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Vite di carta /
“Ardesia” di Ruska Jorjoliani

Vite di carta. Ardesia di Ruska Jorjoliani 

Sulla superficie del terreno e sotto, negli strati che vengono scavati, c’è l’ardesia. L’ardesia è come la Georgia che Ruska ha lasciato quando aveva undici anni per stabilirsi da profuga a Palermo.

In uno dei soggiorni a Mestia, la cittadina natale, la narratrice protagonista ha condotto con sé due amici italiani che da turisti hanno già visitato la capitale Tbilisi e ora sono suoi ospiti nella casa di famiglia che ha subito interventi e ristrutturazioni ma ha ancora il tetto in lamiera.

È diventata un B&B, mettendosi al passo con lo sviluppo del turismo che sta galoppando in questi ultimi anni nel paese.

Il romanzo occupa una sola giornata, scavata – è il caso di dirlo – tra le altre della vacanza insieme, ed è una giornata strana. Dedicata allo scavo del terreno un tempo occupato dalla vecchia casa parentale.

Una ruspa affonda la sua mano meccanica sotto terra: tra le prime a uscire sono lastre spezzate di ardesia, ma ancora più in profondità affiorano le ossa del bisnonno della narratrice, sepolto senza una vera tomba in seguito a una morte rimasta misteriosa.

Leggo nelle pagine iniziali che la protagonista è lì con le sue ballerine dorate, adatte a passeggiare più che a partecipare a uno scavo. Tuttavia vuole presenziare alla esumazione del suo avo, pazienza se lo zio non ha potuto informarla per tempo.

Si guarda intorno e lo ascolta parlare, ascolta anche il cugino, il vicino di casa e chi passa e si sofferma a curiosare.

Guarda lontano verso “la cima velata di neve del Tetnuldi” o verso le torri della città, le tornano ricordi dell’infanzia, sente il profumo dei cibi tipici della sua terra. Fa domande per saperne di più sulla vita avventurosa di questo bisnonno di cui intanto affiorano alcune ossa.

O meglio, prima appare “un piccolo teschio bianco”: i resti di un bambino di cui i presenti non sanno dare spiegazione.

Leggo e mi domando se sono di fronte al tema centrale del libro. Di sicuro la sequenza dello scavo si sta facendo lunga e si arricchisce di numerosi flash back sulla storia della famiglia e sul contesto: alcune consuetudini culturali della Georgia e la geografia e la storia di questo paese bellissimo.

Supero la metà del libro, un volumetto di un centinaio di pagine secondo la linea editoriale di Italo Svevo edizioni. Il tema resta ancorato alla fossa che l’escavatore ora ha ingrandito fino a portare alla luce i resti del bisnonno, fino al punto di massima tensione narrativa: il ritrovamento del cranio.

Capisco che di questo è fatto il racconto, restano le pagine bastanti per la conclusione dello scavo e, come in effetti sarà, per la sepoltura dei resti nel cimitero cittadino, sotto una lapide di ardesia. Pena la perdita di ogni bilanciamento nella narrazione.

Mi soffermo a valutare quanto sia particolare la scelta di un soggetto come questo, che ci porta dritti dritti al tema delle radici culturali ritrovate e alla importanza nonché al mistero del punto di partenza genealogico in ogni vita. Riconosco che c’è intensità nella scrittura e c’è un forte attaccamento al mondo dell’infanzia, il rispetto affettuoso per le consuetudini e i riti antichi del paese natale, visti con gli occhi consapevoli di che come l’autrice vive tra due mondi.

Sento intorno a me giudizi lusinghieri su questo terzo romanzo che Jorjoliani ha scritto in un ottimo italiano – la sua lingua madre per la scrittura – come ammette lei stessa. Sono piaciuti a tal punto la storia e i richiami al contesto culturale da far sembrare il libro troppo breve.

A me è sembrato troppo espanso e lungo per un soggetto così, che si presta semmai alla durata di un racconto.

Dissentire tuttavia mi dà disagio. Possibile che in tutte le occasioni di confronto nei numerosi gruppi di lettura io continui a sentire la carenza di analisi sulla forma narrativa?

Stasera si è detto del buon livello espressivo, dell’italiano che Jorjoliani padroneggia così bene. È già qualcosa.

Perché non sento dire nulla sulla grammatica del testo? Sulla distribuzione dei contenuti e sulla tenuta narrativa, per esempio. A me è parso che ci siano alcuni cali di tensione del racconto, nell’alternarsi tra le sequenze sullo scavo, in cui accadono i ritrovamenti delle ossa sepolte, e le digressioni culturali e storico-geografiche. Le sequenze poggiano una sull’altra con qualche momento di vuoto narrativo.

Mi allineo al coro o segnalo questo che secondo me è un limite del libro?

Intervengo e parlo con animosità (maledetta timidezza). Poi mi rispondo sul perché io insista a dare risalto agli aspetti formali dei libri.

Perché la letteratura nel suo specifico lo richiede e anzi in tempi come questi può farsi baluardo dell’osservanza formale. Quello a cui non sembra più dare peso la comunicazione pubblica, specie quella politica, fatta di slogan e imprecisioni e inesattezze. Fatta di frasi a effetto, di sciatteria e violenza verbale.

In letteratura la forma non è tanto il vestito che riveste il contenuto, quanto lo strato semantico di superficie che dà espressione agli strati profondi della significazione e li mette in circolo nell’universo comunicativo. La forma è intrisa della sostanza, la forma è sostanza.

Nota bibliografica:

  • Ruska Jorjoliani, Ardesia, Italo Svevo Edizioni, 2025

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/images/search/georgia/, autore alexeybabichO

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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