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I Comuni d’Italia in campo per il salario minimo

La nostra Costituzione, all’art. 36, stabilisce che: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Un articolo che, al pari di altri, resta purtroppo ancora ‘lettera morta’ per tanti lavoratori.
L’Italia,- come è possibile leggere nel rapporto OCSEè il Paese che ha registrato il calo dei salari reali più forte tra le principali economie”. Alla fine del 2022, i salari reali nella penisola erano calati del 7,5% rispetto al periodo precedente la pandemia contro una media Ocse del 2,2%. Una risposta al “lavoro povero” e sfruttato potrebbe essere senz’altro il salario minimo legale, che è già una realtà in 22 Paesi europei su 27, dove ha dimostrato di contribuire all’aumento degli stipendi dei lavoratori che venivano pagati di meno.

Tutte le opposizioni parlamentari (ad eccezione di Italia Viva) avevano avanzato una proposta di legge per introdurre “una soglia minima inderogabile di 9 euro all’ora nel senso che, “se in un contratto collettivo il minimo tabellare è fissato a 11 euro lordi l’ora, questo resterà tale; laddove, invece, un contratto preveda una paga oraria di 6 o 7 euro, essa sarà alzata a 9 euro.
Potere al Popolo e Unione Popolare lo scorso novembre avevano invece consegnato in Senato oltre 70 mila firme raccolte in calce e validate per l’introduzione di un salario minimo di 10 euro l’ora.
E anche la Cassazione di recente ha sancito il diritto del lavoratore al salario minimo costituzionale, congruo e dignitoso, proporzionale e sufficiente a garantire gli standard minimi di legge. Stiamo parlando della possibilità, qualora fossa approvata una legge di introduzione nel nostro Paese del salario minimo, di aumentare di 804 euro in media le retribuzioni di 3,6 milioni di lavoratrici e lavoratori.

Purtroppo, le Destre al potere (ben consigliate dal CNEL) del salario minimo non ne vogliono sapere e hanno di fatto affossato la proposta di salario minimo a 9 euro l’ora, trasformando la proposta delle opposizioni in delega al governo in materia di “retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva nonché di procedure di controllo e informazione” ed eliminando comunque i riferimenti a un salario minimo legale.

Mentre a livello nazionale resta per ora stoppato dal Governo Meloni, il salario minimo si sta  facendo lentamente strada a livello locale.
Nello scorso settembre il Consiglio regionale della Toscana ha approvato due mozioni, presentate sia dal Movimento 5 Stelle che dal Partito Democratico, che chiedono di sostenere, in Conferenza Stato-Regioni e in tutte le sedi opportune, di concerto con le parti sociali, tutti gli atti e le misure volti a promuovere l’avanzamento con urgenza della proposta di legge per l’istituzione del salario minimo.
Poi è stata la volta del Consiglio comunale di Livorno che l’11 dicembre scorso ha approvato (voto favorevole di tutte le forze presenti tranne il centro destra), l’emendamento che Potere al Popolo ha fatto alla mozione dei Cinque Stelle sull’istituzione di un salario minimo legale, introducendo  ladeguamento a una paga base di 9 euro l’ora per tutti i dipendenti del Comune e per coloro che lavoreranno in un appalto comunale: ottenendo in questo modo che nella stesura degli appalti comunali venga inserita una precondizione obbligatoria affinché tutti i lavoratori abbiano diritto al salario minimo di 9 euro.
Anche Firenze ha approvato una delibera presentata dalle assessore al Welfare e all’Educazione per un salario minimo in tutti gli appalti del Comune, nella quale si stabilisce che nessuno dovrà guadagnare meno di 9 euro l’ora negli appalti in cui il Comune è stazione appaltante.

(NB il comune di Firenze ha previsto che, qualora l’impresa chieda in sede di offerta di applicare un contratto diverso da quello indicato nel bando di gara, l’amministrazione effettuerà un’analisi integrale del contratto, comparando il contratto indicato con il contratto offerto, per verificare l’equivalenza sia delle tutele economiche, in particolar modo il rispetto del trattamento minimo 9 euro, sia delle tutele normative. E per fare questa verifica dettagliata, denominata ‘giudizio di equivalenza’, l’amministrazione seguirà le indicazioni fornite dall’Anac e dall’ispettorato nazionale del lavoro).

Il comune di Milano ha approvato durante una seduta del Consiglio comunale un ordine del giorno, col quale si chiede il salario minimo per i lavoratori del Comune meneghino.
In tal senso si è mosso anche il Comune di Modena e da ultimo anche il Consiglio comunale di Napoli, che ha approvato a maggioranza un emendamento che introduce un salario minimo di 9 euro e che coinvolgerà appaltatori del Comune e fornitori di servizi.
Non mancano anche esperienze di piccoli Comuni come, per esempio, Pellezano e Bacoli che hanno deliberato nel medesimo senso.

Queste importanti iniziative locali in tanti Comuni d’Italia hanno trovato, com’era ovvio, le obiezioni dei detrattori, secondo i quali le delibere adottate difetterebbero di un fondamento giuridico, visto che la legge non conferisce alcun potere agli organi amministrativi locali di stabilire trattamenti economici e normativi diversi da quelli previsti dall’art. 11 del d.lgs. n. 36 del 2023 (meglio noto come Codice degli appalti pubblici), arrivando ad etichettarle come strumentali e poste in essere per fini politici.
Tali obiezioni non tengono conto del fatto che il tema del salario minimo orario per i lavoratori – sia nel settore pubblico che in quello privato –  investe in pieno l’interesse e quindi la competenza dell’ambito Comunale, sia in termini di miglioramento delle condizioni di lavoro, sia sul versante della riduzione delle disuguaglianze economiche all’interno di una comunità.

Il salario minimo è un tema politico che i Comuni hanno il sacrosanto diritto-dovere di affrontare a livello locale, innanzitutto per non essere indirettamente fautori di “lavoro povero”. Decidere a livello locale che in tutti gli appalti (per lavori e servizi e nelle forniture oggetto di appalti pubblici e concessioni) dovrà essere indicato il contratto da applicare, individuato prioritariamente tra quelli sottoscritti dalle organizzazioni datoriali più rappresentative e scegliendo un contratto che preveda un trattamento economico minimo inderogabile pari a 9 euro l’ora, significa stare come amministrazioni locali al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori, facendo buona amministrazione. E significa fare qualche importante passo in avanti – partendo dai territori e dalle Comunità – sulla strada di un salario dignitoso per tutte e tutti.

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Giovanni Caprio

Giornalista pubblicista, di Mondragone (Caserta),, già dirigente a Roma di istituzioni pubbliche e di fondazioni private. Si occupa di beni comuni, partecipazione e governo del territorio.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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