Per la Russia, questo non è un rischio calcolabile: è una minaccia esistenziale. Esattamente come gli Stati Uniti considerarono inaccettabile la presenza di missili sovietici a Cuba nel 1962 — a novanta miglia dalle proprie coste — la Russia considera inaccettabile la prospettiva di infrastrutture militari NATO sull’ex territorio sovietico.
L’analogia con Cuba è volutamente provocatoria, ma non irragionevole: la usano tanto i critici della NATO quanto diplomatici occidentali in pensione come Henry Kissinger, che fino alla sua morte ha sostenuto che “l’Ucraina dovrebbe accettare la neutralità come condizione per la pace” (vedi Qui). Non perché la Russia abbia ragione, ma perché la geopolitica non funziona a ragioni: funziona a rapporti di forza e a percezioni di minaccia.
Nulla di questo giustifica gli eccessi di uno stato di guerra (non dichiarata), l’invasione, la distruzione di città e infrastrutture, le vittime civili da entrambe le parti, le violazioni del diritto internazionale. La spiegazione non è la giustificazione: confonderle è l’errore intellettuale più comune nel dibattito pubblico.
Ma pensare che la Russia abbia invaso le regioni a maggioranza russofona dell’Ucraina solo perché Putin è un autocrate pericoloso, che vorrebbe addirittura conquistare l’Europa (!) — e che il problema si esaurisca lì — è una semplificazione consolatoria, che impedisce di capire perché questo conflitto non si risolverà con la disfatta militare di uno dei contendenti, e perché qualsiasi accordo di pace durevole dovrà necessariamente fare i conti con la geografia, prima ancora che con la storia.
Pensare contro il pregiudizio indotto
Ovviamente le dottrine di Schmitt e Mackinder non sono verità rivelate. Sono strumenti analitici: lenti che, applicate al presente, permettono di vedere strutture che la narrazione dominante tende a oscurare. Ci dicono che il conflitto russo-ucraino non è nato il 24 febbraio 2022, non è stato scatenato dalla rivoluzione orchestrata di Maidan del 2013-14, dalle annessioni russe e dai successivi scontri nel Donbass tra nazionalisti ucraini e separatisti russofoni, ma ha radici lunghe che affondano nel secolo scorso, radicate nella competizione tra potenze per il controllo dell’Heartland eurasiatico.
Il mainstream mediatico e politico occidentale ci propone invece una storia con buoni (eroi) e cattivi chiaramente identificati, dove la guerra è l’irrazionale follia di un uomo solo contro una comunità di democrazie. È una storia rassicurante, facile da comunicare, utile per mobilitare consenso e giustificare il grande riarmo in vista della guerra che verrà. È anche, come ogni semplificazione, parzialmente cieca: non vede la struttura, non vede la lunga durata, non vede la razionalità — per quanto criminale — degli attori in gioco.
Pensare in modo non scontato non significa essere neutrali. Significa rifiutare il pregiudizio indotto — quella nebbia cognitiva che ci fa scambiare la narrazione del potere per la realtà del mondo. Mackinder e Schmitt ci invitano a guardare la mappa prima di leggere i giornali; ci ricordano che raramente la mappa ha torto e che, conoscendola, forse, anche noi cittadini possiamo fare qualcosa prima che gli eventi ci travolgano.
Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Per leggere gli articoli di Bruno Vigilio Turra su Periscopio clicca sul nome dell’autore














Estremamente interessante:me lo immagino il nostro ministro degli esteri che cerca di leggerlo!
Grazie Max, effettivamente vedo il governo e il ministro lontano dalla problematicità che scaturisce da queste idee. Tuttavia è fuor di dubbio che queste tesi circolino (almeno in forma di dottrina) negli ambienti che si occupano di geopolitica, relazioni internazionali e vicende militari. Purtroppo siamo noi cittadini che abbiamo la tendenza a subire “la propaganda” (mi viene un pò difficile chiamarla informazione…) in modo acritico e a non approfondire mai.
NOI cittadini, NOI il popolo, non siamo affatto la parte da informare correttamente ma quella da convincere “che le cose stanno in un certo modo” in modo da rendere perseguibili gli obiettivi di altri soggetti e di altre strutture…
Articolo estremamente interessante, da far leggere sia al governo che all’opposizione
Grazie Cristiano, perfettamente d’accordo. E aggiungo con te: doverosa una lettura trasversale, senza le solite contrapposizioni da stadio
Chiarissimo, profondo, da leggere nelle scuole
Ne sarei onorato. Grazie Roberta! Al di la dell’articolo è assolutamente importante che nelle scuole si coltivi un pensiero critico costruttivo e, soprattutto, fuori dagli schemi imposti. Resta inteso che quanto argomentato è solo un punto di partenza…
Se c’è un insegnante all’ascolto, lo raccomanderei come contributo o per le medie o per le superiori. Raramente ho trovato una così equilibrata combinazione tra profondità e fruibilità.
Grazie Nicola! Effettivamente scriverlo è stata un bella – piccola – impresa…