Il libro prima del libro: quando la polemica decide ciò che leggeremo
Il libro prima del libro:
quando la polemica decide ciò che leggeremo
Il caso esploso intorno a Michele Mari durante il tour del Premio Strega contiene almeno due questioni diverse, che sarebbe opportuno non confondere. La prima riguarda alcune frasi su Michela Murgia attribuite allo scrittore durante un trasferimento dei finalisti verso Bisceglie, in Puglia. Secondo la ricostruzione apparsa sulla stampa, Mari avrebbe collegato l’intransigenza pubblica dell’autrice anche al suo aspetto fisico. Teresa Ciabatti, presente alla conversazione, avrebbe reagito duramente. Mari ha negato di aver definito Murgia «brutta», pur scusandosi per le parole che potevano avere ferito Ciabatti e offeso la memoria della scrittrice.
La seconda questione, forse più ampia, riguarda ciò che è accaduto dopo: per alcuni giorni non si è parlato del romanzo di Mari, ma della possibilità che il suo autore fosse escluso dal premio.
La Fondazione Bellonci ha preso le distanze dalle espressioni riportate dalla stampa, affermando che ogni parola denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone sono incompatibili con lo spirito del Premio Strega. Ha poi confermato la permanenza del libro nella sestina finale, precisando che il regolamento non consentiva di escluderlo nelle circostanze contestate.
È una posizione ragionevole, ma non risolve del tutto il problema. Anzi, lo rende più evidente.
Possiamo ancora separare un libro dal comportamento del suo autore? E soprattutto: lo facciamo davvero?
In teoria un premio letterario dovrebbe giudicare la qualità di un’opera: la scrittura, la costruzione narrativa, la lingua, la capacità di interpretare il proprio tempo o di sottrarsi ad esso. Non dovrebbe premiare il carattere più gradevole, l’autore più irreprensibile o la biografia più conforme ai valori dominanti.
Un grande romanzo può essere scritto da una persona discutibile; una persona moralmente esemplare può produrre un libro mediocre. Confondere i due piani significa trasformare la critica letteraria in una certificazione etica.
Eppure il mercato editoriale contemporaneo sembra procedere nella direzione opposta.
Prima ancora che un libro arrivi nelle mani dei lettori, viene costruito tutto ciò che dovrà circondarlo: la storia personale dell’autore, il suo posizionamento politico, le dichiarazioni pubbliche, la presenza sui social, le amicizie, le polemiche, persino le avversioni.
Il libro non è più soltanto un testo. Diventa il punto terminale di una narrazione precedente, spesso più efficace e immediatamente spendibile di quella contenuta nelle sue pagine.
È il libro prima del libro.
Il lettore viene raggiunto da una quantità di giudizi preliminari. Gli viene detto che l’opera è necessaria, scandalosa, coraggiosa, divisiva, destinata a suscitare discussioni. Gli viene suggerito da quale parte collocarsi prima ancora di averne letto la prima riga. Il romanzo arriva quando il processo è già cominciato: preceduto da fascette, anticipazioni, interviste, classifiche, recensioni ravvicinate, controversie e appartenenze editoriali.
Il caso Mari rende questo meccanismo particolarmente visibile. Le parole attribuitegli possono essere legittimamente giudicate gravi, senza che sia necessario minimizzarle in nome dell’autonomia dell’arte. Ma un conto è criticare quelle parole; un altro è stabilire che debbano produrre automaticamente la squalifica del romanzo. La prima è una valutazione pubblica e morale. La seconda trasformerebbe il premio in un tribunale chiamato a decidere quali comportamenti siano compatibili con la partecipazione a una competizione letteraria.
Dove dovrebbe passare, allora, il confine? Una frase offensiva comporta l’esclusione? Un’opinione politica controversa? Un comportamento privato? Una vicenda giudiziaria? E chi dovrebbe esercitare questo potere: l’organizzazione del premio, la giuria, l’editore, i lettori?
Il rischio è che si affermi una forma di selezione preventiva nella quale il valore dell’opera diventa soltanto uno dei criteri, e non sempre il principale.
Lo scrittore è chiamato a offrire, insieme al libro, una figura pubblica riconoscibile e rassicurante. Deve rappresentare qualcosa, incarnare una posizione, occupare uno spazio mediatico. Non basta più scrivere bene: occorre essere narrativamente presentabili.
Naturalmente non esiste un diritto dell’autore a essere sottratto alle conseguenze delle proprie parole. Chi interviene pubblicamente accetta di essere discusso, contestato e persino abbandonato dai propri lettori. Ma la libertà del lettore di non acquistare un libro è diversa dal potere di un’istituzione culturale di espellerlo da una competizione. Nel primo caso agisce una coscienza individuale; nel secondo si stabilisce un precedente e si introduce, anche senza volerlo, un criterio di ammissibilità morale.
La decisione della Fondazione Bellonci non assolve Michele Mari, perché non era questo il suo compito. Riconduce però la questione al terreno sul quale un premio dovrebbe esercitare la propria funzione: le opere.
Saranno i giurati a stabilire se I convitati di pietra meriti di vincere (alla fine Mari risulterà vincitore, n.d.r.). Potranno essere influenzati dalla polemica, come inevitabilmente accade a ogni essere umano, ma formalmente dovranno pronunciarsi sul romanzo.
Resta una domanda più inquietante. Dopo tutto ciò che è stato scritto, quanti leggeranno davvero il libro senza avere già deciso che cosa pensarne?
È forse questo il punto più fragile della cultura contemporanea. Non la mancanza di libri, ma la difficoltà di incontrarli prima che siano ricoperti dalle opinioni degli altri. Non l’assenza di giudizio, ma il suo anticipo. Leggiamo opere che ci arrivano già condannate o consacrate, accompagnate da una reputazione che finisce per sostituire il confronto con la pagina.
Il libro dovrebbe venire prima. Sempre più spesso, invece, arriva per ultimo.
Cover: Michele Mari, vincitore del Premio Strega 2026 con il romanzo “I Convitati di Pietra” – foto su licenza Wikimedia Commons
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