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Se la Pasqua è il transitus Domini, il passaggio di Gesù da noi al Padre, la festa dell’Assunzione ci ricorda il transito di Maria, la sua Pasqua: “il suo passare a ciò che non passa” direbbe Agostino. L’iconografia in Santa Maria in Vado ce la presenta come Assunta in cielo nel dipinto di Domenico Monio, sovrastante l’altare del presbiterio; mentre la sua incoronazione è resa da Carlo Bononi nel tondo al centro del transetto. Ma è nella cappella di fronte al battistero, nella parete di destra, che essa viene raffigurata appunto nel momento del suo transito. E’ il dipinto di Vittorio Carpaccio di cui in Basilica è rimasta una copia, mentre l’originale si trova in pinacoteca.

Nel raccontarci di Maria, gli Atti degli apostoli fissano un ultimo fotogramma della sua vita, mentre è raccolta in preghiera nel Cenacolo con gli apostoli in attesa della Pentecoste. Non si parla dei suoi ultimi giorni. Sappiamo solo dall’evangelista Giovanni che questi, sotto la croce, la prese con sé come un figlio la madre sua. A colmare questa lacuna ci hanno pensato però i testi non canonici scaturiti dalla venerazione per la Madre di Dio, che riportano tradizioni antichissime, fino a descrivere il momento in cui la Vergine Maria si addormentò (c.d. dormitio virginis) e il suo corpo fu portato in cielo, assunto tra la gloria degli angeli accanto al Figlio risorto.

Transiti e dormizioni divennero così narrazioni che, dal V° secolo, ispirarono padri della chiesa, scrittori medioevali, poeti e pittori. Ne abbiamo una testimonianza meravigliosa nell’affresco, peraltro intatto, che si trova nel monastero di Sant’Antonio in Polesine, dove la Madonna dormiente, circondata dagli apostoli, è sovrastata dal Cristo che l’attende in cielo, reggendo in braccio ‒ sublime chiasmo teologico ‒ una Maria bambina.

Perché l’Assunta dormiente fa ricordare proprio l’episodio evangelico in cui Gesù ridà la vita alla fanciulla dormiente, la figlia di Giairo: «Entrato, disse loro: “Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme. … Prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: àlzati!”. E subito la fanciulla si alzò e camminava», (Mc 5, 39; 41). Forse per questo, nel dipinto del Carpaccio, Maria è piccolina davanti al Figlio che l’ha risvegliata dalla morte, rialzata e posta accanto a sé dopo il suo cammino terreno.

Il cammino di Maria è, in fondo, la sua essenza: espressione di una maternità generatrice di grazia anche nel cammino della nostra fede. Lo sottolinea il Concilio che ha ricordato la “peregrinazione di Maria”, lei pure discepola alla sequela di Gesù in ascolto della sua parola: “anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce” (Lumen gentium, 58). Perché la fede è proprio questo andare, di giorno in giorno, di domenica in domenica, portando con sé la Parola e la sua beatitudine.

Beata te! Beata tu che hai creduto al fatto che la Parola di Dio si compisse nella tua vita nella forma di una maternità e così la portasse a pienezza. E lo stesso vale per la nostra fede. La beatitudine di chi crede che la Parola del vangelo compia la nostra umanità; compia la nostra vita, nonostante sia una vita piena di tanti vuoti, soste forzate e situazioni mortificanti; davvero la beatitudine della fede consiste nell’avanzare come Maria verso l’ultima Pasqua, nel ricevere, come Maria, la pienezza dell’ultima Pasqua.

Mi ritornano in mente le parole del vescovo Luigi Maverna, il quale parlava del “dramma della fede” proprio alludendo anche al suo percorso di malattia e sofferenza: “La fede, che nel suo affacciarsi, insinuarsi, ed emergere nella coscienza umana, è tanta fonte di travaglio, di tormento, di dolore e poi di desiderio e di gioia, ed ha come punto di arrivo la Pasqua: la conoscenza pasquale” (Lettera sulla fede 1994).

Non siamo molto avvezzi al libro dell’Apocalisse di Giovanni, malgrado sia un libro scritto per consolare i cristiani nella persecuzione, a noi uomini di oggi risultano molto difficili da cogliere i suoi simbolismi, le lotte, le distruzioni planetarie, i conflitti senza pietà che vi si raccontano. Ma ci può aiutare a comprenderlo il considerare come questo libro è strutturato: come una liturgia, quella dell’assembla domenicale raccolta nella celebrazione pasquale nel giorno del Signore. Potremmo infatti dire che essa nel cono di luce del libro dell’Apocalisse intravede in anticipo e celebra − la Chiesa celebra − l’Ultima Domenica, l’Ultima Pasqua, vittoriosa, di tutti.

Come nella nostra assemblea domenicale c’è l’esortazione alle comunità a ravvivare il loro amore e a transitare la soglia della porta sempre aperta della missione; c’è il libro della vita sigillato che il Signore Gesù presente in mezzo ai suoi riapre con la sua Parola, lo interpreta, rimuovendo i sette sigilli della sua incomprensibilità e mostrando la fine, non come una catastrofe, ma come vittoria sul male, come uno sposalizio tra cielo e terra. C’è la presenza dell’Agnello immolato trafitto ma vivente, in piedi segno di speranza nella persecuzione a cui attesta una fine: “Non avranno più fame e non avranno più sete, non li colpirà più il sole né alcuna arsura; perché l’Agnello che è in mezzo al trono li pascerà e li guiderà alle sorgenti delle acque della vita; e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”, (Ap 7, 16-17). Vi è pure l’Assunta la donna vestita di sole, la chiesa stessa che nella fede e nelle doglie del parto, nel travaglio della storia, continua a genera Cristo al mondo. La promessa dell’eliminazione della morte e della sua coorte: “non vi sarà più maledizione, non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà” (Ap 22, 3-5).

La sconfitta dello strapotere della “bestia” e dei suoi alleati imperiali introduce la visione della Gerusalemme celeste la nuova umanità che scende dal cielo come una sposa il giorno delle nozze. È questo che noi facciamo ogni domenica: lasciamo entrare il futuro di Dio, il suo sogno, nella peregrinazione della nostra fede; anticipiamo, nell’oggi caotico, dolorosissimo, delle vicende umane, questa primizia del compimento che è l’eucaristia, farmaco di immortalità diceva Ignazio di Antiochia.

C’è un poesia di Mariangela Gualtieri che si sofferma su questo nostro travaglio del vivere e del credere, un questionare anche con “l’azzurrata Maria”, in sua compagnia, un chiedergli ragione se anche lei è passata attraverso “l’assillo che non molla”, dei distacchi generativi di una bruciante e sempre riaffiorante nostalgia e del male del vivere: quello dei pensieri e delle voci come sciame che affolla la mente, che sporcano i sogni come la neve quando cade a terra ed è calpestata nel fango.
Nello sguardo pacificato dell’Assunta dormiente, provvidenza di amore, sarà ridonata integrità e immacolatezza a ciò che non lo è più. Già ora nel suo ricordo, anche oggi, “i capelli sfiniti si mettono a dormire sul cuscino” e le ingombranti parole e voci assordanti ridotti a polvere sotto il letto, aspettando domani.

Me li pulisci tu
i pensieri? Che sai
di questo assillo che non molla?
Del sonno sporco
fitto d’un vociare circolare
che soffia le parole
nel padiglione. Che sai tu
azzurrata Maria? Dimmi che lo sai.
Che tu sai, che l’hai provato che tu
l’hai mondato tutto il pensiero
ne hai fatto Un’aria di colline nuove
pacificata visione
così che il cuore ha traboccato
d’un silenzio subacqueo
fino al grigio disteso cerebrale. Fino
ai capelli sfiniti che ora
si mettono a dormire sul cuscino
e tutte le parole sotto il letto
virano in polvere. Domani spazzeremo – Maria.

(Domande a Maria II, in Quando non morivo, Torino 2019, 23).

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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