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Fuori dalla curva. Una riflessione per chi vuol smettere di tifare ma non di pensare

Fuori dalla curva. Una riflessione per chi vuol smettere di tifare ma non di pensare

C’è una metafora che descrive con precisione impietosa la politica dei nostri anni: quella dello stadio. Non conta il merito della giocata, conta la maglia. Non conta avere ragione, conta vincere, con ogni mezzo, senza il timore di perdere la faccia; perché la faccia che conta non è più quella di chi dice il vero ma quella di chi “tiene la curva”.

In questo ambiente l’informazione buona per decidere bene è un lusso inutile e l’idea stessa di un confronto da cui scaturisca qualcosa di nuovo sembra ingenuità da educande. Una questione sociale diventa contesa politica non quando è oggetto di conoscenza, ma quando diventa oggetto di appartenenza. In questo clima il dato è diventato un accessorio decorativo della lealtà di gruppo, non un limite alla lealtà incondizionata (Qui l’articolo precedente dove si è presentato questo tema).

Se le cose stessero davvero e soltanto così, la conclusione onesta sarebbe affermare che della democrazia resta soltanto un guscio vuoto. È vero, ma la diagnosi, per quanto dolorosa, offre più margini d’azione di quanto la metafora del tifo lasci intuire.

Resta il guscio ma la sostanza è altrove

Il sociologo e politologo inglese Colin Crouch  ha dato un nome preciso a ciò che sta accadendo: post-democrazia. Non proprio un vuoto, ma una spaccatura, una biforcazione. La forma democratica resta intatta, anzi si spettacolarizza — elezioni, referendum, dibattiti, sondaggi, interviste, tutto il repertorio in bella mostra (la politica come spettacolo, come esibizione). Ma la sostanza delle decisioni (la dimensione del potere dei grandi interessi economici e finanziari) si è spostata altrove, in arene tecniche sottratte al voto: banche centrali, corti sovranazionali, trattati, agenzie.

Sono due sistemi accoppiati che non si parlano più: un potere che decide senza mandato popolare, e un mandato popolare che vota senza più decidere granché. La popolazione che partecipa sempre meno, ma che in compenso tifa ferocemente per le questioni tutte, con un appiattimento che non fa più emergere nessuna priorità; tutto urgente, tutto subito, ma per pochi istanti.

Poche ore, qualche giorno forse e le questioni vitali hanno già lasciato il posto ad altre “altrettanto vitali”. Il tifo che vediamo in campo oggi, sempre seguendo la metafora, non è la causa della crisi, è ciò che resta visibile quando la sostanza è stata evacuata e spostata altrove. Ma i tifosi servono e, intanto che si scornano tra loro, i decisori veri perseguono scopi su cui nessuno può davvero sindacare e, forse, neanche sapere.

Cosa ha tolto gli argini che un tempo contenevano (o almeno tentavano di contenere con un certo successo) la corrente tribale che anima le curve tanto quanto la pratica politica (chiamarlo dibattito politico è decisamente fuori luogo)? Non è la passione di appartenenza in sé — quella non è mai mancata e i classici del pensiero elitario, da Mosca a Michels, l’avevano già messa in conto come costante della vita politica di massa.

È saltata la diga: i partiti strutturati, la stampa di riferimento, i corpi intermedi; apparati lenti, spesso oligarchici, ma che erano capaci di rallentare l’impulso tribale prima che diventasse decisione, anzi: prima che essa si scatenasse nell’azione violenta. I social media e il capitalismo delle piattaforme hanno smontato quella diga senza sostituirla con nulla: hanno restituito il flusso tribale nella sua forma più pura, orizzontale, istantanea; più autentico forse, ma anche incapace di trasformarsi in pensiero ben articolato.

Solo contrappeso sembra essere il potere di sorveglianza, di denuncia, di accusa: la possibilità sempre presente dello scandalo che continua a mordere anche dentro un regime di curve contrapposte, perché lo scandalo è merce spendibile da entrambe le tifoserie. Come sostiene Pierre Rosanvallon il simulacro della democrazia non è vuoto fino in fondo: ha ancora una funzione di veto fondata sulla sfiducia (una contro-democrazia appunto) che nessuna tribù rinuncia volentieri a usare contro l’avversario (Sulla controdemocrazia vedi Qui).

Il forestiero utile

C’è una posizione, in tutto questo, che merita di essere rivalutata invece che compatita: quella di chi non sta in nessuna delle curve contrapposte. Georg Simmel la chiamava la figura dello straniero — chi appartiene al gruppo quel tanto che basta per essere ascoltato, ma resta abbastanza distante da vedere ciò che i tifosi non vedono di se stessi.

È una posizione scomoda e pericolosa, liminale: paga il prezzo di non avere una tifoseria alle spalle che la protegga; il forestiero viene sospettato da entrambi i lati proprio perché non giura fedeltà a nessuno. Ma in termini di reti sociali è anche, come ha mostrato il sociologo americano Ronald Burt, il punto più prezioso del sistema: il connettore possibile tra due gruppi che altrimenti non comunicherebbero affatto (rimanendo fortemente ostili e nemici) genera un valore sproporzionato anche rispetto al rischio che corre chi lo occupa.

Chi si ritrova, per scelta o per formazione, a criticare entrambe le curve (e, raramente, quel che sta sopra) — trovando in ciascuna qualche buon argomento e molte sciocchezze — non sta fallendo nel prendere posizione. Sta occupando l’unico varco strutturale attraverso cui, in questo momento, può ancora passare qualcosa di simile al pensiero. Sta presidiando un piccolo spazio di libertà.

Va detto però detto senza indulgenza: nessuno osserva la tifoseria dall’esterno per statuto naturale. Si abita già una curva, oppure si rischia di esservi annessi al primo episodio che i media hanno ogni interesse a montare ad arte — e il pericolo peggiore non è schierarsi consapevolmente, è ritrovarsi in curva senza saperlo; aver scambiato per pensiero proprio ciò che era solo appartenenza travestita da opinione.

Non se ne esce voltando lo sguardo altrove: il primo passo è restare in contatto con il problema, vigili, come si resta vigili verso una dipendenza di cui si conosce bene il meccanismo.

Il nemico viene prima

C’è un ordine che il senso comune implicito nella logica della curva inverte sistematicamente ed è proprio questo scambio a spiegare perché la discussione razionale arrivi sempre troppo tardi per contare qualcosa. Non si parte da un disaccordo che, radicalizzandosi, produce un nemico: al contrario si parte dal bisogno di un nemico, che genera l’appartenenza necessaria a fronteggiarlo, e solo alla fine — terzo tempo, non primo, non secondo — arriva la discussione, già asservita però a giustificare ciò che la precede.

Per questo l’argomentazione, in questi conflitti, suona sempre un po’ recitata, spesso decisamente falsa: non decide nulla, decora, sostiene, una decisione già presa altrove.

C’è anche una ragione strutturale, quasi contabile, per cui il nemico non si lascia congedare facilmente: se A e B sono nemici, A serve a B per giustificare la propria esistenza, e B serve ad A nello stesso modo — un paradossale scambio reciproco di senso, non un incidente di percorso.

Aspettando i barbari, la celebre poesia di Kavafis  mette in scena esattamente questo meccanismo: quando arriva la notizia che i barbari non verranno, il senato si scioglie, gli oratori ammutoliscono, la piazza si svuota — perché, conclude il poeta, “quella gente, dopotutto, era una soluzione”.

Togliere il nemico non libera automaticamente il pensiero, anzi al contrario: apre, in prima battuta, un vuoto. Ed è lo stesso vuoto che le grandi tradizioni mistiche (Qui un mio articolo apparso su Periscopio sul tema) conoscono da sempre come la prova più ardua del cammino — la notte in cui cadono gli schermi, i dualismi, i confini tra sé e l’altro, e non resta nulla su cui appoggiarsi () .

Chi ne esce, rispetto a chi ne è travolto, si distingue per una sola cosa: aver preparato prima un pensiero capace di abitare il vuoto senza riempirlo subito con un nuovo nemico. Hannah Arendt, riflettendo sulla banalità del male, indicava nell’assenza di pensiero — non in una malvagità profonda e consapevole — il vero motore della complicità di massa. Non pensare, lasciarsi guidare dal copione già scritto della propria parte, stare nella curva inconsapevolmente, è già una forma di male, anche quando nessuno lo intende come tale.

Diventare forestieri: una postura, non un eroismo

Serve dunque un atteggiamento, una postura, un impegno personale che si rinnova ogni volta che si è tentati dalla scorciatoia della curva: diventare forestieri rispetto a ogni tifoseria è un esercizio di cittadinanza autentica, sempre più raro e proprio per questo sempre più necessario.

Un passo necessario per vivere filosoficamente. Non significa essere tiepidi, non prendere posizione: significa non prendere partito, ogni volta che il partito coincide con una curva e ne utilizza la retorica. Significa riconoscere la tensione amico/nemico invece di negarla o di esserne semplicemente inghiottiti — abitarla con consapevolezza, non evacuarla con un ottimismo di facciata.

Il primo passo, il più difficile, è dunque interiore ed assolutamente personale: consiste nel non lasciarsi assorbire dalla tifoseria prima ancora di essersi accorti di aver scelto una maglia; consiste nel riconosce e praticare una virtù che non ha un nome moderno.

Aristotele aveva un nome per quello che oggi chiamiamo, un po’ genericamente, buon senso: phronesis, il giudizio pratico che non si possiede una volta per tutte come una nozione, ma si allena situazione per situazione, come un muscolo.

Non è la scienza che dimostra e non è la tecnica che si applica meccanicamente: è la capacità di leggere il caso particolare senza le scorciatoie della tribù e senza i filtri dell’ideologia. Questi argini sociali non li costruisce un decreto ne un algoritmo: li costruisce chiunque, nel proprio piccolo, scelga di uscire dalla curva.

Oltre la curva,  “ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un camp0. Incontriamoci là” (Jalal al-Din Rumi)

 

Cover: Foto di tookapic da Pixabay

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Bruno Vigilio Turra

È sociologo laureato a Trento. Per lavoro e per passione è consulente strategico e valutatore di piani, programmi e progetti; è stato partner di imprese di ricerca e consulenza e segretario della Associazione italiana di valutazione. A Bolzano ha avuto la fortuna di sviluppare il primo progetto di miglioramento organizzativo di una Procura della Repubblica in Italia. Attualmente libero professionista è particolarmente interessato alle dinamiche di apprendimento, all’innovazione sociale, alle nuove tecnologie e al loro impatto sulla società. Lavora in tutta Italia e per scelta vive tra Ferrara e le Dolomiti trentine.

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