Tag: mostre

Perché sparare sulle luminarie non costruisce una città migliore.

 

L’amico Giovanni Fioravanti scrive su Ferraraitalia dell'”oscuro buio delle luminarie” [leggi Qui] . Quest’anno infatti, con la giunta leghista, il Natale di Ferrara brilla più degli anni passati.
Le luminarie, scrive Fioravanti, le paghiamo noi contribuenti e avvantaggiano solo i “bottegai” (il termine spregiativo per definire commercianti e negozianti); sono l’ennesimo tributo ai turisti e alla cultura del turismo di massa, l’ultimo orpello di una “Ferrara che si vende sul mercato”. Le luminarie, scrive ancora Fioravanti, e qui il discorso si fa più metaforico, servono solo a ingannarci, a buttar fumo negli occhi ai cittadini, a distogliere il nostro sguardo sulle cose che non vanno e sulle cose che si dovrebbero fare per fare di Ferrara una “città della conoscenza”: più inclusiva, più colta, più solidale.

Naturale, anche a me piacerebbe una Ferrara diversa, quella “città della conoscenza” che con una felice locuzione Giovanni Fioravanti predica da anni.  È esattamente lì che dobbiamo arrivare, o almeno, è in questa direzione che dobbiamo concentrare i nostri sforzi. Di questa visione, di questi obbiettivi doveva essere intessuto il programma elettorale del Centrosinistra alle ultime elezioni amministrative del 2019. Così non è stato, e anche per questo abbiamo perso miseramente e oggi governano Alan Fabbri e Naomo Lodi.

Io, però, non me la sento di sparare sulle luminarie. L’altra sera, andavo a prendere mia figlia in stazione, e percorrere tutta viale Cavour, era una festa di luci. Dopo ‘le barriere’, attorno al grattacielo c’erano alberi luccicanti e una stella cometa. Confesso che davanti a quelle mille lucine, uno spettacolo un po’ felliniano, ho provato una piccola emozione.

A me le luminarie, quando non sono pacchiane, piacciono. Forse perché hanno il potere di mettermi addosso un po’ di festa. Così sono andato a pescare una foto (la vedete nella copertina) che ho scattato durante le feste a Napoli, al Rione Sanità, due o tre anni fa: è un bellissimo omaggio a Pino Daniele. Mi piacciono (e sono pronto ad affrontare gli sfottò sui social) anche le luminarie 2021/22 di Ferrara scelte dalla Giunta di Destra.

Per tanti, anche per Giovanni Fioravanti che citavo sopra, le luminarie di Ferrara sono solo frutto di incultura e bieca propaganda (panem et circenses). Come pure il libretto sul dialetto ferrarese che il Sindaco Fabbri ha distribuito di persona ai bambini delle scuole elementari. Su questo episodio, non ho molto da aggiungere a quanto ha scritto Mauro Presini la settimana scorsa, e che invito tutti a leggere o a rileggere [Qui].

Il coraggio del maestro Mauro Presini, o almeno io così l’ho inteso, sta nel puntare finalmente il dito verso l’interno – verso noi stessi, verso le nostre parole vuote, verso quanto dovremmo fare e non facciamo – invece di prendersela tutti i giorni con la Giunta di Destra e le azioni di Sindaco e Vicesindaco.

Non c’è nulla di male nelle Luminarie. Tantomeno nel dialetto, nel riscoprire la nostra storia, le nostre radici. Proprio al dialetto questo giornale dedica una rubrica filologicamente perfetta e seguitissima, Al cantón fraréś.

L’amministrazione Comunale si fa propaganda riempiendo la città di luminarie e ammiccando al dialetto ferrarese? Certo che sì.
E non solo. Si fa propaganda anche con le mostre al Castello, gli spettacoli al Teatro Comunale, i grandi concerti dal vivo, i festival di questo e di quello. E si fa propaganda, si cerca il consenso (e il voto), anche con le giostrine per i bambini, perfino con le bancherelle con i cibi etnici. 

Lo si fa ora. E lo si faceva anche tre, cinque o dieci anni fa. Con l’attuale Giunta di Destra e con le precedenti Giunte di Centrosinistra.
Fare propaganda (farne un po’ o farne tanta) è un peccato originale della politica e dei politici. Sarebbe bello che così non fosse, ma trovo un po’ stucchevole indignarsi. Ma molto peggio, far finta di indignarsi come vedo fare da alcuni esponenti politici della Sinistra che, quando erano in carica, usavano i medesimi strumenti per cercare di catturare il consenso.

Dobbiamo pensare, proporre, costruire una Ferrara più giusta, solidale, democratica? Se è così – e solo così la prossima volta si potrà ribaltare l’attuale maggioranza in Comune – a nulla serve prendercela con le luminarie e fare le pulci a questa o quell’iniziativa di Fabbri e Naomo Lodi. Non serve a nulla. Non produce pensiero. E non sposterà nemmeno un voto.

Guardiamo all’interno non all’esterno, partiamo da noi, invece. Concentriamoci, studiamo, proponiamo misure concrete per fare di Ferrara una città più accogliente e solidale, una città senza sbarre e cancelli, con scuole non abbandonate a se stesse, con nuove biblioteche, con sale gratis in ogni quartiere dove i cittadini possano discutere dei propri problemi e proporre soluzioni a chi governa la città, con nuovi spazi e nuove occasioni per chi in città fa teatro, musica, arte, Eccetera… si prega di continuare l’elenco.

E se davanti agli alberi che brillano di luci ci scappa un sorriso, non è poi tanto grave. Succede, specie a Natale.

DIARIO IN PUBBLICO
Il mistero dell’identità tra politica, arte e letteratura

Un articolo di Paolo Di Stefano appare sul Corriere della sera del 2 giugno ’20. Con tono apparentemente ironico l’autore attribuisce al sommo Arbasino la dicitura del partito di Giorgia MeloniFratelli d’Italia. Di Arbasino, carissimo amico, ho pubblicato un ricordo apparso su questo giornale il 25 marzo dell’anno in corso e la nostra amicizia ha percorso i decenni, accompagnata da quella del massimo studioso dello scrittore, Raffaele Manica. Sicuramente il commento del giornalista più che una fake news certamente s’appoggia su un paradosso mal riuscito. In fondo anche allo stesso scrittore si sarebbe potuto imputare l’accusa di plagio se, come sappiamo, il romanzo prende il nome dal verso dell’Inno di Mameli. E, inoltre, penso che la signora Meloni tutto avrebbe sperimentato fuor che rivolgersi a chi, sia nella scelta politica che in quella letteraria, era all’opposto della sua visione ideologica. Per forza, come un altro arbasiniano suggerisce, Massimiliano Parente, lo scrittore non avrebbe risposto! Da ignorare.
Perciò non ammetto, anche se in via ironica, la commistioni di visioni: quella dell’arte e quella della politica. Al massimo anche la dizione ‘Casa Pound è profondamente sbagliata, proprio perché Pound non fu solo un fervente seguace del nazismo/fascismo, ma anche un grande scrittore. Allora su questa scia ecco ingolfarsi le scelte umane che diventano scelte letterarie, ma ne restano profondamente divise. Proust, per fare un esempio famoso, vendette la casa dei suoi genitori per finanziare una casa d’appuntamenti omosessuale. Ma quello cosa c’entra con il Baron de Charlus? E le vernici navali di Svevo che cosa hanno a che fare con il suo romanzo? La dialettica tra vita e arte.

 Ormai un altro messaggio che ci arriva è la oscurità dell’artista rappresentato. Penso a Banksy e alla favola mediatica che è stata costruita sopra questo ‘artista’ così idoneo a raccogliere il gusto contemporaneo: mistero, mancanza d’identità, operazioni da strada. Certo se fa così bene alle casse esaurite della cultura ferrarese ben venga anche lui. Vorrà dire che la sua mostra sarà maggiormente apprezzata da ristoranti, negozi, alberghi. Se si pensa che la stessa operazione di Schifanoia e della sua apertura insiste, più che sulla effettiva qualità di quegli affreschi, sulla illuminazione che ne rivelerebbe momenti nascosti; allora dobbiamo ammettere che la nuova visione dell’arte sta per subire una svolta epocale.
Ieri sera è stato proiettato in tv un film orrendo Opera senza autore, un melo, che avrebbe dovuto spiegare le scelte contemporanee dell’arte nel luogo principe, in cui l’arte si nega per imporla: Düsseldorf. E’ dunque giunto il momento in cui la negazione del fare artistico fa si che il nome riassuma in sé tutto: l’opera e la sua manifestazione. Mi chiami Banksy o Ferrante, non importa ciò che vedo o sento. Importa l’universo che ho saputo esprimere e che dovrebbe essere il reale.

A questo punto preferisco da probabile radical chic vedere i musei molto più che le mostre. Elaborare una mia convinta idea di ciò che m’interessa e m’interesserà per sempre. Una ineliminabile vena didattica? Forse sì.
Mi arriva l’invito a recuperare il mio biglietto per la mostra romana di Raffaello. Non ci andrò. Che farmene di rivedere frettolosamente opere che già conosco e che avrebbero dovuto essere un ripensamento sui testi? Spinti come ‘capre’ col tempo contingentato? Ma va là!
Mi arrivano nel frattempo inviti clamorosi. Partecipare in prima persona alle manifestazioni pavesiane per il settantennale della morte. A Parigi, a Torino. Sempre che cambi la situazione sanitaria. Speriamo.

Mi rivolgo indietro e penso agli anni felici quando Parigi era il TUTTO. Ma per ora mi consola leggere un libro magnifico dell’amico Cesare de SetaL’isola e la Senna, Jaca Book, 2019. Una consolazione per chi ora solo ricorda la città dei sogni. Così mi rivolgo al mio omonimo criceto, un po’ addormentato in questo fine settimana di riapertura. Svogliatamente mi dice che ormai siamo nel pieno e che la sua vita da ora in poi sarà noiosamente divisa tra libri e eventi. Lo consolo sussurandogli all’orecchio: “Fai il bravo che ti porto con me a Parigi!”.
E il mio omonimo sospira di nostalgia.

La clausura e il sogno di una fuga

Svolacchio con la mente ripercorrendo ciò che mi ha maggiormente impressionato in questa clausura fisica che sta diventando mentale suggerita e giustamente imposta da chi ci difende o tenta di difenderci scientificamente dal maledetto morbo o meglio ( senti come fa fino!) vairus. Mi s’invita alla pazienza mentre conto i giorni che mi rimangono prima della chiusura della mostra Canova-Thorvaldsen che voglio e devo assolutamente vedere. La sfida al divieto era stata decisa qualche giorno fa; poi il mio amico, grande critico d’arte, anche lui operando di nascosto alla famiglia prontissima come la mia a dargli l’ostracismo, rinuncia a causa di un leggero raffreddore di cui si è prontamente rimesso (n.b. abita in Veneto vicino a Vicenza….). Ora la scommessa è: riusciranno i nostri eroi a prendere il treno (orrore!!!) in un giorno fausto come il 13 venerdì? Tramiamo il viaggio in segrete telefonate che s’estendono anche alla Svizzera da cui dovrebbe arrivare la comune amica che tuttavia ha forti dubbi di poter essere riammessa nella ‘polita’ terra senza virus. Frattanto, febbrilmente, sposto la data delle vacanze romane offertemi per il mio ormai imminente genetliaco e aiutato dal ‘santo’ Lorenzo, tecnico che andrebbe continuamente tenuto in servizio attivo. Trionfalmente riesco a impossessarmi di due biglietti per la mostra di Raffaello. Lo comunico fremendo di gioia alla mia vicepresidente che mi ride in faccia (ovviamente con la mascherina anche se siamo al telefono!) facendomi notare che, come socio Icomos, avrei avuto diritto al biglietto gratuito. Assumo un tono annoiato e le domando: “Chi avrebbe fatto poi la coda per il biglietto restante, essendo due in famiglia?”, poi, esultando di piacevole nonchalance, le comunico che appena arrivato a Roma sarei andato a cena da Hang Zhou che come si sa è il miglior ristorante cinese d’Italia se non d’Europa. Rullano i tamburi quando poi mi viene comunicato che la mostra su De Pisis sarà trasferita a Palazzo Altemps a Roma qualche tempo prima del soggiorno romano. E mentre mi lancio esibendomi senza pudore in pescheria in un balletto coronarico –un passo avanti e due indietro-decido di adottare come saluto a distanza il gesto immortale di Alberto Sordi non più accompagnato da ‘lavoratoriii’ ma da “coronaaaa”.
In città alla noia greve si aggiunge l’eterno ritorno dei personaggi di cui ormai tacere è bello. Che clangore di piatti rotti fra le parti contendenti! E’ proprio vero. ‘Ferara’ non cambierà mai, non può cambiare. Frattanto con il passo pesante del fato si chiudono tutte le conferenze e le manifestazioni culturali che riempivano il mio carnet. Ultimo di ieri lo spostamento del Convegno internazionale padovano sui giardini fissato il 2 aprile e rimandato al 15 giugno. Rivedo film meravigliosi alla televisione ma ormai sto scivolando verso lidi infrequentabili. Un popolare show mi produce le convulsioni e devo per forza evitarlo; i seriosi dibattiti tra gli intendenti mi producono crisi frequenti di narcolessia o per fare il figo di tripanosomiasi africana essendo quasi tutti dedicati agli effetti del vairus. Mi rimangono le vicende amorose del Cavaliere ma sono ormai troppo ripetitive.
La nonna mi avrebbe detto severamente “Ti annoi? Allora studia!”. Prudentemente i nipoti informati della mia minacciata escursione mi fanno prudenziali telefonate per vedere se sia il caso di mettermi in isolamento. Mi telefona Francesca Cappelletti che mi avverte che se avessi deciso di vedere la mostra di Georges de la Tour a Milano i biglietti omaggio erano alla cassa e questo mi rende orgoglioso perché vengo trattato da pari a pari da una delle maggiori critiche d’arte!
Come finirà???? Non so né voglio saperlo fino al 12 marzo data ultima per comprare il biglietto del treno.
Il mio grato pensiero ora va a Francesca del Libraccio che assieme alle sue meravigliose ragazze mi indicano libri, mi sorridono, rendono ancora la libreria l’unico, vero posto di contrasto al vairus per cui, scritto il mio pezzullo, comincio la lettura del romanzo di Eshkol Nevo, L’ultima intervista. Appunto.

Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
Facebook | Instagram | Twitter | Youtube

Il mondo dell’arte piange Mario Piva, scultore e imprenditore fondò la Stayer

Il mondo artistico e culturale ferrarese piange la scomparsa del maestro scultore Mario Piva che ci ha lasciati in nottata, poco prima dell’alba, dopo una brevissima malattia e a pochi giorni dal suo 88esimo compleanno, che avrebbe celebrato l’8 marzo.
Artista coerente, Mario Piva si è affermato attraverso un ponderato e geniale percorso di crescita, pervenendo via via a un alto livello di maturità con opere che hanno confermato la sua creatività e che lo pongono come uno dei migliori interpreti di una scultura di originale espressione. Numerose le mostre realizzate in Italia e all’estero, a dimostrazione della sua intensa e apprezzata attività. Ha lavorato per lasciare un segno, una traccia importante sul grande libro della vita e dell’arte. Presenta per la prima volta i suoi lavori nel 1977 a Palazzo Ducale di Pesaro per poi approdare al Castello Estense della sua città di Ferrara nel 1978 e al Palazzo dei Diamanti, nel 1987, quindi all’Università di Sarajevo, alla Casa di Raffaello ad Urbino, solo per citare alcuni dei luoghi più significativi. Il 15 ottobre 2005 venne inaugurata la sua tanto amata Collezione, a Ferrara, in via Cisterna del Follo 39, che contiene numerosissime sue opere e che diventerà anche un luogo polivalente con eventi culturali, letterari e musicali.
In permanenza a Ferrara vi sono alcune testimonianze di prestigio: “Il Cavallo” in rame di due metri e sessanta posizionato nella rotonda fra via Kennedy e via Bologna; “L’Abbraccio” in rame, di 4 metri, esposto nel giardino di Palazzo Massari a Ferrara; “Il Cristo” in rame di 5 metri posizionato sul sagrato della chiesa di Tresigallo e donato alla Comunità tresigallese; il Cippo commemorativo nella caserma di Comacchio, con la collocazione di un’opera scultorea alla memoria del giovane carabiniere Cristiano Scantamburlo, ucciso dal malvivente che aveva appena bloccato (anno 2009).
Da ricordare anche la sua figura come industriale, che nel 1958 ha fondato la Stayer, la fabbrica che fa parte della nostra storia ferrarese a pieno titolo, ceduta poi negli anni ’90.

DIARIO IN PUBBLICO
La noia dei campus e le nostre scassate ma vive università

Intrappolato tra centenari e ricorrenze, Canova, Ariosto, Bassani; incattivito dai mille umori che colano da versioni diverse di uno stesso problema; incavolato da chi con sorriso ebetino imbandiera proditoriamente il pennone destinato al Tricolore di notte, baciando una bandiera di parte. M’abbatto dopo una splendida cena di lasagne con tartufi (offerta) in poltrona. Puntuale come il destino, o il rimorso, comincia in tv la più grande ciofeca della storia del cinema: ‘Love Story’.
E i ricordi cominciano a mulinare. Mia moglie insegnava in provincia; mia madre e io ci trasferimmo al Lido degli Estensi, aspettando l’arrivo della consorte. In giugno era attivissimo il cinema . All’apertura serale – due spettacoli – mamma si piazzò in quarta fila munita di abbondanti fazzoletti e si pappò entrambi gli spettacoli. Noi la raggiungemmo all’ultimo. Il sommesso singhiozzare del pubblico, quasi tutto femminile, accompagnava la celeberrima frase “amare significa mai dire mi dispiace”; mentre anche dal mio ciglio inumidito, forse dalla spaventosa ovvietà del racconto, colava una lacrima sul viso mentalmente cantata da Bobby Solo, di cui invidiavo rabbiosamente la chioma. Passano gli anni e vado a insegnare per un anno in Massachussets, poi vengo invitato ad Harvard da fraterni amici che mi preparano alla Eliot House sontuosa camera da letto. Beh! Quegli studenti erano simili a quelli del film! Molto sport, molta attività sessuale, doverosi studi, pantofole infradito in dicembre – ricordate i giochi sulla neve dei protagonisti del film? – tutto quello che ci aspettavamo dall’immagine dell’America che amavamo e che ci pareva un ‘Paradise’. Non a caso nell’Università dove insegnavo abitavamo in ‘Paradise Road’. Francamente un modo di vivere noioso rispetto alle nostre scassate sedi universitarie, dove tutto era ed è precario ma originale, imprevedibile, nuovo.
E allora appare di una verità sorprendente il commento che Michael Moore mette in bocca ai giovani del suo nuovo film-documentario ‘Fahrenheit 11/9’: “forse noi amavamo un’America che non è mai esistita”. Poi, una delle sere seguenti, acchiappo per caso uno dei film più sconvolgenti e belli della storia del cinema: ‘Sunset Boulevard’ – ‘Viale del tramonto’ – il capolavoro di Billy Wilder. E quell’America che forse non è mai esistita appare reale e vera in quel melodramma che ha la stessa forza di un’opera di Verdi o di Puccini.

Chi, dunque, nel passare e col trascorre degli anni raggiunge una maturità (anche) intellettuale, a quale immagine dell’America deve dare ascolto? Quella di Trump o quella di una straordinaria favolosa cultura che sembra nascere dal nulla? Quella del cittadino ‘comune’ che entra in una sinagoga e uccide gli ebrei ‘vil razza dannata’ o in un dancing fa fuori undici ragazzi che ballano? Oppure quell’America che ci prometteva un nuovo mondo con le rivoluzioni sessantottine o la liberazione sessuale? L’America di Melville o di Hemingway, oppure dei votanti di Trump, il quale minaccia o promette disastri col ditino alzato e la chioma color pannocchia? L’America che produce le soap opera come ‘Love Story’ o l’America che si riconosce nel fondo oscuro della follia di Norma Desmond o del suo banalissimo Guy-Toy?
Allora, in conclusione, quella nazione rimane esempio lacerato delle contraddizioni che ci inquietano e ci turbano.

Frattanto l’intensa attività della Ferrara città d’arte e di cultura procede implacabile. Conto per caso ciò che accade un sabato 17 novembre: Premio Bassani; conferenza alla Fondazione Bassani; cena storica per la Lilt a Palazzo Roverella intitolata ‘La spada nel piatto’; commemorazione degli eccidi al cippo del Doro; la mostra di Courbet e forse un concerto o due.
Potremmo darci ammalati per troppa cultura. Ma per chi ci crede non è mai abbastanza. E speriamo che non ce la tolgano, non ce la limitino perché allora il mondo davvero diverrebbe molto, ma molto più piccolo.

Porto Ferrara: una sinistra plurale col desiderio di capire

di Laura Fogagnolo

E’ un’interessante pubblicazione ‘Porto Ferrara‘ che chiude gli anni settanta in città. Un mensile d’informazione culturale che ha l’esordio interno alla CoopStudio nel gennaio ‘82, poi, dal numero due del marzo dello stesso anno, l’intera progettazione grafica sarà curata da Claudio Gualandi come libero professionista. Tiratura: cinquemila copie.
E’ un odore di polvere stantia quello che coglie le narici, quando si sfogliano le pagine di questa rivista dal taglio innovativo, unita ad un superbo corredo fotografico.
Anime redazionali ne sono: Luciano Bertasi, Mario Fornasari, Stefano Tassinari, Giuliano Guietti, Sandra Pareschi, Marco Tani, Alberto Tinarelli e Marilena Zaccarini, coadiuvati da una nutrita compagine di collaboratori fissi e saltuari che si alternano nel dibattito sull’attualità, sulle problematiche sociali nonché sul ruolo del sindacato e sulla cultura con incursioni nella critica cinematografica, teatrale e musicale.
Sono le voci e le espressioni dei futuri quadri professionali e dirigenziali dell’Ente Locale, dell’Università unite a quella del Sindacato.
In una nota rivolta alla critica dietrologica, il comitato redazionale afferma testualmente che “la pubblicazione nasce come iniziativa aperta, luogo di espressione e confronto di posizioni diverse dentro la sinistra. Suo scopo è di contribuire ad un innalzamento del dibattito politico e culturale della città e della provincia”.
Gli articoli economici registrano la grave crisi aziendale dell’allora Montedison, uscita da una Cassa Integrazione di dieci mesi nel 1981, quando si paventavano cinquecento licenziamenti per ridimensionamento nel Petrolchimico. L’ex sindacalista, segretario provinciale della Federazione Lavoratori Chimici, e futuro Sindaco della città nella seconda metà degli anni novanta, Gaetano Sateriale auspicava l’apertura di un dibattito culturale sulle scelte di politica industriale e sulle trasformazioni che il tessuto sociale stava subendo.
Negli stessi anni la Berco, l’industria metalmeccanica di Copparo, dopo aver conosciuto uno sviluppo senza precedenti dal ’75 all’80, a causa della saturazione dei mercati e del blocco delle opere pubbliche nei Paesi occidentali, era afflitta da una caduta e da una grave crisi che sboccava nella proposta di riduzione di mano d’opera di centosettantotto unità e l’avviamento alla Cassa Integrazione di duemila operai.
Sorge inevitabilmente, dalla lettura degli articoli economici, una riflessione amara sul destino e sulla sorte della classe operaia oggi, a quasi quaranta di distanza, che ci interroga sul futuro e sulle mutazioni in corso della forza lavoro.
Risolleva, per fortuna, l’umore la lettura dell’articolo di Francesco Monini sulla mostra: Ferrara a Parigi dal diciannove aprile alla fine di maggio dell’82. Rivolta al pubblico cosmopolita di Parigi, l’esposizione rappresentava un assaggio di Ferrara che permetteva alla città di affacciarsi al mondo e di incrementare l’industria turistica, mentre le aziende di casa se la passavano male.
Si delineano, in quegli anni, le direttrici della promozione turistica della città che daranno frutti duraturi con le grandi mostre di Palazzo dei Diamanti, patrocinate dal genio di Franco Farina, e le iniziative culturali che faranno conoscere Ferrara a livello europeo ed internazionale.

Il palazzo della discordia

A ognuno il suo: Roma ha la Galleria Borghese, Milano il Palazzo reale e Ferrara il Palazzo dei Diamanti. Sono tutti e tre sedi di numerosissime mostre, che si susseguono quasi ininterrottamente, come in un luna park con sempre nuove e interscambiabili attrazioni. C’è chi si esalta gridando al successone, chi invece versa lacrime per la prostituzione dei monumenti.
Il Palazzo dei Diamanti, unico per la sua eccellenza architettonica, rientra tra gli edifici rinascimentali più conosciuti al mondo. Storica residenza ducale, nel 1842 il Comune lo acquista, sistemando al suo interno la Pinacoteca Comunale – che da allora non si sposterà più, divenendo poi Pinacoteca Nazionale – e la sede dell’Università cittadina.
Le continue mostre, che lo vedono protagonista da decenni, lo hanno decretato ormai come il luogo ferrarese per eccellenza dedicato a queste ultime. Mentre il primo piano, infatti, ospita la mostra permanente della pinacoteca, il piano terra è dedicato alle mostre temporanee, cioè esposizioni che per un determinato periodo di tempo stazionano in un preciso posto, dopodiché, se ciò è previsto, si spostano verso altri luoghi.

Le finalità principali di una mostra sono due: rimettere al centro dell’attenzione di studiose e studiosi, di tutto il mondo accademico, qualcuno o qualcosa di importante che è stato dimenticato o sottovalutato; e permettere, al maggior numero di persone possibile, di poter vedere dal vivo opere che normalmente si trovano dall’altra parte del mondo, ponendole a confronto con artiste e artisti coevi del luogo, oppure instaurando altri tipi di logiche. Se quest’ultimo scopo, forse, può essere oggi raggiunto anche grazie all’utilizzo di tecnologie avanzatissime, in grado di riprodurre molto fedelmente qualsiasi cosa, o anche grazie a persone esperte, che sfruttando le tecniche originarie, riescono a ricreare le opere con risultati del tutto interessanti, per il primo è sicuramente la mostra uno degli strumenti più efficaci. Attenzione, però, non è detto che debbano essere necessariamente le opere originali a essere esposte: anche in questo caso si può trattare di fedeli riproduzioni, necessarie a chi studia per poter capire il senso e il motivo di fondo dell’esposizione.
Dunque, il problema dove sta? Come sempre, sta nell’esagerazione. D’altronde, riuscire a mantenere l’equilibrio è uno sforzo continuo per noi esseri umani, anche a livello fisiologico: basta provare a rimanere in piedi qualche minuto, e si noterà come il nostro corpo in continuazione abbia bisogno di ricalibrare il peso per evitare di farci cadere.

Di fatto, organizzare una mostra serve (anche) a far carriera e a fare cassa. E si cerca di farlo a tutti i costi. Crediamo davvero che le migliaia di mostre che ci ritroviamo ogni anno in Italia siano tutte utili? Perché è questo il punto: una mostra deve essere utile. Utile al progredire della conoscenza, in senso generale e per ognuno di noi. Già Federico Zeri, in un articolo del 1996, si lamentava delle “pleiadi di mostre e mostriciattole, spesso insignificanti”, un male che da allora non avrebbe fatto altro che crescere a dismisura. In nome di una mera logica quantitativa, che fa delle visite e del turismo i propri dèi, si fa grande uso di ricostruzioni supertecnologiche e di luci strabilianti, capaci di illuminare in modi particolari e mai visti prima le opere d’arte, senza portare rispetto, in realtà, a ciò che il nostro passato ci ha lasciato.
Noi italiane e italiani non possiamo ridurci a tutto questo. Siamo noi che abbiamo cambiato il mondo in millenni di Storia. Le invenzioni italiane ci circondano ogni giorno, e senza di esse la vita moderna sarebbe impensabile. Viviamo nel Paese con la più alta concentrazione di ricchezza faunistica e floreale del globo, in un minuscolo fazzoletto di terra; viviamo nel Paese della dieta mediterranea, quella che fa più bene al nostro organismo; viviamo nel Paese dell’opera e della commedia dell’arte, esportate in tutto il pianeta. Possiamo inoltre vantarci di avere palazzi ed edifici straordinari, dove ospitiamo musei secolari e mostre temporanee. Non chiediamoci se, ma quali di queste sono davvero degne di prendere vita nel nostro Paese.

La sinfonia pistoiese della Falconiera: le origini macchiaiole di Giovanni Boldini

di Maria Paola Forlani

Alla mostra dedicata da Ferrara a Boldini nell’estate-autunno del 1963, sono stata, allora giovane studentessa della Scuola d’Arte, una dei cinquantacinquemila visitatori che hanno percorso le sale di Casa Romei, tappezzate per l’occasione di raso turco per ricreare il mondo belle époque che fuoriusciva impetuosamente dalle tele. Sicuramente troppo frivole per le severe strutture tardo medioevali dell’edificio. Boldini all’epoca era citato appena dai testi scolastici. L’educato scambio di battute tra l’allora giovane Franco Farina, alla sua prima impresa come curatore di mostre, ed Emilia Cardona Boldini, vedova del maestro ferrarese, riconduceva proprio a questo silenzio imperdonabile. Sarà proprio Franco Farina negli anni Settanta a ricomporre a Palazzo dei Diamanti uno dei musei più suggestivi su Giovanni Boldini, tornato finalmente nella sua città natale.
In occasione di Pistoia Capitale Italiana della Cultura, presso il Museo dell’Antico Palazzo dei Vescovi, gestito da Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, fino al 6 gennaio 2018 rimarrà aperta la mostra ‘Giovanni Boldini. La stagione della Falconiera’.

L’esposizione è stata curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella (catalogo Sillabe) e rappresenta una delle esposizioni più importanti dell’anno programmate dal museo e una delle più interessanti nel cartellone delle iniziative di Pistoia Capitale. Il titolo della mostra prende ispirazione da un ciclo di pitture murali a tempera che Giovanni Boldini ha eseguito durante il suo periodo toscano, sul finire degli anni Sessanta dell’Ottocento, presso la Villa La Falconiera, che apparteneva allora alla mecenate inglese Isabella Falconer.
Questo ciclo di pitture murali – di cui per diverse vicissitudini dopo l’esecuzione nel 1868 si perse subito la memoria – rappresenta un unicum in Europa, non solo per quanto riguarda la produzione artistica del grande pittore ferrarese, ma in generale della corrente macchiaiola, alla quale Boldini aderì in modo personalissimo prima del suo trasferimento a Parigi nel 1871, dove era destinato a diventare il più importante ritrattista internazionale e icona stessa della Bella Ѐpoque.

Gli inizi di Giovanni Boldini furono, dunque, legati nel decennio 1860-1870 all’opera dei macchiaioli. Inoltre il nostro concittadino fu forse il più spontaneo, il più furbo, il più guizzante e, talvolta, il più ironico pittore italiano dell’Ottocento.
Nato a Ferrara il 31 dicembre del 1842, morto a Parigi il 12 gennaio del 1931, i primissimi studi li fece con il padre Antonio, che in gioventù era stato a Roma allievo di Tommaso Minardi, imparando che alla base della pittura ci deve essere un’assoluta padronanza del disegno.
Trasferitosi a Firenze nel 1863 per iscriversi all’accademia dove insegnavano Ussi e Pollastrini, prestissimo abbandonò quelle aule, frequentando piuttosto alcuni amici pittori sulla via del successo e gli ambienti eleganti della città verso i quali lo sospingeva certo un suo gusto raffinato e godereccio insieme. I suoi primi amici furono Venea e Sorbi, inclini al ‘generismo’ grazioso; ma a loro si aggiunsero presto Banti e Signorini, spiritoso, snob, scrittore delle gazzette e quindi dispensiere di fama.
Ciò non toglie che fin da allora la pittura del Boldini, caratterizzata da quella spontanea naturalezza per cui a vedere un suo quadro si ha la sensazione che egli dipingesse così come un altro parla, meglio ancora mangia o respira, attirasse su di lui l’attenzione anche dei più intemerati macchiaioli.

Fu a Parigi la prima volta nel 1867 in occasione dell’Esposizione Universale. Nel 1870 a Londra cominciò a dipingere assecondando il gusto degli aristocratici inglesi. Poi tornò a Parigi, che non lasciò più, e battendo la stessa via mondana sulla quale aveva ottenuto tanto successo de Nittis iniziò a lavorare per Goupil e in pochissimo tempo si impose: “Il movimento istantaneo del riso beffardo dell’ironia, e del convulso di una risata, ciò che insomma è più incopiabile per essere naturalmente fugace, volubile in natura, fa tutta la potenza dell’arte sua. E il sentimento d’intuizione d’una epoca prende anche lui tale sviluppo da…renderla con la più grande realtà” (Signorini, 1874).
Cominciava egli appunto allora il ritratto di un’epoca, di quell’epoca che ancora oggi, anche per merito suo, pensiamo allegra, volubile, felice.
Il ritratto di un mondo che si sgretola, scivola, s’annulla nella stessa psicologia spicciola, ironizzante dei suoi personaggi, ch’egli attende come al varco nel suo studio di Boulevard Berthier per coglierne, spesso beffardo o indulgente, con pochi tratti dei suoi lunghi pennelli intrisi in un colore fluido e brillante, i facili intimi segreti.

Tornando alla mostra pistoiese e all’opera giovanile della Falconiera, gli affreschi strappati e ricomposti risultano, nel museo Antico Palazzo dei Vescovi, nella medesima disposizione originale della sala da pranzo della villa di Isabella Falconer, ispirati secondo tradizione iconografica a cicli affrescati dei quattro elementi empedoclei: la Terra, l’Aria, l’Acqua e il Fuoco.
Quella che è stata composta è una vera e propria sinfonia agreste in quattro movimenti, uno per ogni parete della sala, pensata con l’obiettivo di costituire un organico ciclo dedicato agli elementi fondanti della Natura. I monumentali bovi maremmani, eroici nella grandiosa immobilità, indifferenti di fronte all’umile lavoro dei braccianti impegnati a stendere il fecondo letame sui campi (parete nord: la Terra). Lo spalancarsi improvviso della veduta marina sul promontorio lontano, in un campo lungo che si appoggia sugli scogli in primo piano e scorre rapidissimo fino all’orizzonte, dove la ciminiera di un piroscafo riga il cielo con una striscia di fumo, perso nell’immensità delle nuvole; il solitario passatempo di una guardiana di capre, sopra la porta della medesima parete, intenta a intrecciare la paglia sulla riva del mare, tutta assorta nel suo compito, di fronte all’ampia veduta marina, punteggiata dal volo dei gabbiani e delle vele lontane (parete est: l’Acqua). L’incrocio di dolci aranci e di ardite palme, svettanti selvaggiamente nell’aria in un intrico di forme vegetali che sembra evocare una giungla primitiva, più che la solare natura mediterranea; la scena, dall’altro lato della porta, dove una contadina, atteggiante con classica compostezza, china la schiena per raccogliere i poveri panni tolti dal filo, mentre nel cielo, schermato da un motivo di canne e di rami di signoriniana eleganza, si addensano le nuvole e le rondini solcano, come impazzite, l’aria satura di umidità (parete sud: l’Aria). I corpi dei contadini spossati dopo una mattinata di duro lavoro, distesi all’ombra di un covone per sfuggire al calore del sole, in un fugace momento di riposo, tra una fumata e due chiacchere scandite dal canto delle cicale e dal rombo di un’estate rovente, con il forcone che spunta minacciosamente in primo piano. L’ergersi improvviso di un pagliaio modellato architettonicamente dalle mani dell’uomo, in corrispondenza dell’originario caminetto scoppiettante per riscaldare la sala da pranzo, contro un cielo spazzato di nuvole bianche e grigie, che sembrano correre leggere e veloci davanti al nostro sguardo. Infine i gesti ritmicamente scanditi e ripetitivi dei battitori di grano sull’aia, mentre una contadina evanescente come un fantasma, riemersa da una prima stesura, avanza verso di noi con le mani sollevate sopra la testa per reggere una cesta, come una cariatide bretoniana (parete ovest: il Fuoco).

BORDO PAGINA
Un viaggio sulle acque del tempo: intervista all’artista Lucia Lamberti

Tra le mostre più rilevanti ancora recentissime spicca certamente ‘Sulle arie, sulle acque, sui luoghi'(dal 22 aprile al 31 maggio scorso a Ferrara – Galleria Fabula Fine Art), di Lucia Lamberti a cura di Maria Letizia Paiato: rispettivamente nota artista di Salerno e storica dell’arte e animatrice culturale di Pescara e Ferrara, contemporanee di ampiezza nazionale. Ora un approfondimento retrospettivo sulla mostra e una amplifcazione futuribile sull’arte italiana del nostro tempo in generale con una breve intervista parallela… sul piano tecnico (dell’artista) e quello critico (della storica).

Da anni protagonista a Ferrara, a Pescara e altre città italiane come storica dell’arte, curatrice di mostre. Dal 2016 è capo redattore della rivista ‘Segno’. L’ultima mostra a Ferrara per FabulaFineArt, uno zoom?
Maria Letizia Paiato: La mostra sonda il lavoro di Lucia Lamberti ed è uno spaccato dedicato alla sua produzione dell’ultimo decennio: attraversa con intensità i temi della Storia, pagine buie di quella europea, elegantemente dimenticate o sospese in uno stato di memoria congelata. Il suo lavoro è intenso e tutto ciò arriva attraverso il gesto delicato della sua pittura. Conosco la sua opera da molto tempo, apprezzata da critici di levatura e spessore. Del suo lavoro si sono occupati Achille Bonito Oliva, Eugenio Viola e Antonello Tolve. Portarla a Ferrara mi è sembrato un modo per affrancare la città a coevi percorsi di ricerca di respiro nazionale. Un percorso condiviso con la galleria ospitante.

La sua recente mostra a FabulaFineArt a Ferrara a cura di Maria Letizia Paiato, un approfondimento?
Lucia Lamberti: Quello che si può vedere in mostra, oltre alle opere, è il mio procedimento: il passaggio da una serie all’altra avviene attraverso una scelta legata a un nesso logico o intuitivo. In ordine di realizzazione apre il racconto la raccolta di opere su Kaliningrad, enclave russa in territorio europeo. La base militare insiste sullo stesso luogo dove si trovava, fino al 1945, la città di Koenigsberg: ad essa sono dedicate le opere in cui gli edifici sono visibili solo nei riflessi dell’acqua e l’installazione dei sette ponti, famosi per il problema disquisito da Eulero nel suo trattato. Tra le molte immagini della capitale della Prussia orientale, ne ho trovate diverse scattate dalle gondole dei dirigibili, altra traccia presente nell’esposizione. Questi velivoli vennero utilizzati per raggiungere per la prima volta il Polo Nord. Le spedizioni per la conquista del punto estremo del nostro pianeta partivano dalle Svalbard, ultima tappa presente in mostra. Ma gli snodi non sono obbligati e ciascuno può costruirsi il proprio percorso attraverso le opere. E in più c’è in intruso: un lavoro che appartiene ad una serie sul porto della mia città natale.

Tra modernismo, quasi vintage, ed eco poetica con l’archetipo dell’acqua sempre significante: per un futuro nuovo moderno mobile e nobile?
Lucia Lamberti: Nobile è anche il cognome di uno dei protagonisti dei viaggi al Polo… In questo intreccio fra immagini e parole quello che cerco di fare è di sovrapporre con delicatezza, con una tecnica che assomigli alle velature dell’acquerello, ciò che decido di raccontare. Il tempo nella mia ricerca pittorica gioca un ruolo fondamentale e, anche se non posso inserirlo all’interno del singolo lavoro bidimensionale, ho la possibilità di utilizzare delle sequenze per una lettura diacronica delle serie pittoriche.

In pillole compresse: l’arte contemporanea oggi in Italia, tra Sgarbi e Cattelan?
Maria Letizia Paiato: Imparagonabili e inaccostabili, fosse anche solo per il fatto che Vittorio, credo, abbia difficoltà a penetrare nel profondo il lavoro di Maurizio che farà certamente rumore e scalpore nel mondo dell’arte, ma che resta innegabilmente pungente. Amo gli artisti di brand! È la nostra epoca, né più né meno. Di asini il mondo è pieno e Maurizio lo sa bene. Comunque sia, l’arte oggi o ti fa pensare o ti fa vedere, o ti avvicina o ti allontana. C’è poco da fare. Se vai a Venezia adesso per la Biennale puoi rimanere incantato dal lavoro della grande Maria Lai, poco onorata come meritava in vita, e pensare a come l’arte possa avere un suo perché nella collettività. Oppure puoi andare a vedere Damien Hirst e rimanere folgorato dall’impatto gestaltico dell’intero progetto. Da critico il mio dovere è leggere entrambe le strade.

Info:
Maria Letizia Paiato
http://www.rivistasegno.eu/author/letizia/
Lucia Lamberti
http://arteculturaok.blogspot.it/2017/04/lucia-lamberti-sulle-arie-sulle-acque.html

Vita da artisti: “I committenti ci offrono visibilità, ma con quella non paghi le bollette”

di Cristina Boccaccini

Osservandola dall’alto dei maestosi Trepponti, magari vestita di un tramonto, Comacchio appare come una Musa ispiratrice dal fascino senza tempo, pronta a ispirare e a irradiare arte ad ogni sguardo. Ne ha subito decisamente l’influenza l’artista locale Annachiara Felletti, classe 1987, nata nel Rione San Pietro, uno dei quartieri più pittoreschi della cittadina lagunare. La giovane è in partenza per Roma, dove avrà la possibilità di esporre i suoi lavori, in occasione di un’importante convention internazionale.

Annachiara, quando nasce la tua passione per l’arte?
La passione per l’arte, e più in generale per il disegno, ha radici nell’infanzia, quando scarabocchiavo su qualsiasi superficie di casa mi capitasse a tiro, con grande gioia di mia madre (ride, ndr). Ho disegnato molto, anche durante il liceo artistico, per poi smettere improvvisamente per 8 anni, a causa del lutto per la perdita di mio padre. Successivamente, tra mille difficoltà e con notevole pazienza, ho ripreso in mano la matita, disegnando solo in bianco e nero. Poi ho approcciato il colore, e non sono più riuscita a farne a meno.

Cosa utilizzi per disegnare?
Adopero pennarelli, come i Pantoni, gli Ecoline e i Copic, ma anche gli acquarelli, poco gli acrilici, niente colori ad olio, molta foglia oro. Utilizzo anche il computer, avendo frequentato la scuola internazionale Comics di Padova, dove ho appreso tutti i segreti dell’arte su byte.
Tuttavia non saprei in che categoria dell’arte collocarmi, poiché mi piace spaziare liberamente tra i vari stili, evitando di arenarmi in una comfort zone, che è la morte dello stile.

Il confronto con altri artisti è importante al fine di formarsi come artista?
Senza dubbio. La prima esposizione a cui ho partecipato come artista si è tenuta a Comacchio nel 2014, presso l’Antica Pescheria. Si trattava di una mostra collettiva a cui si accedeva tramite un bando di concorso, che è stato vinto appunto da me e altri due artisti, Anna Agati e Alessandro Lonzi. E’ stata un’ottima occasione per confrontarsi anche con quelle che sono le difficoltà organizzative intrinseche a un’esposizione di quel genere. Ricordo con piacere che il riscontro da parte dei visitatori, in particolare dei turisti stranieri, fu inaspettato e caloroso.
Inoltre a marzo di quest’anno sono stata invitata a prendere parte a una convention romana dedicata alle artiste femminili del tatuaggio. In questo contesto ho potuto sia ottenere visibilità, che interagire con altri artisti, ricevendo talvolta complimenti, talvolta critiche. Ed è proprio dall’analisi delle critiche, che un artista deve trarre insegnamento per migliorarsi giorno per giorno, evitando qualsiasi atteggiamento di ottusa superiorità e chiusura mentale . E’ necessario prendere coscienza del talento altrui, come del proprio, e mettersi al lavoro. Fare l’artista, nel mio caso, non significa solo padroneggiare stili e tecniche pittoriche, ispirandosi più o meno alla realtà che ci circonda, ma anche apportare continue modifiche e correzioni alle proprie realtà interiori.

Riproduci per la maggior parte figure femminili dai lineamenti decisi e molto somiglianti ai tuoi. Lo fai volutamente?
Tendo probabilmente a scacciare le mie insicurezze ricercando canoni estetici forti. Inoltre non avendo un modello che posi per me durante la realizzazione del disegno, e dovendo pescare nella mente per tradurlo in immagine, mi ritrovo inconsciamente, a riprodurre i lineamenti che ho più spesso sott’occhio, i miei. Tuttavia il mio scopo non è focalizzarmi su me stessa, quanto piuttosto tradurre su carta le emozioni. Emozioni con cui mi piace anche giocare, raffigurando per esempio le Korai greche, fanciulle senza espressione, che, a ben guardare, rappresentano un po’ il canone estetico attuale. Inoltre amo servirmi della matita per infondere alla carta il dinamismo e la forza della figura umana, argomento che ho avuto modo di approfondire durante un workshop tenuto dal maestro Mattesi.

Tra artisti nascono spesso delle collaborazioni o tendete a lavorare ognuno per conto proprio?
In campo artistico i freelance sono tantissimi, e generalmente c’è chi, per sbarcare il lunario di questi tempi, fa doppi, tripli lavori, come nel mio caso. Succede poi che quando si tratta di vendere il prodotto della propria arte, una parte di loro tende a farsi pagare una miseria. Motivazione che posso capire fino a un certo punto, in quanto, così facendo, a lungo andare tutta la nostra categoria finisce per risentirne.
L’instaurarsi di una collaborazione dipende dal tipo di persona che si ha davanti: vedo committenti privati e aziende arroganti, che dissimulano la loro ipocrisia al grido di “ti pago in visibilità”, moneta ahimè non valida quando si tratta di bollette da pagare. Per mia fortuna ho avuto la possibilità di conoscere anche persone oneste, che hanno visto in me qualcosa e hanno deciso di supportarmi, ma non tutti sono così fortunati, purtroppo.
Inoltre non mancano i conflitti tra artisti che vogliono primeggiare sugli altri, non rendendosi conto che ognuno ha il proprio campo e la propria fetta di clientela. E’ un mondo che fagocita, se non ci si arma di una buona dose di forza d’animo, oltre che di fortuna. Ho visto molti colleghi gettare la spugna perchè inesorabilmente prigionieri delle proprie insicurezze e paure.

A Comacchio c’è spazio per l’arte?
Gli spazi fisici in cui poter esporre qui non mancano; penso a Palazzo Bellini e all’Antica Pescheria, che, come ho già detto, è stata per me un ottimo banco di prova.
Noto con orgoglio che, attualmente, grazie sia alla candidatura di Comacchio come capitale italiana della cultura che all’apertura del Museo del Delta Antico, stiamo richiamando sulla nostra cittadina l’attenzione di numerose istituzioni e visitatori, locali e non.
Mi piacerebbe che in tutti si creasse uno spazio mentale più ampio per l’arte. Non possiamo dimenticare che l’arte è parte integrante della nostra storia, della nostra tradizione e di noi stessi. Non riesco a immaginare un futuro privo di arte, per colpa magari di una mentalità poco interessata, che non è più in grado di meravigliarsi e percepire la bellezza che ancora pulsa attorno a noi dopo secoli. Occorrono occhi aperti, mani che sfoglino libri, bocche che continuino a raccontare la nostra storia, indipendentemente dal numero di ore previste dall’orario scolastico, strumenti per rendere la tutto ciò il più accessibile possibile. E ovviamente, per incentivare la cultura contano anche il fattore finanziario e la collaborazione tra le istituzioni.

Che consigli daresti a un giovane che voglia fare l’artista?
Armarsi di notevole forza di volontà e determinazione; aprire il proprio campo visivo, andando al di là dei propri orizzonti non solo geografici, come ho fatto io, ma anche personali. Infine, oltre allo studio, è importante mettersi a confronto con diverse personalità del mondo artistico, al fine di forgiare la propria.

Hai in mente di tornare a Comacchio?
Al momento sto cercando di formarmi il più possibile, confrontandomi con altri contesti, come può essere quello di una grande città come Roma. Poi chi lo sa, in futuro potrei anche ritornare nella mia Comacchio.

E’ un futuro che prevede ulteriori attività?
Esatto. Esporrò i miei lavori all’ International Tattoo Expo 2017, che si terrà i primi di maggio a Roma. Sto inoltre prendendo contatti con l’estero per eventuali collaborazioni. Per il resto sono costantemente in evoluzione, come artista e come persona.

Jeff Buckley negli scatti di Merri Cyr a Bologna

Nell’agosto del 1994, Grace, il primo ed unico album di Jeff Buckey prese vita. Le note di Liliac Wine e Hallelujah sono il sottofondo ideale in questa domenica dal tempo incerto. Due anni prima dell’uscita del suo unico album, la fotografa Merri Cyr vide per la prima volta il cantante, un ragazzo di 25 anni, spettinato, sempre in disordine, dallo sguardo intenso. Il suo compito era quello di scattare qualche fotografia per la rivista Paper, immortalare il giovane cantante ancora semi sconosciuto che richiamava un pubblico entusiasta nelle sue serate nel locale newyorkese Sin-é. Ne rimase colpita, in un’intervista affermò che a stento riuscì a trattenere le lacrime durante la performance di Hallelujah e, da quel momento, tra i due nacque una stretta collaborazione, che durò fino alla prematura morte dell’artista, avvenuta nel 1997.
Jeff Buckley si lasciava fotografare non solo mentre era sul palco o durante le prove, voleva che Merri Cyr immortalasse ogni istante, dai giri tra le corsie dei negozi d’alimentari, ai momenti di gioia, rabbia o sconforto. Volle che la fotografa lo seguisse nei suoi tour e che fosse lei ad occuparsi della copertina di Grace, quella stessa immagine che oggi è esposta davanti ai nostri occhi alla galleria ONO Arte Contemporanea di Bologna. La mostra Jeff Buckley. So real, inaugurata il 12 maggio e visitabile fino al 22 di giugno, ospita 22 scatti che la fotografa fece durante i loro anni insieme, immagini racchiuse nel libro “A wished for song: a portrait of Jeff Buckley”, pubblicato nel 2002 su richiesta dei tanti fan.
Non era timido né difficile da fotografare, o almeno così afferma Merri Cyr, che racconta di come i due lavorassero insieme al processo creativo, senza limitarsi, perché Jeff voleva mostrarsi per quello che era, “un uomo normale”, come lui stesso si definiva. Eppure, per quanto affermasse il contrario, era in realtà un’artista tormentato, un uomo con alle spalle lo spettro di un padre celebre e assente, con cui veniva paragonato e con cui egli stesso si confrontava. La stessa Merri Cyr racconta:

Il fantasma di Tim era onnipresente e temo che purtroppo fosse un continuo termine di paragone. Ricordo che una volta lo sentii dire: <<Alla mia età Tim aveva già sette album al suo attivo e si portava a letto più belle donne di quanto io potrò mai avere in tutta la vita. Non sarò mai come lui..>>”.

A più di 20 anni dall’uscita di Grace, è da poco stato pubblicato l’album postumo You and I, contenente tracce registrate e mai pubblicate, nascoste negli archivi della Sony Music, in attesa di essere riscoperte. Just like a Woman di Bob Dylan,Calling you di Bob Telson,la voce di Jeff Buckley si diffonde nelle sale e, mentre ascolto le tracce inedite che il nuovo album ci regala, i miei occhi si posano su una delle fotografie esposte.
Un telefono bianco poggiato su una moquette di base rossa, la cornetta all’orecchio, lo sguardo fissa un punto oltre l’obiettivo, un oggetto nascosto al nostro occhio.
Oh Jeff, you should’ve come over..

copyright Merri Cyr ph Ono Arte Contemporanea
copyright Merri Cyr ph
Ono Arte Contemporanea
copyright Merri Cyr Ono Arte Contemporanea
copyright Merri Cyr
Ono Arte Contemporanea
copyright Merri Cyr ph Ono Arte Contemporanea
copyright Merri Cyr ph
Ono Arte Contemporanea

La mostra “Jeff Buckley. So Real” sarà esposta alla galleria ONO Arte Contemporanea a Bologna dal 12 maggio al 22 giugno.

Il Parco del Delta del Po guardato attraverso l’obiettivo

Per gli amanti della fotografia naturalistica non ci può essere occasione migliore che partecipare alle escursioni fotografiche e alle lezioni teoriche organizzate nell’ambito all’VIII edizione della Fiera internazionale del birdwatching e del turismo naturalistico, in programma per il week end del 29 aprile – 1 Maggio nel Parco del Delta del Po.

Oltre ad un intero padiglione interamente dedicato alla fotografia professionale, sono previste infatti escursioni fotografiche nelle valli e nelle saline insieme a guide birdwatching esperte del territorio e a fotografi naturalisti; lezioni teoriche di fotografia per tutti i giorni della manifestazione; di grande interesse, inoltre, le mostre di fotografia naturalistica con autori di fama internazionale, allestite in collaborazione con riviste, associazioni ed enti di settore.

Foto dell’organizzazione di Primavera slow presa da Internet.

Per leggere il comunicato stampa clicca qui.

Per leggere il programma completo dell’VIII edizione della Fiera internazionale del birdwatching e del turismo naturalistico clicca qui.

 

A Milano spiccano le opere di artisti e intellettuali ferraresi. Tre mostre da vedere

Metti una passeggiata piacevolissima a Milano, un sabato pomeriggio d’aprile. Le vie attorno a corso Magenta sono vive e ricche di fermento, gente che entra ed esce da bar e caffè. Come ferrarese sei aperto a mille e vuoi respirare tutto il resto che c’è oltre le Mura della tua città. Allora visiti due mostre poco pubblicizzate, alcuni direbbero di nicchia, e guarda un po’, scopri che in entrambe sono esposte anche opere di artisti e intellettuali ferraresi.

Alla Fondazione Stelline, tra i quadri che mostrano i protagonisti della vita culturale del capoluogo lombardo nel periodo storico tra le due guerre, ritrovi De Chirico e De Pisis; due portoni più in là, la mostra sui cinquant’anni di cultura del Novecento (dal 1933 al 1983) visti attraverso i libri Einaudi, trovi nientemeno che la prima stampa del 1976 de “La strage di Peteano” di Gian Pietro Testa, giornalista e scrittore molto noto, amico che abbiamo il grande onore di avere tra i collaboratori della nostra testata. Dulcis in fundo, Palazzo Reale, la mostra “Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra” dove tra i grandi artisti europei fanno la loro figura diverse opere di Gaetano Previati.

Clicca le immagini per ingrandirle

Locandina della mostra su “Le collezioni tra le due guerre”, a Milano
peteano-einaudi
La copertina della prima stampa Eiunaudi de “La strage di Peteano” di Gian Pietro Testa
Locandina della mostra sul Simbolismo a Palazzo Reale, Milano

E ti si apre il cuore, un palpito, era ciò che desideravi: ti senti un po’ milanese anche tu, italiano, europeo… l’eccellenza culturale travalica il tempo e i luoghi.

Gallerie milanesi tra le due guerre“, fino al 22 maggio alla Fondazione Stelline, corso Magenta 61, Milano

I Libri Einaudi 1933-1983“, fino al 23 aprile, Galleria Gruppo Credito Valtellinese, corso Magenta 59, Milano

Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra“, fino al 5 giugno, Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano

ALTRI SGUARDI
La rivoluzione del museo del ministro Franceschini: eclissi o rinascita della cultura?

di Maria Paola Forlani

La religione dell’arte ha i suoi proseliti e i suoi luoghi di culto: i musei. Destinati a ospitare la bellezza, essi stessi divengono spesso belli ancor più delle opere che ospitano, non solo per l’insieme delle collezioni, ma per il connubio delle stesse con l’architettura, la luce, lo spazio, la decorazione e l’atmosfera dell’ambiente.

Bilbao
Il museo Guggenheim di Bilbao

Questa capacità dominante dell’architettura, o comunque del luogo, è stata particolarmente percepita nell’epoca contemporanea, dando luogo alla costruzione di edifici nei quali il progetto architettonico prevale sulle opere che contiene. L’esempio lampante tra molti è il Museo Guggenhem di Bilbao di Frank Gehry.
Tra i musei del passato però, la cui qualità architettonica peraltro è sempre rilevante, ve ne sono non pochi il cui fascino non proviene solo dall’architettura o solo dalle opere, bensì dal felice rapporto fra contenitore e contenuto. L’importanza delle modalità espositive è sempre stata sentita e lo è sempre di più. Sta anzi divenendo una disciplina a sé stante e nel visitare un’esposizione non si giudicano più soltanto le opere esposte, ma anche, talvolta soprattutto, il modo in cui sono esposte. Autore (o autori), regia (o sceneggiatura) e scenografia assumono quindi pesi quasi equivalenti, in un’esposizione o nell’allestimento di un museo come in uno spettacolo teatrale.
Luoghi di contemplazione, i musei risentono dell’aura mistica di luoghi in qualche modo sacri: cattedrali dell’arte, monasteri di bellezza. E nei casi frequenti in cui essi sono stati in origine abitazioni di collezionisti o di artisti riescono a documentarci anche una condizione di vita perduta, assumendo uno straordinario significato storico ed evocativo che sarebbe pressochè impossibile ricostruire. Il museo spesso, è stato detto, è l’orfanotrofio delle opere d’arte, nate per altre destinazioni e a queste sopravvissute, qui trovano protezione e visibilità. Malgrado questo traumatico cambiamento di vita, talora esse riescono a ristabilire con il nuovo ambiente un armonioso quanto miracoloso rapporto e a ricostruire l’aura del luogo di provenienza, palazzo, chiesa, casa, atelier e così via. Non a caso spesso erano e sono edifici storici a venire adibiti a musei.
Il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?”, tenutosi all’edizione appena conclusa del Salone del Restauro nell’ambito del progetto internazionale “La città dei musei” (a cura di Letizia Caselli), ha posto il problema di come il museo dinamico possa essere proteso alla ricerca.
Il progetto “La città dei musei. Le città della ricerca” presentato nel 2015, si propone di affrontare in modo costruttivo e propositivo l’argomento della ricerca nei musei con alcuni puntuali riflessioni. La recente riforma Franceschini ha riorganizzato il sistema museale italiano dal punto di vista amministrativo e giuridico con la costituzione di venti musei autonomi e di una rete di diciassette Poli Regionali che dovrà favorire il dialogo continuo fra le diverse realtà museali pubbliche e private del territorio, ma ha affondato le radici in problemi complessi e di lunga data.
Una riforma che ha suscitato non poche reazioni e perplessità, quando non di aperta contrarietà, sia da parte di esperti della cultura italiana sia di alcune componenti degli stessi apparati ministeriali.
Le ‘antiche’ e diverse questioni riguardano innanzitutto il ruolo, la funzione e lo status effettivo dell’istituto museale, la sua autonomia scientifica e formativa, in un momento di debolezza e cambiamento del concetto tradizionale di cultura e delle categorie culturali e in un contesto di risorse drasticamente ridotte, personale scientifico insufficiente, terziarizzazione spinta, non solo dei servizi, ma anche della produzione culturale.

Img14911207

Ѐ necessaria una nuova visione. Visione in cui istituzioni, università e musei dovranno innanzi tutto formarsi e formare per poter affrontare una realtà che richiede figure diversamente formate rispetto a quelle di oggi e nella quale vanno declinati e focalizzati modi specifici di ricerca, poi condivisi tra paesi diversi, in allineamento con le tendenze che si stanno affermando nelle principali città europee, anche in funzione di finanziamenti e progetti concreti.
Tuttavia il convegno “La “rivoluzione del Museo” tra eclissi e rinascita della cultura?” ha risentito, nel dibattito e nelle relazioni, proprio di tutte le ambiguità della nuova riforma e della pesante alleanza con il privato per il recupero di nuove risorse, auspicate dal Ministro come ‘unica salvezza’ del patrimonio artistico. In realtà le sedicenti verità sui privati, spesso privi di finalità umane e di vera crescita, si scontrano con il metro della Costituzione. L’articolo 9, e i suoi nessi con gli altri principi sui quali è stata fondata la Repubblica, ha spaccato in due la storia dell’arte, rivoluzionando il senso del patrimonio culturale. La Repubblica tutela il patrimonio per promuovere lo sviluppo della cultura attraverso la ricerca (art.9) e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e per la realizzazione di un’uguaglianza sostanziale (art.3).
Oltre al significato universale del patrimonio, questo sistema di valori ne ha creato uno tipicamente nostro: il patrimonio appartiene a ogni cittadino – di oggi e di domani, nato o immigrato in Italia – a titolo di sovranità, una sovranità che proprio il patrimonio rende visibile ed esercitabile. Il patrimonio ci fa nazione non per via di sangue, ma per via di cultura e, per così dire, iure soli: cioè attraverso l’appartenenza reciproca tra cittadini e territorio antropizzato. Perché questo altissimo progetto si attui è necessario, però, che il patrimonio culturale rimanga un luogo terzo, cioè un luogo sottratto alle leggi del mercato. Il patrimonio culturale non può essere messo al servizio del denaro perché è un luogo dei diritti fondamentali della persona. E perché deve produrre cittadini: non clienti, spettatori o sudditi.

La conoscenza è l’unica medicina capace di curare, fermare, forse vincere questa epidemia di disumanizzazione. Nella nuova riforma Franceschini il dominio dei privati è destabilizzante, i nuovi direttori, come reali ‘dittatori’ senza nessun approccio reale con le sovrintendenze (ormai sparite), creano fantasmi nei collaboratori silenziosi, i più giovani sono privi di possibilità di entrare come veri protagonisti di una vera collaborazione o ‘ricerca’ retribuita, ma restano sudditi senza possibilità di uno spiraglio di un lavoro in prospettiva.
I privati hanno creato, spesso, vere dispersioni di capitali e oltraggi architettonici ormai incurabili. Mi riferisco alle violenze strutturali della dimora del conte Vittorio Cini, in via Santo Stefano a Ferrara, che ha perduto i suoi contorni medioevali per la bramosia di ‘ipotetici’ acquirenti della diocesi che hanno trasformato un luogo di cultura e d’arte in un ambiguo ‘condominio’, mentre le biblioteche e la collezione d’arte sono scomparse.

“Furiosamente” inaugura le mostre dedicate all’Ariosto

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”. A partire dal primo famosissimo verso dell’ “Orlando furioso”, l’artista milanese Giovanna Ricotta prende spunto per una riflessione sull’attualità del poema ariostesco, aprendo il ciclo di mostre ispirate alla figura di Ludovico Ariosto e, in particolare, al suo poema più famoso di cui ricorre quest’anno il cinquecentenario della prima edizione.

giovanna-ricotta-furiosamente
“Il guerriero” di e con Giovanna Ricotta

L’Orlando infatti continua a parlare al lettore contemporaneo per l’incredibile attualità dei temi trattati: il bisogno di armonia e serenità, contraddetto dalla continua tensione verso traguardi impossibili, come il desiderio di gloria, l’ambizione, la passione amorosa non corrisposta, tutte chimere che creano gelosia e ansia, fino a portare addirittura all’ossessione, alla follia. Ma il poema parla anche di un’epoca di forte crisi religiosa, della guerra tra mondo arabo e mondo cristiano, conflitto che mai come oggi sta scuotendo le nostre coscienze. Fili rossi che attraversano la nostra epoca come attraversavano quella di Ariosto, che lui stesso, amante della quiete e della pace interiore, denuncia nel suo poema, tanto che “Orlando Furioso” si configura come una grande metafora degli intrighi e delle follie di cui era spettatore ogni giorno alla corte degli Estensi.

Giovanna Ricotta lavora da sempre sul tema del corpo e delle diverse personalità che, follemente, convivono in una stessa persona, perché nelle sue performance e fotografie protagonista è lei stessa, anche se in continue metamorfosi che la rendono irriconoscibile. Sulla base di questa riflessione, la Ricotta propone una contrapposizione tra il mondo dei cavalieri e quello delle dame: le fotografie intense e statuarie di lei stessa nella performance che la ritraggono come un tecnologico guerriero in un contrasto di bianchi e di neri, dialogano con quelle raffinate e incipriate che la vedono settecentesca damigella nell’opera “Toilette”.

Dal 16 aprile al 26 giugno 2016 la personale di Giovanna Ricotta “Furiosamente. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”, sarà esposta alla MLB Maria Livia Brunelli home gallery di Ferrara. Questa mostra e altre che verranno culmineranno, a settembre, in una grande mostra al Palazzo dei Diamanti che condurrà il visitatore in un affascinante viaggio tra le pagine del poema, tra battaglie e tornei, cavalieri e amori, desideri e incantesimi, attraverso una selezione di capolavori dei più grandi artisti del periodo, da Giovanni Bellini a Andrea Mantegna, da Giorgione a Dosso Dossi, da Raffaello a Leonardo, da Michelangelo a Tiziano. Accanto a questi, sculture antiche e rinascimentali, incisioni, arazzi, armi, libri e manufatti di straordinaria bellezza e preziosità, faranno rivivere il fantastico mondo cavalleresco del Furioso e dei suoi paladini, offrendo al contempo un suggestivo spaccato della Ferrara in cui fu concepito il libro e raccontando sogni, desideri e fantasie di quella società delle corti italiane del Rinascimento di cui Ariosto fu cantore sensibilissimo.

Dal comunicato stampa della MLB home gallery, Corso Ercole d’Este 3, Ferrara.

Genio italiano, maestria fiamminga: gli arazzi di Raffaello in mostra alla Venaria Reale

Raggiungere la Reggia di Venaria Reale alle porte di Torino significa trovarsi travolti dalla magnificenza di uno dei più grandiosi eventi dell’architettura e dell’arte barocca internazionale del XVII e XVIII secolo. Si tratta di un complesso monumentale di ben 70.000 metri quadrati di superficie, comprendenti il Palazzo reale, la Chiesa di S. Umberto e i giardini, progettato per i Savoia come residenza e luogo di svago e di delizie dall’architetto Amedeo di Castellamonte tra il 1658 e il 1675 e completato dall’architetto Filippo Juvarra nella prima metà del Settecento.
La ritrovata magnificenza del complesso è stata resa possibile da un progetto europeo senza precedenti e durato otto anni (1998–2006), dedicato al recupero e alla valorizzazione di un bene culturale prezioso e riconosciuto dall’Unesco Patrimonio dell’umanità (1997). La Reggia è stata così restituita alla pubblica fruizione e trasformata nella ‘punta di diamante’ del sistema turistico culturale piemontese.

Non c’era luogo più emblematico, quindi, per ospitare una mostra di ampio respiro dedicata a Raffaello e alla sua influenza sulle arti applicate, chiamate da Vasari arti congerie. “Raffaello il sole delle arti” ha come idea di partenza l’influenza di Raffaello sulla produzione delle arti decorative: un Raffaello, dunque, non idealizzato e codificato nella produzione delle sue eleganti Madonne o dei ritratti di ‘status’, ma artista geniale, produttore di idee e di modelli che, dalla sua affollata bottega romana, si trasferirono negli oggetti d’uso quotidiano, ossia nelle cosidette arti minori. Fu attraverso le incisioni che l’opera figurativa raffaellesca iniziò a diffondersi e a “viaggiare in grande quantità”, divenendo modello e ispirazione per artisti e artigiani in tutta Europa.
La mostra, aperta alla Reggia di Venaria fino al 24 gennaio e curata da Gabriele Barucca e Sylvia Ferino-Pagden, in collaborazione con un comitato scientifico presieduto dal Direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci, si sviluppa in quindici sale in cui sono esposti 130 oggetti d’arte tra stampe, oreficerie, maioliche, cristalli, gemme e arazzi, oltre a nove opere pittoriche dell’artista che avviano altrettante sezioni tematiche.

La partenza visualizza la formazione del giovane Raffaello a Urbino nella bottega del padre Giovanni Santi, pittore di corte dei duchi di Urbino, poi a Perugia con Perugino e Pinturicchio, che veglieranno sul suo apprendistato.
Lo straordinario talento disegnativo e la rapidità con la quale elabora le forme e le idee gli guadagnano la fama di fanciullo prodigio, che si diffonde precocemente tra gli amatori d’arte e ricchi committenti. Forte della naturale predisposizione all’assimilazione dei mezzi espressivi e stilistici e alla loro immediata rielaborazione, si trasferisce a Firenze proprio nel momento in cui Leonardo e Michelangelo si confrontano sui ponteggi del salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio (1503). Da allora, tuttavia, il giovane artista non attende altro che la chiamata di Papa Giulio II a Roma, dove si trova improvvisamente calato nel centro nevralgico della politica e della cultura della corte pontificia. E’ qui che assume la funzione di pittore di corte, ruolo strategico e a lui congeniale per dominare le committenze vaticane e crearsi una cerchia di importanti mecenati. Dagli affreschi delle Stanze Vaticane, le Stanze più famose del mondo, nell’appartamento privato di Papa Giulio II Della Rovere (1508–1521), alla Sala detta di Costantino, dove affreschi che simulano arazzi celebrano il trionfo della Chiesa. Raffaello, coadiuvato da un folto stuolo di artisti e allievi, coordina progetti grandiosi – si pensi alla decorazione delle Logge Vaticane e a quella della Loggia della Farnesina – riportando d’attualità un repertorio sterminato di immagini e simboli classici, di grottesche, di ritratti, di motivi archeologici, figurativi e naturalistici. L’impegno di Raffaello e della sua scuola negli ambiti più diversificati trova nelle arti applicate il suo naturale fiume carsico: spazi e luoghi ricettivi che porteranno le sue straordinarie invenzioni a coinvolgere la cultura figurativa europea.

raffaello_mostra_arazzi
La sala con esposti gli arazzi

L’idea di questa mostra, come dichiarano i curatori Gabriele Barucca e Sylvia Ferino-Padgen, “è stato proprio il desiderio di mettere in luce questo aspetto dell’attività di Raffaello dedicato alle arti congerie”.
Ecco che attorno alle sue opere esposte, tra le più strabilianti, dalla Santa Cecilia alla Visione di Ezechiele, alla Muta, si snodano sezioni ricche di incisioni e disegni, maioliche, argenti, metalli, ceramiche, arazzi, ecc.
La più preziosa delle sezioni è quella allestita nel teatro della Reggia: l’arazzo raffigurante “La Pesca miracolosa” prestito dei Musei Vaticani – un panno di dimensioni vastissime (493×440 cm), tessuto in lana, seta e filo d’argento dorato, eseguito su cartone di Raffaello nella prestigiosa manifattura di Pieter Van Aelst a Bruxelles e facente parte dell’ “Editio princeps” della serie con gli Atti degli Apostoli commissionati a Raffaello da Leone X per la Cappella Sistina (1517-19) – si trova circondato da altri quattro preziosi esemplari dello stesso soggetto appartenenti a successive repliche dai cartoni raffaelleschi. Questi quattro esemplari della Pesca miracolosa, appartenenti a serie eseguite nel corso del XVI e XVII secolo, evidenziano la fortuna dell’apparato originale formato di nove arazzi con le Storie di san Pietro e di san Paolo, ammirato dal 1519 alle pareti della Cappella Sistina per lo splendore del materiale scintillante d’oro e di seta e la finezza dell’esecuzione. La fonte del tema raffigurato è il Vangelo di Luca e il momento descritto è quello della vocazione di Pietro, mentre gli occupanti la seconda barca proseguono nel tirare le reti. Come in quasi tutti i cartoni con gli episodi delle vite dei due apostoli, Raffaello illustra il momento culminante della storia in primo piano, con figure di scala monumentale compresse nell’ambiente paesaggistico da un bordo a treccia. Nell’arazzo, uno dei più belli della serie, colpiscono i dettagli naturalistici delle gru in primo piano e la perizia degli arazzieri nel rendere trasparenze, luci, ombre, cangiantismi.

Arazzi_di_raffaello,_pesca_miracolosa
La pesca miracolosa realizzato su cartone di Raffaello

La replica accanto proviene dal Palazzo Ducale di Mantova e fa parte della serie tessuta a Bruxelles nella bottega di Jan van Tieghem verso il 1550, acquistata dal cardinale Ercole Gonzaga per ornamento della Cappella palatina di Santa Barbara. Gli arazzi rimasero a Mantova fino al 1866, quando furono trasferiti dagli Asburgo a Schombrunn, da dove ritornarono a Palazzo Ducale al termine della prima guerra mondiale (1919).
In stretto rapporto con la serie mantovana è un’altro esemplare conservato a Madrid: proviene dalla stessa manifattura, presenta disegno, scelte cromatiche e bordure identiche, tanto da presupporre che sia stato acquistato già pronto dagli Asburgo. Rispetto all’ “editio princeps” sono chiare le sensibili variazioni nei dettagli decorativi, nelle scelte cromatiche, ma soprattutto nelle bordure decorate a grottesche con figure allegoriche.
Questo straordinario confronto tra gli arazzi tessuti dalle manifatture brussellesi attive nel XVI secolo con un ulteriore arazzo di analogo soggetto, conservato nel museo della Santa Casa di Loreto e restaurato nei laboratori del Centro conservazione e restauro della Venaria Reale, rimarca la svolta storica che si identifica con la fabbricazione degli Atti degli Apostoli di Raffaello. “Prospettici, magniloquenti, essi dimostrano ai committenti italiani che dal gioco di squadra tra i più moderni pittori della penisola e gli abilissimi arazzieri di Bruxelles potevano scaturire eccelse tappezzerie adatte al loro gusto – scrive Nello Forti Grazzini – mentre i modelli raffaelleschi (cartoni) rimasti nella capitale delle Fiandre stimolavano la virata classica dei cartonisti fiamminghi. Perciò gli arazzi di Raffaello parvero da subito un paradigma di perfezione che le repliche diffusero”.

BORDO PAGINA
Paolo Orsatti, manager della cultura: “Ferrara preferisce i morti, dell’arte contemporanea non si cura”

Da molti anni protagonista a Ferrara, come art director e promotore di numerose iniziative artistiche e culturali, Paolo Orsatti – particolarmente sensibile all’innovazione – oltre che manager è egli stesso apprezzato artista.

Facciamo uno uno zoom retrospettivo sulle sue attività?
Da circa vent’anni produciamo eventi d’arte e cultura in questa bella città, i cui meriti risalgono al Rinascimento relativamente al valore della cultura e dell’arte. Brevemente: l’ottava edizione della “Biennale Internazionale d’Arte di Ferrara”; “FeComics&Games”, la grande fiera per un percorso nel mondo dei cartoons e dei cosplayers; “Giardini Estensi”, una due giorni dedicati al modo del verde e della cultura sostenibile; infine, l’ultimo evento in fase di progetto, “La Guerra del Sale”, una rievocazione storica della guerra fra Ferrara e Venezia a cavallo del Cinquecento. L’“Idearte Gallery”, il nostro punto d’incontro per artisti emergenti, “produce non stop” mostre d’arte con artisti emergenti ma di comprovata qualità.

Tra avanguardia e arte contemporanea è il focus essenziale, esatto? L’avanguardia oggi?
L’avanguardia oggi non esiste, è la fine di un’epoca in cui l’arte poteva essere il volano della cultura. Abbiamo una babele di linguaggi che non fanno altro che replicare il passato dopo la stagione della videoarte, della perfomance e del concettuale non vi sono novità degne di nota.

Tra le iniziative quali sono secondo te le più rilevanti?
La “Biennale di Venezia” ci prova, Vincenzo Trione è un grande art-curator, possiede la stoffa per indagare nei meandri oscuri dell’espressione estetica.

Ferrara città d’arte o mito?
La città degli Estensi produce moltissimo, ma in termini di arte contemporanea è vicina allo zero assoluto. Preferisce i morti, a cui dedica spazi, rassegne e risorse.

Lavori in corso e progetti futuro prossimi?
Puntiamo a fletterci su ciò che l’attuale crisi economica ci impone. Lavorare con artisti “validamente emergenti”, ma che decidono di diffondere la loro arte a prezzi molto, molto bassi, rinunciando alla presunzione di salire velocemente l’Olimpo della celebrità.

Nota biografica:
Paolo Orsatti – Ferrarese, animatore e manager della cultura, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e al Dams; vanta un significativo passato come artista, si dedica alla realizzazione di eventi d’arte in spazi di particolare rilevanza storica (varie mostre d’arte in alcune città d’Italia ed al Castello Estense di Ferrara). Innovatore e pianificatore di nuove visioni estetiche e promotore di artisti emergenti. Attualmente è l’animatore della “Biennale Internazionale d’Arte di Ferrara” giunta all’ottava edizione, è responsabile della “Idearte Gallery” di Ferrara in qualità di art dealer ed art advisor. È Presidente dell’associazione culturale Ferrara Pro Art, costituita a Ferrara nel 1997, attorno alla rivista “Palco”, come associazione no-profit con una propria sede operativa e relativo spazio espositivo. Suo principale fine è quello di promuovere iniziative ed eventi nel vasto e multiforme ambito dell’arte, della cultura e dell’estetica. L’associazione ha ottenuto l’iscrizione al registro delle associazioni di promozione sociale, riconoscimento ufficiale della Regione Emilia Romagna. La Pro Art favorisce, cura e realizza con notevole impegno e serietà avvenimenti di particolare rilievo, privilegiando un contenitore di grande valore storico: il castello Estense di Ferrara, ove ha realizzato in questi anni decine di mostra d’arte. È presente sui principali social network.

IMMAGINARIO
Apparentemente immobile, “quantomai metafisica”.
La foto di oggi…

Ferrara, la Musa di De Chirico, appare all’artista come immobile e pregnante insieme. In uno scritto del 1920 dice: “Ferrara è la città delle sorprese; oltre che l’offrire in alcuni punti, come in quella ineffabile piazza ariostea, splendide apparizioni di spettralità e bellezza sottile, che fermano e stupiscono il passante astuto ed educato nei misteri della intelligenza, quella città offre pure il vantaggio di conservare in modo affatto particolare lembi della grande notte medievale […]. Poi aggiunge: “[…] m’ispirò nel lato metafisico nel quale lavoravo allora, erano certi aspetti d’interni ferraresi, certe vetrine, certe botteghe, certe abitazioni, certi quartieri, come l’antico ghetto, ove si trovano dei dolci e dei biscotti dalle forme oltremodo metafisiche e strane.” (Giorgio De Chirico, scritto su Gaetano Previati, pubblicato in “Il Convegno”, citato nel n. 28 di Art Dossier).

Dal 14 novembre 2015 al 28 febbraio 2016 la città dedica all’artista una grande mostra al Palazzo dei Diamanti dal titolo “De Chirico a Ferrara. Metafisica e Avanguardie” [leggi] più tutta una serie di iniziative artistiche, di design, editoriali e gastonomiche che ruotano attorno ai temi dei suoi quadri. Di seguito le iniziative collaterali alla mostra:

  • Mostra “Il manichino e i suoi paesaggi. Una storia (quasi) metafisica” alla Palazzina Marfisa d’Este, che, per prima in Italia, esporrà una suggestiva galleria di manichini, stilema caro alla Metafisica, provenienti dal XVIII secolo in poi, accanto alla tripla personale degli artisti Milena Altini, Jolanda Spagno e Mustafa Sabbagh.
    Inaugurazione 10 novembre
  • Mostra “Ens Rationis“, al Museo Civico di Storia Naturale, che si svilupperà intorno all’installazione multimediale realizzata da ustafa Sabbagh, riesumando dai depositi del museo splendidi uccelli in tassidermia (evocativa di quella mezza morte che cantò Alberto Savinio – pittore, scrittore, compositore, fratello di De Chirico – nei suoi lirici Chants de la mi-mort).
    Inaugurazione 11 novembre.
  • Mostra di Silvia Camporesi ispirata alle Piazze d’Italia di De Chirico alla MLB Maria Livia Brunelli, home gallery di Corso Ercole d’Este.
    Inaugurazione 13 novembre
  • Performance culinaria a tema metafisico alla MLB Maria Livia Brunelli, con lo chef stellato Pier Luigi di Diego (su prenotazione: 346 7953757, www.marialiviabrunelli.com).
  • Itinerario nell’antico ghetto ebraico di Ferrara, alla ricerca delle suggestioni che hanno ispirato l’intuizione metafisica.
  • Nelle botteghe si potranno assaporare i biscotti presenti nei suoi quadri, impastati con farina di canapa, e scoprire gli orologi di design ispirati alla metafisica, e poi foulard, abiti di alta sartoria, complementi d’arredo e borse che rievocano particolari di celeberrimi quadri, cofanetti fotografici con le immagini dei luoghi riconosciuti come specificamente “metafisici” del territorio ferrarese, ceramiche d’artista con le lunghe ombre o gli interni delle opere dechirichiane.
  • Per l’occasione è stato edito “Alceste. Una storia d’amore ferrarese“, libro che racconta, attraverso lettere d’amore originali e inedite, la storia tra De Chirico e Antonia Bolognesi, che lui definì la sua “musa inquietante”.

Per informazioni e prenotazioni: Consorzio Visit Ferrara Via Borgo dei Leoni 11, Ferrara (FE)
Tel. 0532 783944, 340 7423984 E – mail: assistenza@visitferrara.eu Sito web: www.visitferrara.eu
Ufficio stampa -> http://www.ellastudio.it

In foto: rivista Art Dossier dedicata a De Chirico (Giunti, n. 28) appoggiata al muretto del fossato del Castello Estense a Ferrara.

L’INTERVISTA
Alberto Squarcia: un ferrarese per l’arte a 360 gradi

Da molti anni protagonista a Ferrara e non solo, Alberto Squarcia è art director è promotore di numerose iniziative artistico-culturali: uno zoom retrospettivo?
Con l’attività dello Studio Archeo900 (www.archeo900.com) ho portato mostre in tutto il mondo, in particolare sulla storia del design italiano dagli anni Cinquanta in avanti, ma anche di arte e grafica. Le mostre che ho ideato e curato sono state esposte in molte città italiane e a Bangkok, Ankara, Salonicco, Hong Kong, Shanghai, Taipei, Montreal, Cracovia, Varsavia, Belgrado, Wroclaw e Praga. In particolare ha avuto grande successo “Italian Light” (www.italian-light.eu) al Tfam, il museo di arte moderna di Taipei, con oltre 70.000 visitatori, sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e dalla Rappresentanza Italiana Economica e Diplomatica Permanente a Taiwan.
Un’altra importante esperienza è stata l’organizzazione di sei associazioni culturali e qui a Ferrara, tramite un bando, la gestione per quattro anni e mezzo della bellissima Porta degli Angeli con 58 mostre d’arte e una miriade di eventi collaterali quali danza, poesia, teatro, video-arte e musica. Questa esperienza lunga, faticosa, ma bella e costruttiva, ha avuto un grande successo di pubblico e partecipazione negli anni; purtroppo rimossa e dimenticata in breve tempo con la chiusura delle circoscrizioni e il nuovo bando, questa volta oneroso. In quel lungo periodo di gestione della Porta degli Angeli, la Circoscrizione e i suoi dirigenti ci diedero un grande sostegno e gliene siamo ancora grati.
Ancora per pochi giorni sarà possibile visitare il sito www.portadegliangeli.org perchè, essendosi sciolta la rete di associazioni, il sito verrà chiuso e sarà purtroppo cancellato dai gestori del server.

Tra avanguardia e arte contemporanea, il focus essenziale, esatto? L’avanguardia oggi?
Mi sono sempre interessato sia di arte moderna che di arte contemporanea fino alle avanguardie. Purtroppo a Ferrara l’avanguardia, la sperimentazione, le performances, la site-art, non sono ancora ben capite e apprezzate. La nostra città sembra molto concentrata sul passato (il Palio, la Corte Estense e l’arte rinascimentale) e sull’arte moderna con i sempre presenti De Pisis e Boldini fino ad arrivare alla Metafisica e all’arte storicizzata del XX secolo. I giovani artisti, la sperimentazione, l’arte povera, l’arte astratta e informale, la light art e l’avanguardia, generano spesso incomprensione. Sarebbe compito di curatori e operatori culturali portare in città le nuove tendenze dell’arte contemporanea. A Ferrara il sisma del 2012 ha determinato la chiusura delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, ma ancor più del terremoto il danno è stato arrecato con la chiusura di ogni esperienza museale innovativa degli ultimi venti anni: mi riferisco al Museo Antonioni, al Museo della Metafisica, al Museo dell’Illustrazione, al Museo Nazionale di Architettura, alla Fondazione Hermitage. Le motivazioni addotte sono state scarso pubblico, mancanza di personale e di fondi e non mala gestione, fatto a cui molto probabilmente bisognerebbe far riferimento.

Tra le iniziative quali secondo te le più rilevanti?
Tra le mostre che ho realizzato a Ferrara, la più stimolante è stata la mostra collettiva sulla Light Art, in collaborazione con l’artista e curatore Vincenzo Biavati alla Porta degli Angeli, fatta con associazione culturale Stileitalico. Inoltre, nel 2014 ho ideato e realizzato una mostra nazionale di scultura con tema caro a Ferrara, “San Giorgio, il Drago e la Principessa”, che ha visto la partecipazione di oltre quaranta artisti con opere di grandi dimensioni nelle vie e nelle piazze della città e con opere di piccole dimensioni a Palazzo Turchi di Bagno dell’Università di Ferrara. In contemporanea è stato allestito un simposio di sculture in legno scolpite direttamente nel Giardino delle Duchesse.
Una mia appassionante scoperta è stata la produzione pittorica di un artista scomparso di Ro, Erto Zampoli. Un personaggio davvero curioso che, nella sua vita paesana ai bordi del grande fiume Po, realizzò solo disegni su cartoni di riciclo regalategli dalla merciaia del paese e che in vita non mostrò mai a nessuno la sua arte. Erto Zampoli ha prodotto centinaia di disegni di una freschezza e cromaticità stupefacenti, che lo possono a pieno titolo far rientrare nelle avanguardie artistiche del XX secolo con un genere personalissimo e unico che si potrebbe definire post-cubo-futurismo.
Desidero ricordare anche la recentissima mostra nel Salone d’Onore del Palazzo Comunale sulla grafica e le copertine realizzate negli anni Trenta da Mimì Quilici Buzzacchi per la “Rivista di Ferrara” in stile futurista-metafisico: sono state in esposizione le riviste originali e le copertine ristampate in grande formato per una maggiore comprensione, in questo periodo tutto è stato riallestito nel museo della Delizia del Belriguardo a Voghiera.

Proprio per Ferrara, una grande mostra retrospettiva sul futurismo storico….
Dopo la scoperta e le relative mostre su Erto Zampoli, post-futurista ferrarrese o per meglio dire roese, e una sull’arte postale futurista presentata negli Istituti Italiani di Cultura a Cracovia e Varsavia in Polonia, sarebbe interessante esporre in città una rassegna sul primo e secondo Futurismo e su quello odierno, che annovera artisti di valore e meritevoli di essere conosciuti.
In gran misura la damnatio memoriae dell’arte futurista, accusata di essere funzionale al regime fascista e invece in gran misura utilizzata impropriamente dallo stesso, ma sicuramente arte rivoluzionaria e internazionale, è superata. Potrebbe essere il momento per portare anche a Ferrara, come è avvenuto in tutti i musei e città più importanti del mondo, una rassegna su questa corrente che seppe davvero rompere con le accademie e con il passato, rinnovando la concezione dell’arte nel mondo.

Attualmente stai lanciando altri grandi eventi per il cinema, un approfondimento?
Dopo l’esperienza delle mostre all’estero e di Porta degli Angeli, con le sue numerosissime iniziative e mostre, mi sono concentrato su un nuovo ambizioso e complesso progetto: la Ferrara Film Commission, nata da un’idea che elaboravo da anni e che mancava a Ferrara e provincia. Un’associazione culturale e di promozione sociale, indipendente, che si potesse relazionare con il Comune, la Regione e con altre associazioni, allo scopo di valorizzare la città e il territorio attraverso le produzioni cinematografiche locali e nazionali, attraverso la formazione professionale specializzata e con mostre ed eventi inerenti il cinema, la sua arte, i suoi registi, i suoi attori, con forte attenzione alla sua potenzialità come volano promozionale del turismo e dell’economia locale. Un grande evento già in fase di preparazione per il 2016 è il Ferrara Film Festival, in collaborazione strettissima con la Società Perpetuus di Maximilian Law con sede a Los Angeles, con il Comune di Ferrara e di Vigarano Mainarda e con la Fondazione Rambaldi (dedicata al tre volte premio Oscar Carlo Rambaldi, mito del cinema e degli effetti speciali, creatore di ET, King Kong e Alien).
Stiamo inoltre pensando concretamente a eventi dedicati a Pasolini, ad Abbado, alla musica da film e alla fotografia nel cinema. La Ferrara Film Commission è nata da pochi mesi, ma sta raccogliendo consensi di personalità del mondo della cultura e dello spettacolo con soci fondatori, ordinari e sostenitori, ma anche con soci onorari come Folco Quilici, Giuliano Montaldo, Victor Rambaldi, Paolo Micalizzi, Dova Cahan, Simonetta Sandri, Fabio Mangolini, Mario Piva, don Massimo Manservigi, il vicesindaco di Ferrara Massimo Maisto e il sindaco di Vigarano Mainarda, Barbara Paron.

alberto-squarcia
Alberto Squarcia

Alberto Squarcia, ferrarese da molte generazioni, è nato nel 1949, studente alla Facoltà di Architettura a Venezia nel periodo della contestazione studentesca, dal 1968 fino al 1975, anno della laurea. Esperienze teatrali giovanili con Andrea Barra e Paolo Natali e con il Die Spieler, fino a partecipare come attore a un evento di teatro politico radicale e regia collettiva: lo spettacolo “Non Consumiamo Marx” con musiche originali di Luigi Nono. Organizzatore di concerti e spettacoli che portarono a Ferrara negli anni Settanta gli Area, Edoardo Bennato, Toni Esposito, la Comuna Baires, Dacia Maraini e altri artisti e intellettuali con il Circolo Culturale Ottobre. Grande rapporto di partecipazione e collaborazione con il Teatro Nucleo nel periodo della sua nascita ed esordio ferrarese, con momenti importanti come il primo esperimento di teatro-terapia all’interno dell’Ospedale Psichiatrico, che in quel periodo fu aperto sulla base delle grandi trasformazioni determinate da Basaglia e Slavic. Appassionato ed esperto di arte e design del XX secolo, fino a farne ragione di lavoro e di vita e ideatore e organizzatore di mostre ed eventi culturali in Italia e in tutto il mondo. Molto no profit e…. poco profit, ma l’amore per l’arte e per la cultura oltre che per Ferrara lo spingono a non mollare mai i progetti iniziati e ad avere sempre pronte nuove idee nel cassetto mentale, quelle idee che un amico definì in maniera emblematica “psicoricambi culturali”.
Presidente della Ferrara Film Commission: www.ferrarafilmcommission.it
Per visionare le mostre realizzate e per accedere al web album delle foto digitare sul motore di ricerca Google: Picasa Alberto Squarcia

El Greco e la sua metamorfosi italiana

di Maria Paola Forlani

La figura di El Greco appare capitale nella storia dell’arte europea, un riferimento imprescindibile per chiunque voglia cogliere una delle voci più alte della pittura universale. Eppure nulla è nato da lui, non una scuola, non uno stile: le sue folgoranti intuizioni visive nascono e muoiono con lui.
Nemmeno si può dire però che fosse ignorato o misconosciuto in vita, a Roma e a Toledo. Lavorò per committenze importanti, dovette addirittura organizzare una bottega per tener dietro alle commissioni e seppe orgogliosamente difendere il proprio lavoro dalle esigenze iconografiche o esecutive che non condivideva.
Colto, al corrente delle novità letterarie e figurative del suo tempo, gentiluomo nell’arte e nella quotidianità, era tuttavia del tutto consapevole di percorrere una strada solitaria e impervia dove tutte le esperienze precedenti – Bisanzio, Venezia, Roma – si sarebbero fuse in un gran fuoco spirituale, in visioni enigmatiche e conturbanti. Soltanto la religiosità accanita e assoluta dell’ambiente di Toledo avrebbe potuto penetrare in questo mondo incandescente di figure e di colori. Così, quella che potrebbe apparire una situazione di marginalità, di periferia culturale e geografica, per Greco si rivelò invece la circostanza esatta del suo destino.
Domenikos Theotokopoulos, detto El Greco, fu celebrato con grandi mostre a Toledo, a Madrid e in Grecia nel 2014 in occasione dei 400 anni dalla morte del pittore.

lionello puppi
Lionello Puppi

Era nato nel 1541 a Candia, capitale di Creta, a quel tempo possesso della Repubblica di Venezia. Ci vuole coraggio e intelligenza critica per riprendere il tema, rilanciandolo sui quasi dieci anni che da giovane trascorse in Italia, dal 1567 al 1576, affinando la formazione e attingendo al grande atelier che era il nostro paese. Questo l’intento della mostra “El Greco in Italia. Metamorfosi di un genio”, fino al 10 aprile 2016 presso la Casa dei Carraresi di Treviso. Il curatore Lionello Puppi, tra i massimi studiosi della civiltà veneta tra Quattrocento e Settecento, in mostra focalizza la rilevanza della stagione italiana e in un denso saggio in catalogo (ed. Skira) mostra i fili che legano il pittore a Tiziano, Tintotetto, Veronese, Jacopo Bassano e Parmigianino, disponendo a diretto contatto le loro opere con quelle di El Greco.
Creta era la terra originaria del suo corpo e della sua anima. L’eredità di Bisanzio viveva ancora come colore, come tradizione, come certezza che nulla poteva davvero cambiare nel destino spirituale della creatura umana. L’oro delle icone per Domenikos Theotokopoulos non era mera sopravvivenza di un tempo perduto, di una lingua morta. Era l’oro dello Spirito e dell’illuminazione.
La mostra si apre con la tavola di “San Demetrio” (1555-1556), un capo d’opera dove le radici bizantine dell’imperturbabile icona sono ben evidenti e stanno a indicare il termine eikon, che si fonda, come da tradizione, sulla stessa natura icona del Divino, ancor più rilevante nell’Altarolo dell’Estense di Modena per un “Miles Christi” (1567-1568).
Il polittico di Modena, di cui l’avvincente “Annunciazione” fa parte, è una delle prime opere del giovane pittore greco: rivela la personalità del pittore già in piena formazione verso un suo personalissimo modo di vedere e di dipingere figure e paesaggio, pur negli accenti manieristici e nella tradizione del ‘tocco’ tizianesco.
Nella “Annunciazione” il senso del racconto è invertito rispetto all’iconografia tradizionale: l’angelo proviene da destra e la Vergine riceve l’annuncio vicino al leggio, a sinistra, secondo un ritmo circolare. Sullo sfondo si apre il rettangolo luminoso di una porta, mentre nella lunetta superiore, tra accordi cromatici delle nuvole, si affacciano gli angeli a osservare l’avvenimento.
La scena è incentrata attorno alla colomba, simbolo dello Spirito Santo, che con i suoi raggi sembra illuminare la figura della Vergine e dell’angelo.
I colori delle figure dei protagonisti risplendono, come tessere di un mosaico, con i loro toni caldi, sullo sfondo blu della parete di fondo e azzurro-grigio della parete di fianco, e sul disegno bianco, ocra e azzurro del pavimento: una serie di accostamenti che vedono il gioco armonioso del giallo, del rosa e del rosso nella figura della Vergine, accanto all’ocra caldo del tavolo, e dall’arancio della veste dell’angelo, accanto al blu metallico delle ali.
L’opera è realizzata attraverso una serie di pennellate nervose, i segni di una scrittura quasi stenografica, che sembrano agitare le pieghe del velo e dell’abito della Madonna e la veste dell’angelo, sospeso nell’aria, su una nuvola trasparente.
Nella parte centrale del retro del Polittico di Modena El Greco dipinge la scena di Cristo che incorona un santo. Il gruppo principale della composizione è in alto, circondato da angeli che reggono i simboli della Passione; mentre in basso è raffigurato il Giudizio Universale con un mostro marino che simboleggia l’inferno, che inghiotte i dannati (secondo un’iconografia tipica dei pittori del monte Athos).

El-Greco_Altarolo_Modena-GalleriaEstenseModena
El Greco, Altarolo, Galleria Estense di Modena
El-Greco_Altarolo_Modena-GalleriaEstenseModena_RETRO
El Greco, Altarolo (retro), Galleria Estense di Modena

Nel Polittico di Ferrara (databile 1568-1569, Fondazione Cassa di Risparmio, in deposito presso la Pinacoteca Nazionale) sono raffigurate “Crocefissione”, “Cristo davanti a Pilato”, “Orazione nell’orto”, “Lavanda dei piedi”. Anche in quest’opera El Greco ha ancora il segno cromatico delle origini, ma ben più aderente all’influenza della civiltà lagunare. Basta questo polittico per comprendere la rilevanza che ebbe per il pittore l’incontro con Tiziano, Tintoretto e Jacopo Bassano.
Verso Tiziano si sentiva discepolo per ammirazione e nella devota comprensione, perché nessun artista a Venezia poteva prescindere dal grande vecchio e sublime maestro. Ma forse, più di Tiziano, affine al Greco era Tintoretto, che nella sfolgorante tessitura del colore veneto aveva infiltrato il disagio michelangiolesco, le sue frenesie costruttive, i suoi dubbi d’arte e di vita. Infatti quando fu a Roma guardò a Michelangelo più che a chiunque altro. Perché al di là delle differenze, al di là delle ‘maniere’, in Michelangelo El Greco riconobbe un’anima simile alla sua.
La mostra e il percorso costruiti sapientemente da Lionello Puppi con le opere di Venezia e di Roma o immediatamente successive, dimostrano l’impronta gagliarda della lezione italiana, di immersioni nella più splendida civiltà dell’immagine che mondo abbia conosciuto. Il colore vivido, squillante, le forme robuste, statuarie a volte, lo spazio misurato della prospettiva rinascimentale, oppure consapevolmente violentato dall’energia manieristica. Nessun pittore di cultura bizantina, in Occidente o in Oriente, seppe mai assimilare e riprodurre come il giovane Greco i grandi esempi dell’arte europea, ovvero italiana del Cinquecento.
È la fede, la visionarietà del cristiano d’Oriente, che nella storia del mondo, nella sua storia personale, altro non vede che il riflesso della Vera Storia, che si numera in Eoni, in ere divine, nella quale alla fine tutto ritorna al Principio.
La scoperta di El Greco fu molto tarda e un posto eminente ebbero Delacroix e Manet: la mostra si chiude con una sezione che esalta la rinnovata presenza di El Greco nel XX secolo e l’incredibile influenza che ebbe su Picasso e Bacon. Il pittore malagueño era rimasto folgorato dalla Sepoltura del Conte di Orgaz e si vede il maestoso cartone (1957) tratto da “Les Demoiselles d’Avignon”, nato dalla collaborazione con Nelson Rockfeller, parte di 19 arazzi omaggio al maestro. Per Bacon il tema d’ispirazione si rinviene in due Crocifissioni, dove la distorsione delle figure, la loro drammaticità, i colori sono eredi di El Greco.
Il Greco di Toledo, al momento della morte, è da tempo altrove, poiché, come avrebbe scritto Fray Hortensio Paravicino, “Aveva raggiunto l’eternità oltre la morte”.

Viaggio nel mondo del Palio.
Drago a sette teste simbolo che rinsalda la contrada di San Giorgio

La Chiesa di San Giorgio si erge su una piazza semideserta, illuminata dalla luce delle stelle e dai fari delle poche macchine che passano, disturbandone la quiete. In un tempo ormai lontano, la città di Ferrara venne fondata partendo da questo borgo, estendendosi nel tempo oltre il Volano, e la chiesa di San Giorgio ne era il centro, la Cattedrale.

contrada-san-giorgiocontrada-san-giorgioLa contrada, dislocata nell’edificio alle spalle della Chiesa, è in fermento: i musici sono alle prese con le prove nella sala dei Pali, dedicata a Pippo Govoni, primo presidente della contrada, mentre i ragazzi del gruppo armata provano sul retro. Ma molti sono anche i contradaioli riuniti al bar, dove la televisione fa da sottofondo alle chiacchiere e agli ultimi ritocchi prima del Palio. Marcello e Vainer mi guidano tra le stanze a tinte rosse e gialle, raccontandomi le particolarità della loro contrada.

contrada-san-giorgio
Vainer racconta i vari premi e riconoscimenti ottenuti dalla contrada negli anni

“Il nostro stemma raffigura un drago a sette teste, l’idra, che si contorce tra le fiamme. Ci sono molte storie riguardo questa creatura – ci spiega Vainer, guardando l’animale mitologico rappresentato tra il rosso e il giallo – e quella ufficiale narra che ogni testa rappresenti uno dei rami del Po, un grande pericolo per gli abitanti della zona, che rischiavano di perdere tutto durante le piene”.
Un’altra interpretazione vede l’idra come la rappresentazione dei sette peccati capitali, uno per testa, che vengono purificati attraverso le fiamme che la circondano. Che sia un fiume o un vizio, fu il Duca Borso D’Este, ultimo marchese di Ferrara e primo duca di Modena, a scegliere come simbolo l’Idra. I contradaioli sono molto legati al loro stemma, simbolo del forte legame d’appartenenza, tanto che Marcello, che è in contrada da sempre, se l’è anche fatto tatuare sul petto: “Qui non accettiamo i cambiamenti di contrada per principio.

contrada-san-giorgio
Lo stendardo della contrada di San Giorgio

E’ veramente come una famiglia e quella non la cambi mai. Se litighi magari ti allontani o non ci si parla per un po’, ma non abbandoni la contrada per un’altra. A me non verrebbe mai in mente di mettermi al collo i simboli di altre contrade, a volte durante gli eventi in cui siamo tutti insieme non tocchiamo neanche gli stemmi degli altri”. Esagerazioni a parte, l’attaccamento verso il loro gruppo è forte, forse può sembrare troppo rigido come atteggiamento, ma guardando questi ragazzi mentre ne parlano capisco quanto è importante per loro quella seconda casa e tutto ciò che rappresenta.

 

contrada-san-giorgiocontrada-san-giorgio“Essere contradaiolo – mi dice Vainer – vuol dire imparare tante cose, non è solo fare un’attività: noi siamo sbandieratori e abbiamo imparato tutto qui, ma cosa più bella è che impariamo a crescere e confrontarci. Qui abbiamo imparato a litigare e a discutere con altre persone che vivono la contrada a modo loro, mentre tu eri convinto che l’unico modo era il tuo. Ma anche nelle peggiori discussioni le amicizie non si rompono, si litiga e si fa pace. Io sono entrato in contrada più tardi rispetto ad altri, avevo 15 anni e ho imparato che qui ci si fa tanti amici ma non è necessario essere tutti amici per appartenere alla stessa contrada: è fondamentale il rispetto. Succede spesso che non ci si trova d’accordo su qualcosa, siamo in tanti ed è difficile che tante persone la pensino allo stesso modo su tutto, quindi capita che ci si insulti e si litighi, anche per gli esercizi da fare, ma quando finisce la riunione o la discussione siamo sempre tutti insieme”.

contrada-san-giorgio
Sala dei pali con il gruppo dei musici

La contrada è un via vai continuo e mentre parliamo arriva Martina, sorella di Marcello, che vinse per due anni di seguito il Palio delle asine, nel 2004 e nel 2005, e, nello stesso anno, il Palio dei Pali a Querceto, in Toscana. “Era una corsa molto lunga, 1800 metri la batteria e 2000 la finale, e ci era stata comunicata la nostra partecipazione all’ultimo minuto. Il mio asino, Piccione, non si era più allenato dopo la vittoria del Palio di maggio e, anche se era molto bravo, era a riposo da tanto. Alla batteria arrivammo in seconda ma durante la finale abbiamo volato e siamo arrivati primi. Anni dopo ci hanno richiamato per correre per una loro contrada e, durante la preparazione, ci furono dei problemi con gli altri concorrenti e siamo partiti con mezzo giro di ritardo. In quella gara dovevamo percorrere sei giri e, dopo i primi in testa, l’asino si è fermato in una di queste curve larghissime col cambio di terreno (da cemento a terra) e tutti lo incitavano. Quando è ripartito ha stracciato tutti”.
Approfitto di una pausa dei musici per entrare nella sala dei Pali, dove l’ultimo vinto, il Palio delle putte, spicca tra tutti: è, infatti, l’unico verde in sala. La contrada di San Giorgio era l’unica a non aver mai vinto neanche un Palio in una categoria ma lo scorso anno Polina Grossi è stata la prima a vincere quello delle putte.

contrada-san-giorgio
Sala dei pali
contrada-san-giorgio
Sala dei pali

Non solo eventi che riguardano le gare, la contrada è attiva anche nella valorizzazione del territorio e negli eventi culturali. Spesso vengono organizzate mostre che raccontano le trasformazioni del borgo nei secoli, ma anche serate totalmente distanti dalla contrada, come il concorso SanGio in Rock, che si tiene ad Aguscello in estate. Jessica è una delle organizzatrici e racconta come un evento del genere possa far conoscere la città di Ferrara e la vita delle contrade anche se non ne è collegato apertamente: “Sangio in Rock è un concorso musicale per rock band emergenti. Ormai è da qualche anno che lo organizziamo, in una frazione di Ferrara, ad Aguscello,un posto poco popolato e molto piccolo che merita di essere conosciuto e rivalutato. E’ un evento che negli anni sta diventando sempre più grande e si divide in quattro giornate a cavallo tra luglio e agosto: ogni sera si sfidano sei band, ad una serata è invitato un gruppo ospite e con la finale si proclamano due vincitori, uno scelto dal pubblico e l’altro da una giuria da professionisti. Anche questo serve per far conoscere le contrade ai cittadini che non le apprezzano e che magari vorrebbero che questa manifestazione storica non si ripetesse più”.

Tanti gli eventi in programma e quelli del passato, alcuni ricordati con divertimento, come quella volta in cui, durante il giuramento, gli sbandieratori decisero di provare un’articolata giocoleria di fuoco ma, calcolato male il tempo, rischiarono di dar fuoco al Castello. Chi, se non l’Idra infuocata, poteva infiammare l’evento? Este viva, San Giorgio viva!

LA STORIA
Quando una vecchia fabbrica fa design…

da MOSCA – Un muro che acquista improvvisamente un nuovo look, una parete che rinasce e si risveglia, lasciando da parte le ombre che l’hanno occupata, uno spazio che rivive. Arrampicato su una scala lunga e un pochino instabile, scalpello in mano, berrettino triangolare rigorosamente fatto a mano, un muratore gratta i vecchi mattoni uno a uno, riporta alla luce gli antichi colori, ridà luce a immagini spente e ormai sbiadite. La storia fa capolino, chiede di presentarsi e di non scomparire, di rimanere, magari con un altro vestito, ma di non essere dimenticata, di poter servire ancora a qualcosa e a qualcuno. Non vuole l’oblio, vuole esserci, ancora oggi. Presente e viva.

vecchie-fabbriche-design
Mosca, Museo dell’ ebrasimo
vecchie-fabbriche-design
Mosca, Museo dell’ ebrasimo

Piano piano quel muro acquista l’aspetto lindo e inconfondibile delle aree industriali rimesse a nuovo, vecchie ciminiere imperiose, un tempo fumanti, e design ultramoderno, formula vincente dei distretti creativi di New York, Helsinki, Londra o Berlino ma anche di Mosca. Qui le zone industriali occupano un quinto della città, un immenso patrimonio che si presenta agli occhi del turista e dell’abitante curioso man mano che il comune trasferisce la produzione fuori dal centro. Ma l’era post industriale qui è giovane, le aree dismesse di cui il mondo della cultura si impadronisce per dare sfogo alla creatività sono realtà recenti. «Nascono in luoghi che ormai erano non-luoghi, spazi fuori dal tempo – dice Serghey Nikitin, professore universitario di Architettura e storia di Mosca – fabbriche sprofondate in una città per cui non avevano più alcuna importanza, relitti di un’altra epoca». E, allora, in questi luoghi, rinati, fioriscono centri culturali, bar, pub, scuole di fotografia e di design, scuole di danza, musei, ritrovi vari.

vecchie-fabbriche-design
Mosca, Winzavod

Vecchi garage e vecchie fabbriche vengono occupate dall’estro e dalla fantasia. Brulicano di artisti, giovani fotografi e designer. Tutto bolle, tutto ferve. Le menti sfavillano. I luoghi rivivono, di una nuova e splendida vita, ripensata, ricolorata, rifatta, rinnovata.
Così, ad esempio, al Centro d’arte contemporanea Winzavod, s’incontrano e concentrano molte menti creative moscovite. Dopo un lungo isolamento, gli artisti russi si sono messi di nuovo a confronto con i colleghi europei, mostrando, ancora una volta, di non essere da meno. Winzavod è un’ex-fabbrica prima di birra (la Moskovskaya Bavaria) e poi di vino, trasformata, dal 2007, in uno spazio espositivo di più di 20.000 metri quadri, con varie gallerie permanenti e temporanee, librerie, scuole e caffetterie. Un vero e proprio quartiere, dove chi vuole isolarsi dalla confusione della città, si può rifugiare, uno spazio che ha conservato le vecchie strutture in mattone arancione e le tubature a vista, come a voler ricordare che quella è ancora una fabbrica, non più di bevande ma di arte. Io mi ci ritrovo.

vecchie-fabbriche-design
Ottobre Rosso, Mosca

Oppure basta andare nella zona della ex fabbrica di cioccolato Einem, aperta nel 1867 dai tedeschi Theodor Ferdinand von Einem e Julius Heuss, nazionalizzata nel 1918 e, nel 1992, ribattezzata Ottobre Rosso, dove si trova molta della vita culturale moscovita attuale. Nel 2007, lo stabilimento fu spostato a nord della città e la centralissima area fu riconvertita, secondo le esigenze più moderne di una capitale in rapida e vorticosa trasformazione. Dal 2010, Ottobre Rosso – il cui nome ben si addice se si osservano i bellissimi bricchi color rosso acceso – non ha più niente a che fare con il cioccolato, se non per il nome che è rimasto sulle classiche tavolette che si acquistano come souvenir. Mi viene in mente il bambino Charlie Bucket dell’omonimo film con Johnny Deep, pur non avendo nulla a che fare, lo so, ma questo posto fa pensare a una favola buona, dal finale dolce e zuccherino, ignoro il perché. Pura e semplice fantasia libera e liberata … Oggi l’area, che si trova di fronte all’imponente monumento di Pietro il Grande che svetta su una altrettanto imponente nave, ospita centri di fotografia dal forte e penetrante odore di pellicola, gallerie moderne e alternative, con esposizioni temporanee, il Museo di fotografia Lumiere, il suo fornito bookshop.

Si parla, a proposito, di archeologia industriale, anche in Italia molte vecchie fabbriche riprendono vita. Nuova vita ai vecchi edifici, allora. Importante per storia e memoria. E se, come diceva Jean Rostand, “un uomo non è vecchio finché è alla ricerca di qualcosa”, cerchiamo il nuovo in quel vecchio, sempre, un vero riciclaggio del passato. Per restare sempre ed eternamente giovani, noi e le vicende di quei luoghi lontani.

Fotografie di Simonetta Sandri

  • 1
  • 2
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013