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“More than an athlete”. Basterebbero queste quattro parole per sintetizzare l’immagine pubblica del più forte cestista della sua generazione, nonché uno dei più iconici di sempre. LeBron James è più di un atleta, e la sua storia personale, prima ancora del suo slogan, lo dimostra ampiamente.

Negli ultimi anni l’attualità socio-politica degli Stati Uniti è diventata fin troppo divisiva per poter essere ignorata, e il nativo di Akron ha più volte preso posizione, violando quella regola non scritta – e pure un po’ riduttiva – dello “stick to sports”, secondo la quale l’atleta professionista dovrebbe occuparsi soltanto di sport. L’impegno di LeBron James è stato innanzitutto sociale, e poi anche, e soprattutto, politico: dall’endorsement per Hillary Clinton nel 2016 al recente impegno a far sì che il maggior numero di cittadini afroamericani eserciti il proprio diritto di voto alle prossime elezioni. Insomma, colui che ha detto al New York Times di voler essere ricordato anche per il modo in cui ha vissuto la sua vita da afroamericano non può soltanto tacere e palleggiare, così come suggeritogli dalla giornalista di Fox News Laura Ingraham nel febbraio del 2018 [Qui].

La risposta di LeBron James a quel suggerimento fu decisamente creativa: il giocatore dei Los Angeles Lakers prese spunto da quelle parole per intitolare, e in parte modificare, un documentario sulla NBA a cui stava già lavorando in veste di co-produttore. Così, l’espressione “Shut Up And Dribble” divenne una miniserie sull’influenza che i giocatori della NBA possono esercitare sulla vita e sulle scelte di intere comunità. Un ascendente che in un modo o nell’altro porta con sé qualche responsabilità, poiché le parole di un’icona sportiva come LeBron James – il quale ha circa 140 milioni di follower sparsi per i vari social media – pesano ben più di quanto possiamo immaginare, specialmente in un’epoca in cui l’assenza di leadership politica sembra essere una costante. Quel documentario [Qui] rappresenta quindi una chiara dichiarazione d’intenti: non si tratta soltanto di un gioco, e gli atleti afroamericani, spalleggiati da una lega progressista come la NBA, continueranno a prendere posizione contro qualsiasi forma di razzismo, violenza o ingiustizia. David Nevins, CEO dell’emittente televisiva che ha trasmesso Shut Up and Dribble, ha sintetizzato così l’essenza della stessa miniserie.

“Se essere un atleta di punta è un’esperienza intrinsecamente politica, Shut Up and Dribble racconta questa complessa e drammatica storia dal passato fino ai giorni nostri, e anche dall’interno. LeBron James è uno degli sportivi che, in virtù della sua posizione sotto i riflettori, ha portato non al silenzio, ma a una visione di prospettiva. Lui, Mavericks Carter e Gotham Chopra ci hanno fornito una docuserie profonda che dovrebbe condurre gli spettatori e i loro concittadini a un livello più alto di dibattito, in direzione contraria rispetto all’approccio del quale si fa satira nel titolo.”

Insomma, in un paese sempre più diviso dal linguaggio e dalle scelte della presidenza Trump, gli atleti, gli allenatori e gli addetti ai lavori della NBA si sono opposti a loro modo all’atteggiamento dello stesso presidente, a partire dalla cancellazione dell’annuale visita alla Casa Bianca dei campioni in carica. In questa e in altre circostanze, il ruolo svolto da LeBron James è stato, e continua a essere, piuttosto rilevante. Sembra inevitabile, quindi, che la figura del giocatore più decisivo e influente degli ultimi vent’anni verrà sempre di più associata al suo impegno politico, e ciò rappresenterà un unicum nella storia dello sport professionistico.

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Paolo Moneti

Sono un pendolare incallito a cui piacciono un sacco le lingue straniere e i dialetti italiani. Tra un viaggio e l’altro passo il mio tempo a insegnare, a scrivere articoli e a parlare davanti a un microfono. Attualmente collaboro con Eleven Sports, Accordi & Spartiti, Periscopio e Web Radio Giardino.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

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Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

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Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

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