«Mi faccio bella!»
Quando l’immagine prende il posto dell’identità
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«Mi faccio bella!» Quando l’immagine prende il posto dell’identità
Ci sono espressioni che utilizziamo ogni giorno senza fermarci davvero ad ascoltarle.
Una di queste è: «Mi faccio bella»
Quella frase è al femminile. La questione che pone, però, riguarda anche gli uomini, sebbene trovi forme e parole differenti.
La diciamo prima di uscire, prima di una cena, di una festa, di un appuntamento. È una frase così comune da sembrare trasparente. Nessuno vi presta attenzione.
Eppure, qualche settimana fa, quelle stesse parole sono risuonate in modo completamente diverso.
Le ha pronunciate una giovane donna che soffre di anoressia durante una seduta di analisi.
«Mi devo fare bella.»
Da quel momento quella frase ha smesso di sembrarmi così semplice.
Che cosa significa davvero farsi bella?
Nella vita quotidiana significa prendersi cura di sé. Scegliere un vestito, truccarsi, sistemarsi i capelli, desiderare di piacersi. È un gesto che può esprimere cura, piacere, gioco. Non c’è nulla di patologico in questo.
Ma esiste un punto in cui quelle stesse parole cambiano completamente significato.
Non si tratta più di prepararsi a uscire.
Si tratta di prepararsi a esistere.
È questo, forse, uno degli aspetti più drammatici dei disturbi dell’alimentazione.
Il corpo smette di essere una parte di sé e diventa il luogo in cui il soggetto tenta di costruire la propria identità.
L’identità viene affidata all’immagine.
Ed è qui che una parola apparentemente banale rivela tutta la sua forza.
Farsi.
Non diciamo: «Sono bella.»
Diciamo: «Mi faccio bella.»
È il verbo che colpisce.
Come se la bellezza non fosse qualcosa che accompagna una persona, ma qualcosa da cui far dipendere il proprio valore.
Come se, attraverso il corpo, fosse possibile ottenere quella consistenza interiore che si fatica ad avvertire.
Nelle persone che soffrono di anoressia questo meccanismo raggiunge la sua forma più estrema.
Ogni chilo perso promette di avvicinare a una versione migliore di sé.
Ogni sacrificio sembra avvicinare a un’identità finalmente stabile.
Ogni rinuncia alimenta l’illusione che basti modificare il corpo per trasformare anche la propria esistenza.
Così il corpo diventa un progetto.
Un lavoro a tempo pieno.
Il luogo in cui dimostrare di meritare di esistere.
La prova concreta della propria forza di volontà, del proprio controllo, della propria capacità di essere all’altezza.
Ma proprio mentre tutto viene investito sull’immagine, il soggetto rischia di scomparire.
Perché una persona non coincide con il proprio involucro.
Eppure è esattamente questo l’inganno.
Lo specchio promette una risposta alla domanda più difficile di tutte.
Chi sono?
Ma lo specchio non può rispondere.
Può restituire una forma.
Non un’identità.
Così la ricerca diventa infinita.
Ci sarà sempre un chilo da perdere.
Un difetto da correggere.
Una parte del corpo da modificare.
Un’immagine da rincorrere.
Perché il problema non è mai il corpo.
Il corpo finisce così per rispondere a una domanda alla quale non può rispondere. Non può dire chi siamo. Può essere magro o grasso, giovane o vecchio, allenato o stanco, ma non potrà mai raccontare il desiderio di una persona, il suo modo di amare, di soffrire, di creare, di abitare il mondo.
Quando chiediamo al corpo di dirci chi siamo, gli affidiamo un compito impossibile.
Nel frattempo tutto ciò che rende una persona davvero riconoscibile rischia di passare in secondo piano.
La capacità di pensare.
Di emozionarsi.
Di creare.
Di desiderare.
Di amare.
Di ascoltare.
Di lavorare.
Di ridere.
Di essere presente nella vita degli altri.
Tutte quelle qualità che fanno sì che, quando qualcuno entra in una stanza, non venga ricordato per il numero che compare sulla bilancia, ma per il segno che lascia negli incontri.
Forse è proprio qui che la psicoanalisi segue una direzione opposta.
Non insegna a farsi bella.
Aiuta a farsi un nome.
E farsi un nome non significa diventare famosi.
Significa molto di più.
Significa costruire una posizione nel mondo che non dipenda esclusivamente dallo sguardo dell’altro.
Trovare il proprio modo di desiderare.
Di amare.
Di lavorare.
Di parlare.
Di abitare il proprio corpo senza esserne prigionieri.
Un nome non è un’immagine.
È una storia.
È ciò che resta di noi quando il corpo cambia, quando il tempo passa, quando la giovinezza finisce.
L’immagine, invece, vive di continue conferme.
Ha bisogno dello specchio.
Ha bisogno dello sguardo dell’altro.
Ha bisogno di essere continuamente aggiornata.
Un nome no.
Un nome continua a esistere anche quando nessuno lo sta guardando.
Forse dovremmo domandarci più spesso quale progetto stiamo inseguendo.
Quello di diventare ogni giorno un po’ più belli.
O quello, infinitamente più difficile, di diventare ogni giorno un po’ più noi stessi.
Perché c’è una differenza radicale tra trascorrere la vita cercando di piacere e trascorrerla cercando di esistere.
La prima strada conduce all’immagine.
La seconda conduce a un nome.
Ed è forse questa la direzione più profonda della psicoanalisi.
La psicoanalisi non insegna a farsi belli.
Accompagna ciascuno nella costruzione della propria storia.
Lo specchio può restituire un’immagine.
Solo un soggetto può costruire un nome.
Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, su Periscopio clicca sul nome dell’autrice.












Bellissimo articolo… mi colpisce questa idea del “ farsi che diventa progetto” , mi ricorda che molte poetesse parlano del poiein ( il fare poetico) proprio in questi termini e mi chiedo se e come la poesia potrebbe rappresentare un supporto terapeutico a questo farsi/disfarsi così …drammatico.