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Il tennis è uno dei pochi sport che, perlomeno nei quattro tornei del Grande Slam, garantisce lo stesso montepremi a uomini e donne. Ci sono voluti circa quarant’anni per ottenere questa parziale parità di trattamento – dal 1968, anno in cui è iniziata l’era Open, al 2007 – ma il primo e decisivo punto di svolta è arrivato relativamente presto, e precisamente nel triennio 1970-1973.

La prima tennista a criticare apertamente la disparità retributiva tra giocatori e giocatrici, nonché la prima a coinvolgere le sue colleghe in questa protesta, è stata la californiana Billy Jean King. Già agli Internazionali d’Italia del 1970 la stessa King denunciò pubblicamente l’enorme differenza tra il suo montepremi e quello di Ilie Nastase, vincitore del singolare maschile: mentre il tennista romeno guadagnò 3.500 dollari, lei, vincitrice del singolare femminile, ne guadagnò 600.

“Tutti pensano che le donne dovrebbero essere entusiaste quando ottengono le briciole. Io voglio che le donne abbiano tutta la torta, con tanto di glassa e ciliegina.”

Quello stesso anno Billie Jean King e altre otto giocatrici professioniste si ribellarono a Jack Kramer, direttore del torneo Southwest Pacific Open, il quale aveva fissato a 12.500 dollari il montepremi maschile e a 1.500 dollari quello femminile. Ne venne fuori un diverbio con l’associazione tennistica americana, e il risultato fu un’inevitabile scissione: le nove giocatrici dettero vita a un nuovo torneo femminile e, successivamente, a un’associazione che fosse in grado di riunire tutte le tenniste professioniste. Fu insomma l’inizio dell’attuale WTA, cioè la Women’s Tennis Association.

Tra il 1971 e il 1973 il numero delle partecipanti a questo progetto divenne sempre più alto, così come lo stipendio medio delle stesse tenniste. Nel frattempo, Billie Jean King divenne addirittura presidente della nuova associazione, e nell’estate del 1973 minacciò di boicottare la successiva edizione dello U.S. Open qualora non fosse stata garantita la parità retributiva. Le trattative con il direttore del principale torneo statunitense durarono circa un mese, e Billie Jean King si avvalse, oltre che dell’interesse del pubblico per il circuito femminile, della collaborazione di numerose associazioni e sponsor, che si impegnarono a pagare la differenza tra i due montepremi. Sta di fatto che la mattina del 20 luglio 1973 il New York Times prese in prestito la celebre frase della Dichiarazione d’Indipendenza e titolò Tennis Decides That All Women Are Created Equal, Too.

Billie Jean King vinse così una delle sue battaglie – l’altra, quella più chiacchierata, ebbe luogo il 20 settembre di quello stesso anno [Qui] – e lo U.S. Open divenne il primo torneo del Grande Slam a garantire la parità salariale tra uomini e donne. Gli altri tre, cioè Australian Open, Roland Garros e Wimbledon, ci hanno messo un po’ a seguire quell’esempio. Tuttavia, il resto dei tornei internazionali non garantisce ancora l’esatta parità tra i due montepremi: il già citato New York Times ha riportato nel 2016 che, al di fuori dei quattro Slam, ogni dollaro guadagnato dai primi cento tennisti del mondo corrisponde a circa 80 centesimi nel corrispondente circuito femminile.

Negli ultimi quindici anni, la battaglia di Billie Jean King è stata portata avanti dalle sorelle Williams: prima della finale di Wimbledon 2005, Venus ha denunciato la disparità di trattamento del major britannico rivolgendosi direttamente alla commissione dei tornei del Grande Slam; Serena, invece, è portavoce del Black Women’s Equal Pay Day, cioè il giorno che, più di ogni altro, è dedicato a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla differenza salariale tra uomini e donne, e in particolare quella tra uomini bianchi e donne nere. Inoltre, le sorelle Williams fanno parte della cosiddetta BJKLI (Billie Jean King Leadership Initiative) [Qui], associazione no profit fondata dalla stessa King che promuove la leadership inclusiva attraverso l’abbattimento di barriere e stereotipi di genere.

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Paolo Moneti

Sono un pendolare incallito a cui piacciono un sacco le lingue straniere e i dialetti italiani. Tra un viaggio e l’altro passo il mio tempo a insegnare, a scrivere articoli e a parlare davanti a un microfono. Attualmente collaboro con Eleven Sports, Accordi & Spartiti, Periscopio e Web Radio Giardino.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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