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A marzo decido di trascorrere un week end al mare, ai Lidi Ferraresi.
In uno dei pochi bar aperti durante la stagione invernale, sono assorta nella lettura del quotidiano locale. Ad un certo punto mi distraggono le parole di Nina.
Seduta ad un tavolino, appoggiata al suo deambulatore, sorride alle due ragazze dietro al bancone sorseggiando il suo cappuccino.
Si scusa per non aver pagato l’ultima consumazione prima della chiusura natalizia del bar. “Non sono più risuscita ad uscire di casa” spiega.
Valentina, la barista, la guarda e teneramente le chiede: “Ma non ha nessuno che l’aiuti?”.
Nina sorride e risponde: “No, sono sola. Ho novantatré anni. Sono morti tutti. I miei genitori, i miei fratelli, mio marito, i miei suoceri”.
“Ma non ha figli?” incalza la ragazza.
Nina sorride. “E’ una domanda che mi sono sentita fare tante volte. No, non ho figli”. Dà un morso alla sua brioche prima di continuare nel suo racconto. “Adesso non ci soffro più. Quando ero giovane mi dicevano che non servivo a niente. Che ero una buona da niente. Me la sono presa io la colpa, ma non si sa se fosse mio marito che non era capace di darmi un figlio o fosse colpa mia. Mi hanno fatta soffrire tanto, la gente, la famiglia di mio marito, le persone con le quali mi facevano parlare per avere consigli su come rimanere incinta”.
Nina con voracità finisce la brioche, quale fosse la sua vita passata che si mangiava assieme alle parole di quelle persone che non le avevano lasciato pace per buona parte della sua esistenza.
“Io e mio marito saremmo stati felici lo stesso. Vi dirò che io avevo anche paura del parto. Una mia amica morì di parto lasciando due bambini piccoli. Poi il marito sposò la sorella ed ebbero altri due figli. Il mio Agostino diceva che per lui andava bene anche così, ma giustificava la mamma che non ci lasciava in pace. Mia suocera controllava se nel bucato c’erano i segni del fatto che anche per quel mese erano arrivate le mie cose. E ogni volta ricominciava a dire che ero una donna sfortunata, che suo figlio era sfortunato, che ero una buona da niente. Avrei voluto lasciare il paese, la città, ma il lavoro di Agostino era legato alla sua famiglia”.
Poi, improvvisamente ride. Prepara il suo dispositivo medico, si alza e saluta le ragazze. “Ora sono tutti morti e faccio quello che voglio” dice sorniona mentre esce dal locale.
Erano anni, quelli di Nina, dove non era previsto che una donna potesse scegliere di non avere figli. Allo stesso tempo la maternità negata era un castigo sociale, oltre che personale, se una donna desiderava diventare mamma. Proprio come è accaduto a Nina.
Oggi è una scelta? Sì, oggi si può scegliere. Ciononostante, tra il volere e il non volere (o non potere) avere figli, i giudizi della società non sono affatto cambiati.
Io non chiedo mai se una persona abbia o no dei figli. Ho sbagliato solo una volta: ad una ragazza ho chiesto se desiderasse averne. Me ne sono pentita subito. Le avrei voluto chiedere scusa, ma forse lo farà questo racconto se mai lo leggerà.
Mi ricordo un fatto accadutomi tanti anni fa: una mia collega e amica aspettava il suo secondo figlio. Lo sapeva tutto il gruppo di lavoro tranne me. Avevo carpito la notizia alla macchinetta del caffè. Alla mia domanda di come mai non me lo avesse detto, rispose che sapeva che un figlio lo stavo cercando anch’io e non arrivava. Credeva mi dispiacesse sapere di lei. Ci rimasi malissimo.

Tornata a Ferrara navigo in internet qua e là per capire un po’ a che punto siamo sull’argomento. C’è tanto sul disagio psicologico nel non riuscire ad avere figli se lo si desidera, molto poco sul sostegno per non perdere la propria autostima e nel non cadere in alcune convenzioni sociali quando non si è mamme.
Trovo, però, le parole di una giornalista, una delle poche che affronta l’argomento, e sono corrispondenti al mio pensiero:
“Come se bastasse partorire un figlio per diventare, tutto ad un tratto, materne e rendere le voci più meritevoli di ascolto di quelle di altre donne senza figli. Come se nel momento stesso in cui diventi madre, un nuovo ormone, tra i tanti in circolo, ti renda all’improvviso migliore e chiaro tutto ciò che fino al giorno prima ti era ignoto in fatto di bambini e maternità.” (Tratto da ‘Roba da donne. Non sei mamma, non puoi capire…’ a cura di Ilaria Maria Dondi).
“E’ tempo di riprenderci le nostre uova e farne ciò che vogliamo. Mettendo al centro il nostro desiderio. E’ tempo di dirci chiaro e tondo – e di dirlo al mondo – che nessuna scelta è migliore delle altre e pretendere. Non giudicateci più.” (Tratto dalla presentazione, sulla personale pagina Facebook della giornalista Ilaria Maria Dondi, della propria newletter dal titolo ‘Rompere le uova’).

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Marcella Mascellani

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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