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Per Shiraz e per tutte le donne di Persia

Per Shiraz e per tutte le donne di Persia

Ho incontrato a Ferrara una donna iraniana che vive da anni nella nostra provincia, ma la cui famiglia d’origine – madre, padre, fratelli e sorelle – vive a Teheran. La chiamerò Shiraz, come la principale città della Persia, che è stata la capitale dello stato iraniano nel diciottesimo secolo. La chiamo Shiraz perché lei mi dice di sentirsi orgogliosamente persiana prima ancora che iraniana. Lo dice senza accenti razzisti, ma ci tiene a precisare che loro, i persiani, sono diversi dagli arabi. In particolare ci tiene a distinguersi da “quelli di Hezbollah”, le potenti milizie armate sciite di cui si serve il potere teocratico per sparare sulle persone che scendono nelle strade per manifestare contro il governo degli ayatollah.

Shiraz mi racconta dell’ultima volta che è stata a Teheran a trovare i suoi familiari. E’ stato qualche anno fa. Il viaggio d’andata, soprattutto, è stato travagliato, con le ultime 24 ore passate su un pullman che da Istanbul, percorrendo strade dissestate, l’ha condotta alla capitale iraniana. La sua famiglia appartiene alla borghesia persiana. Vive nella parte relativamente benestante della metropoli, che lei chiama la “zona A” , per indicare un quartiere che attiene alla parte fortunata della città, quella dove con un po’ di soldi puoi comprare tutto, anche la libertà dei costumi.

Col denaro potevi permetterti di essere musulmano ma fino ad un certo punto. Potevi comprare alcol, sigarette, col denaro potevi comprare e mangiare carne di maiale, col denaro potevi toglierti Hijab, Niqab, Burqa.

Adesso, Shiraz di queste cose non è più sicura.  Non è più sicura perchè non riesce a comunicare con la sua famiglia. Internet non funziona, telefonare non funziona. Abbiamo fatto una prova in diretta. L’unico mezzo di comunicazione che funziona a intermittenza, anche se è ufficialmente vietato, è Starlink. Niente whatsapp, niente telegram. Le stupidaggini, le vanità delle quali riempiamo gli strumenti di comunicazione social fino a rendere stupido lo strumento in sè, evaporano di fronte all’importanza del poter diffondere al mondo le immagini delle proteste e delle uccisioni, della repressione. Quando la possibilità di comunicare con i propri familiari e con il mondo viene interdetta, si comprende quanto è importante far sapere. Da questo punto di vista la situazione è peggiore che a Gaza.

Quando ho chiesto a Shiraz di dirmi perchè questa protesta è diventata di massa, al punto da coinvolgere anche strati della popolazione normalmente allergici alle manifestazioni di piazza, pensavo che mi rispondesse qualcosa del tipo “le persone non arrivano più alla fine del mese”. La crisi economica in Iran sta mordendo forte: la svalutazione della moneta e l’aumento dei prezzi, aggravati dalle sanzioni internazionali riprese dopo  l’interruzione, da parte del governo iraniano, dei rapporti con l’Agenzia Atomica, sono state il detonatore. La carica esplosiva però è un’altra, secondo Shiraz. Che mi indica il suo telefonino, dicendomi “è questo“. L’Iran è un paese pieno di giovani, che sono nati con il cellulare in mano. La dimestichezza non acquisita, ma organica, quasi biologica, con gli strumenti smart della comunicazione interplanetaria ha reso intollerabile per queste generazioni – le ultime due in particolare – la prospettiva di una vita sotto il giogo del teocrata. Gli ha reso inaccettabile l’accettazione di un doppio standard: da una parte lo stile di vita di chi può vestirsi mangiare muoversi fumare bere pensare in libertà; dall’altra lo stile di vita imposto da una cricca di fanatici oscurantisti (per gli altri) completamente anacronistici. Il pensiero di una vita inchiodati a queste catene ha fatto perdere loro ogni remora, soprattutto alle ragazze.  Meglio rischiare la vita che accettare di essere già morte: è questa la molla che rilascia quell’energia che non si arresterà, non si fermerà davanti a nulla.

Shiraz non dorme più, e se dorme lo fa poco e male. In lei ho visto tutte le ragazze persiane che lottano per essere libere.

Il 17 gennaio in Piazza Cattedrale dalle ore 12 si tiene un presidio di solidarietà con il popolo iraniano, organizzato dalla Rete per la Pace di Ferrara.

 

Cover photo https://www.instagram.com/reels/DTajYqCiHeY/

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, anche se lo stipendio fisso lo ha portato in banca, dove ha cercato almeno di non fare del male alle persone. Fa il sindacalista per colpa di Giorgio Ghezzi, Luciano Lama, Bruno Trentin ed Enrico Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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