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LE STORIE DI COSTANZA /
ALLA CACCIA DELLA VOLPE VERDE. LA SERRA

Le storie di Costanza. Alla caccia della VOLPE VERDE. La serra

Varcare la soglia di Villa Cenaroli, al seguito di quel maggiordomo che pareva una figura mitologica, fu come attraversare una membrana invisibile tesa tra la concretezza del mondo moderno e un passato rimasto miracolosamente cristallizzato. Ettore spalancò la massiccia porta di quercia con molta naturalezza, come se ripetesse quel gesto da secoli.

«Prego, signor Moroni, entri», mormorò con voce piatta, intrisa di una cortesia impeccabile e gelida.

Mi ritrovai così a muovere i primi passi nell’atrio, mantenendo lo sguardo basso, quasi ipnotizzato dal pavimento che si stendeva sotto i miei piedi. Le lastre di marmo disegnavano una rigorosa trama arlecchino, al bianco candido si alternava un verde profondo e opaco. Si trattava del marmo serpentino, la cui tonalità boscosa sembrava assorbire la poca luce che filtrava dall’esterno, conferendo all’ambiente un’aura austera.

Sentivo lo struscio delle mie scarpe da ginnastica contro quel pavimento solenne, o così mi sembrava. L’aria all’interno era fresca, intrisa di un odore misto di cera d’api, glicine appassito e qualcos’altro di più pungente, quasi aromatico.

«La Contessa Malù vi attende nella serra», annunciò Ettore, facendomi strada lungo un corridoio interminabile. Ai lati, una schiera di statue di marmo sorvegliava il percorso. I loro volti, scolpiti con una perfezione gelida, sembravano voltarsi impercettibilmente al nostro passaggio, fissandoci con orbite cave, senza occhi.

Mentre avanzavo, il mio sguardo venne catturato dalle pareti. Non c’erano affreschi con le solite scene mitologiche o i paesaggi tipici delle dimore nobiliari; al loro posto, un dipinto monumentale metteva in scena una vegetazione smeraldina così fitta e vibrante da sembrare quasi in movimento. Era un groviglio di felci, muschi e fronde che parevano voler soffocare l’architettura stessa della villa. «Riecco il verde», pensai, sentendo un nodo che mi stringeva la gola.

Proprio mentre mi voltavo verso la parete di sinistra, la mia attenzione fu attratta da un angolo d’ombra dove l’intonaco, corroso dall’umidità, si era leggermente scrostato. In quel punto, tra le crepe del muro e le foglie dipinte, mi parve di scorgere un guizzo, una macchia di un verde elettrico e innaturale che svanì in un istante dietro una colonna affrescata.

Mi fermai di colpo, col cuore che batteva contro le costole. Era solo una suggestione dovuta alla luce fioca o il riflesso di quelle folli storie di famiglia? Cercai di convincermi che fosse la stanchezza, ma il silenzio della villa sembrava deridermi, come se le pareti stesse custodissero un segreto vivo, pronto a balzare fuori dall’ombra.

«Ettore», azzardai, cercando di rompere quella tensione improvvisa, «da quanto tempo lavorate per i conti Cenaroli?»

Il maggiordomo si arrestò di colpo, restando immobile a pochi passi da me, senza accennare a voltarsi. La sua schiena, dritta e impeccabile, sembrava una colonna aggiunta a quella galleria di spettri marmorei. «La mia famiglia è legata a questa terra da prima che la Villa avesse un nome», mormorò, e la sua voce parve vibrare dalle fondamenta stesse dell’edificio dove ci trovavamo. «Qui, il tempo non si misura in anni, ma in stagioni.»

Rimasi in silenzio, colpito da quella affermazione che pareva l’unica chiave di lettura possibile per un luogo simile. Era vero, a Pontalba, così come tra le mura di Villa Cenaroli, il calendario gregoriano sembrava aver perso ogni giurisdizione. Il borgo rurale, stretto nell’abbraccio pesante della vegetazione e lambito dalle acque scure del fiume, viveva di un ritmo solo suo.

In quel paese lombardo i trasporti pubblici erano poco più che un miraggio, il rumore della vita quotidiana era ridotto ad un sussurro e le giornate degli abitanti erano scandite dalla dedizione all’agricoltura. Non si contavano i giorni, ma i cicli della terra, erano passate cinque estati, dieci vendemmie, cento gelate. Archiviare la memoria in quel modo era più consono ed efficace rispetto alla fredda precisione del “10 giugno” di un anno qualunque e piaceva anche a me in quanto atto sovversivo.

Era un tempo vegetale, un tempo che non scorreva in avanti in linea retta, ma che si avvolgeva su sé stesso come l’edera sui tronchi, crescendo, marcendo e rinascendo in un’originalità ipnotica, dove il passato non era mai davvero passato, ma restava lì, a nutrire il presente. Altro che cronista di nera, mi stavo imbattendo in tutt’altra storia, in tutt’altro mondo.

Nel frattempo, eravamo giunti alle soglie della serra. Oltre le ampie vetrate appannate dall’umidità, si schiudeva un microcosmo soffocante e rigoglioso. Una giungla domestica dove felci giganti protendevano le loro fronde come dita scheletriche e orchidee dalle tinte pallide sbocciavano nel silenzio.

Proprio lì, immersa in quella vegetazione fitta, scorsi una figura sottile. Era seduta di spalle su una sedia di vimini, china in avanti. Sembrava intenta a nutrire qualcosa di invisibile, celato tra l’ombra dei grandi vasi di terracotta. Mi avvicinai con passo guardingo, cercando di non disturbare quella quiete senza tempo, finché non le fui molto vicino.

La sua silhouette era esile, quasi fragile nel contrasto con l’imponenza delle piante. I capelli biondi, raccolti, catturavano i rari riflessi di luce che arrivavano dal soffitto a vetri, il sole era ormai definitivamente tramontato. Indossava un maglione blu e pantaloni dal taglio impeccabile, mentre ai piedi calzava mocassini di ottima fattura, lucidi.

Solo quando le fui a pochi passi, l’enigma tra i vasi si sciolse. Un gatto candido, dal pelo folto e immacolato come neve fresca, stava mangiando con aristocratica lentezza dalle sue mani. C’era qualcosa di perfetto in quella scena, il bianco assoluto del felino contro il verde cupo delle piante e il blu del maglione di Malù creavano un quadro di una bellezza composta.

L’armonia dei colori e quella presenza così viva emanavano un’eleganza che mi riportava vagamente a Costanza Del Re. Sebbene l’aspetto fisico delle due ragazze fosse profondamente diverso, l’aura di raffinatezza, i mobili senza tempo, le piante, le pareti dipinte e la presenza del gatto richiamavano contesti visitati di recente, rendendo situazioni apparentemente distanti molto più simili di quanto si potesse immaginare.

Una casa borghese e una nobiliare, due ragazze diverse nel corpo e nello stile — quello di Costanza certamente meno ricercato — eppure unite da un filo sottile. Era come respirare la stessa atmosfera, un’aria che sapeva di buono, di cura e di un fascino spaventosamente atemporale. Era un tempo i cui confini sembravano ridefinirsi in base alla relazione che si stava intrecciando e alla particolarità dei luoghi. Questo elemento accomunava le due esperienze, verificatesi in modo del tutto inaspettato nello stesso giorno, a distanza di poche ore.

In quel breve intervallo, il mondo esterno sembrava essere sbiadito, lasciando spazio a una dimensione sospesa dove la bellezza non era un semplice ornamento, ma il linguaggio comune di due anime diverse. Mi ritrovai a riflettere su come lo spazio possa influenzare lo spirito, annullando le distanze sociali e fisiche per rivelare un’affinità più profonda, radicata nell’essenza stessa dell’essere prima e dell’abitare subito dopo.

«Buonasera», esordii, cercando di dare alla voce un tono il più naturale possibile, nonostante l’ora tarda.

«Buonasera a lei» mi rispose la contessa, osservandomi con un misto di curiosità e sospetto. «Ma che cosa ci fa qui a quest’ora?»

«Sono venuto a vedere il giardino della villa di sera. Me ne ha parlato Costanza Del Re, descrivendolo come un luogo di grande fascino. Non ho saputo resistere all’impulso di venire qui subito invece di aspettare domani dopo pranzo, come avevo inizialmente concordato con lei. Mi dispiace, non volevo disturbare o mettervi in agitazione. È vero, sono un giornalista, ma non è mia abitudine mancare di rispetto ai luoghi o alla privacy altrui. Ho solo ceduto alla curiosità e allo strano magnetismo di questo posto.»

«Al magnetismo di questo posto?» ripeté lei, accennando un sorriso enigmatico. Era evidente che considerasse la risposta scontata, quasi retorica. «Perché, secondo lei è magnetico?»

«Sì», ammisi «è un luogo decisamente singolare. Lo dicono tutti in paese, dalla fornaia Camilla alle cartolaie Ramona e Luisa, fino alla farmacista Lucilla e alle ragazze del Pontalba Hotel. Sembra che questa villa la conoscano tutti.»

A quel punto Malù cambiò espressione. Il velo di cortesia scivolò via, lasciando spazio a un viso serio e a uno sguardo puntato dritto nei miei occhi.

«Senta, lei è un giornalista di cronaca nera e Costanza mi ha riferito che il suo vero scopo è indagare sugli accadimenti legati alla morte di mia madre, la contessa Maria Augusta. Quindi lasciamo perdere i preamboli, cosa vuole sapere di preciso?»

Visto che Malù era andata dritta al nocciolo della questione, decisi di fare altrettanto.

«E va bene. Si dice che il cielo sopra la villa, il giorno della morte di sua madre, sia diventato improvvisamente verde smeraldo. Si dice anche che il giorno della sepoltura una volpe dello stesso colore sia uscita dal loculo aperto. Sono solo suggestioni popolari o è la verità?»

La contessa mi fissò per un istante che parve eterno, poi chiese con voce ferma: «Cosa intende lei per ‘verità’?»

Era una bella domanda, la migliore che qualcuno mi avesse rivolto da quando ero tornato a Pontalba. Rimasi un istante in silenzio, cercando le parole giuste, finché non mi tornò in mente una definizione studiata anni prima sui testi della scuola di giornalismo.

«È l’obbligo inderogabile del giornalista di riportare i fatti nella loro sostanza oggettiva,» risposi quasi a memoria, «dopo un serio e diligente lavoro di ricerca e accertamento. Non si limita alla verità delle singole parole, ma alla fedeltà dell’intero contesto narrato rispetto alla reale dinamica degli eventi.»

Malù scoppiò in una risata cristallina. «Allora non credo proprio che questo posto sia adatto a lei. Farebbe meglio a tornarsene in città!»

«Sarà…» ribattei io, senza lasciarmi scoraggiare. «Anche i cronisti di nera possono ampliare la propria visione di “vero” e “falso”, ma un cielo verde rimane un cielo verde. Non è bianco, né azzurro, né rosa, né tantomeno rosso.»

«Sì, può darsi,» concesse lei con un tono che non ammetteva repliche. Poi, voltandosi verso l’uomo che ci osservava nell’ombra, aggiunse: «Ettore, ci porti del tè. È tardi, lo so, ma per stasera va bene così.» Vidi il naso di Ettore arricciarsi in una smorfia di palese disgusto, ma il suo ruolo gli imponeva l’obbedienza.

Senza pronunciare una sola parola, si voltò e si diresse verso la porta che conduceva fuori dalla serra.

Cover: Foto di JokePraxis da Pixabay

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Costanza Del Re

E’ una scrittrice lombarda che racconta della vita della sua famiglia e della gente del suo paese, facendo viaggi avanti e indietro nel tempo. Con la Costanza piccola e lei stessa novantenne, si vive la storia di un’epoca con le sue infinite contraddizioni, i suoi drammi ma anche con le sue gioie e straordinarie scoperte.

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