Il calendario dei legami: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.”
Il calendario dei legami.
“Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.”
È un detto che ritorna ogni anno, con una familiarità che lo rende quasi invisibile.
Lo si pronuncia senza pensarci, come qualcosa di ovvio.
Eppure non è solo un proverbio.
È una forma di organizzazione dei legami.
Distribuisce i posti, ma soprattutto distribuisce le posizioni del soggetto: da una parte ciò che è dato, dall’altra ciò che sembra scelto.
In questo senso, non descrive semplicemente una consuetudine.
La produce.
La rende naturale.
Natale non chiede.
Assegna.
“Con i tuoi.”
Il legame precede il soggetto.
Non si decide, si eredita.
Non è qualcosa che si costruisce nel momento,
ma qualcosa in cui ci si ritrova già iscritti.
Ed è proprio per questo che espone.
A Natale non si è semplicemente insieme.
Si è implicati.
Dentro una trama di aspettative, di ruoli, di posizioni che tendono a ripresentarsi sempre uguali.
Dentro qualcosa che ha una storia, e che non si lascia facilmente modificare.
È spesso lì, infatti, nei momenti più codificati e ritualizzati, che qualcosa eccede il copione.
Una frase che sfugge.
Un tono che si incrina.
Un silenzio che pesa più del previsto.
Non perché la famiglia sia “il luogo del conflitto”, ma perché è il luogo in cui il soggetto è più preso, più coinvolto, meno schermato.
È il luogo in cui ciò che non funziona nei legami trova più facilmente una via per emergere.
Pasqua arriva dopo.
E introduce uno scarto.
“Con chi vuoi.”
Qui il proverbio non assegna.
Autorizza.
Autorizza a uscire dai legami dati, a variare, a spostarsi, a incontrare amici che durante l’anno restano sullo sfondo o ai margini.
Autorizza a costruire combinazioni meno vincolate, meno prevedibili, meno esposte al peso della storia.
In questo senso, non si limita a indicare una possibilità.
La legittima.
Rende più facile scegliere, proprio perché quella scelta è già prevista, già consentita, già inscritta in una forma condivisa.
È come se dicesse: qui puoi.
E questo “puoi” ha un effetto preciso.
Alleggerisce.
Ma allo stesso tempo copre.
Perché scegliere non è mai un atto così lineare.
Non scegliamo da un punto neutro.
Non partiamo da zero.
Scegliamo a partire da ciò che ci ha costituiti, da ciò che abbiamo vissuto, da ciò che nei legami ha lasciato una traccia.
Allora la domanda si impone.
Siamo così sicuri di scegliere davvero con chi trascorrere il nostro tempo?
O è il legame dato — quello da cui proveniamo — a continuare a orientare, in modo più o meno silenzioso, le nostre scelte?
Quando scegliamo,
scegliamo davvero…
o seguiamo traiettorie già tracciate?
E quando prendiamo distanza, ci separiamo davvero o ripetiamo, sotto altre forme, ciò da cui pensiamo di allontanarci?
Non si tratta di negare la possibilità della scelta, ma di interrogarne le condizioni.
Di chiedersi da dove prende forma ciò che chiamiamo “volere”.
Il proverbio funziona perché tiene insieme tutto questo senza farlo emergere.
Offre un equilibrio rassicurante:
un tempo in cui non si sceglie,
e un tempo in cui si è autorizzati a farlo.
Un tempo dell’appartenenza,
e un tempo della variazione.
E in questo equilibrio il soggetto trova un punto di riposo.
Non deve esporsi troppo alla domanda.
Non deve sapere troppo di ciò che lo determina.
Può muoversi dentro una traccia già data.
Ma è proprio lì che qualcosa resta in sospeso.
Perché il desiderio non coincide mai del tutto con ciò che è consentito volere.
E non si lascia organizzare dal calendario.
E forse la questione non è semplicemente con chi si sta, ma da dove si sceglie di stare.
È lì che il soggetto smette di riposarsi.
Ed è lì che qualcosa, eventualmente, può cominciare.
Cover: https://www.psicologasegantin.it/legami-familiari/
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