Presto di mattina /
Poesia, in umbra lucis
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Presto di mattina. Poesia, in umbra lucis
Poesia, in umbra lucis
La poesia è “ombra della luce”. Essa è quella terra di mezzo, attraversamento sull’abisso invalicabile tra tenebra e luce. Ma come l’ombra non esite senza luce, così la poesia, anche nel silenzio più cupo, non è mai senza la parola: è filo d’ago trafiggente che ricuce la distanza e ricompone il tessuto degli affetti dilaniati.
È quanto ricordava José Tolentino de Mendonça, in una conferenza presso La Civiltà Cattolica nel 2023, sul potere di guarigione della parola poetica: «La parola poetica è una parola capace di ricucire le ferite dei cuori, le ferite del mondo. Sono parole capaci di riconciliare, perché una delle funzioni dei poeti è offrire parole per quel lavoro di guarigione di cui tutti gli uomini e le donne hanno bisogno» [qui].
È stato con questo filo d’Arianna che mi sono avventurato, non senza timore prima e grande turbamento poi, in quel labirinto di pagine e parole poetiche un tempo sotterrate nei boschi attorno al “Campo dei Corvi”, come veniva denominato il lager femminile di Ravensbrück a pochi chilometri da Berlino, attivo dal 1939 al 1945. Parole recluse, silenziate, affogate, atterrite, interrate, ma sempre affioranti e poi ritrovate e fatte uscire dall’ombra, portate alla luce, risuonate in quei boschi cui era stato detto in un silenzio supplice: “boschi cantate per noi”.
Boschi cantate per noi
Il libro Boschi cantate per me (Società per l’enciclopedia delle donne aps, Milano 2024) è un’antologia poetica con testo originale a fronte e un saggio sulla Memoria di Ravensbrück, a cura di Anna Paola Moretti. Ella scrive:
«Frutto di un lavoro di ricerca durato oltre dieci anni, il volume è nato dal desiderio di “far uscire dall’ombra la deportazione femminile rimasta a lungo trascurata” e vuol favorire una storia della deportazione non separata dalle parole delle testimoni. Inoltre dalle poesie del lager emerge un universo simbolico opposto alla violenza e al desiderio di potere…
La poesia diventa un tramite per continuare a fare memoria della storia comune, accogliendo il lascito più significativo delle deportate: pratiche di resistenza all’annientamento, soluzioni inventate per sopravvivere in un ostinato volersi umane» (ivi, 13-14).
Le autrici dei testi poetici, tra cui tre anonime, sono appartenenti a cinquanta nazionalità. La gran parte erano “Triangoli rossi”, deportate politiche della resistenza antinazista nei vari paesi occupati. Un atto di cura è stato pure l’aver dedicato ad ogni autrice una scheda biografica come un tirar fuori dall’ombra non solo le parole ma le loro identità e storie. Nel 1959 fu aperto il Memoriale Nazionale di Ravensbrück. Si stima che le deportate furono 130mila provenienti da quaranta nazioni diverse, di esse ne morirono oltre 90mila.
Se le opere artistiche
sono state create e vissute,
se le donne hanno pensato
in modo indipendente e creativo,
se i bisogni di altre
sono stati notati, sentiti e accolti,
ciò significa
che gli autori del sistema
dei campi criminali
non sono riusciti a sopprimere l’umanità.
Urszula Winska (ivi, 6).
Il campo dei corvi
Il vento soffia piangendo sulla pianura
Neri corvi sul platano
sulla pianura abbandonata del nord ..
Solo grigio fin su nel cielo,
il tempo aleggia immobile nell’aria.
Quando il grigio mattino tenderà
di nuovo le mani alla sera?
Il vento soffia sulla pianura,
pesanti, pesanti sono le nostre catene,
Sole, casa, libertà – sogni ardenti
solo terra straniera – gelo nel cuore …
Sul platano corvi neri
nel nero capannone nel campo
migliaia siamo noi sepolte vive.
(Katja Spurova, Il vento soffia piangendo sulla pianura, ivi, 113).
Più avanti dovrò ricordare
questi cupi tempi d’orrore
con mente fredda, e senza odio,
tuttavia con franco rigore.
Questo triste e brutto paesaggio,
dei corvi le eterne picchiate,
le baracche sulla palude,
nere come tombe e gelate.
E queste donne infagottate
con sporchi cenci e carta straccia,
le povere gambe che ballano
durante l’appello fiaccante.
Le liti a colpi di pignatte,
a colpi di secchio o di pugni,
le bocche contratte che tremano
se tarda l’arrivo del rancio.
Queste “colpevoli” tuffate
nell’acqua sozza delle vasche,
le gialle membra rosicchiate
da piaghe e grandi ulcere a chiazze.
L’odiosa tosse, a perdifiato,
e questo sguardo disperato
rivolto alla terra lontana,
o mio Dio, riportaci a casa.
Più avanti dovrò ricordare …
(Micheline Maurel, “Più avanti dovrò ricordare”, ivi, 117).
«Solo il linguaggio poetico può dare la misura di quello che abbiamo vissuto» (Charlotte Delbo, ivi, 347)
A scrivere questo pensiero è stata Charlotte Delbo, matricola n. 26007. Condivise la sua deportazione anche con due italiane, che furono per lei amiche importanti: Vittoria Nenni, che morì a Birkenau, e poi a Ravensbrück Lidia Beccaria Rolfì. Fu liberata dalla Croce Rossa svedese il 23 aprile 1945.
Nel 2023 con la collaborazione della nostra università, Dipartimento di Studi Umanistici, è uscito il libro di Isabella Mattazzi, La (in)dicibilità del male. Charlotte Delbo e l’esperienza concentrazionaria, Mimesis, Sesto San Giovanni [MI] 2023).
Se il filosofo Theodor W. Adorno pensava che fosse un atto di barbarie scrivere poesie dopo Auschwitz, altri presero una posizione contraria. Tra essi Elie Wiesel e anche Primo Levi, il quale affermava che la sua esperienza era speculare a quella di Adorno: «mi sembrò che la poesia fosse più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro […]. In quegli anni, semmai, avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz» (Boschi cantate, 344).
Anche la Delbo era di questo pensiero quando scriveva: «Per essere ascoltati e capiti non basta dire ciò che è stato, ma bisogna raccontarlo bene e catturare l’attenzione del lettore […] Non volevo informare. […] Quello che volevo ottenere è una più profonda informazione, inattuale, cioè più duratura, quella che farebbe sentire la verità della tragedia restituendo l’emozione e l’orrore. […] Più che render conto, volevo dare a vedere… Mi servo della letteratura come di “un’arma”, uno strumento per portare “il destinatario a interrogarsi sulla propria esistenza” e “il linguaggio della poesia è l’arma più efficace» (ivi, 347)”.
In questo vi era corrispondenza con il pensiero di Hanna Arendt: «la poesia è un linguaggio comunicativo che rende possibile il ponte tra l’io e il tu, rende possibile il noi, formato dai singoli; mantenendo con concisione e potenza la partecipazione affettiva e la distanza. La poesia testimonia senza saturare e, continuando a richiedere partecipazione sempre nuova e attenta, mantiene la memoria come un work in progress che continua a far vivere la storia» (ivi, 348).
Che cos’è la poesia?
Apritevi muri per me!
Spezzatevi cardini!
Coprimi acqua,
boschi cantate per me!
(Zofia Gorska, ivi 101).
Il testo di Zofia Gorska poeta e scrittrice polacca naturalizzata francese ha suggerito il titolo della raccolta delle poesie sotterrate nella foresta attorno a Ravensbrück. Si domanda: «”Che cos’è la poesia? È quello che qualcuno ha saputo mettere in parole che altri condividono. Lei parla a loro nome. È una parola che aiuta a sopravvivere. Collettiva. Rimata e ritmata il più possibile per aiutare la memorizzazione, per arrivare da un Blocco all’altro e oltre il filo spinato. In modo che il mondo sappia dopo di noi.
Rima e ritmo esistono anche per la bellezza, ma soprattutto per ragioni mnemoniche, come all’inizio, come al tempo dei bardi. La poesia è ciò che ripeti senza muovere le labbra, rimanendo in piedi durante appelli punitivi che durano ore. Accorcia i tempi. Ti permette di non sussultare nella fila quando l’eco della fucilazione attraversa il muro e il posto vuoto accanto a te è ancora caldo» (ivi, 332-333).
Qui il cielo è straniero: come posso pregare?
Come posso chiamare Dio, come commuoverlo?
M’hanno trafitto i piedi, e anche le mani.
M’hanno sottratto il corpo e tolto l’anima.
Qui il cielo è straniero, immensamente freddo,
nessuna nube tende le mani verso le mie tempie,
com’è difficile dire addio, com’è difficile dimenticare
quelle altre nubi purpuree, celesti e lilla.
Com’è difficile dimenticare, com’è difficile accettare
uno spazio che incombe, che ogni giorno s’ingrossa,
un cielo che freddo si alza e freddo tramonta,
e sotto il quale sarebbe così tremendo morire …
(Gorska, Quarantena, ivi, 93).
Magda Hollander Lafon, che svolse lavori pesanti in vari kommandi, inclusa la produzione di parti per il caccia a reazione, e riuscì a fuggire durante una marcia della morte nascondendosi nella foresta, scrive: «abbiamo mantenuto la mente acuta, recitando poesie l’un l’altra finché non abbiamo dimenticato dove eravamo. Ci siamo sentite come se fossimo in un altro universo. Attraverso la poesia e la musica, abbiamo portato la speranza sempre più avanti nei nostri cuori. Abbiamo dato il nostro pane per un pezzo di carta, una matita per lasciare un segno e per salvare gli altri da questo orrore» (ivi, 332).
Zefiro gentile,
vieni in fretta,
non lasciare che l’estate svanisca…
rinfresca le sue guance infuocate,
e asciuga le righe di sudore,
e fa’ che il cielo azzurro
rifletta la sua tonalità impeccabile
sulla terra scura,
e solleva sulle tue ali
il pesante sospiro
dell’anima.
Porta sollievo a chi soffre
a chi, inerme, come foglia che cade
nella morsa dell’autunno
invoca il tuo aiuto,
e squarcia le ombre scure
dell’anima,
non permettere al dolore
di prevalere.
(Magda Mosez in Herzberger, Consolazione, ivi, 219)
Magda e la sua famiglia furono deportate ad Auschwitz, dove la maggior parte di loro morì. Magda, diciottenne, fu spedita ai lavori forzati a Brema, mentre la città subiva i bombardamenti delle forze alleate. Nel marzo 1945 fu trasferita nel KL di Bergen-Belsen e fu obbligata a smaltire le migliaia di cadaveri accumulati dentro e intorno alle baracche. Fu trovata morente tra i cadaveri da un soldato britannico il 15 aprile 1945 e portata in ospedale. Quando alla fine del 1945 ritornò a Cluj, dov’era nata, iniziò la scuola di medicina, in cui conobbe Eugene Herzberger che sposò nel 1947.
La fede come la poesia è una via in umbra lucis
«Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte». È questo un versetto dell’inno conclusivo delle lodi ed ogni mattina recitandolo vado sempre a modificarlo: “nelle tenebre e nell’ombra della luce”.
Molti, molti anni fa in montagna con il campo dei ragazzi mi ero attardato lungo il sentiero per ritrovare il silenzio e pregare ad alta voce, perché sentissero anche gli alberi del bosco e le nuvole sovrastanti. Ad un tratto mi si avvicinò un forestiero e si fermò ad ascoltare, cercai allora di soffocare la voce nel silenzio, ma lui mi disse: “continua pure così”. Arrivato al versetto citato mi interruppe e mi disse: “non dire nell’ombra della morte, ma dì nell’ombra dalla luce, l’ombra infatti non è mai senza la luce, così anche nella notte più oscura la fede non è mai priva della luce del vangelo, insieme alle sue tenebre”.
Nel vangelo i discepoli, anche quelli di oggi, hanno imparato questa fede in umbra lucis dalle donne: da Maria quando unse i piedi di Gesù con olio profumato riconoscendolo come il messia sofferente, da quelle piangenti in via crucis; dalla Veronica soccorrente il suo volto tumefatto, la testa incoronata sanguinante; dalle donne sotto la croce nel tramonto del venerdì, le stesse andate poi presto al sepolcro il mattino dopo con olii aromatici per ungere il corpo morto; da Maria di Magdala che cercava smarrita lo smarrito, nell’oscurità del sepolcro il suo maestro e lui aprì in un giardino gli occhi umbratili della sua fede alla luce del suo volto, fu come un sole che sorge a illuminare l’ombra della morte: ex umbra lucis.
L’abbandonarsi degli abbandonati
Domani è la domenica delle palme, l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Per essa entriamo nella settimana di Passione, ma è un invito oggi, attraverso quella passione, a entrare nella passione del mondo. C’è una dimensione della Passione di Gesù che sorpassa il tempo, in uscita, presente e solidale con tutte le infinite passioni di oggi. Entrambe ci raggiungono e sono da riconoscere, assumere personalmente perché la passione di Gesù continua nelle passioni delle sue sorelle e fratelli, per divenire una divenuta, una passione-con generativa di com-passione.
È nell’abbandonarsi degli abbandonati che continua anche oggi a levarsi quel grido del Figlio pure lui in tenebris et in umbra lucis, il suo grido: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?” che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15:34).
Ed è con questo spirito che ho camminato la lunga poesia di Micheline Mathilde Geneviève Maurel: La Passione secondo Ravensbrück scritta dopo aver ascoltato la Passione secondo San Matteo di J.S. Bach, il 2 aprile 1950, Domenica delle Palme.
Mio Dio, vorrei dire due parole
e perdonami se saranno dure
perché è stato duro
ciò che vado a raccontarti.
Per aver ascoltato la Passione di Gesù
di Gesù che ha sofferto pochi giorni ed è morto
e da allora non soffre più.
Ecco:
c’erano donne
e c’erano anche uomini
ma ti parlerò delle donne
perché è una storia che conosco meglio.
C’erano donne e ce n’erano a migliaia
ma la cosa era uguale per ognuna.
Quando le ho conosciute
ognuna era stata insultata e picchiata
colpita in testa in faccia e dappertutto
fino al sangue
ognuna aveva i capelli strappati a manciate
e le mani torte e spesso anche bruciate.
C’erano donne
e ovviamente non tutte erano figlie di Dio
nemmeno figlie di Maria
non tutte avevano scommesso sul Regno dei Cieli
ma lavorato per il loro paese o per il loro partito
o per il loro uomo.
…
Ma dei soldati sono venuti a prenderle
e le hanno condotte fuori
le hanno portate in branco alla stazione
e le hanno spinte dentro carri bestiame
e i carri hanno corso verso nord
per due giorni, tre giorni o più
con queste donne
ammassate in piedi senza aria senza acqua senza pane
le vecchie le giovani quelle che erano malate quelle che erano
incinte
e così pigiate
che molte già sono morte dentro i vagoni
e quei corpi sono rimasti con gli altri
sotto i piedi delle vive
che soffrivano ancora.
Alla fine i vagoni si sono fermati, li hanno aperti
e le donne sono scese
le hanno colpite in faccia, le hanno insultate
le hanno spinte a bastonate per strada
cariche delle loro valigie
e dei corpi delle morte
Hanno incespicato sulle pietre e molte sono cadute.
E queste donne sono arrivate nel luogo chiamato Ravensbrück.
Un enorme cancello si è aperto davanti a loro.
Sono entrate in fila per cinque,
E contro di loro i carcerieri sguinzagliavano i cani
se smettevano di lavorare.
…
E Ravensbrück non è in Galilea ma nella Germania del Nord.
Queste donne erano malate e nessuno le ha curate,
quelle che erano paralitiche sono state portate alla camera a gas
e bruciate,
quelle che morivano sono state bruciate.
quelle che non erano morte
continuavano a lavorare
dalla prima alla dodicesima ora
piene di ulcere e sterco
ogni giorno insultate, colpite
e cadevano più volte al giorno.
E molte morivano ogni giorno
e le altre dovevano spogliarle e portare i loro corpi al forno.
E questo non è durato tre ore, né tre giorni, né quaranta giorni
ma mesi e anni
e anni …
…E queste donne sono rimaste in patria o in altri paesi
con il loro corpo malato, la loro debolezza, la loro memoria.
Il venerdì santo alla nona ora
Gesù è morto e non ha più sofferto.
Queste donne oggi, mio Dio, soffrono ancora
queste donne hanno ancora fame, hanno ancora freddo
e sono abbandonate e piangono.
Mio Dio queste donne sono qui davanti a te in ginocchio
e rimirano Gesù seduto alla tua destra
in gloria.
E a te queste donne gridano le parole che lui ti ha gridato:
Mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Ecco mio Dio ciò che volevo dire.
La scrittrice e giornalista inglese Sarah Helm nel suo libro di Il cielo sopra l’inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück, il campo di concentramento nazista per sole donne (Newton Compton editori 2015, 720 pagine) ha raccontato la storia di del lager a partire dai dettagli della vita quotidiana e ricostruendo le biografie delle prigioniere, delle guardie, dei medici del campo attraverso le loro testimonianze e le loro storie. Significativo il titolo originale If this is a Woman, che richiama Primo Levi, e la traduzione italiana ricorda il film del regista Wenders appunto Il cielo sopra l’inferno. La narrazione inizia con le parole di Primo Levi:
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/reflex_production-26016661/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7136446″>Roman Kogomachenko</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7136446″>Pixabay</a>
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