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IL CONCERTO
Ventata di freschezza con “La musica italiana” di Giorgio Poi ai Giardini del Grattacielo di Ferrara

Un’atmosfera bellissima, venerdì sera (29 luglio 2022), sotto i platani giganti del Parco Marco Coletta, i giardini del Grattacielo di Ferrara illuminati con gli effetti scenici del concerto di Giorgio Poi.

I Giardini del Grattacielo di Ferrara durante il Concerto di Giorgio Poi (foto GioM)

Una delle nuove voci emerse nel panorama della musica italiana per l’apertura del “Carino! Festival” è un’occasione da cogliere e la minaccia di pioggia non ha fermato i venti e trentenni assiepati sotto al palco.

Di fatto la pioggia caduta fino a pochi minuti prima ha reso ancor più piacevole trovarsi lì, in un clima inaspettatamente fresco e in una dimensione che sarebbe stata inaspettata fino a poco tempo fa, con tutte le forze sane, creative e attive di Ferrara unite insieme a un’amministrazione comunale di segno teoricamente opposto.

Pubblico al concerto di Giorgio Poi Ferrara (foto GioM)

Tanti studenti e giovani accorsi sotto il palco e trasformati in un’unica onda che si muove al ritmo delle canzoni dell’artista, classe 1986, che ha saputo dare un seguito a quel filone di cantautori nazionali che abbiamo tanto amato, imprimendoci un carattere personale fatto di giochi di parole e ironia, ma anche di delicatezza nel trattare i temi del mondo contemporaneo, dominati da amore e precarietà, inquietudine e una non facile ricerca di futuro.

Giorgio Poi sul palco del “Carino! Festival” a Ferrara (foto GioM)

Il modo di cantare fa ripensare a quella modalità un po’ in falsetto, che ha caratterizzato i brani prima maniera di Lucio Battisti, quelli come “Con il nastro rosa”, quando cantava “Chissà, chissà chi sei /chissà che sarai /chissà che sarà di noi /lo scopriremo solo vivendo /Comunque adesso ho un po’ paura /ora che quest’avventura /sta diventando una storia vera /spero tanto tu sia sincera!”. E di questa eredità Giorgio Poi è consapevole quando canta “La musica italiana”, il brano scritto insieme a Calcutta e che guarda con nostalgia e con autoironia a una relazione passata, con una ragazza che ora vive all’estero. E così, tra i raggi stroboscopici blu del palco, Poi ha cantato “Chissà che cosa pensi/Adesso che sei lontana/Se ti fa ancora schifo/ La musica italiana” ricordando “Le mani nei capelli/Quando partiva Vasco/ Battiato, che paura/Chissà che lingua parla/ Battisti e Lucio Dalla/ Fanno musica di merda/ Calcutta e Giorgio Poi/Madonna che tristezza”, ma chiedendosi anche “E forse chi lo sa/ Se visto da lontano/ Magari è tutto diverso/ Magari ti sembra meglio/ A me per esempio/ Dalla stanza accanto/ Sembra sempre tutto più bello”.

Struzzi e volpi sugli zainetti delle ragazze che ballano sotto il palco e dove fa la sua comparsa anche una delle voci più significative di questi anni Duemila come Vasco Brondi, mentre Poi intona il brano “Missili” scritto con Frah Quintale (“odio quando mi volti le spalle e te ne vai via di corsa/ Mi hai fatto a pezzi la voce/ e adesso non ti parlo più”).

Vasco Brondi al concerto ferrarese di Giorgio Poi (foto GioM)

La serata prosegue con “Supermercato” chiedendosi “E chissà se vai a fare la spesa/ Da sola anche tu” per poi scoprire che “Al reparto erano tutti contenti/Ad annusare i flaconi coi tappi aperti/ Ho fatto un giro tra i sottaceti/ Davanti al frigo dei surgelati/ E in preda a un vortice di emozioni/ Ti ho vista al banco degli affettati”.

Pubblico sotto la pioggia al concerto di Giorgio Poi (foto di Sara Tosi per ‘Ferrara sotto le stelle’)

Poi annuncia quindi che “visto che l’acqua è un tema centrale, la prossima canzone la dedichiamo a questo tema”. Ecco dunque il brano “Acqua minerale” che racconta “Che poi ti gira male, che vuoi fare/ Stavolta non è stata distrazione/ È un’incapacità di adattamento/ La bocca si trasforma in un groviglio/ Se il filo del discorso/ È un rospo da ingoiare/ Con l’acqua minerale/ Un fragile soccorso/ Per ricominciare/ A lasciarsi andare/ A volersi bene/ A sentirsi bene”, ma anche con “Niente di strano” che fa notare “Uh, fuori come piove/ Resta un altro po’”.

Giorgio Poi al clarinetto
Giorgio Poi alla chitarra
foto di Sara Tosi per ‘Ferrara sotto le stelle’

Conclusione con “Giorni Felici”, fatti di “baci con le labbra spaccate” e di “notti sudate a maledire l’estate”, che nel video su YouTube rievoca immagini di quotidiana poesia con uno stile vintage della coppia in fuga nel bosco e tinte pastello di gusto quasi Wes-Andersoniano.

Tutti a casa mentre un papà pachistano si diverte a giocare sulle giostrine con il figlioletto e una famiglia africana corre ridendo sotto il Grattacielo a chiusura di una delle tre serate curate da Officina Meca insieme a Ferrara Sotto le Stelle Festival e Solido con Arci Ferrara, il Comune e il contributo della Regione Emilia-Romagna dentro al grande contenitore della rassegna Giardino per Tutti, che per il secondo anno porta nel quartiere un calendario di eventi musicali a ingresso libero.

KeepOn Live: ogni locale di musica dal vivo può nascondere un nuovo Guccini

“E fai l’estetista e fai il laureato
E fai il caso umano, il pubblico in studio
Fai il cuoco stellato e fai l’influencer
E fai il cantautore ma fai soldi col poker
Perché lo fai?”
Così cantano gli Stato Sociale, band bolognese ‘rivelazione’ – come si dice spesso – di questo Sanremo 2018, un po’ per la loro musica un po’ per le loro esibizioni, fra denuncia sociale e ‘vecchie’ che ballano. Rivelazione per il grande pubblico televisivo della kermesse, ma non per occhi e soprattutto orecchie più esperti: quelli della KeepOn LIVE Parade, la classifica – mensile e annuale – di qualità relativa alla musica del vivo scelta e votata dai gestori e direttori artistici dei live club che aderiscono al Circuito KeepOn LIVE.
Nulla di nuovo: l’edizione del 2000 ha visto per esempio in gara Subsonica, approdati sul palco dell’Ariston direttamente nei big grazie a un numero esorbitante di live accumulati durante il loro tour. È capitato anche con i Perturbazione e i Marta sui tubi. Il secondo posto de Lo Stato Sociale, in gara tra i big dopo anni di gavetta e con i numeri dei palazzetti sold out dalla loro, è stato un piccolo grande successo per quella musica che nasce nei club, che si costruisce di data in data per tutta la penisola, spesso senza avere alle spalle network radiofonici e/o talent. Quella musica per la quale lo staff di KeepOn LIVE, il primo circuito nazionale che promuove e sostiene la cultura della musica italiana originale dal vivo, non passa ‘Una vita in vacanza’.

289 club aderenti al circuito, 605 concerti settimanali con 1378 artisti coinvolti e un totale di pubblico di sei milioni e mezzo di persone. A questi numeri vanno poi aggiunti quelli dei festival: 60 rassegne in 15 regioni da Nord a Sud, con 890.000 presenze, 2.892 musicisti, 504 tecnici e 3.983 figure retribuite. Questi gli highlights del 2016 (quelli del 2017 saranno disponibili a giugno – ndr): cifre di tutto rispetto che confermano quanto ci sia “voglia da parte delle persone di tornare a conoscersi dal vivo e provare esperienze. La sfida è spostare questa curiosità in modo diffuso anche ai locali ed eventi medio piccoli, mentre spesso rimane appannaggio dei grossi eventi”. A parlare è Federico Rasetti, ferrarese, direttore di KeepOn LIVE.

Federico Rasetti

Federico, cos’è KeepOn?
KeepOn è un progetto sociale nato tredici anni fa per sostenere la musica dal vivo partendo dalle fondamenta, i palchi dove le band si esibiscono, spesso ancora prima di incidere un disco. Con la crisi del disco, la digitalizzazione e la smaterializzazione della musica, il palco rimane una delle fonti di introito più importanti per gli artisti, ma al di là di questo il palcoscenico di fatto è il luogo dove l’artista espone le sue opere ed esercita – attraverso la musica – un diritto umano che tutti abbiamo, quello di espressione. Ecco perché la musica live originale va tutelata.
KeepOn riunisce e rappresenta i locali e i festival dove si programma prevalentemente musica dal vivo italiana originale, dagli artisti più famosi alle band emergenti, anzi, per queste ultime le attività del circuito hanno ha ancora più valore perché è esibendosi nei live club che fanno la famosa ‘gavetta’. Se togliamo i piccoli locali dove i musicisti si esprimono e possono crescere andiamo a tagliare le gambe a una grossa fetta di creatività e di espressione. Basta pensare a quanto le esibizioni nei locali sono state un percorso tipico dei cantautori e band italiane: da Guccini a De Gregori fino a Levante, Calcutta e gli Afterhours.

Un locale come può aderire al vostro circuito?
I criteri fondamentali per poter aderire a KeepOn sono: dare maggior spazio possibile alla musica live originale, avere un palco e un impianto audio residenti. L’obiettivo è diventare da settembre una vera e propria associazione di categoria. A oggi siamo un circuito inclusivo, ma qualificante, perché se a un locale manca uno dei criteri di adesione facciamo il possibile per aiutarlo a migliorarsi e poter entrare, per esempio li aiutiamo ottenere impianti a prezzi convenzionati attraverso sponsorship con i nostri partner tecnici. Offriamo loro anche rappresentanza europea, facendo parte di una associazione di circuiti simili: Live DMA, che riunisce 17 circuiti nazionali in 13 paesi per un totale di circa 2.500 locali e festival.

Come avviene concretamente questo sostegno? E perché avete deciso di aderire alla rete DocServizi?
La mission di KeepOn è sostenere e aiutare i locali piuttosto che i singoli artisti perché è difficile far suonare gli artisti se non si hanno sale dove farli esibire. Paragonando la musica originale ai film d’autore, è un pò come se cercassimo di aiutare dei cinema d’essai. Agiamo quindi su due livelli per aiutare i gestori, che di fatto sono veri e propri imprenditori culturali che si assumono un rischio programmando musica originale piuttosto che cover band o dj set (anche questi in realtà in crisi).
Da una parte interpretiamo un ruolo di rappresentanza istituzionale, facendo azione ‘lobbistica’, massa critica, nei confronti delle istituzioni locali e nazionali, ma anche a livello europeo tramite Live DMA. Dall’altra parte – e questo ci differenzia rispetto agli altri circuiti europei, è la nostra specificità – agiamo sul versante privato per attivare e facilitare collaborazioni, sponsorship, convenzioni.
Creiamo poi occasioni di formazione e networking, come al KeepOn LIVE Club Fest, un vero e proprio meeting di settore dove tutti i professionisti Italiani – e anche europei – della musica dal vivo si riuniscono insieme a Live Club e Festival per eventi di formazione, scambio buone pratiche e incontro di domanda/offerta fra agenzie di booking e promoter locali.
Inoltre aiutiamo i gestori sul lato della promozione: abbiamo una rivista, KeepOn Magazine, e la Live Parade, la classifica mensile curata dai direttori artistici che ogni mese segnalano la migliore band, la migliore nuova band e il miglior performer che hanno ospitato sui loro palchi. E’ una classifica importantissima e le majors così come le etichette indipendenti cominciano ad accorgersene: c’è una giuria ampia e qualificata che giudica non un disco, ma l’impatto delle performances dal vivo. Brunori, Afterhours, Calcutta, The Giornalisti, solo per farti alcuni esempi erano tutti stati segnalati nella nostra live parade prima di diventare famosi.
Per quanto riguarda Doc Servizi: è il giusto ambiente per regolarizzare contratti e servizi e garantire così la legalità nel settore, inoltre offre una rete molto ampia di contatti. Entrando nella rete di Doc abbiamo avuto l’opportunità di elevare il valore di tutto il Circuito e iniziare a lavorare per promuovere i concetti di legalità e lavoro in regola in tutta la penisola. Il lavoro nero è una grossa piaga in questo settore, l’obiettivo di Doc è contrastarlo per portare più sicurezza sopra e attorno ai palchi, oltre a creare la consapevolezza che vivere e lavorare di musica è possibile e lo si può fare con tutte le tutele di qualsiasi altra professione.

E tu Federico come sei arrivato a KeepOn?
Da appassionato di musica, mentre frequentavo l’università, ho iniziato a lavorare il commesso in un negozio di strumenti. E’ partito tutta da lì fra i clienti c’era il titolare di un’azienda di webmarketing presso la quale, successivamente, iniziai a fare uno stage. Quando mi riconobbe mi volle conoscere meglio e scoprii che era un musicista jazz e titolare anche di un’agenzia di booking: mi propose di organizzare i concerti della sua band. Lì imparai a fare l’agente booking e decisi di buttarmi completamente in questo mondo. Iniziai a collaborare con le realtà culturali di Ferrara come Arci, Ferrara Sotto Le Stelle e il Festival di Internazionale e frequentai un corso a Roma in produzione discografica e organizzazione eventi live al seguito del quale fondai un’agenzia di booking dedicata agli artisti emergenti e dove conobbi Piotta – una persona di un’intelligenza fuori dal comune – che aveva bisogno di qualcuno che gli curasse i live ed iniziai così a lavorare con molte altre band come Africa Unite, Perturbazione, Linea 77, Cisco e molti altri. Nel frattempo fondai una mia agenzia dedicata agli artisti emergenti e continuai a curare le competenze in marketing e comunicazione con un master e un successivo lavoro presso una grossa compagnia di assicurazioni e banking con sede a Bologna. Grazie ad un contatto della mia agenzia conobbi KeepOn che in quel momento cercava una risorsa che tenesse i rapporti con tutti i locali italiani: ci siamo sposati e non ci siamo più lasciati. In questa realtà per la prima volta ho avuto l’opportunità di unire passione per la musica, sull’organizzazione di eventi e competenze più ‘aziendali’, come per esempio sul versante del marketing e delle sponsorship.

So che con DocServizi sei dietro le quinte anche di Internazionale a Ferrara…
Mi occupo della direzione del personale: in poche parole seleziono formo e coordino il personale di staff – tranne i professionisti della produzione, tecnici ed elettricisti – circa 120 persone. E’ un lavoro e un team che adoro!

Torniamo a KeepOn e ai locali live. Quali sono a vostro avviso i problemi principali di questo settore?
Le problematiche più sentite che ci riferiscono locali e Festival sono tre.
La prima riguarda la riconoscibilità dei locali di musica dal vivo: spesso i Live Club vengono scambiati per pub comuni perché fanno somministrazione di bevande e cibo e non vengono riconosciuti come luoghi di cultura per questa parte commerciale del loro lavoro. Il fatto è che proprio questa fonte di introiti rende sostenibile il loro programmare band di musica dal vivo originale, che comporta per altro diverse spese, dalla Siae all’Enpals, al giusto compenso per musicisti e tecnici audio e di palco. Stiamo lavorando molto su questa percezione errata, soprattutto per farla capire agli Enti locali perché agevolino questi locali che non sono discoteche, ma luoghi dove c’è inclusione e aggregazione sociale, dove si fa cultura, luoghi di espressione e scambio di idee.
La seconda, che in parte deriva da quanto ti ho appena detto, riguarda proprio i rapporti con gli enti locali per quanto riguarda permessi, regolamenti ed altri aspetti. Proprio perché a volte non c’è una conoscenza vera e propria del settore musicale e delle tipicità che ha. KeepOn si affianca ai gestori per far capire all’ente locale che c’è una rete, a livello nazionale ed europeo, per fare massa critica, come ti dicevo prima.
Il terzo, sul quale ci stiamo interrogando molto anche a livello europeo, riguarda il ricambio generazionale: si fa fatica a capire i trend che hanno, per esempio, i millennials, il target 18-25, e quindi diventa difficile capire che programmazione fare per andare incontro ai loro gusti. Quelli della mia età, che hanno più di 30 anni, vanno meno ai live: lavoro, famiglia, si arriva spesso troppo stanchi per andare ai concerti, che iniziano sempre più tardi. Nonostante questo, sembra che la fascia 25-35 sia ancora lo zoccolo duro, perché rappresenta la maggior parte del pubblico dei locali e dei festival.

Federico, so che ti metto in una posizione scomoda e me ne assumo tutta la responsabilità: ci puoi fare una sorta di play list dei locali del vostro circuito? Quali sono?
La programmazione dei nostri locali è molto varia: escludendo il punk, il jazz e il dj set, per il resto trovi tutto. Una buona notizia per l’Emilia Romagna: è la regione con più club aderenti al circuito.
La domanda su quali locali mettere in play list è effettivamente scomoda – scherza Federico – per quanto riguarda Ferrara, c’è il Black Star, nella zona di San Giorgio, mentre come festival non posso non menzionare naturalmente Ferrara sotto le stelle. Se poi vogliamo citarne solo alcuni fra i tanti aderenti da Nord a Sud, partendo da quelli più vicini: in regione, a Bologna, c’è il Locomotiv, mentre a Este c’è l’I’m Lab. A Torino il Cap10100, ora chiuso, col quale grazie a KeepOn stiamo facilitando i rapporti col Comune; La Latteria Molloy e il Festival Albori a Brescia; il Magnolia e l’Ohibò a Milano; il Karemaski ad Arezzo; il Lanificio 159, Na’Cosetta, L’Asino che vola e il Monk a Roma; l’Hart a Napoli; l’Off a Lamezia Terme; il Morgana a Benevento e I Candelai a Palermo.
Sul nostro sito comunque si può trovare l’elenco completo, per tutti i gusti e le provenienze.

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ARTI & SPETTACOLO
“Studio a Fe” e altri successi: sul palco parole e musica di giovani talenti

Tre ragazzi e una comune, irrinunciabile passione. Uniti dall’amore per la musica e da una profonda amicizia, Luca Bretta, Mattia Ferrari e Luca Rossini sono stati gli artefici della serata organizzata allo Spirito di Vigarano Mainarda, ove venerdì 12 si è tenuto l’Afd Party, una sigla che sta per ‘All For Disconnected’ e designa un team di produzione e promozione artistica che opera a 360 gradi, fondato proprio dai tre inseparabili amici: “Cerchiamo nel nostro piccolo di aiutare gli artisti a farsi conoscere”, ha affermato Luca Ross, presentatore della serata.

Luca Bretta

Sul palco si sono cimentati giovani intraprendenti musicisti e cantanti. I primi tre artisti a esibirsi sono stati Ciro Liberatore, che ha interpretato brani degli U2 e di Ed Sheeran accompagnandosi con la chitarra; Chiara Chiavegato, che ha riempito il locale con la sua voce calda e profonda; Alfonso Olivieri, che ha raccontato di quando va a esibirsi in Ucraina: “È bello vedere come là i ragazzini amino un certo tipo di canzoni italiane che da noi non riescono ad avere successo”. È rincuorante notare come tanti giovani artisti del nostro territorio abbiano una grande voglia di mettersi alla prova, di confrontarsi e tastare con mano propria territori diversi dal nostro, luoghi caratterizzati da interessi e gusti differenti.
Quando è salita sul palco la giovanissima Samantha Buzzola, accompagnata alla chitarra da Mattia Ferrari dello studio di registrazione The Mask, il pubblico è rimasto visibilmente colpito da una voce così matura, nel corpo di una umilissima adolescente che, con sicurezza e modestia, ha presentato uno dei suoi inediti, tratto dell’album che uscirà in autunno.

Samantha e Mattia Ferrari

Quella di venerdì è stata una serata ricca di passione ed emozioni, uno schiaffo all’idea che la stragrande maggioranza dei giovani d’oggi non porti avanti alcun valore.
Luca Bretta è stato il quinto ad esibirsi, emozionato perché per la prima volta ad accompagnarlo non c’era la sua fedele chitarra, ma un pianoforte. Ha presentato in una versione originale ‘Studio a Fe’, un brano diventato ormai simbolo degli studenti della nostra città; a seguire il suo nuovo singolo ‘Love Adventure’, una canzone autobiografica che parla d’amore, di sensazioni ed emozioni giovanili. La capacità di un giovane talento come Bretta è quella di scrivere brani in cui chiunque può rispecchiarsi; Luca riesce ad accostare parole semplici, ma allo stesso tempo evocative, parole che raccontano storie condivise, frangenti di vita che ciascuno di noi può avvertire come propri, rivivendo sensazioni che strappano un sorriso o lasciano nel petto una dolce malinconia.

Silvia Boreale

Poi sul palco è salita l’ex concorrente del talent show Amici, Silvia Boreale che ha cantato il suo brano ‘Ogni giorno che passa’ e ‘Un’altra vita’, la canzone che Fabrizio Moro ha scritto per la giovane Elodie (seconda classificata alla quindicesima edizione di Amici). Silvia ha soli 23 anni, ma una voce di una potenza rara e una grande capacità d’interpretazione.
E’ stata quindi la volta di un grande sognatore, Giovanni Pilati, in arte Blowjoe, cantautore e speaker radiofonico. “Spero di ricordarmi il testo” ha detto riferendosi a ‘Finalmente libero’, scritta il giorno precedente all’evento, un testo che rappresenta il filo sottile che vi è tra realtà e fantasia. I brani di Blowjoe, come ‘E’ solo malinconia’ e ‘Libero’, sono caratterizzati da testi che dovrebbero far riflettere, specialmente noi giovani, che forse troppo spesso non ci soffermiamo a pensare al significato profondo delle parole, usandole in maniera superficiale o sbagliata. Il concetto di “libertà” dovrebbe essere approfondito oggi più che mai, oggi che siamo tutto fuorché liberi: schiavi dei social network, dipendenti dalle mode, troppo spesso incapaci di esprimere la nostra vera identità, di esternare i nostri pensieri, troppo spaventati dai giudizi, dai pareri altrui, troppo intimoriti dall’essere categorizzati, ma allo stesso tempo terrorizzati dall’essere considerati “diversi”. Sono serate come quella di venerdì 12 che danno una scossa agli stereotipi, mostrando l’altro lato della medaglia e facendo capire che ci sono giovani pieni di voglia di fare, di mettersi alla prova, di comunicare ed esternare i propri sentimenti attraverso uno dei mezzi più sinceri e diretti: la musica.

Dopo l’esibizione del vocal coach Ruggero Ricci che, accompagnato alla chitarra da un suo allievo, ha interpretato ‘#fuori c’è il sole’, è salito sul palco Luca Ross, cantautore e membro del team AfdF. Luca è un ragazzo che crede tantissimo in quello che fa, che attraverso le sue canzoni, come il suo nuovissimo brano ‘C’eri tu’, trasmette tutto l’entusiasmo, l’energia e la voglia di non arrendersi mai. In fondo è questo il messaggio che tali giovani artisti cercano di lanciare, serata dopo serata, evento dopo evento: essere giovani significa provare a realizzare i propri sogni, mettendoci tutte le forze e le risorse che si hanno a disposizione; ci saranno sempre porte che si chiuderanno, ma con costanza e passione, bisogna cercare le porte aperte, sfruttare le occasioni, coglierle al volo, anche a costo di sfondare i muri che si interporranno lungo il cammino. Bisogna guardare avanti, provando a realizzare quei sogni che tengono svegli la notte: provarci, sempre, senza arrendersi mai.

MUSICA
Duo Orchestra (+1), avventurieri coraggiosi verso infiniti paesaggi sonori

di Cristina Boccaccini

Loro sono semplici come li vedi, anzi non li vedi quasi, perchè preferiscono non attirare troppo l’attenzione su se stessi, lasciando che siano i suoni a essere protagonisti.
Il progetto ‘Duo Orchestra’ nasce geograficamente nelle Valli di Comacchio, dalle chitarre di Alfredo e Matteo Mangherini, ma prende musicalmente il volo verso altri lidi, attraverso la creazione di paesaggi sonori sospesi tra occidente e oriente. Matteo e Alfredo, i due chitarristi, si conoscono dall’età di 18 anni e hanno fatto parte di diverse band locali. Il duo, a cui solo recentemente si è aggiunto un terzo componente a far quadrare i conti, quel ‘+1’ Edoardo Cavallari alla batteria, suona già da qualche tempo in vari circoli e pub della zona, nonostante prediliga location immerse nella natura. Conosciamoli meglio.

Come è nato il progetto originale ‘Duo Orchestra’?
Ci siamo persi di vista per un po’ e ci siamo ritrovati nel 2014 con l’idea di formare un duo, per sua stessa natura minimal, ma che allo stesso tempo avesse lo spessore e i colori di un’orchestra. Il tutto utilizzando due chitarre elettriche, una diamonica, sonagli e synth.

Successivamente è arrivato Edoardo con la sua batteria. Quali novità ha portato?
Con l’entrata di Edoardo il progetto ha acquisito ulteriore espressione e maturità sonora. Abbiamo amalgamato la batteria ai pezzi che avevamo registrato precedentemente come duo (contenuti nell’ep ‘Duo Orchestra’ uscito nel 2015, ndr), con un risultato di maggiore dinamicità, apertura delle ritmiche e forza evocativa.

Come definireste la vostra musica? E’ una musica di nicchia?
Non vorremmo definire la nostra musica perchè si svincola da qualsiasi etichetta di genere, combinando numerose influenze musicali. Come musicisti sperimentiamo in assoluta libertà, cercando di offrire a chi ascolta un’esperienza sonora in grado di stimolare e fare viaggiare con l’immaginazione verso nuovi orizzonti. Non a caso i titoli della maggior parte delle nostre canzoni fanno riferimento a corsi d’acqua, distese vulcaniche, arbusti secolari sparsi per il globo. Si tratta di trame musicali intessute su una struttura minimale, che si tinge di sfumature che vanno dal rosso delle terre vulcaniche di Timanfaya al blu del fiume Shatt al- Arab, al verde delle Valli di Comacchio, sconfinando tra i territori della creatività.

E’ la natura quindi il filo conduttore del progetto?
La natura declinata in tutte le sue forme musicali, ma anche cromatiche. Ci piace giocare con le sinestesie musicali, le associazioni tra note e colori: per esempio le melodie dal sapore orientale sono costruite su note musicali che evocano il colore delle dune del deserto, mentre il blu e il verde, caratteristici di nature occidentali, corrispondono ad altre tonalità musicali.
L’attenzione ai colori si ritrova anche nella grafica e nelle fotografie che abbiamo utilizzato per l’ep, dalle tonalità di verde e blu che racchiudono le scritte Duo e Orchestra, separate cromaticamente dalla linea dell’orizzonte, ai toni blu del cielo e del mare nell’immagine di copertina.

Come nasce una vostra canzone?
Nasce dalla collaborazione di tutti e tre. Partiamo con una melodia iniziale, poi la sviluppiamo insieme provandola, costruendo una struttura e colorandola. Non c’è uno schema logico, ci basiamo sulla nostra sensibilità. A volte l’idea di partenza viene stravolta, a volte rimane costante.

Non avete una voce e dei testi che veicolino un messaggio. E’ una scelta voluta?
Ci farebbe piacere trovare una voce che canti dei testi, ma le nostre melodie hanno un denso impasto sonoro, sono molto strumentali. Pensiamo che risulterebbe un po’ complicato cantarci sopra. Tuttavia sarebbe bello utilizzare una voce teatrale e non melodica, come in una sorta di reading, mantenendo sempre quell’atmosfera onirica e ipnotica che caratterizza i nostri live.

Cosa offre la scena musicale locale al momento? Vi sentite stimolati come musicisti?
A Comacchio manca una vera e propria realtà che possa stimolare e incentivare un musicista. A parte rari casi, in generale siamo ancora indietro per quanto riguarda la sperimentazione e la ricerca musicale; curiosità e voglia di osare scarseggiano, purtroppo.
L’orecchio medio tende ad ascoltare principalmente le band che propongono cover, cosa che non ci rispecchia né come musicisti né come ascoltatori, in quanto, quando andiamo a sentire una band cerchiamo sempre di imparare qualcosa di nuovo per trarne ispirazione. E anche come musicisti preferiamo scrivere i nostri pezzi. Guadagnare di più proponendo musica di artisti famosi è un compromesso che non ci interessa.

Siete coraggiosi in quello che proponete…
Cerchiamo di offrire un’alternativa, nel bene o nel male. Quando ci esibiamo non sempre pretendiamo di essere apprezzati, perchè sappiamo in partenza che non si tratta del pop di facile ascolto o del rock già sentito, che tanto piace all’ascoltatore medio. Inoltre per nostra natura non amiamo molestare i timpani e attirare per forza l’attenzione del pubblico, come farebbe un front man sul palco. Chi viene ai nostri concerti si trova davanti a una scena pacata, in cui il gioco di contrasti tra la ciclicità della loop station e gli stacchi della batteria vuole trasmettere un senso di eleganza e invitare alla riflessione.

La fortuna per un musicista conta più del talento?
La fortuna conta molto, specie per chi fa musica, ma va anche creata e inseguita giorno per giorno. Non ci si deve mai adagiare sugli allori e aspettare passivamente che la fortuna bussi alla nostra porta. Al contrario, servono speranza e costanza. Lo stesso vale per il talento; magari un musicista non nasce con un talento ma può arrivare in alto attraverso l’esercizio quotidiano. Bisogna sempre insistere!

Avete mai pensato alla vostra musica come colonna sonora di film o documentari? Mi vengono in mente i Mogwai, che di recente hanno registrato la colonna sonora del documentario ‘Atomic’.
In effetti potrebbe essere una realtà molto interessante. La nostra musica si adatterebbe bene a fare da sottofondo a film o documentari con scene che riguardano la natura o i viaggi. Un paio di nostri brani sono già stati utilizzati per un piccolo documentario ‘comacchiese’. Inoltre il nostro primo video musicale, ‘Reversense’, è stato girato proprio in notturna su una spiaggia dei Lidi di Comacchio.

Prossimi progetti?
Nell’immediato dobbiamo registrare ex novo i pezzi pensati per duo, introducendo l’elemento della batteria, e girare nuovi video musicali, oltre a sviluppare idee per canzoni nuove.
Ci piacerebbe inoltre portare il Duo Orchestra+1 in strada, partecipando al Buskers Festival che si tiene a Ferrara nel periodo estivo. E naturalmente stiamo cercando di migliorarci sempre di più durante i live, sia nella comunicazione tra di noi sia con il pubblico che ci ascolta.

CULTURA
‘Noi siamo Cantautori’, una nuova rivista musicale nelle edicole
 

È piacevole sfogliare le pagine di una nuova rivista dedicata alla musica e in particolare ai cantautori. Questo gesto, una volta abituale, riporta ai tempi in cui le edicole erano frequentate con maggiore frequenza e soprattutto tanta curiosità. Era normale passare lunghi minuti cercando qualche novità o la pubblicazione di cui si era sentito parlare. La rivista in questione è ‘Noi siamo Cantautori‘ ed esce nelle edicole con cadenza mensile. Siamo in attesa del terzo numero .
Se un editore investe denaro ed energie in una pubblicazione dedicata ai cantautori, alla base c’è un sondaggio che ha individuato un numero potenziale di lettori sufficiente a mantenere in vita l’iniziativa.
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Chi vi scrive, conosce bene queste dinamiche, avendo partecipato a numerose iniziative editoriali, a partire dal 1991, quando mi vennero commissionati i primi tutorial interattivi su floppy per il computer Amiga, cui seguirono articoli su computergrafica e video d’animazione.
L’intenzione di scrivere una recensione è nata subito dopo l’acquisto del primo numero, ma ho preferito pazientare e attendere quello successivo. La prima uscita solitamente è preparata sin nei minimi dettagli, con tempistiche umane; la vera ‘battaglia’ inizia a partire da quella successiva, con date di consegna, impaginazione e stampa inderogabili.
‘Noi siamo cantautori’ punta a diventare un riferimento per chi vuole cimentarsi con l’arte della musica, con interviste ai protagonisti della scena, approfondimenti e informazioni. I primi due numeri contengono preziose informazioni sui luoghi in cui è possibile suonare e percepire un compenso, i tutorial tecnici per scegliere l’attrezzatura più adeguata alle proprie necessità relativamente a chitarre, microfoni, schede audio e software.
Gli articoli si basano su interviste e approfondimenti, un’impostazione scelta da ‘Contatto Diretto’ a partire dal 2013, per cavalcare la velocità della rete e avvicinare al contempo chi non si accontenta della scheletrica sintesi di news e twitter.
Dando uno sguardo ai titoli e alle fotografie delle copertine dei primi due numeri risulta evidente lo spazio dedicato ai personaggi che frequentano abitualmente tv, radio e social, fortunatamente però non manca l’attenzione per giovani ed emergenti come Amerigo Verardi, Dente, Claudia Crabuzza, Francesco Motta. Allo stesso modo ci si occupa di Rino Gaetano, Lucio Battisti e John Lennon, della ristampa dei dischi di Eugenio Finardi, di Leonard Cohen e del ritorno agli onori della cronaca di James Senese, recente vincitore della Targa Tenco per il miglior album in dialetto. L’offerta è eterogenea e i contenuti esulano banalità e stereotipi, privilegiando le notizie e limitando gli aggettivi.
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Come nella migliore delle tradizioni, un buon numero di pagine è dedicato alle recensioni dei dischi e ai tour degli artisti, senza trascurare le interviste agli addetti ai lavori e alle produzioni indipendenti.
Terminando di leggere il secondo numero di ‘Noi siamo Cantautori’, il pensiero corre a ‘Ciao 2001‘, la rivista punto di riferimento di almeno due generazioni. L’augurio è che questa nuova iniziativa ne erediti il prestigio, la competenza e soprattutto la passione.

‘Noi siamo Cantautori’ è pubblicata da Sprea S.p.A

I cittadini fanno “oh”: intervista a Giuseppe Povia

In un mondo sempre più oscuro bisogna stare attenti a quelle fiammelle che fanno un po’ di luce e aiutano a squarciare le tenebre. Giuseppe Povia è una di quelle fiammelle, un artista che rema controcorrente, che racconta argomenti difficili e non per tutti immediatamente comprensibili. Non per colpa loro certo, decenni di informazione distorta hanno creato quello che si chiama ‘pensiero unico’. Un solco difficile da lasciare eppure oltre questa strada dritta esistono campi di libertà, di pensiero, di vita inesplorata.

Giuseppe Povia
Giuseppe Povia

Il 17 febbraio 2017 Povia, invitato dal Gruppo Cittadini Economia insieme a Emmaus (San Nicolò – Fe) e con il patrocinio del Comune di Ferrara, sarà in Sala Estense, Piazza Municipale di Ferrara, dalle ore 21:00. Che tipo di serata sarà? Diversa, coinvolgente, musicale, un po’ recitata e un po’ dialogata partendo dalle parole dei testi delle canzoni di Povia e proseguendo con i grandi temi dell’economia, della moneta e della crisi, sotto forma di teatro civile, già collaudato dal Gruppo Economia in altre esperienze, ultima quella del 21 settembre scorso (vedi). La serata sarà ad offerta libera.
Per i dettagli e le prenotazioni clicca qui.

“Chi comanda il mondo, c’è una dittatura…” la dittatura di cui tu canti, ed io scrivo spesso, è quella dei mercati finanziari e dei grandi poteri finanziari. Secondo te quale è la loro forza, come riescono a muovere i destini del mondo e a rimanere impuniti?
Una volta i dittatori avevano un volto e sapevi a chi fare il processo. Oggi ci sono tante entità che dominano il pianeta. Chi muove più finanza controlla più parti di mondo. Queste sono riuscite a rendere legale l’illegale e lo hanno fatto in modo molto semplice: hanno preso il controllo della cultura e dell’ignoranza.
Le costole più importanti sono: 1. il dominio della moneta, 2. i media, 3. le leggi, 4. l’istruzione, 5. la politica asservita e 6. la Magistratura. Se piloti queste 6 cose, porti i popoli e le nazioni dovunque vuoi. L’unica soluzione è la consapevolezza, l’informazione non basta più

Cosa ne pensi di questa continuo martellamento di andamento delle borse, dei mercati in fibrillazione, delle azioni che salgono e scendono. Sono davvero necessari alla nostra esistenza o magari potremmo vivere anche senza?
Le borse creano solo allarmismo inutile. E’ un casinò finanziario virtuale. Se qualcuno vince, vuol dire che qualcun altro perde. Se c’è un segno + da una parte, vuol dire che ci sarà un segno – da un’altra parte e viceversa. Salgono e scendono e non spostano di molto. Quello che conta sono i beni reali, l’economia concreta, la gente. Certo è che se gli “addetti finanziari” riescono a convincere le persone a investire e a rischiare, si può arrivare a perdere tutto, come al casinò appunto. Come nella crisi finanziaria 2007-2008, partita dall’America (per esempio con i cdd, Credit Default Swap, pacchetti finanziari tossici) che ha messo in ginocchio soprattutto milioni di famiglie

Immagino che quel bambino di cui parli nel brano “chi comanda il mondo” sia la coscienza delle persone che prima o poi si risveglierà e andrà alla ricerca di amore, di vita, di relazioni. Un po’ come uscire dalla massa, abbandonare il pensiero unico e ritornare a vivere di bisogni reali.
Non posso che rispondere sì. La consapevolezza!

“Essere consapevole che prima dei 30 anni ti vorresti realizzare e poi non essere fra quelli che ripetono duemila volte ‘non cambia niente’”. Anche qui è un invito a darsi importanza, ognuno di noi può fare la differenza e la cosa più deleteria è quella di convincersi di non essere importante, di non poter fare la differenza.
E’ retorico dirlo ma siamo bombardati da migliaia e migliaia di armi di distrazione e divisione di massa. Niente altro da aggiungere se non quanto detto prima

Nei brani “La soglia del 3” e “Il debito pubblico” fai un po’ una lezione di economia. L’importanza dei numeri in questo sistema, numeri che prendono il sopravvento sull’essere umano e arrivano a impedirti anche la normale vita quotidiana: “tu ragazza ti vuoi innamorare ti vuoi sposare e vuoi la felicità ma questo Stato non ti aiuterà”. I fogli di bilancio prendono il sopravvento e vengono prima dei bisogni delle persone, decidono per noi e nel caso del 3% impediscono allo Stato di spendere, cioè impediscono alle persone di avere servizi, vedere ricostruite le loro case dopo i terremoti, ecc. ecc..
Abbiamo una Corte Costituzionale che con la sentenza 275/2016 ha detto chiaramente: “E’ la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”. Lo dice ma passa inosservato perché il popolo non sa, non è al corrente. E poi ci sono i trattati europei che vincolano i poteri dello Stato (quel poco che c’è rimasto dello Stato). Per ricostruire un paese distrutto dal terremoto basta un clic con 9 zeri dal computer della banca centrale. Tutto si trasformerebbe in mattoni, beni, servizi, cantieri, mense, muratori, carpentieri, stipendi. Oggi siamo allo 0, zero di inflazione, quindi qualche punto non farebbe male a nessuno (parole di premi Nobel per l’economia come Stiglitz, Krugman, o economisti come Bagnai, Rinaldi, Borghi, Siri, Mosler, Forstater, Parguez etc.)

Ho citato quella sentenza in un mio articolo poco tempo fa e penso come te che le si dovrebbe dare più importanza. Un’altra tua frase è “lo Stato migliore ad ognuno la sua terra soldi pace e libertà”.
Ma sì dai, ognuno vorrebbe vivere bene a casa sua. Andare a vivere in un altro paese dovrebbe essere un piacere, una curiosità, un’esperienza, non una forzatura o una costrizione

Invece nel brano “era meglio Berlusconi” ne hai un po’ per tutti: Pd, Lega e 5 Stelle. La parodia del vecchio comunista che non vedeva niente altro che la potenza della falce e del martello, ma che di fronte a tanto sfascio culminato nei governi Monti, Letta e Renzi, riconosce persino che si stava meglio con Berlusconi. Come dire, alla fine ci sveglieremo tutti. È un messaggio di speranza in fondo.
La sinistra e coloro che hanno fatto finta di sostenerla perché gli dava (e gli dà) da lavorare, ci ha massacrato le scatole per vent’anni con Berlusconi, per poi sfasciare la nazione in pochi anni. Dal 2011 è accaduto di tutto: disoccupazione a due cifre, attentati terroristici frequenti, immigrazione incredibile, delocalizzazione di aziende, deindustrializzazione galoppante e tanto tanto altro. Quindi sì: si stava meglio quando si stava un po’ meglio.

“Io non sono democratico” sembra voler dire che non accetti una democrazia imposta dall’alto e che assume criteri distintivi in realtà davvero poco democratici. Quindi non sei democratico in questo senso?
Il brano significa che siamo sotto una dittatura finanziaria e culturale travestita da democrazia per polli allevati. Io sarei anche democratico ma non se vedo ingiustizie sociali di ogni tipo.

“Job act” è invece un attacco alla precarizzazione del lavoro. A quell’opera direi iniziata con Treu, Maroni-Biagi, Fornero-Monti. E poi cerchi di spiegare a Matteo (Renzi) che è inutile dire di aver abbassato le tasse in un sistema costruito apposta per impedirlo. Del resto basterebbe conoscere un po’ i saldi settoriali oppure guardarsi le tabelle del Def per capire che quando le entrate generali dello Stato sono superiori alle uscite generali non esiste abbassamento delle tasse. Diciamo piuttosto che quello che fanno i governi e togliere oggi da una parte e mettere dall’altra. Un giochino a somma zero. Tolgo l’Imu, ma alzo l’Iva, per esempio.
Il portafoglio è il vero e unico problema, anche se so che a molti purtroppo arriva ancora male. Se io esco senza soldi non posso comprare da mangiare. Al contrario sì. L’Italia non ha il portafoglio e cioè la propria moneta, come ad esempio la Polonia. Quindi ogni politico può solo essere bravo o meno bravo a fare le pulizie, come una governante quando mette a posto una casa. Tutti hanno percepito questo e hanno nostalgia della lira ma molti hanno paura e quindi credono che uscire dall’euro voglia dire: catastrofe. Se fossimo tutti consapevoli invece…

Senti Giuseppe, sei felice? Rifaresti la scelta di autoescluderti dallo star system solo per dire la verità? A chi interessa la verità?
E’ una strada troppo appassionante e per ora mi piace tanto. Fa parte di un percorso che, non so, è arrivato a questo punto. Felice a volte. La verità è diversa per ognuno ma i dati di fatto quelli no, quelli dovrebbero interessare tutti. Se non fosse per quella piccola seccatura che si chiama ‘potere’ che distrae i popoli…

Salutiamo per ora Giuseppe Povia dandogli appuntamento il 17 febbraio a Ferrara, dove sarà possibile fargli domande e dialogare direttamente con lui.
Ricordiamo che il suo CD è autoprodotto, per ordinarlo bisogna scrivere a ufficiostampa@povia.net o acquistarlo ai concerti, per esempio a Ferrara.

Guarda il video di “Chi Comanda il Mondo ”

Klaudija studentessa dell’Ariosto
vince il festival nazionale dei talenti musicali emergenti

Una giornata di quelle che non si scordano facilmente quella di domenica 18 Dicembre per Klaudija Ever: la studentessa del Liceo Classico Ariosto, unica rappresentante della provincia di Ferrara alla prima finale del “Festival DOREMIFest” per la stagione 2016/2017 si è affermata vincitrice. A Cavarzere, presso il Ristorante Villa Momi’s, Klaudija, la sedicenne di Vigarano ha sbaragliato tutti i concorrenti, con un brano di Christina Aguilera, ma soprattutto con “Mi amerai” scritto di suo pugno con cui ha vinto anche il premio “Made in Italy”.

Klaudja, complimenti per il brano e congratulazioni per la vittoria che ti ha consacrato fra le giovani promesse della musica popolare italiana. Ci dici qualche parola su di te?
Sono nata il 5 giugno 2000 in Lituania. All’età di due anni mi sono trasferita in Italia, ho vissuto per dieci anni a Parma fino a che non mi sono trasferita qui a Ferrara, a Vigarano Mainarda.
Sono sempre stata una ragazza timida e introversa e con la musica ho imparato a tenere la testa alta e a gridare al mondo ciò che ero veramente.
Il momento in cui ho capito quanto fosse importante per me la musica è stato durante il saggio di musica della terza elementare, ricordo ancora cosa cantai: “Somewhere Over the Rainbow”. Da quel momento capì come uscire dal mio microcosmo e dalle mie timidezze: attraverso la musica.

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Come ti sei avvicinata al mondo della musica?
Come tante cose nella vita è stato qualcosa di inspiegabile. Ho sempre cantato sin da piccola, con le matite e i fogli in mano, non mi accorgevo nemmeno che a volte mi capitasse di cantare anche in lingue che non conoscevo, come il francese o lo spagnolo. L’incontro con la musica è uno di quelli che si fanno poche volte nella vita e ne rimani così impressionato e folgorato che non puoi dimenticartene facilmente. È qualcosa che è nato da sé.

Ogni canzone è una storia, o un insieme di storie, come è nata “Mi amerai”?
“Mi amerai” è un grido di perdono. È nata dopo l’incontro con mio padre dopo 16 anni: è stato un evento che mi ha cambiato totalmente a livello interiore. Ho imparato che cos’è il perdono e a non giudicare chi mi circonda, perché ognuno di noi ha un bagaglio di esperienze e una vita a cui dover dare testa. Nella vita succedono certamente cose brutte, ma ciò che conta è saper trovare ciò che di buono queste esperienze ci hanno insegnato. Senza queste probabilmente non sarei nemmeno qui, a fare il percorso che sto facendo.

Pur essendo di origine lituana, hai scritto la tua canzone in lingua italiana. Si tratta di una scelta non scontata dal momento che la maggior parte dei giovani artisti scrive brani in inglese. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?
Potrei dire che non sono stata io a decidere, ho trovato le parole in modo più o meno naturale e da lì ho deciso di farne musica. A volte i brani possono nascere in inglese, altre possono nascere in italiano. Nel mio caso le parole che sentivo producevano musica e avevano un grandissimo valore, dal momento che provenivano dalla mia esperienza, dal mio cuore. Non mi importava in che lingua fossero, volevo raccontare una verità, e una verità è tale in italiano come in qualsiasi altra lingua.

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Quali sono i tuoi progetti futuri in termini di musica, o anche al di fuori?
Scrivere, scrivere e scrivere. La musica è il mio nucleo e vorrei svilupparlo, accrescerlo di esperienza, ogni tassello aggiunge consapevolezza. Voglio scrivere del bene, della luce che si trova nel buio. Vorrei che la mia musica potesse dare conforto, gioia e magari speranza a chi sente di non averne. Continuerò il mio percorso fatto di musica e parole.

Quando avremo occasione di sentirti dal vivo?
Ora come ora mi dedicherò alla registrazione di nuovi pezzi. Ho un sacco di progetti in mente, ma lascerei giusto un po’ di sorpresa. A breve uscirà il videoclip del mio singolo ” Mi amerai ” e ammetto di essere molto emozionata! Ma alla prima possibilità siete invitati con piacere ad ascoltare la mia musica

Grazie per la chiacchierata ed in bocca al lupo per il futuro!

INSOLITE NOTE
L’antidoto: il nuovo album di Eugenio Picchiani contro discriminazione e pregiudizio

La cover di “Vedrai vedrai” è il biglietto da visita di Eugenio Picchiani, interprete della versione rock del brano di Luigi Tenco, sorprendente per l’energia che riesce a dare a questo classico della canzone italiana. Il brano riflette i sensi di colpa del cantautore ligure nei confronti della madre, in ansia per il figlio che non vede ancora realizzato.
Picchiani ha alle spalle esperienze importanti come i due anni trascorsi alla RCA Italiana con Bruno Zambrini e Cesare De Natale, dove ha realizzò numerosi demo nell’attesa di un debutto discografico che sarebbe avvenuto qualche anno dopo con “Angeli” (1990).
Il cantautore romano ritorna sulla scena musicale con “L’antidoto”, il nuovo album in cui l’amore è il medicamento necessario per sconfiggere discriminazione e pregiudizio, comun denominatore dei 14 brani che legano antichi sentimenti a nuove realtà.

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La copertina del nuovo album di Eugenio Picchiani

“Tempi duri – tempo nuovo” parla delle libertà essenziali dell’uomo, libero dal vuoto degli ultimi della terra, immaginati mentre salgono le scale di grandi palazzi. Il brano è il manifesto dell’intero album, un mare di sottotracce da individuare e comprendere.
“Siamo liberi di amare come ci va, siamo liberi l’amore non conosce età, non conosce sesso e non ha diversità, siamo liberi l’amore è questo che ci da amore mio infinito sarai per me…”. Queste le parole dell’inciso di “Liberi di amare”, inno all’amore universale, il cui video è stato girato da Gianni Catani ad Assisi, logico scenario per un messaggio d’amore.
In “È più che amore”, nella duplice versione in italiano e spagnolo, la passione ferma il tempo per evitare il distacco dalla persona amata: “Senza te io sono niente, se è lo stesso che provi anche tu allora abbracciami e sarà per sempre estate in questo inverno”.
A volte piccole canzoni possono sorprendere, come nel caso di “Non farlo”, dall’inciso breve ma contagioso, impreziosito dai vocalizzi di Helen Tesfazghi e dalle armonizzazioni del coro: “Aspettami che arrivo, dammi solo un minuto, prendo il bagaglio dei pensieri e ti chiedo aiuto”. “Non farlo” è un brano importante, la chiave segreta con cui entrare nel cuore del disco.

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Eugenio Picchiani

“Ma se la mente chiede aiuto all’anima, nelle sue mani torna libera”, questa frase svela l’essenza de “L’aquila”, esortazione a vivere esperienze ed errori, eloquente sintesi della poetica del suo autore: l’artista è libero di credere, sbagliare e immaginare un mondo diverso.
“Liberamente” esplora soluzioni e speranze, prive di vincoli e frontiere, per chi non deve mai sentirsi diverso: libero amore per libero pensiero. Le metafore sono da interpretare ma la chiave di lettura è ancora volta l’amore. La musica sorregge il testo in una sorta di marcia incalzante, adatta ai toni profondi della voce di Picchiani. “Sognami” è una canzone intensa che prosegue idealmente lo stesso percorso di “Liberamente”, un luogo della mente dove “… lampioni a tratti spenti per la strada conducono in un mondo dove nessuno sa le coordinate e io ti darò la chiave”.
“Niente per caso” si apre al ritmo della batteria, un inizio in punta di piedi per affermare che “Il pensiero popolare non è legge universale da poter decidere di rinunciare per sempre…”. Il desiderio di essere un ladro d’amore svela la paura di perdere chi si ama. Completano il disco le mille porte che si chiudono nel brano “Il canto dell’anima”, oltre ai brividi del sogno sterile di “Solo aria”, intreccio ricco di figure dirette e riflesse.

Il disco è stato realizzato con la collaborazione di Stefano Zavattoni, direttore d’orchestra conosciuto a livello internazionale, che ha firmato gli arrangiamenti e diretto la sessione di 18 archi “All time strings ensemble”, oltre a Davide Aru, chitarrista di importanti protagonisti della scena musicale.
“L’antidoto” è un sogno divenuto realtà, la conferma della forza della voce e soprattutto del talento come autore di Eugenio Picchiani.

Guarda il video ufficiale di “Liberi di amare”

Guarda il video ufficiale di “Sognami”

Guarda il video ufficiale di “Non farlo”

INSOLITE NOTE
Il piccante blues dei Fratelli Tabasco

Inizia con un urlo da rocker “Radioactive mama”: una scarica di blues elettrico che apre “The Dock Dora Session”, l’album d’esordio dei Fratelli Tabasco.
Il disco è registrato in presa diretta dal vivo per riprodurre le atmosfere dei Juke Joint, conosciuti anche con il nome di Barrelhouse: locali gestiti soprattutto da afro-americani nel sud degli Stati Uniti, dove si suonava, ballava, beveva e giocava. I Juke Joint erano delle palestre di talenti, in cui i migliori bluesman si esibivano prima di diventare leggende.

La copertina di The Dock Dora Session
La copertina di The Dock Dora Session

I Fratelli Tabasco, amici e non parenti, si sono formati a Torino nel 2013, accomunati dalla passione per il blues, contaminato da influenze piccanti quali funky, rock, Louisiana, peperoncino, Mississippi e soul. Il nome del gruppo sintetizza il calore e l’origine della loro musica, senza tralasciare l’identità italiana.
I testi delle canzoni rappresentano i loro blues trascritti in musica: con l’aiuto di metafore, personaggi bizzarri e contesti surreali descrivono il nostro tempo, stimolando la sensibilità e le emozioni di loro stessi e di chi li ascolta. L’armonica di Boris, il cantante, evoca ricordi e realtà, suggestioni create dalla peculiarità di questo strumento, il più usato nel blues che, soffiando ed aspirando dallo stesso foro, produce due note diverse.
Nel 2015, i Fratelli Tabasco hanno vinto il concorso “Rocks the Docks”, il cui premio consisteva nella registrazione di un intero album nella zona Docks Dora a Torino, luogo storico per la città: i suoi club notturni negli anni Novanta hanno animato la scena musicale, diventando un punto di riferimento per la cultura underground della città.

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Blues d’attesa nel brano “Jack Knife”, voce e armonica dialogano in attesa di animarsi nel successivo “Blues on!” e nel rockeggiante “D.Q.T.H.L.”, da cui è stato tratto il video ufficiale.Il blues dei Fratelli Tabasco entra in circolo senza bisogno di molecole, wireless o pillole per la pressione sanguigna, come in “Up all night”, caratterizzato da uno splendido dialogo tra voce e organo Hammond, per non parlare di “Ask yourself”, dove l’armonica richiama un piccante e nutriente roadhouse blues.
“Same damned shame” è il titolo del primo singolo estratto dall’album, uno dei brani più coinvolgenti, servito con voce, chitarre, batteria e tanta grinta, diverso da “Boris’ Boogie”, dove il front man può liberamente sviscerare la sua anima blues.
La registrazione in diretta con il pubblico ricorda i vecchi dischi di blues a cui i fratelloni si ispirano. Non siamo sulla riva del Mississippi, ma su quella del Po’ torinese: un piccolo dettaglio che nulla toglie alla genuinità e alla qualità della loro musica, per non parlare della nostalgia che riempie le loro note blu.

I Fratelli Tabasco
I Fratelli Tabasco

I Fratelli Tabasco sono:

Boris Tabasco – Voce/Armonica.
Joele Tabasco – Chitarra.
Simone Tabasco – Batteria.
Lorenzo Tabasco – Tastiere.
Marco Tabasco – Basso

Guarda il video ufficiale di D.Q.T.H.L.

INSOLITE NOTE
Universale esigenza Che ci amino gli altri

Nasce da una verità, l’esigenza “Che ci amino gli altri”, il secondo album di Alessio Creatura, uno degli autori e delle voci più promettenti della nuova scena pop italiana. L’album contiene 10 brani inediti: un percorso di ballate e canzoni dalle sonorità brillanti che trova nell’esasperazione emotiva la chiave della propria originalità.
“Che ci amino gli altri”, oltre a essere il pezzo che dà il titolo al disco, rappresenta le due anime di Alessio, due diversi modi di interpretare un brano che suscita emozione e attenzione. La versione acustica è commovente ed evocativa, magnificata dalla fisarmonica di Massimo Tagliata, mentre l’edizione “studio” dona alla canzone un’altra energia e un ritmo diverso. Nelle parole di Alessio si cela spesso un po’ d’amarezza, soprattutto quando parla d’amore, reminiscenze di periodi difficili e di una sensibilità straordinaria, forse un po’ esasperata: “È che siamo persone che non chiedono e sai, che se chiedono amore a chi è come me… beh… che chiedano agli altri…”.

La copertina di Che ci amino gli altri
La copertina di Che ci amino gli altri

La voce di Alessio, sostenuta dal violoncello di Fabio Gaddoni, introduce “Cerco trasparenza”, brano moderno e d’atmosfera guidato dalla chitarra elettrica di Mirko Guerra.
“Lolita” è uno dei pezzi più difficili da leggere: uno sguardo verso l’anemia morale dei giovani, addolcito dall’ammonì suonato da Michele Guidi e da un coro talmente efficace, soprattutto nel finale, da fare invidia a qualsiasi bluesman. “Ma signor giudice è lei, sveste gli scrupoli miei”. “Dici di non pretendere”, invece, inizia con un tempo sospeso per poi ampliarsi in un vortice di suoni acustici ed elettrici, necessari per sostenere un inciso tanto inconsueto quanto efficace: “Vorrai da me una risposta quando non c’è! Vorrai da me una carezza quando non è”.

“Non sono più lo stesso” unisce ironia e swing, accompagnati dalla sintesi additiva dell’ammonì di Pippo Guarnirà, mentre “Ti porto rancore” sfoga la rabbia di chi ha visto calpestati i propri sogni, un po’ come scrisse Fortis nei confronti di Vincenzo, anche qui chitarre elettriche, voce e cori sopra a tutto. Un pezzo da ascoltare dal vivo.
“Grazie al cielo” è un brano dolce, un vocepiano iniziale rivela l’aspetto nostalgico e introspettivo di Alessio, qui nei panni di un viaggiatore in cerca dell’origine dei sentimenti, disponibile anche a compiere qualche passo a ritroso. Il timbro pieno della chitarra a 12 corde è il corretto supporto per un brano essenzialmente melodico: “Piango al cielo perché sono ancora capace di avere rimorsi…”. Tra gli arrangiatori Pasquale “Paki” Canzi, storico componente dei Nuovi Angeli, al piano il bravo Luca Bonucci.
La ballata di “(Cir)Costanza” riporta alla poesia provenzale, una filastrocca tra gioco e ironia, dove dame e cavalieri sono guidati da oboe e flauti, cembali e dalla voce del baritono Dino Vighesso, azzeccato preambolo della versione acustica di “Che ci amino gli altri”.

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Alessio Creatura © Youness Taouil

Il secondo disco di Alessio Creatura è un passo importante verso la maturità artistica, un lavoro suonato da artisti in carne e ossa, che sorprende per la cura dei dettagli, gli effetti e la facilità con cui attraversa epoche e generi, dal pop alla ballata, sino al medioevo. Le potenzialità sono ancora da definire pienamente, ma il talento di Alessio è puro, e “Che ci amino gli altri”, stupisce e convince. Ne abbiamo parlato con l’artista in persona.

Dopo cinque anni dal precedente disco hai pubblicato “Che ci amino gli altri”, un lavoro in cui riveli una forte emotività espressiva…
Il nuovo album è intimo, riflessivo, di sincera narrazione dei miei stati d’animo: le paure e le fragilità e il percorso intrapreso alla riscoperta della parte più vera di me stesso. È questo che a me interessa: far arrivare alle persone la parte più autentica, evitando qualsiasi forma di omologazione artistica. Nella track list ballate suggestive e malinconiche asi alternano brani dalle sonorità rock e trascinanti. Il disco si apre con “Cerco trasparenza”, dove mi divido tra autoritratto dell’anima e pragmatica presa d’atto delle verità terrene, come il labirinto dei pensieri che si distingue in un livello divino e in uno umano, quasi a simboleggiare il pericoloso contatto tra bene e male, tra perdizione e redenzione.

© Youness Taouil
Alessio Creatura © Youness Taouil

Un altro brano importante è “Che ci amino gli altri”…
“Che ci amino gli altri” ha un forte impatto emozionale, delicato e commovente, soprattutto nella versione acustica dove è intervenuto il fisarmonicista Massimo Tagliata, compositore e musicista di notevole versatilità. La canzone esprime il desiderio di essere amati, in sintesi è l’espressione della paura che qualcuno si approfitti di noi, ben sapendo quanto sia illusorio credere che la nostra felicità dipenda dall’amore degli altri.

A questo progetto hanno partecipato tanti bravi artisti…
Ai cori si sente la presenza di Manuela Cortesi, una delle voci più calde della scena musicale italiana, nota al pubblico come vocalist di artisti quali Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Gianni Morandi, Mina, Celentano, fino ad arrivare ai grandissimi Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Manuela ha dato tutto per questo disco: anima cuore professionalità, intuizione, guizzo. Ho seguito personalmente l’arrangiamento di tutti i brani, nati anche grazie a proposte da parte dei collaboratori: Mirko Guerra, Massimo Roccaforte, Fabio Sartoni, Paki Canzi. Il mixaggio è frutto del lavoro di Loris Ceroni, la masterizzazione invece è opera di Stefano Cappelli.

Fotografie di Youness Taouil

Guarda il video ufficiale di “Che ci amino gli altri” (acoustic version)

Guarda il video ufficiale di “Cerco trasparenza”

INSOLITE NOTE
Della fatal quiete: l’album solidale di Beppe Giampà

“Della fatal quiete” è il titolo del nuovo album di Beppe Giampà, il secondo capitolo del filone letterario iniziato con “I mattini passano chiari”, nel quale aveva musicato le poesie di Cesare Pavese. In questo progetto l’artista astigiano ha scelto i componimenti di poeti italiani nati nel 1800: Giosuè Carducci, Dino Campana, Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Giovanni Pascoli, oltre al portoghese Fernando Pessoa.
Il disco è stato finanziato in parte grazie a una campagna di crowdfunding su Internet cui hanno aderito 44 co-produttori e associazioni culturali da Italia, Francia e Belgio. Contatto Diretto è tra i Media Partner sostenitori del progetto, come riportato anche nel libretto allegato al CD. Ne aveva scritto anche Ferraraitalia (leggi qui). Ora quel progetto è diventato realtà.

La copertina di La fatal quiete
La copertina di La fatal quiete

Alla domanda di un giornalista che chiedeva a Giampà perché avesse intrapreso una strada così difficile e discutibile, la sua risposta è stata: “Semplicemente perché voglio illudermi che di poesia ce ne sia davvero bisogno, perché in Italia abbiamo un patrimonio culturale che dovrebbe spogliarsi dei suoi tabù e diventare contaminazione artistica, perché c’è bisogno di sensibilità tra di noi, e la poesia ha questo potere. Probabilmente nello stato attuale delle cose la poesia non ci fornirà il pane quotidiano, ma sicuramente ci renderà persone migliori”.
Il lavoro di ricerca di Giampà è iniziato con la difficile selezione delle poesie da musicare: un’impresa per nulla facile, ma presupposto necessario per la realizzazione di un’opera di questo spessore. La disposizione dei brani nel cd è istintiva, basata su sensazioni a “pelle”, tranne il legame tra brano di apertura e “Infinito” di Giacomo Leopardi, posto a conclusione dell’album.

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Le note del pianoforte suonato da Marco Genta introducono i versi iniziali di “San Martino”, che Giampà porge con garbo, lasciando alla musica il compito di rivelare il contrasto tra l’atmosfera del borgo e il suono del mare in tempesta, simbolo di un’inquietudine destinata a dissolversi nella nebbia, sino a raggiungere l’apparente tranquillità in cima alla salita. Si tratta di una pace momentanea, la forza del maestrale agita il mare dell’esistenza umana, mentre le tenebre della notte incombono.
Fisarmonica e basso introducono “La piccola passeggiata del poeta”, tratta dai “Canti Orfici” di Dino Campana. Le parole di Campana guidano e ispirano le note scritte da Giampà, in una sorta di simbiosi che ne fanno canzone vera e popolare, scapigliata e un po’ decadente: “Trovo l’erba mi ci stendo a conciarmi come un cane, da lontano un ubriaco canta amore alle persiane”.
Il titolo dell’album è tratto dal verso iniziale del sonetto “Alla sera” di Ugo Foscolo, uno dei brani più orecchiabili, in cui pianoforte e violino introducono il dileguarsi di ogni forma di vita nel silenzio della sera, metafora della morte (nulla eterno), in cui perdersi senza disperazione.
“Alla luna” è la canzone/poesia del ricordo, del senso di continuità e del legame tra passato e presente, elementi necessari per alimentare l’immaginazione. Il musicista piemontese, accompagnato da percussioni e fisarmonica, affida alla sua vocalità “Il rimembrar delle passate cose”, enfatizzando l’essenza pessimistica, sottotraccia della poesia di Giacomo Leopardi.

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“Lavandare” di Giovanni Pascoli è proposta come brano popolare, tra l’aratro, la fisarmonica e le voci corali, sintesi del madrigale pascoliano, in cui la tecnica poetica dell’analogia evoca il tradimento e l’abbandono subito da una donna, come l’immagine dell’aratro dimenticato in mezzo al campo senza che il lavoro sia terminato.
Ritroviamo il tema dell’incedere del tempo anche in “Tedio invernale”, tratto da “Rime nuove” di Giosuè Carducci: il rimpianto per i vecchi tempi si esprime nella metafora della primavera e sul parallelismo tra luce, sole e vita: “Ma ci fu dunque un giorno su questa terra il sole? Ci furono rose e viole, luce, sorriso, ardor?”. L’essenzialità dei suoni dona magia alla canzone.
La chitarra acustica accompagna “Non sto pensando a niente” di Fernando Pessoa, mentre in “A zacinto” di Foscolo, le influenze progressive esaltano la forza dei sentimenti: “Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell’onde del greco mar, da cui vergine nacque”.

La musica di Giampà è senza fronzoli, tanto affascinante quanto essenziale, adatta al poeta come al ballerino, ricca di raffinate atmosfere e resa suggestiva dal talento di una forte espressività vocale. “Pianto antico” ne è un chiaro esempio, grazie alla forza che la musica dona ai versi di Giosuè Carducci: “Sei ne la terra fredda, sei ne la terra negra, né il sol più ti rallegra, né ti risveglia amor”.

Guarda il video ufficiale di “Alla Sera”:

INSOLITE NOTE
L’Emilia di Pier Vittorio Tondelli rivive nella musica degli Emily Sporting Club

L’album degli Emily Sporting Club è un omaggio a Pier Vittorio Tondelli, lo scrittore emiliano scomparso 25 anni fa, autore di “Camere separate”, il suo “testamento spirituale” sempre drammaticamente attuale.
Il disco legge in chiave new wave/rock/prog i testi di Nicola Pulvirenti, realizzando un viaggio nell’Emilia degli anni Ottanta, definita paranoica, che non disdegna sonorità progressive, tanto in voga in quegli anni.
Le storie, così come ci aveva abituato Tondelli, non si nascondono dietro al formalismo delle parole.

La copertina dell'album
La copertina dell’album

Il concept prende spunto dal romanzo “Altri libertini” che, come racconta lo stesso gruppo, offre lo spunto per raccontare un’età di passaggio e di fuga, un momento di crisi attraverso un linguaggio universale come l’elettricità del pensiero: questo in fondo è ciò che rende il romanzo di Tondelli sempre attuale, soprattutto in un periodo storico come questo. Ecco quindi che la condivisione diventa naturale, trasformando il desiderio di comunicare la forza e la dolcezza di quelle pagine in musica, in un lavoro che unisce citazioni a testi e brani originari, una fotografia astratta dal suo tempo e collocata dove si vuole.
Il gruppo è formato da musicisti uniti dalla voglia di ‘frequentare’ i luoghi e le situazioni di uno scrittore mai dimenticato e dunque scelgono di chiamarsi Emily Sporting Club, proprio ome il bar descritto in “Altri libertini”. La band si è formata nel 2013, dall’incontro tra Elisa Minari (basso), Nicola Pulvirenti (voce), Silvio Valli (chitarre) e Alfredo De Vicentiis (batteria e programmazione). I quattro hanno alle spalle singole esperienze di incisioni e performance con Nomadi, Baccini, Valeria Rossi e Freak Antoni.

Gli Emily Sporting Club
Gli Emily Sporting Club

I suoni elettronici di synth e chitarre riportano alla musica degli anni Ottanta-Novanta, quella più hard e spontanea, tanto per intenderci, senza per questo rimanere prigioniera del passato.
“Hangover” è il brano manifesto del progetto, un viaggio in Interrail, come si usava nei primi anni Ottanta, che arriva sino ai giorni nostri. In questo percorso tra spazio e tempo il linguaggio è diretto, crudo, tagliente, per nulla ipocrita e poco propenso alle metafore: “Quattro zaini sulla schiena e un biglietto in mano, zigzagando per l’Europa Nord-Occidentale, si partì con la speranza di plasmare un’illusione, si arrivò soltanto con un gran fiatone…”.
La disperazione dei nostri tempi aleggia nei sogni e nella realtà, il viaggio è visto come soluzione per ricominciare una nuova vita, lasciandosi tutto alle spalle, consapevoli di essere sognatori terminali.
“Postoristoro” batte un tempo dark, scandito da batteria e chitarra, con la voce antifona di Pulvirenti abile nell’aggiungere desinenze ipnotiche al ritmo rock. Da ascoltare!

emily sporting club 1

“Nervi sotto i denti che non danno dolore” danno forza ad “Autobahn”, l’autostrada senza limiti di velocità con le curve di una vita storta e, come recita il testo, parlano di storie di “stomaci annodati attorno al collo e a un viso blu, fuggendo da una vita che ci vuole inseguire”.
Chiude l’album “Più di così – non se ne può più”, l’unico con le parole di Tondelli, un brano in cui il prog si fa narrativo, con basso e batteria in gran spolvero e una gran voglia di riascoltare subito il disco. L’album è suonato da ottimi musicisti, presupposto necessario e indispensabile per un progetto di questo spessore.

Guarda la prima nazionale dello spettacolo E.S.C (Teatro Asioli di Correggio -RE):

INSOLITE NOTE
Franco Simone dà voce alle canzoni di Tenco

Sono anni che Franco Simone parla di un disco con le canzoni di Tenco: finalmente il 21 marzo scorso l’ha pubblicato, è “Franco Simone canta Luigi Tenco”. Non certo in un giorno a caso: si tratta della data scelta dall’Unesco per la giornata mondiale della poesia, in occasione dell’equinozio di primavera, e anche della data di nascita del grande cantautore, 21 marzo 1938.
Franco Simone racconta: “Dall’inizio della mia carriera rimando questo appuntamento musicale, che da sempre sapevo che sarebbe arrivato! Era “Quando” di Tenco il primo 45 giri che acquistai. Era ancora di Tenco la prima canzone-modello che mi fece ascoltare il maestro Ezio Leoni, mio primo produttore discografico, come lo era stato anche di Tenco. Il brano era “Ho capito che ti amo”. Adesso, per cantare tutte queste perle musicali, non ho fatto alcuna fatica. Le ho cantate tutte una volta sola, con grande emozione. Me le sono sentite addosso come abiti che non avevano bisogno di alcuna correzione”.
carissimo luigi
L’album contiene dieci canzoni di Tenco, una di Fabrizio de Andrè e “Carissimo Luigi”, l’omaggio scritto da Simone a completamento dell’opera. Quest’ultimo brano, arrangiato con taglio sinfonico, esalta la struggente e virale interpretazione del cantante salentino, con un finale vocepiano che tocca corde emotive di rara sensibilità: “Presto, te ne sei andato via troppo presto, lasciandoci sperduti in questo mare in cui tu navigavi con il cuore, ma noi quaggiù, tra vivere e morire, noi non sappiamo da che parte andare, perché ancora non sappiamo amare…”.
Il brano di De Andrè è “Preghiera in gennaio”, scritto dal cantautore ligure dopo avere reso omaggio alla salma di Tenco. Si tratta di un tributo interpretato con laica passione da Simone e arrangiato da Alex Zuccaro, capace di unire gli archi al suono evocativo della fisarmonica. In questa canzone l’artista supplica Dio di accogliere l’amico suicida, chiedendo che sia ascoltata “la sua voce che oramai canta nel vento”. Il testo è liberamente ispirato a “Prière pour aller au paradis avec les ânes”, di Francis Jammes, un poeta francese dei primi del Novecento, di cui Georges Brassens musicò e interpretò una poesia tratta da “De l’Angelus de l’aube à l’Angélus du soir”.

Franco Simone. Foto di Roberto Micoccio
Franco Simone. Foto di Roberto Micoccio

Simone si immerge nel mondo di Tenco e lo fa suo con un coinvolgimento tale da creare un’aura di originalità alle canzoni, come nel caso di “Vedrai vedrai”, arrangiata da Zuccaro con una ritmica pop, perfetta per la vocalità di Franco.
“Tu non hai capito niente” ci riporta all’atmosfera del night, adatta per sottolineare le schermaglie amorose di cui parla il testo, mentre “Io si” trova nel tango il ritmo giusto per una storia di sottile e delicato erotismo.
“Lontano lontano” è una perla per il repertorio di qualsiasi artista, così come “Se stasera sono qui” e “Mi sono innamorato di te”, canzoni che Franco interpreta con convinzione, emozionando chi le ascolta.
In “Un giorno dopo l’altro”, l’arrangiamento di Zuccaro alterna il sax alla voce di Franco, riproponendo l’accompagnamento al pianoforte della versione originale. Di questo brano Tenco aveva inciso anche una versione in francese e una in spagnolo, il 45 giri fu infatti pubblicato anche in Francia e Argentina, dove ebbe il successo che meritava. La canzone fu scelta come sigla della serie televisiva, “Le inchieste del commissario Maigret”, con Gino Cervi nel ruolo del commissario parigino. Il testo, più che mai attuale, sembra descrivere le difficoltà che i giovani vivono in questo periodo: “E gli occhi intorno cercano quell’avvenire che avevano sognato ma i sogni sono ancora sogni e l’avvenire è ormai quasi passato…”.
“Angela” è proposta come canzone popolare, con improvvise accelerazioni di musica e voce, soluzione perfetta per drammatizzare un addio imprevisto: “Angela, Angela, angelo mio, io non credevo che questa sera sarebbe stato davvero un addio…”.

Franco Simone. Foto di Roberto Micoccio
Franco Simone. Foto di Roberto Micoccio

“Ciao amore ciao” fu l’ultimo brano cantato da Luigi Tenco in quel triste Festival di Sanremo del 1967, Franco reinterpreta la prima parte dell’inciso, quasi fosse un saluto al cantautore ligure, senza accompagnamento musicale e con una percepibile “nebbia emotiva”.
“Ho capito che ti amo” rappresenta la sintesi di quest’omaggio, realizzato da un artista sinceramente “innamorato” di Tenco, della sua purezza e originalità.
Ascoltando il disco ci si rende conto delle innumerevoli sfumature e dell’universalità dei sentimenti “disegnati” da un ragazzo scomparso a soli 29 anni. Il merito di Franco Simone è adattare le canzoni alla sensibilità dei giorni nostri, non facendone una questione di voce, ma soprattutto di cuore. Una lode la dedichiamo agli ottimi musicisti che hanno suonato i dodici brani: il polistrumentista e arrangiatore Alex Zuccaro, il chitarrista Adriano Martino e il sassofonista Raffaele Catalano.

Guarda il video ufficiale di “Carissimo Luigi”, regia di Giuseppe Pezzulla

INSOLITE NOTE
Lo scapolo cantassurdatore Matteo Schifanoia

Il cantassurdautore è il termine con cui ama definirsi Matteo Schifanoia, consapevole del fatto che, quando la crisi colpisce anche il rock, al cantautore non resta che farsene una ragione e assumere toni goliardici e assurdi. Con questa piccola premessa presentiamo il disco d’esordio di un artista originale che si destreggia con allegria tra swing e jazz, spaziando in varianti latin, blues, funk, elettronica e pop. Il supermarket delle etichette coinvolge anche i contenuti dell’album che parla di amore sociale, status quo, vita da single e di situazioni tanto originali quanto surreali. Il punto di vista è ironico per non dire bizzarro, con un pizzico di poesia e tanto sense of humour.
“Con lo scapolo guai a parlare di sesso altrimenti poi c’è il rischio anche di renderlo depresso”, questa strofa, estrapolata da “Lo scapolo”, cantata tra cori, ottoni e dal ritmo un po’ sincopato, rende chiara la crisi rock di Matteo Schifanoia, cantore ispirato e ironico, che, come dice sempre lui, di questi tempi il lavoro non lo trova neppure Scotland Yard.

La copertina di Lo scapolo di Matteo Schifanoia
La copertina di Lo scapolo di Matteo Schifanoia

E’ una crisi rock, che rischia di diventare un po’ pop, come ama ripetere Matteo in “Crisi rock”, accompagnato da basso e fisarmonica e dai luoghi comuni più in voga in questo periodo.
La malinconia della star che si ubriaca dentro il bar introduce la “Notte seria”, tra nottambuli loquaci e birre bionde. Qui l’ironia è pungente, meno allegra e più complessa, un po’ di poesia ci porta nei bar, dove le serate scivolano via.
“Costa meno” avere amici puttanieri, piacioni, mascalzoni, ragazzi poco seri che avere amici simpatici e carini, canta Schifanoia in quella che appare una simpatica vendetta, per poi parlare di amore in “Santa la bella stella stanca”, anche qui con il coro che sorregge l’anima popolare della canzone, una ballata che rivela la parte romantica del suo autore.
Il “Guardaroba impazzito” racconta una storia surreale dalla parte dei vestiti, dai pantaloni alla gonna, dalle mutande ai corpetti. Un consiglio? Non dare al guardaroba del tu!

Matteo Schifanoia
Matteo Schifanoia

Il disco di Schifanoia non ha battute d’arresto, cattura sin dalle prime note fino a farsi ascoltare per intero, senza mai fermarsi. “Lolita” è uno degli otto brani che confermano la tesi, con l’aggravante di sentirsi un po’ vecchi, la prima volta che ci danno del “Lei”, così come “Un sognatore in bianco”, dallo stile Dixieland – New Orleans Jazz, dove un uomo, intento a fare colazione al bar con un cornetto vuoto, sogna a occhi aperti, per compensare la mancanza di quelli notturni.
E’ una crisi rock, come dice l’omonima canzone, e presto saremo un po’ tutti pop, di sicuro se dovessimo passare qualche mese in una qualsiasi isola dei famosi, questo è un disco da portarsi assolutamente appresso.

Guarda il video ufficiale de “Lo scapolo”

INSOLITE NOTE
Gli Azimut: la musica come forma di “Resistenza”

Gli Azimut debuttano con “Resistenza”, il loro primo ep. Il titolo non vuole evocare la politica del passato o attuale, Quella degli Azimut è una resistenza interiore e individuale: uno sguardo sulla psiche dell’uomo osservata e tratteggiata in diversi modi.
Il gruppo si è formato nel 2014 grazie all’incontro tra il cantante e chitarrista Enrico Ferreri, il bassista Edoardo Sacchi, il chitarrista Michele Palmieri e il batterista Cristhian Ferrini. La loro musica è di matrice indie-rock con inevitabili contaminazioni pop, addolcite da melodie quasi elastiche. I testi adottano una tecnica di sintesi sottrattiva, un illusorio ermetismo da compensare con la sensibilità di chi li ascolta.

La copertina di Resistenza
La copertina di Resistenza

I cinque brani del disco tracciano un percorso introspettivo seguendo i testi di Ferreri, autore anche delle musiche con Palmieri. Le dinamiche del viaggio passano attraverso “Abbraccio vago”, il brano raccontato dal video di Lorenzo Debernardi, con la rappresentazione dei sette peccati capitali. La canzone invita ad andare oltre le apparenze, a non nascondersi dietro a una maschera o a un velo, sorretta da chitarre a 1000 volt!
“Sala d’attesa” è un gioco di parole che racconta la fine di un amore, cercando di dimenticare e perdonare errori e bugie. Le parole si perdono tra i suoni in movimento e la voce moderna e pressante di Enrico Ferreri.
“Questa canzone non ha niente da dire, ma urlare forte mi farà sentire”, recita il testo di “Medico”, che invita a mostrare i propri punti deboli medicandosi i dolori. Ritmo quasi monocorde, efficace nelle varianti, da seguire lasciandosi andare senza freni.
“Piccola Pausa” è un punto di riflessione necessario per far bollire l’agitazione, dilatando le vene, allo stesso modo di un fermo immagine, nel momento in cui la spinta del salto si è esaurita e non è ancora iniziata la discesa: “Il gesto è sempre lo stesso, la gravità, no, non ti avrà…”.

Gli Azimut
Gli Azimut

Il rock degli Azimut è orecchiabile e privo di inutili fronzoli, spinto dalla base ritmica di basso e batteria. Nelle loro canzoni il testo ha una parte di rilievo, una visione del mondo e dell’uomo per nulla scontata, con citazioni complicate ma rese semplici dalle sottotracce che devono essere individuate. Il brano “Resistenza” riassume questi concetti, in una contrapposizione di ruoli che cerca di comprendere diverse prospettive. La loro è quella di “resistere” e di fare musica!

Guarda il video ufficiale di “Abbraccio vago”

INSOLITE NOTE
Le armonie bastarde dei Gasparazzo

Con “Forastico”, il loro ottavo album, ritornano i Gasparazzo Bandabastarda, la band emiliana di origini abruzzesi dall’inconfondibile sound ritmato dalla fisarmonica di Giancarlo Corcilio, dalle percussioni e dalla batteria di Matteo Cimini, insieme al contrabbasso di Roberto Salario, alle chitarre di Generoso Pierascenzi e alla voce di Alessandro Caporossi. I cinque musicisti sono i protagonisti di un personale folk ‘n roll che li identifica sin dalle prime battute. Il nuovo disco è stato registrato in presa diretta da Franco Fucili al Teatro Vittoria di Pennabilli, in Alta Valmarecchia, in provincia di Rimini, il cui foyer ospita due bei dipinti murali del poeta e sceneggiatore Tonino Guerra.

La copertina di Forastico
La copertina di Forastico

Il rock dei Gasparazzo è una sintesi di reggae, folk, punk e un forte senso del grottesco, evocato da fisarmonica, cori, filastrocche e un tocco di poesia, come nel brano “Gasparazzo 3D”: “Sistemati il cielo e la terra, l’ottavo giorno l’Etna eruttò, ne venne fuori la famiglia Gasparazzo che masticava la miseria più amara…”. Il protagonista viaggia attraverso il tempo e lo spazio, partendo dalla Sicilia preunitaria sino a giungere negli anni Sessanta, operaio in una catena di montaggio.
Il nuovo disco è il risultato di due anni di tour in cui è stato promosso “Mo’ mo’”, il precedente lavoro, distintosi per il sound e le storie fuori dai soliti cliché. La scelta della registrazione live viene incontro al desiderio di produrre sonorità “vive”, non contaminate dalla tecnologia, con strumenti acustici quali fisarmonica, batteria e contrabbasso, senza per questo rinunciare alle chitarre elettriche dalle sonorità vintage. Il termine “Forastico” è un aggettivo abruzzese che significa “selvatico”, utilizzato anche per descrivere una persona introversa che vive un po’ isolata e cerca di non farsi coinvolgere dal sistema.
Alcuni brani sono in dialetto abruzzese, un modo per avvicinarsi ancora di più alla musica popolare, come in “Mesci do tazz e rolal nu truzz”, dal ritmo reggae mescolato a parole in inglese e italiano, cadenzate dall’irresistibile inciso scioglilingua. Altre canzoni, tra dialetto e italiano, sono “Lu magge”, “Sandandonje” e “Lu lupe”, quest’ultima dedicata al lupo, simbolo “forastico” per eccellenza: “Lu lup, lup da li muntagne, cala pe n’abballe, quatte quatte duva passe, lascia de l’imbronde, pe natura da li part nostre è lu rra de lu bosche, e ci busch è lu braccunire, che jie da lu turmend…”.

I Gasparazzo Bandabastarda
I Gasparazzo Bandabastarda

Mustafà il magrebino, nel brano “Il maestro del Tajine”, litiga con il maiale che gli ha quasi mangiato il portafoglio, recuperato a suon di badilate ma con la foto del permesso di soggiorno diventata un Picasso, con la conseguenza di dovere passare in questura tante nottate in fila d’attesa.
“Fondaco” è la storia di una band che menava musica in una vecchia e buia cantina, al confine tra folk e rock, con miagolii, flauti dall’intenzione molesta, pianola e armonica a bocca.
“Vito il pistolero” quasi non tocca terra con il suo mocassino, un rock d’altri tempi per raccontare il cameriere letterario che, in una magica Torino, serve “Io ti Amo” di Stefano Benni, scelto da un menù di sole poesie.
“Balla Pedro” gioca con il mariachi tra chicas, sombreri e fiumi di birra; l’esotico Messico odora di folk e osteria, la giusta mescolanza per un sognatore scalzo: “La chica scintilla, a Pedro fa rodar la testa, sul ritmo se baila, la banda suona, è già festa”.
Il live dei Gasparazzo è divertente e coinvolgente, una rarità nel panorama della scena italiana. La loro musica ubriaca mentre i giochi di parole e i coretti nutrono l’anima e il corpo di chi si lascia catturare.

Guarda il video ufficiale de “Il Pistolero”

INSOLITE NOTE
L’inedito jazz degli Alunni del Sole riappare a due anni dalla scomparsa di Paolo Morelli

La rinata Produttori Associati, la casa discografica che è stata anche di Fabrizio De Andrè, sceglie di pubblicare una versione inedita dell’album “Dov’era lei a quell’ora”, un omaggio al grande cantautore Paolo Morelli a due anni dalla sua improvvisa e prematura scomparsa. Abbiamo intervistato il fratello Bruno, che ha condiviso con lui la storia e il sogno degli Alunni del Sole.

Paolo Morelli e Gli Alunni del Sole sono una parte importante della storia della scena musicale italiana…
Credo che Paolo sia stato tra i più bravi cantautori della sua epoca, stimato e ben considerato dai colleghi, compreso Fabrizio De Andrè, che all’epoca del suo primo lp, quello de “La canzone di Marinella”, incideva per la Produttori Associati, la nostra stessa casa discografica milanese. Fabrizio voleva sempre sapere quando andavamo a Milano, in modo da trascorrere il tempo del viaggio insieme con noi. Credo che il lavoro di mio fratello sia stato riconosciuto soltanto in modo parziale, perché avrebbe meritato una maggiore considerazione da parte di tutto l’ambiente. In quegli anni la musica era importante e di qualità, si viveva una continua competizione con la quale ci si doveva confrontare e dimostrare di essere all’altezza.

Alunni del Sole
Alunni del Sole

Cosa si sta facendo per ricordare il lavoro di Paolo?
L’unica cosa che io posso continuare a fare è raccontare la storia di mio fratello, dopo essergli stato accanto una vita intera e avere condiviso con lui lo stesso mestiere.
A parte i tributi, concerti e quant’altro, io posso raccontare una storia vista dal di dentro, parlare di quello che mio fratello è stato capace di produrre da quando aveva 20 anni, sino alla scomparsa. Lui ha dedicato tutta la sua vita alla musica.
Oggi tutto passa velocemente, cambia, si trasforma e anche la musica non si sa dove stia andando. C’è un concetto dell’usa e getta che contrasta con quanto fatto dai grandi protagonisti che si sono succeduti da Modugno in poi, ma per fortuna, anche se viviamo un periodo di grande distrazione, Paolo in parte è ancora ricordato. Quando è scomparso, le televisioni ne hanno parlato, mi ricordo gli annunci dei tg, di Domenica In e il bel servizio di Vincenzo Mollica su Rai uno.
Ritiro spesso targhe e riconoscimenti da parte di persone e iniziative che dedicano un ricordo a mio fratello, ma evito di progettare un eventuale premio Paolo Morelli, che durerebbe inevitabilmente una sola stagione, scontrandosi con questo momento storico in cui non interessa neppure l’attualità della musica leggera.
Nascono spontaneamente molte iniziative che lo ricordano e non c’è bisogno che io le incentivi ulteriormente. Nel 2013 il Flaminio Film Festival di Roma gli ha dedicato il premio per il migliore cortometraggio e la scorsa estate, il Direttore del Teatro San Carlo di Napoli, gli ha dedicato il concerto svoltosi nella spettacolare piazza Guglielmo Marconi di Riardo, nell’ambito del “Riardoborgofestival”. Recentemente Enrico Ruggeri ha cantato “’A Canzuncella” al Festival di Sanremo, a testimonianza di come le canzoni di Paolo siano senza tempo.

Paolo e Bruno Morelli
Paolo e Bruno Morelli

La rinata Produttori Associati ha pubblicato la versione inedita di “Dov’era lei a quell’ora”, orchestrata da Giorgio Gaslini. Come mai fu deciso di non pubblicarla e di rifarne una seconda con Gianni Mazza?
Il discorso fu affrontato nella sede della società, nella solita riunione di fine lavoro, alla presenza del direttore artistico, del produttore, del proprietario, insieme a noi e ad altri addetti ai lavori. L’opinione generale fu che la versione di Gaslini non era in linea con certi standard di suono e arrangiamento in uso all’epoca. Negli anni Settanta uscivamo dall’epopea beat, dominata da Rolling Stones e Beatles, e cominciavano ad arrivare le prime edizioni di Elton John, c’era quindi già l’esigenza di adeguarsi a quello che era diventato il nuovo “sound”. Si sosteneva che il disco dovesse suonare in un certo modo e avere uno standard di sonorità, soprattutto per quanto riguarda la ritmica: batteria e basso dovevano essere suonati con energia. Si pensò quindi che l’orchestrazione di Gaslini, pur molto bella, suggestiva e affascinante, avesse trascurato questi parametri e risultasse troppo elitaria, un arrangiamento per buongustai e appassionati della musica. All’epoca la discografia e un po’ tutti gli addetti ai lavori, cercavano di preservare la qualità del prodotto senza perdere di vista l’aspetto commerciale.

Voi quali delle due versioni preferivate?
Per noi sono belle tutte e due, queste cose in fondo le realizzavamo noi: non fu una proposta subita a malincuore, ci siamo prodotti in un’azione che accontentasse anche l’esigenza di cui ho parlato prima. Inoltre, ascoltandole in parallelo ci si accorge che c’e’ una risposta di suono più invadente nella seconda versione, ma ci sono anche alcuni tratti di quanto si era fatto con Gaslini. Per esempio l’ingresso con flauto dolce e l’utilizzo della chitarra classica erano idee di mio fratello. Anzi ti dirò di più, nella seconda versione Paolo arricchì molto i tratti di congiunzione tra un pezzo e un altro. Nella prima parte tra “Dov’era lei a quell’ora” e “Il paese dei coralli”, c’è un intermezzo meraviglioso che sicuramente rispecchia tutta la sua cultura classica, ascoltandolo ci si accorge che è una piccolissima suite di taglio sinfonico. La bella orchestrazione degli archi, della quale Paolo scrisse una linea portante, fu realizzata da Gianni Mazza, quindi, a mio avviso, anche nella seconda versione ci sono cose molto eleganti.

Dopo avere lavorato con Gianni Mazza, iniziò l’epoca di Gian Piero Reverberi…
La collaborazione con Reverberi è iniziata con “E mi manchi tanto”, in quello che consideriamo il periodo “milanese”. Dopo i primi tempi con Detto Mariano, Paolo volle incontrare Gian Piero, sia perché arrangiatore di Lucio Battisti sia per l’ottima considerazione di cui godeva in tutto l’ambiente. Da lì in poi abbiamo lavorato con lui sino alla fine degli anni Settanta, con la sola eccezione dell’album “Jenny e la bambola”, arrangiato da Tony Mimms.

La copertina di Dov'era lei a quell'ora
La copertina di Dov’era lei a quell’ora

Recentemente “Jenny e la bambola” è stato portato in digitale, in occasione del cofanetto realizzato dalla Sony, che contiene 10 vostri album. Come mai il disco è stato convertito dal vinile e non dal master originale?
I master realizzati per la Produttori Associati furono trasferiti negli archivi della Dischi Ricordi: tutto il catalogo (De Andrè, Santo & Johnny, Morris Albert) fu ceduto alla casa torinese che a sua volta fu acquistata dalla BMG. Da quel momento l’archivio è stato portato in Germania. I nastri, anche se conservati bene, col tempo si deteriorano, ogni tanto andrebbero suonati e conservati nel migliore dei modi. Prima che il processo di deterioramento si compia è consigliato il trasferimento su un supporto adeguato, in questo caso il digitale. Quando hanno cercato il master per realizzare il tributo della Sony, si sono accorti che “Jenny e la bambola” non suonava più, purtroppo non erano stati fatti i dovuti salvataggi. In questo caso, come per tanta altra bella musica, l’unico modo di recuperare qualcosa è quello di ripartire dal vinile. Comunque, grazie a quest’operazione, una delle nostre più importanti produzioni è riuscita a sopravvivere.

“Il sogno che svanisce” è l’ultimo album d’inediti che avete pubblicato, com’è nato questo disco?
Paolo non ha mai smesso di scrivere canzoni, ma da qualche anno la discografia è quasi scomparsa, i dischi non si vendono più e quindi c’è meno attenzione e possibilità di produrre nuovi lavori.
Alla fine del 2012, stavamo finendo di incidere “Il sogno che svanisce”, quando una mattina Paolo mi chiede di accendere il registratore perché aveva una canzone in testa. Si è seduto al pianoforte e l’ha cantata di getto, così com’è accaduto per tante canzoni di successo come “Pagliaccio” e “‘A Canzuncella”. La versione registrata in casa è la stessa stampata nell’album, non abbiamo fatto altro che dare una sistematina e aggiungere delle sottolineature con pochi archi e così via. Mio fratello era innamorato di questa canzone che gli era venuta di getto. Io, nel riascoltarla, ci trovo tanta tristezza, irrequietezza e nostalgia infinita. Nel testo ci sono dei passaggi, visto quanto successo dopo pochi mesi, che ne fanno una canzone enigmatica.

Qualche sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe fare ristampare l’album “Di canzone in canzone”, uscito in sordina nel 1992 e mai apprezzato come meritava. Il disco contiene 10 belle canzoni degne di essere riproposte e fatte conoscere.

Grazie Bruno per averci raccontato tante belle cose della vostra storia e di Paolo…
William, prima di congedarci, consentimi innanzitutto di salutarti. Non pensare che non sappiamo cosa hai scritto di noi, sei stato forse il primo agli albori di Internet a raccontare la nostra storia. Per questo ti vorrei testimoniare, oltre a un affetto istintivo che nasce nei confronti di coloro che parlano di noi, la mia gratitudine e riconoscenza.

Si ringraziano, per la gentile disponibilità e il sostegno, tutti i gruppi e i fan che sostengono Gli Alunni del Sole e Paolo Morelli su Facebook

“Liù”, Discomare 1978

INSOLITE NOTE
Un viaggio nella memoria con Marco Cantini

Marco Cantini, cantautore fiorentino, è l’autore di questo viaggio nel tempo, diviso in tre atti, un concept storico-generazionale di 15 canzoni che racconta le vicende di un professore bolognese, “Siamo noi quelli che aspettavamo” è un bestiario rivoluzionario sul graduale passaggio da una condizione migliore a una peggiore, da ricercatore a insegnante a chiamata. La trasposizione temporale crea il pretesto per incontrare artisti e scrittori nei giorni in cui prendevano coscienza delle loro capacità: Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, Frida Kahlo, Filippo Scozzari, Tanino Liberatore, Stefano Tamburini, Massimo Mattioli.
E’ la nostalgia o la voglia di comprendere i tanti fallimenti che porta il protagonista a voltarsi indietro e a sognare di ritornare a Bologna, nel 1977, tra le prime radio libere, i carri armati di Stock 84, le barricate del movimento studentesco e gli scontri con la polizia. Nei giorni in cui perde la vita Francesco Lorusso, il punk-rock domina i concerti giovanili e comincia ad affermarsi, attorno al Dams, un fermento artistico che condizionerà i decenni successivi.

La copertina dell'album Siamo noi quelli che aspettavamo
La copertina dell’album Siamo noi quelli che aspettavamo

“Pazienza” è il titolo del pezzo dedicato ad Andrea Pazienza, il fumettista e pittore scomparso a soli 32 anni, autore di “Zanardi” e “Gli ultimi giorni di Pompeo”, disegnati con il caratteristico tratto essenziale, così come questo brano e il video che ne è stato ricavato. Canini tratteggia un ritratto di avanguardie sospese o, come recita il testo: “La più bella striscia di fumo sulla terra”, partendo dal ritorno a Montepulciano, ultimo tratto del suo cammino.
“Cinque ragazzi” riporta ancora al mondo dei fumetti, tanto in voga in quel periodo, ai tempi delle riviste “Cannibale” e “Frigidaire”, che rivoluzionarono la satira italiana, proseguendo l’esperienza de “Il Male”. La canzone pur struggente è quasi ballabile, grazie al ritmo imposto dalla fisarmonica suonata da Giacomo Tosti.
“Technicolor” introduce il secondo atto e porta il professore negli anni ’80, dove l’edonismo e la televisione commerciale spazzarono via il bianco e nero della perduta innocenza. Cantini canta con Giorgia Del Mese, proponendo una ballata dal sapore cantautorale, in cui elenca i miti di quel periodo, accompagnato dall’evocativo piano Hammond di Lele Fontana e dal malinconico violino di Francesco Moneti.

Il Professore incontra Pier Vittorio Tondelli in “Soffia profondo Pier”, uno dei brani più belli e centrali del disco, arricchito dall’intervento al sax di Claudio Giovagnoli. Il passo successivo, nella canzone “L’esilio”, vede la pittrice messicana Frida Kahlo accogliere Trockij nella casa Azul, con la voce di Letizia Fuochi che affianca quella di Cantini.
Prima del risveglio, ancora nella seconda parte, l’incontro è con Federico Fellini nel brano “Vita e morte di Federico F.”. Qui il sogno si sposta in Messico alla ricerca di Castaneda, per la sceneggiatura di un film che non sarà mai girato.

Marco Cantini
Marco Cantini

Il terzo atto porta “Fuori dal sogno” e la decisione di andare via dal paese, un “Preludio all’addio” che si compirà con “In partenza”, l’ultimo brano che ci lascia con un paradosso: “Pensa liberamente, ma ubbidisci per sempre”.
L’opera si avvale di importanti collaborazioni: da Erriquez della Bandabardò e Francesco Moneti dei Modena City Ramblers a Giacomo Tosti, Bernardo Baglioni, Luca Lanzi della Casa del Vento.

Il secondo disco di Marco Cantini compie un viaggio nella memoria, dove luoghi, situazioni e personaggi sono soltanto apparentemente lontani dal presente. Il progetto musicale è fuori dagli schemi e dalle logiche di mercato, ma Cantini riesce a compiere il suo ambizioso viaggio nel tempo con lucidità intellettuale e talento musicale. Quegli anni ce li racconta un ragazzo nato nel 1976 e noi, che abbiamo qualche anno in più, cogliamo l’occasione per ricordare e riflettere.

Il video ufficiale di “Pazienza”

Dall’Italia a Londra negli studi di Vangelis: storia dei Panda

I Panda sono un gruppo italiano di musica pop e leggera formatosi col nome Camelot nel 1973, sono diventati i Panda nel 1974 in occasione della pubblicazione del brano “Addormentata”, finalista al Festivalbar quello stesso anno. La loro canzone di maggiore successo è “Voglia di Morire” del 1977, firmata da Carla Vistarini e Luigi Lopez, nata dalla collaborazione con il produttore Nico Papathanassiou, fratello di Vangelis, premio oscar nel 1982 per la colonna sonora del film “Momenti di gloria” di Hugh Hudson.
La storia dei Panda è un po’ la storia della musica italiana degli anni Settanta, con Osvaldo Pizzoli, il front-man del gruppo, abbiamo parlato di quel fantastico periodo.

panda-gruppo
Due copertine di brani dei Panda

Nei primi anni Settanta, cinque musicisti con diversi percorsi musicali diedero vita ai Panda
Tutto iniziò nel 1971, quando formammo il gruppo Camelot. Suonavamo nei dancing di Lombardia e Piemonte e nel frattempo scrivevo canzoni, che proponevamo a Mara Maionchi, nostra referente presso la casa discografica Ricordi. L’incontro fondamentale fu quello con Mario Gennari, già produttore di Angelo Branduardi. Grazie a lui ottenemmo il primo contratto da professionisti con la RCA Italiana. Per noi fu una gioia immensa.
Il 1970 fu un anno importante per i gruppi Italiani, l’inizio di un decennio d’oro esauritosi con l’arrivo dell’ondata inglese, che dirottò i gusti musicali dei giovani. Di conseguenza, alla fine di quel periodo, molti gruppi si sciolsero e fra questi i Panda.

Nel 1974 arrivaste in finale al Festivalbar con “Addormentata”
Tutto procedeva nel migliore dei modi. “Addormentata” ebbe un ottimo riscontro presso il pubblico, tanto è vero che la prima serie di copie andò esaurita in dieci giorni e ne ristamparono subito delle altre. A questo successo discografico seguì la partecipazione al Festivalbar 1974, che si svolgeva ancora ad Asiago, poi l’anno successivo passò a Verona, nella mitica Arena.
È indescrivibile l’emozione che provavo nell’ascoltare le canzoni dei Panda trasmesse quotidianamente dalla Rai, a quei tempi l’unica e quindi la più importante emittente radiofonica.

Osvaldo Pizzoli
Osvaldo Pizzoli

Com’è nata la collaborazione con Carla Vistarini e Luigi Lopez?
Mario Gennari ci presentò Carla Vistarini, Luigi Lopez e Giancarlo Leone, il figlio dell’allora Presidente della Repubblica. Furono loro a firmare le canzoni più importanti dei Panda, “Addormentata”, “Voglia di morire”, “Notturno”, e quelle di “Amanti mai”, il nostro primo e fortunato 33 giri, realizzato con un’orchestra di 50 elementi e registrato nello studio A della RCA Italiana.

Il 1977 è l’anno di “Voglia di morire”, di Lopez, Vistarini e Aloise, senza dubbio il vostro più grande successo
Indiscutibilmente fu il nostro brano di maggiore successo. Cambiammo casa discografica, passando alla Polygram Dischi, e ci affidammo a un nuovo produttore: Nico Papathanassiou, fratello del celebre Vangelis.

Lopez, Vistarini, Frescura e Vangelis, il talento non mancava
Proprio così, il talento e la bravura di Carla Vistarini, Luigi Lopez, Paolo Frescura e Vangelis erano indiscussi. In quel periodo ci recammo a Londra per registrare negli studi Nemo di Vangelis il singolo “Notturno”, tratto dallo schiaccianoci di Čajkovski, col testo di Carla e l’arrangiamento del grande musicista greco. Durante la permanenza a Londra, Vangelis ci fece un nuovo regalo, scrivendo per noi il brano “Dimenticare” che divenne il retro di “Notturno”. Ricordo che al rientro in Italia il nastro della registrazione, passando sotto il metal detector, si era smagnetizzato! Fummo costretti a tornare a Londra per averne una copia.

copertina album
La copertina di Voglia di morire dei Panda

Negli anni Ottanta i Panda hanno suonato con Ron e poi con Giorgio Faletti, vuoi raccontarci l’esperienza di quegli anni?
Negli anni Ottanta rifondai i Panda con altri musicisti e, in assenza di discografia inedita, diventammo il gruppo di supporto di Ron e Giorgio Faletti. A Ron mi lega un bellissimo rapporto di parentela, ma al di là di questo posso dire che è davvero un grande artista, dotato di estrema sensibilità, intelligenza, educazione e notevole espressione vocale. In ogni concerto è sempre riuscito a emozionarmi.
Durante le tournèe con Ron conobbi Lucio Dalla, artista immenso. Un giorno fece un concerto all’Eur di Roma, uscì dalla sua roulotte, mi vide, m’invitò a entrare e mi presentò a un gruppo di giornalisti che lo stavano intervistando. Mi mise una mano sulla spalla e mi presentò dicendo: “Questo signori è Osvaldo Pizzoli, cantante dei Panda, che ha inciso dischi con Vangelis”. In quel momento mi sentii veramente piccolo e diventai rosso in viso, perché era lui l’unico grande artista. Ora, col senno di poi, posso dire di essere stato un amico di Lucio Dalla.
Poi arrivò Giorgio Faletti, sagittario come me. Instaurammo fin da subito un rapporto di amicizia che proseguì anche dopo la fine della tournèe teatrale. Giorgio era un genio che seppe fare della sua vita un’arte in qualità di comico, attore o scrittore di successo. Passavamo ore al telefono parlando del più e del meno, dei suoi pensieri, dei suoi desideri e anche delle sue paure. Durante gli spettacoli, anche se sapevo a memoria le battute, mi coinvolgeva sempre, al punto che ridevo ad alta voce; mi faceva divertire tantissimo. Ora continuo a parlare con lui, anche se non c’è più, mi manca. In “Tre atti e due Tempi”, uno dei suoi ultimi libri, mi coinvolse nella scrittura facendomi diventare, con tanto di nome e cognome, un personaggio del romanzo. Infine riuscì a inserire anche i Panda nella storia(*). In questa maniera ha voluto sicuramente ringraziarmi per la nostra grande amicizia. Grazie Giorgio!

osvaldo pizzoli
Osvaldo Pizzoli

Nel 2009 avete pubblicato l’album “Le ragazze di una volta… sono angeli”
Per la registrazione dell’album mi sono affidato ad Angelo Zibetti, esperto musicale e proprietario di Radio Zeta, che ha creduto nella mia creatività artistica e a cui sono profondamente riconoscente.
Nella mia carriera mi sono divertito molto anche a scrivere canzoni affiancando la tipica melodia Italiana alla lirica. Insieme a mia sorella Annamaria Pizzoli, soprano al Teatro alla Scala per 15 anni, ho inciso i brani: “L’anima e l’amore” e “Salviamo il mare”, da bravi Panda ecologisti e amanti degli animali.

Questa estate avete avuto un buon calendario di serate, quali sono stati i brani più richiesti?
Si è stato un discreto calendario, ma al di là del numero dei concerti mi è rimasta una grande voglia di musica e quando salgo sul palco vivo sempre un nuovo “film a colori”. La mia vita la considero un’espressione musicale inesauribile. I brani che mi richiedono con più frequenza sono: “Voglia di Morire”, “Amanti Mai”, “Addormentata”, “Notturno” e “Teneramente” ma anche quelli più recenti quali “Le ragazze di una volta”, “Salviamo il mare”, “L’anima e l’amore”, “Ora mi manchi tu” e “Gli animali veri siamo solo noi”.
Concludo il racconto della mia piccola storia musicale augurando a tutti voi Buona Musica e Buona Vita e… viva i Panda.

(*) = Tratto da “Tre atti e due tempi” di Giorgio Faletti:
Riattacco e accendo la radio. Cerco una stazione che trasmette musica. Per qualche giorno, basta calcio.
La voce del cantante di un gruppo degli anni ’70, i Panda, esce dalle casse e mi comunica che ha Voglia di morire. Io, da ora, non più.

I Panda oggi sono:
• Osvaldo Pizzoli – Voce solista, flauto, sax e tastiere
• Roberto Ferrari – voce e chitarra
• Fabio Scalco – voce e tastiere
• Antonello Carbone – voce e basso
• Giorgio Santandrea – batteria e percussioni

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Voglia di morire

“Italiani veri”, in un film la passione dei russi per la nostra musica

Vincitore del premio del pubblico al Biografilm Festival di Bologna nel 2013 (che, quest’anno, si terrà dal 5 al 15 giugno, vedi), “Italiani veri – lo straordinario successo della musica italiana in Russia” è un documentario sul successo della canzone italiana in Russia e negli altri Paesi dell’ex Urss negli ultimi ’50 anni.
La pellicola, di Marco Raffaini (classe 1967, parmense che vive a Bologna), Giuni Ligabue (classe 1980, modenese) e Marco Bello (classe 1983, fiorentino), ripercorre la passione dei russi per la musica italiana, che con interesse, simpatia, affetto, rispetto e, perché no, dedizione, la seguono da sempre.

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Il documentario è stato premiato al Biografilm festival di Bologna nel 2013.

I russi cantano italiano, lo amano profondamente e il film ripercorre, con intelligenza, le tappe di questo successo, cercando di spiegarne le ragioni profonde e rintracciandone le radici nell’immenso favore che la cultura italiana gode presso la popolazione russa, fin da quando, nell’Ottocento, gli artisti russi, pittori e scrittori, raccontarono l’Italia, e, più tardi, quando in Unione sovietica si diffusero i film del Neorealismo italiano. Per chi, come me, vive a Mosca, non si può fare a meno di notare questa passione del popolo russo per tutto quanto è italiano in generale e per la musica in particolare. Italiano è sinonimo di eleganza, gusto, saper vivere, delicatezza, bellezza e soprattutto di cultura. Anche se qui la cultura si respira, la nostra è particolarmente amata e sentita. Non si può evitare di ricordare Dostoevskij che osservava come «per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo; l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano di essere i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e le presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale». Questo è ancora sentito, in Russia, oggi. E la musica fa parte di quell’arte universale. Una forza, la nostra.
Sullo schermo scorrono le interviste di tanti russi qualunque di oggi, incontrati a San Pietroburgo, come Andrej Groschokiv e Tat’jana Bulanova, che parlano allo spettatore incuriosito, di Robertino Loreti, il bambino prodigio, il cantante delle stelle, che negli anni ’60 aveva conquistato l’Unione sovietica, fino a vendervi oltre 50 milioni di dischi.

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Robertino Loreti

La sua popolarità era talmente grande che Valentina Tereshkova, la prima donna cosmonauta, chiese di poter ascoltare le sue canzoni a bordo della navicella spaziale. La piccola voce bianca delle parole di “Giamaica” e dell’”Ave Maria” incanta tutto il Paese. Ancora oggi Robertino riempie gli stadi in ogni angolo della Russia, un deputato della Duma (Sergej Apatenko) ambisce a duettare con lui, e lo fa. I fan di allora sono quelli di oggi, la passione viene tramandata a figli e nipoti. Tutto continua.

Scorrono le interviste dei testimoni dell’epoca, al simpaticissimo Mikhail, che ricorda come all’inizio confondesse la canzone “Giamaica” di Robertino con “Ma’jka” (maglietta) o con diminutivi di nomi femminili (“Majka, Mishka, Sashka, Alioshka”), o ad Aleksandr, che ricorda la maglietta strappata di Celentano (e lui e i suoi amici avrebbero tanto voluto imitarlo, la erano poveri e strappare una maglia era troppo costoso per loro…).

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Incontro con Albano

Ci sono poi gli incontri con gli artisti italiani maggiormente amati in Unione Sovietica prima e in Russia poi, come Robertino Loreti, Pupo, Al Bano, Toto Cutugno. Si racconta e si spiega, dal punto di vista sovietico, questo enorme successo, fin dagli albori. Le canzoni italiane di musica leggera non veicolavano messaggi politici, sociali o di proteste e potevano, quindi, essere ascoltate senza censure, a differenza di quanto avveniva con i maggiori gruppi rock inglesi e americani, come Rolling Stones o Beatles.

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Incontro con Cutugno

Come ricorda Mikhail, la musica italiana parlava di vita leggera, di amare le donne, il vino, la semplicità di ogni giorno, insomma di godersi la “dolce vita”, non imponeva alle persone di pensare. Mancava il tema del lavoro ma era una musica da giorno di festa. Non veniva zittita (con silenziatori speciali che intervenivano sulle frequenze, come avveniva per la musica del mondo anglosassone), anzi era proposta.

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Gina Lollobrigida
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Le automibili Lada-Vaz

Film e attrici italiane, come Gina Lollobrigida, erano acclamati e amati. Famose sono le immagini di una bella Lollobrigida che incontra e bacia l’idolo dei tempi, Yuri Gagarin. Nel 1964, è il periodo anche della Lada. La Lada-Vaz, infatti, nacque per decisione del Governo sovietico, che deliberò, in quell’anno, la costruzione di un colossale impianto per la produzione di automobili “popolari” da ubicare a Togliatti (città nota in Italia con il nome di Togliattigrad, nei pressi del fiume Volga, fondata nel 1737 col nome di Stavropol’-na-Volge, e che, il 28 agosto 1964, assunse la denominazione attuale, in onore di Palmiro Togliatti, il segretario del Partito Comunista Italiano scomparso una settimana prima). La costruzione degli stabilimenti, nel 1966, fu affidata alla Fiat. Il nuovo impianto produttivo (270km di linea di montaggio e capacità produttiva di quasi 1 milione di automobili all’anno) fu inaugurato ufficialmente nel 1970 alla presenza del Ministro dei trasporti sovietico Tasarov. L’Italia era anche trasporto e movimento.

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Negli anni Ottanta, la televisione sovietica inizia a trasmettere, ogni anno, la serata finale del Festival di Sanremo, vera e propria finestra e valvola di sfogo sul “libero” Occidente. Questo fa sì che la fama dei cantanti italiani più rappresentativi (Toto Cutugno, Adriano Celentano, Al Bano e Romina Power, Pupo, Ricchi e Poveri, Riccardo Fogli) raggiunga ogni angolo di un paese immenso e sconfinato. E fortemente curioso. Interessante il passaggio sui “cutugnisti” (come Olga Zaitseva, Olga Rybakova, Artemij Pominov e Paven Fuks), un gruppo di fan che, con le canzoni, imparavano l’italiano pur coscienti che la possibilità di recarsi in Italia era per l’epoca quasi impossibile.

italiani-veriGli “intellettuali” si avvicinavano, invece, a Paolo Conte, Branduardi o, soprattutto, a Fabrizio de André, considerato il Visotsky italiano (da Marina Kadzheva). In particolare, sono interessanti le testimonianze dei fans che raccoglievano interi quaderni scritti a mano con le foto e gli articoli dei propri beniamini. I diari contenevano interviste ricopiate a mano, ritagli di foto e di articoli di giornale, spesso con la lametta, dall’Unità.

italiani-veriVi sono anche interviste a cantanti russi e russe che hanno collaborato con Toto Cutugno o Albano (Tat’jana Bulanova, Svetlana Svetikova, Diana Gurtskaja), a esponenti della creativa scena underground pietroburghese (Oleg Garkusha degli Auktsyon, Nikolaj Gusev del gruppo “Strannye Igry”), a critici musicali, giornalisti, professori universitari. Tutto ben documentato. Manca solo l’irraggiungibile, Adriano Celentano, il mito, il fenomeno unico, viveur, al quale Mikhail augura ogni bene.
Lo stesso Mikhail che conclude con una vena nostalgica, perché cose e generazioni sono cambiate, il comunismo è andato ed è arrivato non si sa bene cosa, perché nulla può ripetersi e non si ritorna mai nei dove si è stati felici.

Grazie a Marco Raffaini per avermi dato la possibilità di visionare il film.

Per sapere dove vedere il film, consulta la pagina di Facebook  [vedi].
Per saperne di più sul documentario clicca qui [vedi].

Marco Raffaini
Nato a Parma nel 1967, vive a Bologna. Professore di lingua e traduzione russa all’Università di Parma, traduttore, scrittore, è alla prima esperienza cinematografica. Nel 2012 ha scritto “Eto sluchilos’ so mnoj” (Ѐ capitato proprio a me), romanzo biografia di Robertino Loreti, in via di pubblicazione in Russia. Nel 2003, ha pubblicato il romanzo “Storia della Russia e dell’Italia”, con Paolo Nori (ed. Fernandel) e molti suoi racconti sono stati pubblicati su varie riviste e antologie. Ha tradotto dal russo i romanzi “Manuale di disegno” di Maksim Kantor per Feltrinelli e “Maksim e Fjodor” di Vladimir Shinkarjov per Einaudi. Frequenta abitualmente la Russia per passione.

Giuni Ligabue
Nato a Modena, nel 1980, è autore e regista. Si avvicina al mondo del cinema nel 2003 e da allora ha realizzato e partecipato alla realizzazione di vari progetti (videoclip musicali, cortometraggi, lungometraggi, spot e documentari). Si dedica per passione alla realizzazione di progetti di cinema popolare nelle realtà degli spazi occupati e autogestiti. Collabora con diverse realtà indipendenti principalmente tra Bologna e Roma, ed è attualmente impegnato nella realizzazione di altri importanti progetti.

Marco Mello
Nato a Firenze nel 1983, fin da giovane sperimenta il linguaggio fotografico sia nella pratica del reportage amatoriale, che nello sviluppo della pellicola in camera oscura. Iscritto al Dams nel 2002 si avvicina al mezzo audio video, e, a Bologna, comincia a sperimentare la ricerca del linguaggio fotografico nel cinema. Collabora con varie realtà locali e nazionali come direttore della fotografia.

IMMAGINARIO
Mistero dell’ocarina.
La foto di oggi…

Una rarità discografica, un personaggio misterioso, uno strumento difficile quanto popolare: ecco gli ingredienti di una storia nella Storia, che racconterà stasera Roberto Manuzzi, sassofonista, compositore e docente del Conservatorio di Ferrara. L’incontro su “Il mistero dell’ocarina scomparsa (storia sconosciuta del più grande virtuoso del mondo)” è incentrato su questo piccolo e particolare strumento a fiato. L’appuntamento fa parte del calendario di conferenze in tema musicale, organizzate dalla associazione Rrose Sèlavy di Ferrara. Oggi, mercoledì 25 marzo, ore 20.15, nella sede del circolo, via Ripagrande 46. Ingresso gratuito per i soci, 5 euro per i non soci. (gio.m)

OGGI – IMMAGINARIO MUSICA

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La nascita delle ocarine, a Budrio, dove un artigiano realizza lo strumento a fiato (foto Aldo Gessi)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…
[clic sulla foto per ingrandirla]

Lopez: tanti brani per Mina, Vanoni, Mia Martini e ancora la voglia di sognare

Le canzoni di Luigi Lopez hanno arricchito per oltre vent’anni la scena musicale italiana, sino ad arrivare ai successi americani. Con Carla Vistarini ha scritto numerose canzoni, tra cui, “La voglia di sognare”, storica hit di Ornella Vanoni del 1974, “La nevicata del ’56” interpretata da Mia Martini, “La notte dei pensieri” per Michele Zarrillo e “Mondo” per Riccardo Fogli, primo di una lunga serie di pezzi scritti per il cantante dopo la sua uscita dai Pooh. Tra i riconoscimenti ottenuti: il premio per la migliore canzone straniera alla 8ª edizione del World popular song festival of Tokyo, con “Ritratto di donna” interpretato da Mia Martini e il 1º Primo premio assoluto alla 13ª edizione dello stesso festival (1982), con il brano “Where Did We Go Wrong”. Lopez è noto al grande pubblico anche per avere scritto e interpretato “Pinocchio perché no?”, sigla delle nuove avventure di Pinocchio, l’edizione italiana del cartone animato giapponese ispirato all’omonimo burattino di Collodi.

Quarant’anni di carriera, una vita dedicata alla musica, come hai iniziato?

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Luigi Lopez durante il tour 2014

Nel 1965 ero il “chitarrista elettrico” degli Shocks, il mio gruppo. In una magica serata ci esibimmo al Titan Club di Roma, come band di supporto dei mitici Gun. Alla fine della performance, vennero nel mio camerino a congratularsi nientemeno che Gianni Boncompagni e i Rokes, con Shel Shapiro in testa. Avevo fatto una buona impressione e fu Gianni a propormi di scrivere canzoni, aiutandomi con i suoi preziosi consigli. È cominciata così, poi arrivò il mio primo contratto di esclusiva con l’Apollo Records di Edoardo Vianello, che m’introdusse professionalmente nel grande mondo della Rca Italiana.

Per tanti anni Carla Vistarini ha scritto i testi delle tue musiche …
Quando cominciai ad avere credibilità come compositore, la convinsi a scrivere il testo di una mia musica. Le sue poesie mi commuovevano, perché non provare, mi chiedevo? Non fu facile farla accettare dai miei collaboratori, dai vari produttori ma bastò la sua “Mi sei entrata nel cuore”, cantata dagli Showmen, a farla entrare di diritto nella grande famiglia dei parolieri italiani.

Sei uno dei pochi autori che hanno scritto canzoni per Mina e Ornella Vanoni, una bella soddisfazione?
Due grandi antagoniste? O due insuperabili contendenti? Beh, comunque entrambe nel mio “libro dei record”. Ancora non saprei dire chi di queste due immense interpreti sia la mia preferita; me le tengo strette, strettissime nell’album delle mie soddisfazioni più preziose. Brani quali “Ancora dolcemente”, “Mi piace tanto la gente”, “La voglia di sognare”, come potrei mai decidere per l’una o per l’altra? Impossibile!

“Delfini”, in altre parole l’incontro con Domenico Modugno e Franco Migliacci, che ricordo hai della vostra collaborazione?
Modugno, Domenico, Mimmo, chiamiamolo come più ci piace, il grande “Mr. Volare” aveva davvero le ali. Durante la registrazione non volle che sulla sua voce fosse messo nessuno dei tecnologici effetti che avrebbero potuto aiutare la sua performance. Straordinario e insuperato maestro.

“Here I go again”, interpretata da Julie Anthony, ha vinto dischi d’oro in giro per il mondo, così come “Another chapter” eseguita da John Rowles …
Si tratta di ennesimi regali della mia fortunata avventura americana. Ero in vacanza a Londra, davanti a Buckingham Palace, intento ad ammirare il cambio della guardia, quando alle mie spalle sentii qualcuno intonare un’inconfondibile melodia, c’era una ragazza con le guance punteggiate di lentiggini, che canticchiava la mia “Here I go again”, in quei giorni al top delle classifiche in Australia.

Al World popular song festival di Tokyo hai vinto con “Where did we go wrong”…
Nel 1982 rappresentavo gli Usa e vinsi il primo premio, il “Golden grand prize”, con la mia canzone “Where did we go wrong” eseguita da Anne Bertucci, con i versi di Nat Kipner (primo produttore dei Bee Gees e straordinario autore) e l’arrangiamento di Jimmie Haskell (arrangiò “If you leave me now” dei Chicago).

“La nevicata del ‘56” fu eseguita per la prima volta al Cenacolo della Rca italiana?

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Compone insieme a Carla Vistarini “La nevicata del ‘56”, portata al successo da Mia Martini

“La nevicata del ’56” fu scritta non meno di 35 anni fa con la collaborazione di Fabio Massimo Cantini. Non potevo immaginare che Carla Vistarini ponesse su quelle nostre semplici note, una vera e propria “poesia”, un affresco di Roma, evocativo di un evento indimenticabile, che la canzone ha contribuito a fissare per sempre nell’immaginario e nei ricordi di tanti italiani. Fu Gabriella Ferri (era il 1975 o giù di lì …) ad ascoltare per prima la nostra canzone. Con la mia chitarra e un’indicibile emozione la eseguii seduto al centro di una stanza del Cenacolo, il piccolo “ateneo musicale” voluto dalla Rca, per favorire gli incontri e gli scambi di idee fra gli “emergenti” della cosiddetta “scuola romana”. Gabriella Ferri era accompagnata dal suo produttore Piero Pintucci, invitata espressamente per ascoltare quella che le era stata annunciata come la canzone “perfetta”, per proseguire la serie dei suoi successi legati a Roma. Ricordo come fosse ieri il silenzio che si creò durante l’ascolto, e alla fine Gabriella mi abbracciò commossa: aveva gli occhi bagnati di lacrime. Contrariamente alle attese, la nostra canzone rimase nel cassetto per oltre quindici anni, fino ai giorni che precedettero la partecipazione di Mia Martini al Festival di Sanremo 1990, dove conquistò il meritatissimo premio della critica.

Luigi Lopez oggi?
Con mio figlio Riccardo è nata un’intesa musicale assai promettente, lo scorso anno la nostra canzone “Sailor”, cantata da Riccardo, ha scalato le classifiche di tutte le radio web, staremo a vedere …

La foto in evidenza, scattata a Manciano (Grosseto), è di Giuseppe Barbagallo e Carlo Paoletti

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