La Costituzione si può cambiare:
ragionando da statisti, non da politicanti
La Costituzione si può cambiare: ragionando da statisti, non da politicanti
Morto un referendum se ne farà un altro? Speriamo proprio di no. O almeno, speriamo che nel caso in cui si rendessero necessarie, le future modifiche alla Costituzione verranno approcciate in modo totalmente diverso.
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: la Costituzione si può cambiare. Anzi, per certi versi può essere persino doveroso farlo. Ricordiamoci che stiamo parlando di un complesso di norme scritto quasi 80 anni fa: quanto è diversa l’Italia del 2026 dal quella del 1948? Ovviamente non si può cambiare tutto: i principi di base non invecchiano, e pensare di “aggiornarli” sarebbe folle. Ma è normale che tanti aspetti più operativi, più attinenti al funzionamento dello Stato, nel tempo possano necessitare di manutenzione. Ad essere totalmente sbagliato, nell’ultimo come nei precedenti referendum costituzionali, è stato l’approccio.
Quando si parla di Costituzione ci si riferisce alle regole del gioco, alle norme su cui tutti devono basarsi. E per questo motivo dovrebbero essere regole condivise e approvate insieme, senza distinzione di colore politico. Chi vuole cambiare la Costituzione non dovrebbe pensare a ciò che fa comodo a lui, ma ricordare che quelle modifiche andranno ad impattare sulle prossime generazioni. Ed è qui che sta la gravissima forzatura che abbiamo trovato non soltanto in questo referendum, ma praticamente in tutti i precedenti referendum costituzionali.
Esiste una “via giusta” per cambiare le norme costituzionali, ed è quella che porta ad ottenere una maggioranza di almeno due terzi dei parlamentari, peraltro dopo che tutte le possibili modifiche sono state discusse e ripetutamente votate. Ottenere una maggioranza dei due terzi significherebbe aver trovato soluzioni accettabili per tutti, non solo per un partito o una coalizione. Significherebbe aver ragionato da statisti, non da politicanti.
Una strada, purtroppo, mai perseguita finora. Si preferisce invece una “via breve”, che è quella che abbiamo sperimentato con il referendum di marzo: la maggioranza cambia le norme a suo piacimento, preferibilmente senza permettere il cambiamento di una sola virgola del testo, e poi chiede conferma agli elettori, confidando sul consenso elettorale e sulla mancanza del quorum.
Pensare che la vittoria alle elezioni dia il diritto di modificare liberamente ciò che si vuole, rappresenta un vero atto di prepotenza: “adesso comandiamo noi e facciamo quello che vogliamo”. La democrazia, ovviamente, è un’altra cosa.
Eppure nella tentazione di forzare la mano sono caduti più volte i partiti, senza differenze di colore politico. Ad oggi sono 5 i referendum costituzionali su cui ci siamo pronunciati: due volte hanno avuto esito positivo, tre volte sono stati bocciati. Gli elettori hanno dato l’assenso per la riforma del Titolo V della Costituzione, promossa dal PD, che nel 2001 pensò bene di scimmiottare la Lega Nord alla ricerca di consensi, e per la riduzione dei parlamentari, voluta nel 2020 dal M5S.
Personalmente ho sempre votato contro i referendum costituzionali: inaccettabile per me la forma, la pretesa di voler cambiare le cose con la forza, ma anche la sostanza, dal momento che nessuna delle proposte accolte o respinte sono mai sembrate tali da apportare miglioramenti reali al Paese. Ho votato contro anche alla riduzione dei parlamentari, a mio avviso uno spot che cercava consenso facile ma, ma ancor più facile rendeva il controllo dei parlamentari da parte dei partiti.
Tre i referendum bocciati: il primo fu quello del 2006 voluto da Berlusconi che ci aveva infilato di tutto, dal premierato, alla devolution, alla fine del bicameralismo, aggiungendo una spruzzata di taglio dei parlamentari che torna sempre utile per conquistare la simpatia degli elettori. Poi ci fu la riforma Renzi nel 2016; di nuovo fine del bicameralismo con abolizione del Senato, ancora un pizzico di tagli per acchiappare voti: stavolta sarebbe toccato al CNEL.
E poi arriviamo alla bocciatura subita dal Governo Meloni nei giorni scorsi.
Proviamo a pensare, per un attimo, all’idea di paese che l’attuale governo avrebbe voluto realizzare. Autonomia differenziata, cioè la fine del concetto di Italia una e indivisibile: bocciata dalla Corte Costituzionale prima ancora che dagli elettori. Riforma del CSM, con qualcosa di più del sospetto che si volesse mettere la museruola ai giudici: bocciata dagli elettori. Premierato, cioè l’arrivo di quell’ uomo forte che la Costituzione (sempre lei) cerca in tutti i modi di bilanciare: si spera rinviato a data da destinarsi.
E quel che è peggio, tutto questo sarebbe stato fatto pensando al bene comune, ma sarebbe stato il frutto di una spartizione tra le tre forze politiche: secessione dei ricchi alla prima, giudici al guinzaglio alla seconda, uomo forte alla terza.
Davvero sarebbe stato un paese migliore di quello attuale? E in base a quale legittimazione il governo riterrebbe di avere dritto di stravolgere il tutto? Chi ha vinto le elezioni ha ottenuto una maggioranza pari al 44% del 64% dei votanti. Si può pensare che controllando poco più di un quarto dei voti degli Italiani ci si possa arrogare il diritto di stravolgere la struttura del Paese, senza concedere una sola parola a chi vorrebbe proporre alternative differenti? Possiamo dire che si è trattato di un comportamento tra i più arroganti e prepotenti della storia della nostra Repubblica?
La speranza è che la reazione degli elettori, sorprendente ma capace di un NO forte e chiaro contro chi voleva piegare le regole della democrazia a suo piacimento, serva di lezione ad una classe politica che dovrebbe smetterla di considerare la cosa pubblica come un bene di cui disporre a piacimento. Ricordandosi sempre che il migliore, tra tutti i referendum costituzionali, è quello di cui non ci sarà bisogno.
Immagine di copertina: Firma della Costituzione nel 1947, wikimedia commons.
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