Presto di mattina /
Noli me tangere
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Presto di mattina. Noli me tangere
Noli me tangere (Gv 20, 17)
“Non mi toccare”, “non trattenermi”, ma “va” dai miei fratelli. Parole che subito portano lo sguardo alle corrispondenti immagini pittoriche di Rembrandt, Albrecht Dürer, Pontormo, Tiziano, Bronzino, e risvegliano la memoria alla narrazione evangelica di Giovanni, quella dell’incontro di Maria di Magdala con Gesù, il mattino di Pasqua, nel giardino presso il sepolcro vuoto.
Per Jean-Luc Nancy, filosofo francese (1940-2021), nella relazione non sussiste vicinanza senza distanza, né intimità senza estraneità; il riconoscimento dell’altro presuppone un nascondimento, ma ogni svelare comporta il paradosso di una ri/velazione.
Nel suo libro Noli me tangere. Saggio sul levarsi del corpo, (Bollati Boringhieri, Torino 2005), analizzando i vari dipinti che raffigurano l’episodio giovanneo della Maddalena al sepolcro, Nancy annota che nelle immagini pittoriche vi è un vedere senza toccare, un limite, la tela come confine, così com’è il corpo per la persona che definisce e salvaguarda l’alterità, la differenza tra sé e l’altro.
Inafferrabile, l’immagine che è dipinta sulla tela ci trasmette un’assenza presente, che si leva nel momento in cui si sottare, un’invisibilità visibile che non ne compromette l’incontro e il legame, ma ne propizia e ne partecipa il messaggio, la profondità e l’estensione: «Tra l’immagine e la vista non vi è imitazione, bensì partecipazione e penetrazione. Partecipazione della vista al visibile e del visibile, inversamente, all’invisibile che altro non è se non la vista stessa» (ivi, 15).
Una relazione è tale quando non diventa appropriazione e possesso, ma apertura, un movimento che unisce differenziando, salvaguardando una presenza che è al tempo stesso una partenza, una sottrazione: «Ecco la posta che Noli me tangere pone a motivo centrale: “Tu vedi, ma questa visione non è, non può essere un toccare, se il toccare stesso deve figurare l’immediatezza di una presenza; tu vedi qualcosa che non è presente, tu tocchi l’intoccabile che sfugge alla presa delle tue mani, così come colui che tu vedi di fronte a te già lascia il luogo dell’incontro» (ivi, 36).
Maria, in piedi accanto al sepolcro
Di fuori, nel suo pianto.
Il volto scavato dalle lacrime
Resta immobile così, a lungo
Alto è il sole
Asciuga la rugiada ma non le lacrime
Dagli occhi alle labbra e al cuore
Com’è lungo e lento
Il cammino delle lacrime
Bruciante il loro sale
Non osa, ella si vieta
Se il Maestro è ancora qui.
È perché è proprio morto.
Ma se non è qui, se non fosse qui
Di questo e di quello
ha paura ma fa tre passi
L’orecchio teso verso cosa?
E dal sepolcro quel silenzio che la pietrifica.
Ma la sorgente, proprio in fondo,
È per l’anima più fine,
Maria l’ascolta oppure no
storpia il suo nome nella notte?
Tutta irrigidita si appoggia.
E si protende come un ramo
sul santo sepolcro.
Due angeli in bianche vestiti
Siedono interroganti: Perché piangi?
Maria che non li vede
Risponde loro: Hanno portato via il mio dolce amico
Non so dove l’abbiano posto.
Dietro di lei qualcuno giunge:
Chi cerchi? Perché piangi?
Ella si volge: Sei tu il custode?
Dove l’hai messo, dimmelo
Andrò io a riprenderlo.
Mariam
Un’onda di fondo
Oltre ogni lacrima
Onda di marea che va a morire
Ai piedi del Signore.
Rabbunì! (Maestro mio)
Non mi toccare
Io sono e non sono di qui.
Io so come tu m’ami
So come mi ami;
impara ormai come
§Il più vicino il più lontano va
tu lo amerai
(Pierre Emmanuel, Noli ne tangere, in Évangéliaire, Éditions du Seuil, Paris 1961, 219-220).
Una distanza necessaria
Noli me tangere. Un dire brusco e inatteso, duro e sconvolgente per un amore appena ritrovato. Eppure Maria non si turba, ma va gioiosa, incalzata da quelle parole che sente innamorate. Nel nome Mariam è chiamata oltre sé stessa, fuori dal suo ricordo di morte, dal suo passato che l’imprigionava a una tomba. Un distacco, certo, una presa di distanza pure, ma non dall’amore che si leva ancora sulla morte e in lei. Presenza impalpabile, altra e nuova ma sempre dell’amato, che sale al Padre suo.
Così quel perentorio dire non fu un divieto, né un respingimento quella voce, ma, al contrario, fu un invito, un’apertura a un amore ancora più grande, profondità in movimento che trabocca oltre e che il voler toccare soffocherebbe. C’è infatti distacco anche nell’abbraccio o in ogni bacio; non si può trattenere l’altro nemmeno con l’amore, questi chiama sempre oltre e va cercato ancora. È un rincorrerlo a perdifiato sulla via in cui precorre sempre, lasciandosi poi ritrovare nuovamente.
Scrive il biblista Rinaldo Fabris che le espressioni “non trattenermi” ma “va dai miei discepoli” motivate dalla sua ascesa al Padre «esprimono la dimensione dialettica dell’esperienza pasquale giovannea (quella di un amore vittorioso): essa nello stesso tempo è partenza-separazione di Gesù e nuova presenza-incontro con i suoi discepoli» (Vangelo di Giovanni, ed. Borla, Roma 1992, 1135).
Una dialettica e dialogica dell’amore
In questa narrazione Maria di Magdala ricorda e personifica l’amata del Cantico dei Cantici: «Ho aperto allora all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso… ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amore dell’anima mia». Lo ritrova finalmente nel giardino: «L’amato mio è sceso nel suo giardino fra le aiuole di balsamo, a pascolare nei giardini e a cogliere gigli. Io sono del mio amato e il mio amato è mio; egli pascola tra i gigli».
“Alzati amica mia”
Maria crede e riconosce perché ascolta la voce, manifesta la sua fede non nel trattenere ma nell’affidarsi alla parola che l’ha chiamata per nome: proprio lei, non un’altra. La sua fiducia riposa sulla nominazione di amore del Risorto e sulla sollecita parola che l’invia. Come accadde anche ad Abramo, Maria è chiamata per nome e parte per un luogo che non sa. E al pari di quella di Abramo la fede della Maddalena si manifesta nel partire in compagnia solo della parola e della promessa.
La fede come amore non sta nel trattenere ciò che è noto, ma nell’affidarsi a ciò che è ignoto e si farà conoscere strada facendo. Ancora una volta la fede ha la forma di una peregrinazione. Anche nel Cantico dei cantici è lo stesso. È la voce dell’amato che fa alzare e mette in cammino l’amata: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline… Ora l’amato mio prende a dirmi: “Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto! Perché, ecco, l’inverno è passato, i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!”».
Si è come Colui che è in cammino
Ma è soprattutto il teologo ed esegeta Heinrich Schlier (1900-1978) ad esprimere questa esperienza pasquale del levarsi e dell’andare oltre dell’amore del Risorto, che si manifesta e che si sottrae, attraversando la morte, al di là del suo limite. Per l’evangelista Giovanni fin dalla vita terrena Gesù è Colui che è innalzato nella croce e in cui si compie questa ascesa.
Così egli interpreta «l’intera attività di Gesù sotto il punto di vista dell’arrivo, che è sempre già congedo. Egli viene come Colui che va, viene incontrato come Colui che è in cammino. Nella scena della sua apparizione a Maria Maddalena ciò viene scopertamente alla luce. Che cosa vede Maria Maddalena secondo il Vangelo di Giovanni? Il Risorto! Ma come le appare Egli? Come Colui che non si può fissare nella sua apparizione, e la cui apparizione ha come caratteristica che Egli, in quanto appare, si sottrae.
Si può forse anche dire che si vede pre-sente il Risorto, il quale è as-sente. Egli è visto con una incertezza certa e una certezza incerta». Come nel percorso che porta alla conoscenza di una persona si potrebbe dire allora che il Risorto, la sua realtà personale ha un carattere non fissabile e non disponibile e «si compie nella storia come vicenda di incontro. L’incontro che capita ai testimoni proviene da Lui, ed è puro dono» (La risurrezione di Gesù, Morcelliana, Brescia 1998, 36; 38).
Il mistico non abita da nessuna parte, dimora nell’altrove, nel luogo dell’altro
Tale è pure l’esperienza dei mistici, quella del viandante e del pellegrino quando sono abitati dal mistero dell’altro amore che sempre precede. Secondo quanto scrive Michel de Certeau (1925-1986): «è mistico colui o colei che non può cessare di essere in viaggio e che, con la certezza di ciò che gli manca, sa di ogni luogo e di ogni oggetto che non è quello là: che non può risiedere qui né contentarsi di quello là. Il desiderio crea un eccesso. Esso va oltre, passa e perde dimora. Costringe ad andare più lontano, altrove. Egli non abita da nessuna parte. È abitato» (Fabula mistica. La spiritualità religiosa tra il XVI e il XVII secolo, Il Mulino, Bologna 1987, 404-405).
Fabula mistica si chiude con un’apertura intitolata Ouverture a una poetica del corpo: un’appendice che commenta il testo poetico Ave di Catherine Pozzi (1882-1934) in cui si ripropone questa via mistica all’amore di superamento continuo, di un partire e ripartire senza voltarsi indietro di evangelica memoria che ha caratterizzato l’esperienza di Maddalena e degli apostoli nei racconti pasquali. È l’invito all’itineranza, quella che rende degni e partecipi dell’“altissimo amore” (Très haut amour); movimento pure della fede che introduce nel discepolato dell’amore inesausto e inconsutile del Risorto dai morti.
Con la voce della notte
Ave è come un testamento, la sola lirica pubblicata prima della sua morte. Scrive la curatrice e traduttrice Claudia Ciardi: «Solo sei ‘grandi liriche’, dove è condensato il ‘cammino poetico’ percorso nella maturità, tutte pubblicate postume tranne una, Ave, preghiera-inno a quell’“altissimo amore” innominabile e irraggiungibile, nel quale il corpo si frantuma e dissolve. Tutto il resto può dirsi un lungo paziente esercizio compiuto alle soglie di un ‘altrove’, dove lo spazio e il tempo sono concetti accessori, quando non destinati a una labile assurda eclisse» (C. Pozzi, Nyx e altre poesie, Via del vento edizioni, Pistoia 20212, 25).
Altissimo amore, se accadrà che muoia
senza aver saputo dove vi possedevo,
in quale sole era la vostra dimora,
in quale passato il vostro tempo, in che ora
vi amavo,
altissimo amore, che la memoria superate,
fuoco senza dimora da cui l’intero mio giorno ho tratto,
in che fato solcavate la mia storia,
in qual sogno la vostra gloria s’immaginava,
o mia dimora…
Quand’io per me stessa sarò perduta
e sull’infinito abisso spartita,
infinitamente, quando spezzata sarò,
e il presente che m’avvolge
avrà tradito,
dall’universo in mille corpi infranta
di mille istanti non ancora raccolti,
di cenere nei cieli fino al nulla stacciata,
per una strana stagione testimoniate
un solo tesoro
il mio nome testimoniate e la mia effigie
di mille corpi trascinati dalla luce,
viva unità senza nome e senza volto,
cuore dell’anima, oh centro del miraggio,
altissimo amore.
(l luglio 1928 – gennaio 1929, ivi, 15).
Commenta de Certeau: «(Il poema) avanza ritmato sino alla fine, che ritorna all’inizio: Très haut amour, altissimo amore. La sua musica porta parole semplici. Le avvolge, come un mare. Le incastona sotto una volta. Il suono incanta il senso. Un’acqua musicale invade la casa del linguaggio, la trasforma e la spiazza.
All’inizio, come nelle antiche mistiche sciamane o indu, c’è un ritmo. Venuto da dove? Non si sa. Si è impadronito delle parole. Le trascina… I suoni, simili a frammenti di ritornello, formano una memoria insolita, precedente al significato e della quale non si potrebbe dire di che cosa sia il ricordo: richiama qualcosa che non è un passato; risveglia dal corpo ciò che esso ignora di sé stesso» (Fabula mistica, 402).
Lucetta Scaraffia scrive: «Sì, leggendo Ave si ha la certezza che la poetessa, cercando senza successo l’assoluto nell’amore umano, ha trovato l’amore divino» (Dio non è così. Otto mistiche laiche del Novecento, Bompiani/Giunti, Firenze 2025, 20).
Non so, ma tu sai
Amo colui che non sa
dove condurre i suoi passi;
destino, non fare
che un vento lo porti ov’io non sono,
ti supplico –
Attribuisci fortuna e sfortuna
a questo dormiente in egual misura,
così che finisca sul cuore
della sua amica.
(31 gennaio 1924, Nyx, 11).
Cover: Foto di DivineSnapshots da Pixabay
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