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Miele e artigli, i due volti della Lega

Matteo Salvini è nervoso e nega tutto. L’uomo che fa i comizi con il rosario in mano giura che non sa niente di ciò che fa il suo fedelissimo Savoini, anche se negli incontri importanti è sempre al suo fianco. Ora attendiamo gli sviluppi dell’inchiesta della procura di Milano. Ah, che problema questi giudici ficcanaso! Aveva ragione Berlusconi a dire che chi fa il magistrato è matto. Hanno ragione Orban e Putin a gettare nel pattume il liberalismo e la divisione dei poteri. Così immaginiamo che farnetichi il ‘comandante’. Però, forse, siamo all’inizio di qualcosa di nuovo. Le battute sarcastiche di Salvini non fanno più ridere. Ormai è chiaro che la questione dei finanziamenti occulti è il lato buio della Lega. Prima lo scandalo dei 49 milioni di euro rubati ai cittadini, ora l’inchiesta sull’ipotesi ‘moscopoli’.
E nei territori dove governa la Lega cosa succede? Qui a Ferrara il sindaco Fabbri procede come se provenisse da Marte. Il suo stile è sereno e rispettoso. Ascolta e si incontra con tutti. Sembra non c’entri nulla con la Lega del suo capo, proprio ieri di nuovo a Ferrara. Ma nella Lega ferrarese non la pensano tutti come lui. Per esempio il neo-consigliere comunale leghista Alcide Mosso va a testa bassa contro il vescovo Perego perché difende chi salva gli immigrati in mare. E usa un linguaggio violento e offensivo che già ha procurato una querela al suo capo da parte di Carola Rackete. E della nuova ministra della Famiglia, Alessandra Locatelli, cosa ne pensa il sindaco che ha ricevuto le dirigenti di Arcigay e Arcilesbica? Immagino che Fabbri non ignori il curriculum indecente della nuova titolare del ministero della Famiglia che, non a caso, ha dedicato la sua prima dichiarazione all’esaltazione del convegno internazionale di Verona, divenuto famoso per la criminalizzazione di ogni diversità e differenza.
Un altro atto pubblico mi ha positivamente colpito: il sindaco ha ricevuto Ndileka Mandela, nipote di Nelson Mandela e ha parlato di libertà per tutti e rispetto per ogni vita umana. Importante è stata la presenza della nuova assessora alla Pubblica Istruzione Dorota Kusiak all’inaugurazione della scuola primaria di Francolino intitolata a Nelson Mandela. Carissimi Sindaco e Assessora, cosa c’entra la vita di Nelson Mandela con le imprese razziste della neo-ministra Locatelli? La vostra compagna di partito è diventata famosa per la guerra feroce a poveri e migranti fatta a Como come vicesindaca. Ha fatto togliere le panchine da piazza San Rocco, ritrovo per stranieri, e le ha fatte disinfestare. Ha spedito le idropulitrici sotto i portici di San Francesco a sparare getti d’acqua contro i senza tetto. E ha avvertito i concittadini: “Non date un euro ai mendicanti!”, perché è convinta che l’indecenza non sia la povertà, ma i poveri.
Non ho mai tifato per ‘il tanto peggio, tanto meglio’, per cui preferisco (per ora) la versione leghista ferrarese a quella nazionale del prepotente Salvini e della ministra razzista della Famiglia. Ma una domanda sorge spontanea: fino a quando reggerà questa doppiezza che tiene insieme Mandela, che ha dedicato una vita agli ultimi e contro il razzismo, e Calderoli condannato per razzismo? Vedremo.
Questa clamorosa contraddizione dovrebbe essere l’opposizione democratica a denunciarla ogni giorno. Ma, per ora, è ancora sotto choc per la batosta subita il 9 giugno. Ovviamente, prima si sveglia e meglio è!

Ecco perché il debito pubblico italiano continua a crescere

Il fatto che il debito pubblico italiano continui a crescere è dovuto esclusivamente all’impossibilità di controllare gli interessi. Nel sistema attuale, del resto, l’unica entità che potrebbe farlo è la Banca Centrale Europea acquistando i Titoli in ultima istanza, ovvero autorizzando le banche centrali dei 19 Paesi dell’eurozona a farlo.

Operazione del resto effettivamente autorizzata per quasi tre anni attraverso il programma denominato Quantitative Easing (alleggerimento quantitativo), un programma lanciato in Europa dopo che anni prima anche altri Stati come gli U.S.A. e il Giappone avevano fatto altrettanto. In eurozona siamo partiti tardi e questo ha prodotto effetti incerti soprattutto sulla disoccupazione che mentre negli altri Paesi è scesa anche sotto il 5% in Italia si è tenuta ben al di sopra del 10%.

Quando una banca centrale fa da “pompiere”, raffredda le tensioni sui mercati intervenendo per comprare Titoli del debito pubblico, toglie alla speculazione parte del ricatto nei confronti degli Stati, tiene gli interessi bassi ed evita ai telegiornali di dover aprire tutte le loro edizioni gridando all’innalzamento dello spread e al prossimo e sicuro default.

Nel 2011, in pieno governo Berlusconi, lo spread arrivò a 552 e, nonostante l’arrivo di Monti, lo stesso altalenò fino a quando Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea, pronunciò la famosa frase “Watever it takes…”. Disse, in pratica, che la BCE avrebbe difeso l’euro, cioè avrebbe acquistato Titoli di Stato. Non lo fece, ma la sola “minaccia” fece calare definitivamente lo spread, cioè i tassi di interesse che si pagano sul debito pubblico. Da notare, infatti, che il programma di acquisto iniziò solo nel marzo del 2015, ben due anni dopo, ma la sola frase bastò ai mercati perché smettessero le loro azioni speculative e a riportare la pace nei telegiornali.

Durante i governi successivi e quindi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni però al debito pubblico successe questo

Grafico dal def 2017 fonte MEF

Una crescita esponenziale, un regalo per le “generazioni future”, volendo imitare Cottarelli, nonostante l’aiutino di Draghi.

In ogni caso, e grazie alle operazioni di acquisto della BCE, lo spread si è tenuto basso fino ad oggi che siamo in zona tapering, ovvero in dirittura d’arrivo. E’ stato infatti stabilito che tali acquisti si dovranno interrompere alla data del 31 dicembre 2018 e che in questi ultimi tre mesi le banche centrali potranno acquistare solamente 15 miliardi di titoli di stato al mese.

Bisogna, insomma, far riabituare il mercato ai suoi ritmi normali e, considerando che si era arrivati a comprare Titoli fino a 80 miliardi al mese, si comprenderà che siamo prossimi alla riapertura delle autostrade della speculazione. Già lo spread comincia a lanciare i suoi segnali di ripresa, nascosto però nelle sue ragione dalle urla di Salvini e Moscovici.

Purtroppo i Governi che si sono succeduti nonostante l’ombrello di protezione offerto dalla BCE non hanno saputo approfittarne per “manifesta incapacità gestionale”, né sul piano dello sviluppo, né per la riduzione della disoccupazione, né tantomeno per la riduzione del tanto temuto debito pubblico. La cattiva gestione della cosa pubblica degli ultimi anni, nonostante le ottimi condizioni generali relative ai tassi di interesse e al credito a buon mercato, lascia oggi una situazione difficile.

Alto debito, visto come la peste nera dagli euro burocrati, e in crescita per il rialzo degli spread, alta disoccupazione con poca capacità strutturale di poterla assorbire, condizioni internazionali sempre più critiche sul piano delle esportazioni per le crescenti tensioni tra USA, Germania e Cina (cioè tra chi compra – USA – e chi vende – Germania e Cina) che potrebbero portare a guerre commerciali e veti incrociati, non fanno ben sperare per il futuro. Soprattutto in virtù del fatto che dall’ultimo Marzo in Italia stiamo ancora attendendo operazioni politiche degne di questo nome.

Saper essere

Gli articoli di Sergio Gessi hanno sempre il merito di suscitare delle riflessioni. Credo valga la pena aprire un dibattito pubblico intorno alle sue riflessioni poste nell’articolo ‘Che paghi il Comune’.
Condivido gran parte delle sue riflessioni e lo spirito di fondo che lo anima su ciò che dovrebbe essere la politica. Su un solo punto non sono del tutto d’accordo: sulle doti del saper fare che dovrebbe avere un buon politico. Per un motivo molto semplice: ne abbiamo già avuto uno eletto a furor di popolo. Si chiama Silvio Berlusconi. Dunque, attenzione a non lasciarci affascinare anche noi, intendo noi di sinistra (qualunque cosa voglia dire sinistra oggi) dall’uomo che sa fare. Non si può certo negare che non sia l’uomo del saper fare, uno che ha costruito un impero e ha saputo amministrarlo, seppure con molte zone d’ombra, certo, ma su questo saper fare ha giocato la sua fascinazione nei confronti delle masse. Riuscendoci. All’uomo che “sa fare” preferisco l’Uomo che sa essere. L’uomo che non ha una doppia morale, una pubblica e una privata e non mi riferisco solo all’essere onesti, questo lo do per scontato. Ma alla coerenza di vita. Nei paesi di cultura anglosassone dove il puritanesimo e l’etica protestante hanno avuto un ruolo fondamentale nel forgiare il senso civico, un politico si dimette per una scappatella, persino per una multa non pagata, perché, secondo quel modello culturale, chi tradisce il/la proprio/a partner non è affidabile e potrebbe tradire il proprio paese o l’istituzione che rappresenta, presto o tardi, o potrebbe intascare una mazzetta se è stato capace di non pagare una multa. Berlusconi è l’uomo del saper fare, ma è anche quello del bunga bunga, delle olgettine, di Veronica Lario che gli scrive una lettera pubblica per prendere le distanze, e divorziare, da un uomo che non ha il senso del saper essere. Avrebbe dovuto dimettersi dopo trenta secondi dopo quell’atto d’accusa così intimo e per questo ancor più rilevante politicamente, se non altro per senso del pudore. Ma Berlusconi, e tanti come lui, è perfettamente in linea con l’etica cattolica di questo paese.
Uso questo esempio eclatante per dire che chi si espone ad un impegno pubblico di rappresentanza politica deve essere trasparente come il cristallo. Non ci può essere una scissione tra pubblico e privato. Invece, questo è un paese di dissociati psichici. Ciò che vale nella sfera pubblica non vale in quella privata e viceversa. C’è bisogno di persone limpide a ricoprire ruoli di rappresentanza popolare e istituzionale, con un’etica di vita coerente. Che sappiano anche non saper fare tutto e subito (nessuno nasce imparato), ma che abbiano una visione, una progettualità, un orizzonte persino utopico a cui guardare e che nei più piccoli recessi della loro vita privata non ci sia nemmeno una macchia. Persino se hanno una multa non pagata o che si sono fatti togliere da un amico assessore o se hanno tratto vantaggio personale da relazioni sociali col potere politico o se questo vantaggio l’abbiano usato a favore di amanti e parenti per occupare posti di prestigio. Di queste persone dovremmo farne a meno. Per la tutela del bene comune. È ora di cambiare paradigma nelle scelte di chi andrà a rappresentarci. Senza andare tanto lontano la primavera di Palermo partì proprio con queste parole d’ordine, su una scelta etica della qualità delle persone che avrebbero dovuto incarnare il cambiamento. Dice: ma così almeno metà degli italiani non potrebbero candidarsi nemmeno tra i rappresentanti dei genitori a scuola dei figli. È proprio così, ma questo dipende dal profondo degrado dell’etica pubblica e privata di questo paese su cui c’è da riflettere.
E allora alla prossima tornata elettorale, qualunque sia, bisognerà leggere bene i nomi delle persone sulle gambe delle quali dovranno camminare i programmi di governo a cui affidare i nostri destini di comunità, prima di dare il nostro consenso. Questo dovrebbe essere il principale criterio di valutazione del personale politico: il saper essere eticamente coerente. Un criterio che deve valere in primo luogo per le formazioni politiche che si affacceranno sulla scena nel selezionare il personale politico.
Purtroppo, in questo paese persino la massima evangelica “chi è senza peccato scagli la prima pietra” è stata piegata alla logica della convenienza nella vulgata corrente come un “liberi tutti”, “vivi e lascia vivere” e non con il senso profondo che voleva dare chi la pronunciò e cioè l’imperativo di vivere una vita irreprensibile.

L’afflizione e l’orgoglio. Confessioni di un cinquantenne innamorato e tradito dalla politica

Lo confesso, sono preoccupato per la nascita di questo governo che porta in pancia il razzismo e il qualunquismo della Lega e insieme il semplificazionismo, il populismo e l’ingenuità di una larga parte del Movimento 5 Stelle. Ma sono anche curioso. Curioso di vedere cosa questo strano governo riuscirà a combinare. Di certo non farà più guai di quanti ne abbiano generati tanti dei governi che lo hanno preceduto (Berlusconi e non solo), ai quali tuttavia siamo sopravvissuti, perché gli uomini, specie nelle condizioni più drammatiche, trovano in sé risorse che neppure immaginano di avere.
Non potranno fare troppi guai, i nuovi governanti, anche perché le istituzioni hanno un solido sistema di pesi e contrappesi e una serie di vincoli che spesso frenano il cambiamento ma in questi frangenti risultano salvifici poiché preservano la loro stessa integrità.
Certo, vedere Salvini ministro dell’Interno mi inquieta. Ma, ben più di questo, mi inquieta e mi fa arrabbiare non avere una sinistra degna della propria storia e all’altezza dei propri ideali. Non è merito di Salvini e Di Maio se ora stanno al governo e non è colpa loro se la sinistra si è rinsecchita sino a diventare un fossile. La responsabilità è tutta nostra, che per decenni ci siamo incartati in sterili e capziose discussioni, mentre lasciavamo filtrare nei nostri animi – sino ad esserne soggiogati – il fascino tutt’altro che discreto del capitalismo e della borghesia che ne è espressione, sino a scimmiottarne i modi, assorbirne la forma mentis e le ambizioni, sino a modificare il nostro dna. Non abbiamo saputo adeguare le nostre analisi al mutare della realtà, né superare le vane contrapposizioni interne spesso dettate più dalla vanità che dalla ragione; siamo rimasti ancorati a vecchi schemi, incapaci di discernere fra formalismi e sostanza. Intanto il mondo è andato avanti ed è cambiato e noi non ce ne siamo accorti. O abbiamo finto di non capire.
Anzi, non “noi”, per dirla presuntuosamente e provocatoriamente alla Nanni Moretti: “voi”. Voi vi siete parlati addosso, voi vi siete scannati per le vostre poltroncine, voi vi siete polarizzati fra dogmatici e “miglioristi”, voi avete giocato a fare i politici moderni e voi siete imbruttiti. Noi siamo “splendidi quarantenni”.
Noi stavamo dalla parte del torto, come sempre. Derisi. Commiserati con quella bonaria sufficienza che si riserva a chi, poverino, è troppo ingenuo per capire… E allora ci siamo sottratti. Non perché non ci abbiate voluto, non perché non ci fosse un posto apparecchiato a tavola, ma perché a quella tavola abbiamo scelto di non esserci, perché continuiamo ostinatamente a pensare che un mondo diverso sia davvero possibile, che il capitalismo non sia l’unica forma di organizzazione praticabile, che per questo nostro mondo esista un altro modello, un’altra via. Ma non per questo siamo nostalgici. Arrabbiati e delusi, questo sì.
Oggi manca il progetto, la visione. Un orizzonte verso il quale muovere il passo, un traguardo che giustifichi il nostro impegno e i nostri sacrifici.
Personalmente non rimpiango certo il tempo in cui il mondo era diviso in blocchi: i gulag di Stalin erano specchio dei campi di sterminio nazisti. E il pensiero unico dell’Urss non poteva rappresentare un’alternativa alla tracotanza imperialista dell’America. I fondamentalismi non sono buoni o cattivi a seconda del colore della loro bandiera. Lo spirito egualitario che sta a fondamento del comunismo non ha mai trovato albergo nelle umane intraprese statuali e nelle sue espressioni comunitarie. Né l’evangelica fratellanza predicata da Cristo e da Francesco ha mutato le ambizioni o l’agire dei potenti. Qua e là c’è traccia solamente di piccole riserve indiane di resistenti.
Ma insisto: il rispetto, l’autentica tolleranza, la solidarietà, l’equità, l’onestà sono i valori da praticare (e non solo da professare e strillare nei comizi). Appartengo a quella minoranza di persone che cercano di fare di questi ideali il loro stile di vita. E non siamo poi così pochi. Se lo sembriamo è forse perché non gridiamo, perché non battiamo i pugni sul tavolo, perché non scalpitiamo per affermare noi stessi e pretendere il posto a tavola. Però ci siamo. E osserviamo questo spettacolo – del quale pure siamo partecipi, sebbene spesso con disgusto – respingendo il demone della rassegnazione. Resistiamo
Volgendo lo sguardo fra le macerie della nostra civiltà cerchiamo ancora uno spiraglio di luce e il conforto di solide mani per tentar di ricostruire ciò che si può. Siamo resilienti. E dall’esperienza abbiamo imparato a diffidare degli apocalittici annunci che accompagnano ogni nuova temperie. No, non sarà neppure stavolta la fine del mondo. Siamo ancora qui. E se serve, ci faremo trovare pronti a riprendere la marcia: scarpe rotte eppur bisogna andare. Come sempre.

DIARIO IN PUBBLICO
La grande bruttezza

E mentre sempre più mi montava l’insofferenza contro l’orrendo film di Sorrentino, ‘Loro 1’, ripensavo al giudizio del ragionier Fantozzi all’ennesima visione della ‘Corazzata Potëmkin’. Nel film la celebre frase del ragioniere viene travisata e riproposta secondo una falsificazione dei nomi:
“Nel film Fantozzi, obbligato insieme ai colleghi a “terrificanti visioni dei classici del cinema”, dice infine che per lui “La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”, con successivi 92 minuti di applausi. Peraltro Potëmkin diventa Kotiomkin e Eisenstein diventa Einstein. È per far ridere, ma anche perché la produzione del film di Fantozzi non ottenne i diritti per usare le scene originali: quelle che vengono mostrate a Fantozzi e colleghi sono infatti scene girate apposta a Roma da Luciano Salce, regista del film, sulla scalinata di Valle Giulia, vicino alla Galleria Nazionale di Arte Moderna. (‘Il Post’, 3 luglio 2017).
Mi servo della correzione del titolo proprio perché il film di Sorrentino opera una falsificazione etica che corrisponde appieno alla nostra età e al nostro giudizio politico. Mai visto un film più compiaciuto e falso, non tanto per la scorpacciata di droga e di belle figliole sempre oscenamente intente a esercitare il mestiere più antico del mondo, quanto per il fatto che al posto della denuncia c’era il compiacimento di quanto lui, il regista, fosse bravo. E no! Caro Sorrentino esiste anche il senso dell’eticità e non la scommessa di fare del moralismo compiaciuto; se no diventi come loro. Anche la bravura di Toni Servillo è falsa.
Conclusione: a B. sarà sicuramente piaciuto. Un punto alla sua freccia.

La delusione del e per il film nasce dal fatto che, sull’onda dell’indubbia arte del regista, lo sbandierassimo soggetto – vita e opere di B. – potesse diventare momento finale delle precedenti prove (dal ‘Divo’ alla troppo osannata ‘Grande bellezza’), potesse rappresentare uno sguardo critico sul discusso personaggio. Lo sguardo c’è ma completamente travolto dalle ossessioni estetiche, che diventano maniera e compiacimento mai giudizio. Si esce con la sensazione che il sesso, gli odori del coito, la vendita libera delle prestazioni siano la ‘normalità’ di comportamento per quella categoria sociale, per ‘loro’. E’ il punto di vista di una tenutaria di case chiuse rispetto ai suoi clienti. Ciò che ci si aspetta allora dovrebbe diventare la domanda centrale: perché? Come si è giunti a questa visione del mondo? E qui la risposta fallisce il bersaglio. Ci si perde nelle visioni oniriche care a Fellini (ma che differenza!) si raccatta il mostruoso nella sua funzione estetica di sublime in modo imparaticcio, le figliole si contorcono in gesti studiati e di una noiosità infinita. Il sesso divenuto modo d’essere perde la funzione di scandalo e quindi permette una via di scampo all’opera di B. che fa dunque il suo mestiere e viene in un certo senso assolto.
Tutto questo corrisponde appieno ai soggetti preferiti dell’arte. I pittori più frequentati e amati, a cominciare dall’ormai ‘insopportabile’ Caravaggio, esplorano i bassifondi delle città, della psiche, della società. Si costruiscono mostre a ripetizione sugli impressionisti, si esplorano i lati proibiti della cosiddetta ipocrisia borghese (celebre il forse falso invito che in età vittoriana sollecitava a coprire le gambe del pianoforte appunto perché erano gambe!), si arriva anche ad indagare il lato oscuro dei quadri nella pur bella mostra ‘Stati d’animo’, si fanno film come quello su Oscar Wilde che recuperano la necessità artistica dei ‘maudits’.

E i politici si comportano in parte proprio inscenando i loro ‘teatrini’, difendendo le ragioni del ‘popolo’ le cui origini sono teatrali, come per il guru del M5S, o hanno per protagoniste belle figliole che ondeggiano su tacchi a spillo, scuotono la chioma trascinando con nonchalance l’oggetto simbolo del loro lavoro: zaino e trolley. Chissà cosa si diranno nelle scene immortali di sussurri e grida nascosti dietro il paravento della mano che scopre e nasconde. Mi domando se prima dell’evento si spruzzino in bocca il salva odori come fa B. nel film. Severamente impettiti poi si concedono al flash e alla domanda urlata, quasi sempre sorvegliata da quella icona che mangiucchia la penna spacciandosi per quel giornalista che non è.
Capire se in questa età di transizione il danno e la falsità provengano da ciò che la generazione mia e quella successiva hanno prodotto sull’onda della grande illusione: il Sessantotto.
Leggo – approvando e con un senso di colpa – il severissimo articolo di Curzio Maltese apparso sul ‘Venerdì’ di Repubblica del 27 aprile 2018: ‘Quelli che fucilavano i Taviani’. Eccone uno stralcio su cui bisognerebbe riflettere: “Quando uscì Allonsanfan, uno dei capolavori del cinema di Paolo e Vittorio Taviani, la critica militante di sinistra, lo stroncò con allegra ferocia. Un commiato dalla lotta rivoluzionaria da parte di borghesi di sinistra con la coscienza infelice, un invito al ritorno al privato”. I Taviani divennero quel simbolo e a Maltese fu imposto di far leggere un comunicato degli autonomi da parte del loro capo. E vedete le coincidenze col film di Sorrentino! Maltese incontra “per caso alla Mondadori dov’era diventato una specie di boss berlusconiano” lo stesso personaggio e gli chiede conto del cambiamento a cui lui risponde che “si cambia col tempo”. Non aveva capito nulla e tantomeno la qualità dei film dei Taviani a cui forse Sorrentino avrebbe potuto accostarsi avendo più coraggio. E giustamente Maltese ricorda cosa preconizzava il messaggio dei Taviani che “vedevano oltre le scintille la montagna di cenere dell’incombente Restaurazione che sarebbe cominciata qualche anno dopo e dalla quale siamo ancora sovrastati”.
Sorrentino avrebbe potuto cogliere il senso di questa Restaurazione, ma purtroppo le bellurie filmiche l’hanno travolto in un insolito destino di banalità del male.
Peccato.

Indro, la sinistra e i valori perduti

Non fu chiaro subito. All’inizio ci parve un semplice moto di simpatia per il tirannicida: Indro Montanelli, “l’anticomunista” (per qualcuno addirittura “servo dei padroni”) si ribellava al suo editore, Silvio Berlusconi, alla vigilia delle elezioni che sarebbero state viatico al ventennio del Cavaliere. E lasciava – non tollerando ingerenze – la sua creatura, il suo quotidiano, quel “Giornale nuovo” fondato nell’autunno del 1974 e curato con amore paterno. Nella testa di chi lo aveva sino ad allora avversato non fu subito chiaro che l’apprezzamento per quel gesto di dignità – e di coerente riaffermazione di principi lesi – era anche riflesso di un disagio proprio, frutto dello spaesamento che percorreva il popolo di sinistra, spiazzato dalla frana delle ideologie conseguente al crollo del Muro, dalla fine del Pci e dall’appannamento dell’orgoglio di una professata “diversità” etica, determinato dalle vicende di Tangentopoli.
In un mondo, quello della sinistra, alimentato a pane, idealità e schiena dritta, quegli accadimenti della storia procurarono un terremoto esistenziale. Ed ecco, allora, che il gran rifiuto di Indro Montanelli (che pure dei “comunisti” era riconosciuto avversario), percepito e apprezzato allora essenzialmente come atto di coraggio e insubordinazione, rappresentò invece per l’inconscio ferito di chi stava perdendo i propri baluardi ideali, una coerente riaffermazione della non negoziabilità dei valori: una fulgida testimonianza di onestà intellettuale.

In principio fu Indro, dunque. E “La voce”, il quotidiano a cui diede vita esattamente 24 anni fa, il 22 marzo del 1994, che raccolse a sinistra molti lettori, marcò un tratto di cesura con la primavera delle nostre speranze, una sorta di distacco del cordone ombelicale, il prendere il largo da una riva familiare per cercare nuovi porti e coltivare nuove utopie. Non ce ne rendemmo subito conto. E ne fu prova quell’istintivo apprezzamento per il giornalista considerato sino ad allora, a sinistra, emblema della reazione, alfiere di piombo della sponda avversa, espressione della destra che si contrapponeva alle battaglie per l’emancipazione sociale degli oppressi. Se a propiziare il moto di simpatia fu il fiero distacco dal suo editore Silvio Berlusconi, nel fondo c’era il riconoscimento di una profonda onestà intellettuale che la scelta di Montanelli ribadiva, a netto contrasto con le incertezze, le ambiguità e l’incipiente declino morale di molti degli alfieri della nostra riva: nel crepuscolo della ‘rive gauche’ la sua vicenda faceva riaffiorare un tratto di dirittura morale.
Lo spirito liberto e vitale impresso nel carattere della Voce (sulla quale, fra gli altri, scrivevano Marco Travaglio, Peter Gomez, Beppe Severgnini) fu il fiore di primavera contrapposto all’autunno della decadenza dal quale la sinistra non si è più ripresa. Neppure nei rari episodi di apparente riscatto elettorale: persino alle radici del vittorioso Ulivo s’annidavano piante infestanti, velenosi innesti di colonnelli ambiziosi, dediti a spargere veleno per infiacchire la pianta e affermare i propri appetiti di dominio.
E così, fra rivalità, brame personali, appannamento delle idealità, offuscamento dell’orizzonte assiologico, oscuramento del valore della cosa pubblica e del bene comune, esaltazione dell’individualismo e trionfo del privato a tutti i livelli, si è consumata l’ultima estate della sinistra e spianata la strada alla barbarie (non della destra in quanto tale, che in seno coltivava anche personalità colte, raffinate e intellettualmente oneste come il “nostro” compianto Indro), alla protervia dell’egoismo e del rampantismo, che offusca la dimensione comunitaria e cancella il legame sociale.
E fu anche, quella del ’94, la prima e l’ultima estate della Voce. Una voce libera, espressione di valori sopiti, testimoniati per tredici mesi appena. Poi il silenzio.

Il post elezioni: tra estremismi e ipocrite responsabilità

L’unica cosa chiara è che non c’è nulla di chiaro. Si potrebbe sintetizzare con queste poche parole questo risultato elettorale. Ma a mente fredda, passati oramai tre giorni dal voto e recuperato il sonno dopo svariate maratone, si potrebbe azzardare qualche commento più ‘oggettivo’.
Ci sono almeno cinque punti sui quali vale la pena riflettere e su cui tutte le forze che siederanno in parlamento dovranno interrogarsi.

1. La legge elettorale
Appare chiaro a tutti come il Rosatellum abbia fallito sotto tutti i punti di vista. Primo su tutti non ha dato una governabilità né al partito più votato né alla coalizione più votata, costringendo tutti a dialogare, cosa buona, e a dover formare strane alleanze, cosa meno buona.

2. Alleanze di Governo
Proprio queste, nelle ultime ore, sono oggetto di aspre diatribe che stanno facendo scendere il confronto politico in una disputa da stadio tra fazioni di ultras ‘crudi e puri’ a quelle frange di tifosi ‘distinti’ che pur di tener su questa baracca non si offenderebbero a dividere il posto anche con le tifoserie avversarie. Peccato che fino al 2 marzo sembrasse più probabile vedere capi di partito praticare l’harakiri che governare insieme a chi, fino a quel momento, non è stato visto come ‘avversario‘, ma bensì come ‘nemico‘.

3. Il peso delle parole
L’aver considerato come un ‘nemico’ il proprio contendente politico ha generato un conflitto talmente basso e a tratti grottesco e violento da rendere poco credibile qualsiasi tipo di alleanza, soprattutto tra Pd e Movimento 5 Stelle: da una parte i “piddioti”, così soprannominati dai grillini, fanno notare come fino a ora siano stati insultati, chiamati mafiosi e, addirittura, “sporchi di sangue”; dall’altra i “grullini”, così soprannominati dai loro avversari, sono stati spesso apostrofati come ignoranti, antiscientifici, antipolitici e populisti. Come si può pensare a un governo credibile formato da queste due fazioni? Le parole hanno un peso e quel peso vale sia per le promesse fatte, come il reddito di cittadinanza o l’abolizione della legge Fornero, sia negli insulti arrecati agli avversari. Questa poi è stata la campagna elettorale che ha visto trionfare anche un altro tipo di lessico: quello violento. Dalle minacce vere e proprie alle promesse di “invasioni” di paesi stranieri, pulizie etniche, deportazioni di massa, difese delle razze. Tutto ciò, e lo si sta sperimentando da un po’, sta portando a un acuirsi degli scontri nella società: nessuno può credere che dall’attentato a Macerata agli ultimi accadimenti di cronaca, il comune denominatore non sia un certo tipo di propaganda. Repetita iuvant: le parole hanno un peso.

4. Credibilità vs. Responsabilità
Solo cinque anni fa, in una diretta streaming, ricorderete quali furono le risposte date a Bersani ‘colpevole’ di voler provare a fare un governo con i grillini. Il seguito è storia recente, e proprio le azioni compiute dal Pd sono state oggetto di un’intera legislatura di denigrazione da parte del Movimento. Qualsiasi sia il pensiero che prevale in chi sta leggendo queste righe, una considerazione comune ci sarà: il Pd e il Movimento 5 Stelle, insieme, non sarebbero un gesto di responsabilità, ma un atto di prepotenza verso parte del Paese. In queste ore, infatti, molti pentastellati e una parte dei dem richiamano a questo gesto di coscienza che dovrebbe fare il Partito democratico appoggiando i 5 Stelle. Sembrano quasi dimenticare tutti però una cosa fondamentale: chi ha la maggioranza, non assoluta, sia alla Camera, sia in Senato è il centro-destra a guida Lega. Inutile volerci girare intorno, dannoso fare finta di non vedere una chiara intenzione della gran parte dell’elettorato italiano: le posizioni di centro sinistra e sinistra ora non servono più. Sono state distrutte, cancellate. Le urne, almeno su questo, sono state chiare: una parte della nazione vuole il centrodestra con a capo la Lega, l’altra parte i 5 Stelle. Il senso di responsabilità farebbe sì che queste due forze si rendessero conto di ciò e iniziassero a trovare i punti in comune per formare un governo. Il Partito democratico, ora come ora, ha la necessità di ripartire praticamente da zero, dopo una sconfitta cocente, pensando più che alla ‘responsabilità’ verso il nuovo direttivo, alla ‘irresponsabilità’ avuta verso alcuni ideali, verso alcune mozioni, avendo abbandonato intere fette di elettorate fagocitate ben volentieri non solo dal Movimento grillino, ma persino dalla Lega. La lettera di Di Maio, pubblicata guarda caso proprio su ‘La Repubblica‘, giornale aspramente criticato fino a pochi giorni, suona come un tentativo ipocrita di richiamo verso un senso dello Stato che, fino a ora il suo movimento non ha dimostrato; inoltre, lo ripeto, il suo interlocutore, per volere degli italiani, non è Renzi, ma Salvini. Questo, si spera, sarà il primo gesto di responsabilità verso gli elettori. Altrimenti resta solo una strada: nuova (ed ennesima) legge elettorale ed elezioni entro l’anno. Qualsiasi altro tentativo farebbe crescere solo il disgusto e la disapprovazione verso un certo tipo di politica, aumentando in maniera esponenziale i voti soprattutto degli estremismi.

5. Il futuro del Paese
Quello che appare chiaro, in questo torbido panorama post elezioni, è il fatto che gli italiani non solo si sono sentiti traditi da molti partiti di centro-sinistra ma che, realisticamente parlando, probabilmente non hanno più la necessità di risposte progressiste alle domande di questi tempi: basti guardare a Macerata dove la Lega, dopo l’attentato, è passata dal 4 al 20%, o a Pesaro, dove Minniti è stato sconfitto da un impresentabile anche per gli stessi pentastellati. Si può pensare che siano diventati tutti improvvisamente razzisti e xenofobi? E se anche così fosse, interrogarsi sui perché di un clima sempre più incandescente sicuramente farebbe bene soprattutto a quelle forze che, dopo il 4 marzo, sono uscite con le ossa rotte. Le domande, le esigenze dei cittadini in questi anni sono cambiate e nel futuro cambieranno ancora, chi non riesce a intercettare questi cambiamenti non è destinato solo a un fallimento elettorale, ma a una scomparsa dai bisogni politici e ideologici di un Paese interno. La sinistra ha fallito in questo e prima ci si renderà conto di ciò, prima potrà partire una seria disamina su cosa abbia o non abbia funzionato, partendo dai Comuni, l’esempio di Ferrara passata da ‘rossa’ a ‘verde’ può essere emblematico (a livello di elezioni nazionali, per ora). Farsi le giuste domande, darsi le giuste risposte, ripartire da ciò che si è in gran parte, soprattutto dal Pd, abbandonato: i territori. Tra qualche anno forse si potrà affrontare di nuovo una campagna elettorale con una scelta progressista credibile e in linea con i tempi, ma fino ad allora è meglio accettare la realtà dei fatti: il ‘vento dell’est‘ sta arrivando anche in Italia, e sarà meglio per tutti farsene una ragione.

DIARIO IN PUBBLICO
La forza malata delle parole

E ci siamo.
Le azioni che per essere descritte debbono essere espresse attraverso le parole dimostrano la loro fragilità e la loro pericolosità proprio perché le parole che le individuano sono ‘malate’.
Alla rinfusa, tra argomenti nazionali e locali: i discorsi di Berlusconi analizzati in un superbo articolo da Francesco Merlo, ‘Berlusconi e la maschera del martire’, i reportages della sconfitta della Spal a Roma, le mostre d’arte e il loro significato, la catastrofe dell’invecchiamento della popolazione, le dichiarazioni dei politici affidate ai media, i commenti degli ‘umarels’, che dalla loro privilegiata angolazione di osservatori attenti e consapevoli dagli angoli strategici delle loro postazioni commentano, ingrandiscono, rimpiccioliscono a seconda del punto di vista l’esatta proporzione del fatto.
Comunque la parola che li rende consapevolmente attuabili è soggetta a un trattamento assai discutibile.

Parto da un dato personale. Chi non subisce l’attrazione di essere gradevolmente accetto al pubblico che lo ascolta? E nel caso particolare chi, avendo svolto per tutta una vita l’insegnamento, non subisce fatalmente il pericolosissimo desiderio di porsi allo stesso livello del pubblico, specie quando esso è formato dai giovani?
Così, rivolgendomi agli studenti dell’Accademia di Venezia nel simposio su Cicognara organizzato per celebrare l’opera e l’esperienza didattico-culturale del grande intellettuale ferrarese, trascinato dalla foga e dall’insana voglia di giovanilismo ho usato il termine “paraculo del potere”. Apriti cielo! Piovono le reprimende dei colleghi, e forse a ragione, poiché la mediazione della parola dovrebbe essere corretta, seppure a mia discolpa c’era la necessità di farsi intendere da giovani il cui linguaggio non corrisponde a quello che di solito usiamo scrivendo. L’uso della parola è adeguata al tempo, ma con discrezione e scelta per cui la necessità del termine inglese per descrivere oggetti e situazioni è pericolosa quando non è necessaria. E’ una materia che molto spesso nasconde una falsa preoccupazione. Se analizzo, per essere equanime, i discorsi di Grillo, Berlusconi, Salvini e Renzi oltre alle scelte politiche che le giustificano e che posso condividere o meno, ciò che mi rende intollerante è l’esposizione scritta o detta che dimostra la totale discrepanza tra fatto e detto.

Un errore colossale che mi delizia è avere preso proprio un granchio commentando un titolone che campeggiava sulle pagine dei giornali locali. Ho scritto su fb commentando la sconfitta della Spal a Roma: “Non voglio affondare il dito nella piaga anche per la mia denunciata incompetenza in materia, ma credo che anche a livello linguistico i toni dovrebbero essere più sommessi e aprendo il giornale oggi mi sembra un pochino esagerato leggere: “La Spal cade nell’Abisso” con la A maiuscola! Nemmeno Dante percorrendo il vero abisso infernale ha mai messo l’A maiuscola per definirlo”. Tutto fiero aspetto le reazioni quando con una valanga di irrisioni mi si fa capire che Abisso è il nome dell’arbitro. Ma può uno fare l’arbitro portando quel nome? Esempio lampante il necessario cambiamento di nome di una notissima casa d’arte i cui proprietari si chiamavano Falsetti immediatamente corretto in Farsetti. Così l’arbitro Assassino potrebbe cambiare nome in Misericordioso. E al giornalista, che perfidamente godeva dell’errore e che mi chiedeva di fare ammenda, così ho risposto: “Ma Certo!!! Vedi come sono fantastici i disguidi del possibile? Chi l’avrebbe mai pensato che un nome terrificante come Abisso possa divenire metafora dell’Abisso??? VOLENTIERISSIMO FACCIO AMMENDA!!!! Però allora diventa banale la metafora: o l’uno o l’altro”.
La cosa risulterebbe performante.
Scrive un lettore indirizzando la lettera a Corrado Augias: “Non ce la faccio a sentir pronunciare la parola performante ( dall’inglese performance), invece che veloce, potente, di grandi prestazioni”. Allora i giocatori della Spal, poveretti, non sono stati abbastanza performanti e per questo sono caduti dentro l’Abisso?
Questo termine era stato usato fino alla saturazione da un grande critico letterario quando frequentava l’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara. E questa parola ha portato male perché non solo si è sospesa la pubblicazione dei testi pubblicati dall’Istituto, ma la ‘performance’ ha attecchito anche in altre città dove svolgo il mio lavoro.
Così il comune di Bassano senza interpellarci, noi dell’Istituto canoviano, ha deciso che basta pubblicare testi attorno e su Canova e il Neoclassicismo che hanno invaso le biblioteche pubbliche di tutto il mondo: un inutile dispendio di denaro visto che ormai chi legge più i testi? E senza avvertirci, zac! Con il secco taglio delle forbici montaliane, ha reciso il rapporto con i testi, con i libri, con la memoria. Ma ora usa il “crossover” e chi volesse saperne di più legga lo splendido libro di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, ‘Contro le mostre’ (Einaudi 2017), specie il capitolo V, ‘Crossover senza senso’

La lettura dei testi, la necessità di leggere, la sua fine splendidamente illustrata in un saggio apparso sul Repubblica di Adriano Olivero che intervista Philip Roth. Per il grandissimo scrittore, che constata il lento spegnersi della scrittura artistica a confronto di altri mezzi di rappresentazione del mondo, si arriverà al punto che leggere romanzi di fronte al fascino dello schermo si ridurrà a questa condizione: “La setta dei lettori di narrativa non sarà più numerosa di quella di chi oggi legge poesia latina per svago”.

Tornando all’articolo di Merlo, la parola, l’immagine e il fatto si mescolano in una splendida sintesi. La nuova immagine che B. vuole dare di sé, scrive Merlo illustrando la sua tesi con una terrificante foto del personaggio, non è quella di un giovane che parla a un’Italia speranzosa e giovanile come fece un tempo, ma si rifugia nell’Italia dei vecchi, illustrando la sua nuova facies di vecchio: “ormai Berlusconi esibisce con compiacimento non solo la maschera di una vecchiaia esagerata, dalla quale non si vergogna più: pelle increspata e rughe arrampicate su quella collina che gli stampa in faccia il cerone, e che gli blocca il viso in un sorriso raggelato”. Qui le parole corrispondono al fatto. E le conclusioni sono altrettanto reali quando le parole non si ammalano (per esempio quelle di Trump affidate a twitter) per cui si può concludere ancora una volta citando il grande giornalista Merlo che osserva come nelle tv di B. si parli da mane a sera di vecchi e di prodotti per i vecchi (e qui le parole del giornalista si saldano con lo spettacolo di Crozza del 1 dicembre) perché ora dalla liberalità al libertinaggio B. “si avventa sui brodini e sogna di avere le stroncature che tutti noi gli dedicammo… La stroncatura bisogna meritarla. Berlusconi vuole addirittura esibirla”.

BAGATELLE
Berlusconi vive e lotta insieme a noi

In un momento di follia avevo pensato che Berlusconi fosse finito. D’accordo non si erano svolti i funerali (per un personaggio così ci vuole un traino di otto cavalli bianchi), ma, insomma, la speranza è l’ultima a morire.
Invece il Cavaliere ha fatto mettere nella stalla i suoi focosi destrieri, ha chiamato a raccolta i suoi accoliti più fedeli e ha annunciato al mondo intero che tornava. Le disavventure giudiziarie, le condanne, la moglie incazzata? “Io torno!”, ha detto, “e continuo a fare il leader del partito che ho fondato, che ho diretto e che ha governato per quattro lustri”.
Ma non ha fatto in tempo a finire il suo sorprendente discorso agli aficionados (bellissime ragazze comprese), che… zac! i suoi nemici (i giudici) gli hanno aperto un altro procedimento: sempre affare di soldi. Fin qui le notizie.

Dal canto nostro non possiamo che confermare il nostro (il mio) giudizio. Speravamo di mettere in archivio il Cavaliere, al quale inviamo il nostro a più fervido augurio… di essere nuovamente condannato. Gli prepareremo un Parlamento dove possono entrare soltanto condannati, da un lato malversatori e ladri di galline, dall’altro truffatori e disonesti amministratori pubblici, sarà un po’ affollato, ma che ci vuoi fare cavalie’: anche noi siamo condannati a subirti. Sui muri è già comparsa la scritta “Silvio è vivo e lotta insieme a noi”.

Né con Renzi né con D’Alema: a sinistra riparte Campo progressista e dice no a inciuci e opportunismi

A sinistra qualcosa si muove. E la direzione intrapresa, finalmente, sembra quella giusta. Campo progressista accelera il passo, conferma il suo fermo impegno per la rinascita di una forza politica che tenga ben saldi i valori fondanti della malconcia sinistra e sappia, sulla base di questi ideali, confrontarsi con le altre componenti interessate alla definizione di un progetto politico che propugna uno sviluppo concepito in senso civico e sociale e non economicista, che pone al centro della propria azione i temi del lavoro, dell’ambiente, della pace, dell’accoglienza e che si tiene al riparo da alleanze con chi difende gli interessi del capitale e innalza le bandiere del nazionalismo. No annunciato, in sostanza, a qualunque ipotesi di alleanza post-elettorale con Berlusconi (esito assai probabile in caso di affermazione del Pd di Renzi, intenzionato ‘obtorto collo’ a rinverdire la stagione delle larghe intese), e un fermo no pure alle piroette opportunistiche di D’Alema (e compagnucci) che dopo avere contribuito in maniera decisiva ad affossare la sinistra in Italia si propone ora come improbabile alfiere del suo riscatto. Insomma, il vuoto attuale a sinistra potrebbe essere colmato da una convergenza di soggetti attorno al progetto di Campo progressista che vede personalmente impegnati fra gli altri, accanto al’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ne è promotore, anche Laura Boldrini, ora Luigi Manconi, Claudio Fava, Miguel Gotor, forse Piero Grasso, Gad Lerner e magari domani pure Pippo Civati… (s.g.)

Ecco il documento-appello di Campo progressista:
No alle larghe intese, lavoreremo per una nuova casa del centrosinistra
Di fronte ai tentennamenti del G7 su clima e migranti, alla crisi sociale che devasta l’Europa e al ritorno dei nazionalismi, alla deprimente fotografia che ci ha consegnato l’Istat pochi giorni fa, le forze del centrosinistra avrebbero il dovere di costruire un programma comune, rinnovato e competitivo.
Purtroppo, il Partito Democratico sembra abbia abbandonato l’idea di ricostruire il campo dei progressisti, aperto al civismo, con valori condivisi e leadership scelta dal popolo del centrosinistra, per costruire, ancora una volta, le larghe intese con la destra.
Quello che si va costruendo in queste ore è l’ennesimo forzoso tentativo di porre fine alla legislatura per iniziarne un’altra nello stesso modo in cui è finita la precedente: governando con la destra, accordandosi con Berlusconi. Con Pd, destra e Grillo, tutti uniti dal calcolo di interessi particolari, incuranti del superiore interesse generale.
Questo Paese merita di più. Il popolo del centrosinistra ha diritto a scegliere un’offerta che lo rappresenti, non a dividersi tra la sinistra che vuole governare con la destra E la sinistra che punta solo alla residualità, alla testimonianza fine a se stessa, buona solo per riportare qualche esponente politico in Parlamento.
Per questo, lavoreremo a una proposta elettorale e, soprattutto, a un progetto politico che punti a ricostruire un nuovo centrosinistra. Non la sinistra del rancore o ancora peggio della restaurazione, non un’alchimia elettorale, non la somma di piccoli o grandi partiti, ma una nuova e diversa prospettiva politica, concreta e contemporanea, che dia spazio a una nuova classe dirigente, alle tante competenze che impreziosiscono il Paese, che faccia tornare ad appassionare alla politica. Che non si arrenda alle larghe intese, che guardi al domani, non alla sopravvivenza dell’oggi.
Chiediamo alle forze sociali, civiche, associative di lavorare insieme per un nuovo progetto che poggi i suoi piedi su due punti fondamentali: l’unità e la discontinuità. L’unità con un popolo: quello del centrosinistra, quello del civismo progressista, dell’ambientalismo, del cattolicesimo sociale, quello che da nord a sud sta già cambiando l’Italia ma che a livello nazionale sono anni che trova frustrati i suoi sogni.
La discontinuità. Nel metodo di governo, nel decidere insieme anziché da soli, nel confronto con le parti sociali, nell’apertura al civismo. E nel merito: la lotta alla diseguaglianza e alla corruzione, la redistribuzione del reddito, la riconversione ecologica e solidale della nostra economia, la valorizzazione della dignità del lavoro.
Unità e discontinuità nell’orizzonte di un saldo e maturo europeismo, che si discosti sia da chi coltiva l’insensato proposito di abbandonare l’ancoraggio alle istituzioni e alla moneta unica – certo da adeguare – sia da chi fa dell’Ue il capro espiatorio di tutti problemi, praticando a metà quel sentimento antieuropeista. Un progetto che si batta per un’Europa che sappia essere punto di riferimento nel mondo contro i cambiamenti climatici, le povertà sociali, l’accesso all’istruzione e contro le guerre e per la pace.
Un nuovo progetto per mettere in campo la nuova casa del centrosinistra e per una politica che torni a dare speranza.

Il documento è sottoscritto da parlamentari appartenenti a vari gruppi (Partito Democratico, Articolo1-Mdp, Centro Democratico, Campo Progressista, Misto): Franco Bordo, Luisa Bossa, Roberto Capelli, Mario Catania, Eleonora Cimbro, Paolo Corsini, Donatella Duranti, Claudio Fava, Francesco Ferrara, Nello Formisano, Filippo Fossati, Miguel Gotor, Florian Kronblicher, Luigi Manconi, Giovanna Martelli, Toni Matarrelli, Gianni Melilla, Massimo Mucchetti, Franco Monaco, Marisa Nicchi, Giorgio Piccolo, Gaetano Piepoli, Michele Piras, Luis Alberto Orellana, Michele Ragosta, Lara Ricciatti, Michela Rostan, Arcangelo Sannicandro, Bruno Tabacci, Filiberto Zaratti, Davide Zoggia

BORDO PAGINA
Gramsci e il Futurismo Sociale: una storia indicibile?

Gramsci captò lo spirito almeno rivoluzionario del futurismo storico originario e di Marinetti in particolare: ma la storia da rifare oggi appare quantomeno indicibile, molto complessa, oltre al discorso topico futurismo, s’infrange tutt’oggi nel negazionismo da “Sinistra” post 1944 (la morte di Marinetti e la fine del futurismo storico propriamente detto, ma non del futurismo…) per l’equazione sciagurata e mistificatoria Futurismo Fascismo; i files incompiuti di Gramsci captavano anche clamorosamente il modernismo fascista (nel male e nel bene) solo recentemente disvelato dai vari De Felice, Emilio Gentile.
Non a caso il tutto sullo sfondo di un Gramsci mediatico ante litteram, già oltre la dicotomia ideologica apocalittici e integrati poi ben nota – pur eccellente – di Umberto Eco, forse il miglior Gramsci in assoluto, capace di articolazioni e attraversamenti dialettici poi perduti spesso nella storia culturale della “sinistra” stessa in Italia e … tutt’oggi, persino fino alle news attuali di Matteo Renzi e lo stesso Beppe Grillo, per non parlare degli stessi Marco Pannella, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.
Emergono dinamiche non negoziabili con i pur – in certo senso – interlocutori, un Socialismo semi-utopico assolutamente inedito, perturbante, subito, se anche solo articolato in termini puramente speculativi degno secondo la solita vulgata di qualche Siberia virtuale, certamente dei ben noti copioni, noti in Italia dopo la mezza farsa di Tangentopoli eccetera.
Sia ben chiaro, a scanso di equivoci: qua non si discutono alcune verità storiche: tuttavia tempo di revisionismi critici (Dna degli storici!) sul Mussolini socialista anche se, almeno dalle leggi razziali, mero reazionario e totalitario; sul Craxi già postmoderno, sebbene espressione della crisi politica italiana (ma generale, eventualmente anche per estensioni illegali) esplosa con Tangentopoli stessa; sul Berlusconi liberale cibernetico, nonostante e certamente – nei fatti – uomo di stato molto deludente (ma non per questioni private o per altro ventennio di probabile persecuzione giudiziaria ideologica…).
Va da sé certa storia indicibile del Socialismo italiano mai nato, attraversa dinamiche del genere. Alla luce del comunismo internazionale, piaccia o meno, esattamente totalitario antidemocratico e criminale come il nazionalsocialismo, la stessa eccezione italiana positiva del PCI fino a Berlinguer, almeno parzialmente fondamentale in Italia, sia concettualmente con il Gramsci possibile, sia per la Resistenza e la liberazione dal nazifascismo, sia per certo modernismo sociale vincente a favore del popolo italiano, non solo degli operai, nel secondo dopoguerra, va ormai riletta nello stesso solco virtuale del Socialismo progressista mai nato in Italia, figure scomode o meno, di ieri e di oggi.: Il Pci, stesso… quel che la Storia nei fatti verosimili legittima di downloadare oggi.
E la sequenza appare sconcertante ma verosimile: Mussolini fu il primo grande leader socialista, ruppe come noto nella prima guerra mondiale, il primissimo fascismo (vedi programma di San Sepolcro, ma in certa misura fu tale fino alle leggi razziali) files da più punti di vista sottovalutati, non ultimo la nascente rivoluzione mediatica – McLuhan stesso in certo senso docert, decenni dopo… (ma in America lo capirono persino negli anni 30!): Mussolini era anche Socialista e rivoluzionario.
Se ne accorse, come già accennato, persino Lenin che riteneva nel compagno futuro duce, l’unica figura rivoluzionaria politica in Italia ancora nel 1919! E s’incazzò praticamente con i socialcomunisti stessi.
Ebbene storicamente (ovviamente anche legittimo ma anche solo ideologico e già stile soviet…) l’ambivalenza letteralmente psicanalitica esplosa già con la rottura di Mussolini con il Partito Socialista da parte della “Sinistra” attraversa come un copione tutta la storia della Sinistra stessa italiana. Certo mito ancora forte in Italia, fascismo-antifascismo risale a quella faglia… e le scosse puntualmente non solo con il Comunismo sovietico diventarono Dialettica malata alla luce del Sole.
Persino con l’era Berlinguer… ogni nuova emersione di dinamiche politiche critiche da sinistra (almeno nominalmente ma non solo) al Partito… : Pannella era fascista, Craxi era fascista, persino Berlusconi era (ed è..) fascista (pur nel solco di Craxi … il premier del preteso da taluni secondo ventennio).
Con le novità di Matteo Renzi e Beppe Grillo, il ritornello sempre lo stesso, Renzi anche come Premier come la cronaca live ha registrato esplicitamente. Tutti fascisti quelli che rompono il Novecento ideologico a una dimensione in Italia, anche Renzi … Tutti demagogici tutti populisti tutti attentatori della Costituzione! Togliatti con la famosa amnistia ai fascisti nell’immediato secondo dopoguerra era più avanti di tanta intellighenzia “rossa” recente e attuale!
E guarda caso, fin dal primo Mussolini fascista di sinistra… altra costante insopportabile per certa Intellighenzia organica ieri, liquida ma nostalgica (nelle sinapsi se non nelle parole ovviamente rimodulate) oggi. La denuncia del collettivismo comunista, dell’essenza totalitaria del Comunismo! La priorità di una via Italiana sul serio, non Ogm soviet o postsoviet, del Socialismo o del Modernismo o del Progressismo, persino oggi dell’Ecoprogressismo potenziale post Web.
Ribadendo che tali files alla dinamite di cui sopra hanno oggi mero valore segnico e simbolico, ma fondamentale, per ben altri registri di sistema, sistemi operativi, tutti da esplorare e inventare, Matteo Renzi stesso e certa anti/Post politica post Internet, i primi come dire uploading in tal senso, riassumiamo, aggiungendo che Gramsci stesso, nella sua analisi allo stato nascente del futurismo, del primo fascismo, della prima ondata dei Media, captava ante litteram tale wireless marconiano….
E che scriverebbe oggi, cronaca live, Gramsci, in particolare su Matteo Renzi, Beppe Grillo, la Internet revolution, appena ieri la Pop Art e la rock pop revolution o la generazione delle discoteche e perrsino dei rave? Quel che oggi certa parasinistra intellettuale ancora liquida con epiteti antifascisti o radical chic, demagogia, populismo, certamente Gramsci , constatando milioni magari di italiani e lavoratori disoccupati difesi da certe caste d’oro o argento paladine del popolo, esplorerebbe certe dinamiche con analisi sorprendenti, complesse e critiche, ma non esorcistiche o peggio ostili inquisitorie.
Se i lavoratori e il popolo vivono e esprimono certi scenari, è il Partito, anche se liquido e postmodernissimo, che deve captare, capire, decifrare al passo con in nuovi bisogni (e sogni) che si manifestano! Gramsci amerebbe Andy Warhol e i Beatles e i Rolling Stones e i Pink Flooyd e David Bowie, (non l’acido lisergico del 68/77 degenerati, né i lifting cerebrali degl Intellettuali di Capalbio e di molti Istituti Gramsci!) E amerebbe la Internet Generation e la rivoluzione del Web…
Nuova Cultura popolare planetaria, una versione finalmente democratica almeno potenzialmente del fallimento de..l’Internazionale! Certamente, Natta… D’Alema, Veltroni, Prodi ecc, li getterebbe volentieri nel Mare di Sardegna! Matteo Renzi rottamatore gli piacerebbe e anche Grillo gli sarebbe come minimo simpatico… Non ultimo, raffinato intellettuale, pur amando anche la News epocale ambientalista ed ecologica… sorriderebbe violentemente verso certi teorici della Decrescita Felice, certi gesuiti “rossi” che sputano sempre sull’orrido consumismo (magari con gli Smartphone ultmo modello già prenotato!). La parola consumismo ricorda comunismo, una utopia fallita.
…Sempre meglio la pancia piena e gli scaffali dei supermercati e il sogno dell’abbondanza che presuppone oggi – concluderebbe Gramsci – anche il principio di precauzione ma nuovamente il Motore a energia solare del Progresso e del Futuro, in un tecnomondo con miliardi di esseri umani. E’ fallito il comunismo, ma non il progressismo, il socialismo mai venuto alla luce (non quello dei suoi tempi che sfociò nella svolta di Livorno). Il Netsocialismo?
Da Gramsci 2017…dell’autore (Armando editore, Roma, eBook 2014)

Info:
Ebook: http://www.armando.it/gramsci-2017
Recensione aprile 2017: http://www.cityandcity.it/tutti-gli-ismi-gramsci/
Convegno Ales Oristano Futurismo Neofuturismo 2013 Biblioteca Gramsciana: http://www.luukmagazine.com/gramsci-e-marinetti-un-inedito-dialogo/

Tramonto della sinistra e rilancio dell’egemonia cattolica anche a Ferrara

“Non moriremo democristiani”, scrisse il Manifesto in uno storico titolo del 1983, all’indomani del successo del Pci alle elezioni Europee, quando quel risultato parve un segnale di recupero dell’indiscussa egemonia culturale di cui la sinistra godette nel corso del decennio precedente.
Moriremmo democristiani, invece pensai io – sconsolato – nella logica del male minore, dopo la presa del potere da parte delle truppe berlusconiane nel 1994.
Ora quella profezia (disattesa) e quel mio successivo amaro auspicio tornano beffardamente attuali. Pensiamo a cosa è accaduto dopo Tangentopoli: la Dc si è dissolta e disgregata in sette rivoli, diffondendosi e propagandosi come polline (o come gramigna, secondo i punti di vista…) e presidiando sostanzialmente tutto l’arco politico.
Dalle ceneri della Balena Bianca nacquero i Popolari di Marini, la Rete di Leoluca Orlando, il Ccd di Fernando Casini, il Cdu di Rocco Buttiglione, l’Udc di Clemente Mastella, i Cristiano-sociali di Ermanno Gorrieri e Pierre Carniti (tra le cui fila emerse Dario Franceschini), i Referendari di Mariotto Segni… Una parte non trascurabile di dirigenti intermedi rimpolpò le fila di Forza Italia (fra i nomi noti quelli di Gianni Letta e Roberto Formigoni), altri entrarono in Alleanza nazionale che raccolse il testimone del Msi (tra loro Gustavo Selva e Publio Fiori). Insomma, erano ovunque ma allora parevano residuali, ombre di un passato che se ne va da sé…
Invece, ciascuno dalla propria nicchia, ha ricominciato a tessere strategie e cucire alleanze, a recuperare spazio riciclandosi; riproponendosi quindi come emblema del cambiamento (in virtù dell’appartenenza alle nuove formazioni politiche) e al contempo mantenendo rapporti trasversali con i vecchi amici di partito, forse incidentalmente, forse assecondando – magari pure inconsapevolmente – un oscuro disegno. Un disegno che, se anche non fosse stato deliberatamente ordito come tale, trattandosi di terreno intriso dallo spirito cattolico, potremmo rubricare come provvidenziale…

La diaspora democristiana, seguita a Tangentopoli e riletta 25 anni dopo, acquisisce così un valore politico strategico. Il partito all’epoca deflagrò in molti spezzoni. “Crescete e moltiplicatevi” è scritto nei vangeli. Ed è sensato (oggi, col senno del poi) immaginare che la millenaria saggezza che ha consentito alla Chiesa di governare il mondo per duemila anni abbia ispirato quella che allora apparve come mera catastrofica conseguenza di una sconfitta e fu invece forse sapienziale strategia di rinascita.

I frammenti che si generarono dalle sequenziali spaccature occorse all’interno della Democrazia cristiana e dei suoi eredi hanno effettivamente dato frutto.
E, nel 2007, si è completato il capolavoro: l’esito della fusione fra Margherita (nata dall’alleanza fra Partito popolare, I Democratici di Romano Prodi e Rinnovamento italiano di Lamberto Dini, ultima filiazione della lunga serie di innesti e potature operate sul ceppo della vecchia Democrazia cristiana) e Democratici di sinistra (figli del Pds ed eredi del Pci) si è risolta infatti in pochi anni in una vera cannibalizzazione da parte della componente dell’ex Margherita nei confronti del suo più robusto alleato: all’epoca del matrimonio il rapporto a livello nazionale era decisamente sbilanciato: 430mila iscritti e circa il 10% la forza elettorale della Margherita; 615mila iscritti e il 17% di consenso i numeri dei Ds. Ben più marcato il divario a Ferrara, con la Margherita sempre al 10% ma i Ds al 30%.
Eppure l’esito è stato analogo ovunque, anche nei centri, come Ferrara, che in passato furono roccaforti del Pci: i principali esponenti e rappresentanti istituzionali provengono ormai in gran parte dalle fila o dalla tradizione politico-culturale di quella che fu la Democrazia cristiana in tutte le sue innumerevoli trasmutazioni seguite all’ammainabandiera. Guarda caso alla Dc era iscritto pure quel che oggi è il più autorevole e influente politico locale, quel Dario Franceschini, deputato ferrarese (come il padre), prima nominato segretario del Pd e ora ministro della Repubblica. Figlio di un esponente democristiano (consigliere comunale) ma nella rossa toscana anche l’ex premier Matteo Renzi, iscritto al Partito Popolare e poi alla Margherita (come pure dalla medesima tradizione politica proviene tutto il suo più stretto entourage, proiettato ai vertici delle istituzioni). Della Margherita è stato dirigente l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Democristiano era il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella…

E’ talmente tutto così coerente che parrebbe davvero studiato a tavolino. Prendiamo il caso di Ferrara, dopo sessant’anni di governo locale sempre gestito da esponenti del Pci e dei partiti che ne sono stati diretta filiazione, nel 2009, appena un anno e mezzo dopo la nascita del Pd (che significativamente ha preso sede nell’ex casa della Dc, in via Frizzi), per la carica di sindaco il partito designa Tiziano Tagliani, il quale nelle liste della Democrazia cristiana era stato eletto consigliere comunale nel 1990. E a cascata segue una nutrita serie di nomine di ex democristiani o di esponenti dell’area cattolica e moderata all’interno della Giunta e ai vertici delle principali istituzioni, società pubbliche, associazioni e organizzazioni cittadine. Gli esponenti di area cattolica assumono uno spazio e un ruolo mai avuto nel passato.
Nel frattempo, a livello nazionale, si è dissolto gradualmente l’apparato pubblico che provvede alla sfera dei servizi sociali e si è consolidata la funzione sussidiaria degli enti e delle organizzazioni private, che hanno via via assunto un ruolo sempre più importante nel garantire l’erogazione di prestazioni essenziali per i cittadini. E l’associazionismo di ispirazione cattolica, che da sempre ha avuto ruolo preminente in questo settore, acquisisce conseguentemente un’importanza crescente.

E poi, guardando anche al micro e a casa nostra, la fine dell’esperienza amministrativa delle circoscrizioni crea un vuoto nel presidio dei quartieri. E chi subentra? Le contrade, da sempre legate al campanile, quindi alla parrocchia, alla Chiesa. Così, dall’alto come dal basso, l’influenza della consorteria cattolica cinge a tenaglia la comunità.
D’altronde, ricondurre all’ovile delle parrocchie le pecorelle smarrite nei pericolosi anfratti delle Case del popolo, era un’antica ambizione dell’establishment cattolico. Con questo simbolico obiettivo stampato in testa, negli anni passati si è provveduto, in città, al rilancio del Palio. Scopo riconquistare quell’egemonia culturale che fu appannaggio della sinistra negli anni 70, surrogandola ora con un’egemonia folklorica, quale è, a tutti gli effetti, il Palio: tradizione, storia e dunque, in fondo, conservazione…

Non dimentichiamo che per oltre un ventennio, fra gli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, la sinistra aveva catalizzato, attorno alle proprie istanze di lotta, l’impegno e la passione dei giovani. E la Chiesa, che in fatto di gestione del potere non è seconda a nessuno, solida nella sua bimillenaria esperienza, ha compreso che la forza catalizzante dell’oratorio si era andata estinguendo. E ha pian piano focalizzato la strategia e realizzato il piano di rinascita, sfruttando suggestioni ed esche fuori dai condizionamenti ideologici, riconducendo a sé la regia dell’operazione di formazione e acculturamento, a partire dalle giovani generazioni.

Da questo punto di vista, mirabile si può certamente considerare la capacità di affrancamento dalle ombre della retorica fascista che gravavano sul Palio; e poi la successiva riproposizione, in un contesto cittadino ben disposto, di una manifestazione il cui spirito si sublima nelle giornate di esibizione ma si coltiva pazientemente ogni giorno dell’anno – tutti i giorni di tutti i mesi di tutti gli anni – attorno ai luoghi che sono propri del potere cattolico, le rivificate parrocchie, i vecchi oratori che, grazie a questa e ad altre geniali intuizioni, hanno riacquisito quella centralità e attrattiva che stavano perdendo del tutto. Persino qualche festa dell’Unità è stata fagocitata in questa logica e si è allestita in spazi parrocchiali o di associazioni contigue. Un fatto simbolicamente molto significativo.

A Ferrara anche questo è stato (è) un tassello importante nel progetto di recupero dell’egemonia culturale e dunque del controllo sociale da parte della Chiesa e dei movimenti civili e politici che ne sono espressione. Altrove sono state usate strategie differenti, altre attrattive. E si badi, se può apparir banale o riduttivo ciò che scrivo, si consideri che pure i grandi palazzi si reggono su piccole pietre, apparentemente poco significative ma essenziali e, letteralmente, fondamentali.

In questo scenario, plausibile futuro approdo nazionale appare un’intesa post elettorale Renzi-Berlusconi in funzione illusoriamente anti-populista: in realtà, il trionfo di un populismo moderato a detrimento di una deriva estrema.

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Lunedì 27 marzo alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea, attorno al tavolo delle idee imbandito dal quotidiano online Ferraraitalia, per il tradizionale ciclo “Chiavi di lettura – opinioni a confronto sull’attualità”, sul tema “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca” si confronteranno Enzo Barboni, presidente Unpli Pro loco Ferrara ed ex segretario provinciale della Democrazia cristiana, Marco Contini, giornalista di Repubblica, Luigi Marattin consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alessandro Somma, collaboratore di Micromega e docente di diritto comparato all’Università di Ferrara. Il dibattito sarà moderato (ma non troppo!) dal direttore di FerraraItalia, Sergio Gessi.

I cugini d’Oltreoceano

di Lorenzo Bissi

Ammettiamolo: tutti noi abbiamo almeno un parente che è andato altrove, negli States, a rincorrere l’American dream, “perché -diceva- qui non mi sentivo realizzato”.
E se non sono i cugini, sicuramente conosciamo qualcuno che ha vissuto o vive là, grazie ai quali abbiamo potuto imparare molto sul loro modo di fare politica (che forse non è poi così lontano dal nostro…)
Justin Trudeau, attuale primo ministro canadese, ha vinto le elezioni nel 2015, dopo 13 anni di governo del conservatore Stephen Harper, presentandosi da Sinistra come un ottimista innovatore ma anche rottamatore: aveva fra le sue principali intenzioni quella di dare una svolta alla politica tradizionale in Canada, in modo da dare un’identità più forte al Paese, che fino a quel momento aveva dipeso da qualche altra potenza.
Ma dietro alla faccia di questa nuova Sinistra così politicamente corretta che alla parola “cambiamento” attribuisce anche il significato di “miglioramento”, le posizioni che adotta in merito alla tematica dell’ambiente, dei lavoratori, e della politica estera non sono poi così democratiche e di certo non mirano a tutelare quella base elettorale su cui la sinistra ha sempre contato (lavoratori, piccola- media borghesia, minoranze etniche).
Jordy Cummings, attivista e critico canadese lo definisce una “Ted conference vivente”, e sottolinea come la sua immagine di premier muscoloso e piacente, e primo ministro dei selfie stia ormai spopolando in tutto il mondo. Per ora però non ha ancora fatto irrimediabili torti a nessuno, quindi gode ancora di un buon consenso.
Viste le doti da rottamatori, uomini della nuova Sinistra, bravi oratori e soprattutto assi dell’autoscatto, sembra che Justin Trudeau e Matteo Renzi possano avere qualche gene in comune. E pensare che condividono anche lo steso incarico non può che confermare questa tesi.
Basti spostarsi poco più a sud geograficamente, ed ecco che ci troviamo negli U.S.A., dove l’otto novembre il popolo ha scelto come suo presidente Donald Trump.
The Donald non ha niente in comune con Trudeau, né con Renzi: nonostante sia il leader del partito Repubblicano, non ha niente a che vedere con la politica tradizionale, ma si pone davanti ai suoi elettori prima come cittadino, poi come politico. Nella sua campagna elettorale si è presentato fiero dei suoi successi, un self-made man, la prova in carne ed ossa che chiunque ce la può fare a diventare ricco e possedere ciò che vuole se solo si applica e dedica la sua vita al duro lavoro. Che poi abbia avuto migliaia di flirt con belle donne, forse è una conseguenza dei fattori elencati prima, visto che la bellezza non è la sua dote principale, soprattutto non è il suo ciuffo a colpire…
Dunque come, davanti a tutti questi elementi, non ci si può richiamare a Silvio Berlusconi?
Se non sono parenti, sicuramente sono ottimi amici!
Ma non dimentichiamoci che siamo al di qua dell’oceano: e mentre Renzi vorrebbe essere percepito meglio dall’opinione pubblica e dalla gente, proprio come il suo “cugino” Justin; durante i suoi mandati da primo ministro, Berlusconi avrebbe di certo desiderato avere un Presidente della Repubblica come Donald Trump.

Tartaglia, Dal Bosco, Berlusconi + Me (a.k.a. The Crucifixion of GG Allin)

La notizia di oggi è una sola: Massimo Tartaglia “non è più pericoloso per la società”.
E infatti non lo è mai stato, dico io.

Brano: “Bite It, You Scum” di GG Allin & The Scumfucs
Brano: “Bite It, You Scum” di GG Allin & The Scumfucs

Come non lo è mai stato John Lennon quando faceva pipì su delle suore in piedi sul davanzale.
E come non lo è mai stato Roberto Dal Bosco, quello del treppiede.
Non lo dico mica a caso.
Lo dico perchè io ho mangiato una pizza fatta da Roberto Dal Bosco in persona.
Lavorava a una Festa dell’Unità in provincia di Mantova e io ero lì.
Così mi hanno detto: oh, le pizze qua le fa Dal Bosco, quello del treppiede!
E come potevo fare a meno di provare una pizza così speciale?
Ed è stata una delle pizze più fenomenali della mia carriera da pizzomane!
Quindi per me, se Dal Bosco fa delle pizze così buone, può anche andare in giro con tutti i treppiedi che gli servono e può sbatterli in testa a chi vuole.
In fondo non si dice che gli artisti sono sempre un po’ matti?
Tartaglia, Dal Bosco, Berlusconi, GG Allin… cosa cambia?
Tra l’altro Berlusconi, subito dopo quel colpo di testa col Duomo al posto del pallone sembrava proprio GG Allin.
Quindi direi che tutto torna.
Allora via, la parola a GG Allin.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

 

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano.

vescovo Negri

IL CASO
Il vescovo Negri verso l’addio a giugno. Ecco dieci domande a cui non vuole rispondere

Monsignor Luigi Negri con ogni probabilità lascerà la carica di vescovo di Ferrara a giugno, in anticipo di qualche mese rispetto alla data di naturale pensionamento, previsto per il prossimo 26 novembre al compimento del settantacinquesimo anno. Questo è quanto trapela da indiscrezioni che circolano in accreditati ambienti vicini alla Curia estense.
Non ci resta molto tempo dunque per rivolgergli le domande che già da un anno e mezzo tentiamo vanamente di sottoporgli. La richiesta di intervista presentata da Ferraraitalia nella tarda primavera 2014 giace ormai sotto molta polvere. Il vescovo è stato più volte cortesemente interpellato. A fare da filtro dapprima è stato don Massimo Manservigi. Per mesi ci è stata confermata la disponibilità, però senza che mai venisse fissata una data “per i troppi pressanti impegni in agenda”. Eppure il monsignore è ciarliero con la stampa. Evidentemente non era gradito l’intervistatore. Poteva essere detto, ma si è preferita la strada dell’ipocrisia, adottando la tattica dello sfinimento. Così si è continuato a posticipare a oltranza, sempre accampando la scusa di temporanee indisponibilità, “non certo di assenza di volontà”…

Nel maggio scorso ci fu una vivace telefonata ultimativa, nella quale dichiaravamo di prendere atto dell’indisponibilità “di fatto” del presule. Ma don Massimo, affranto, ci ricontattò dopo qualche minuto scusandosi per i toni, dovuti allo stress, spiegando che aveva parlato e ottenuto da monsignor Negri la disponibilità certa, ed entro la fine del mese “sicuramente” si sarebbe fatta l’intervista. E infatti siamo arrivati a Natale senza alcuna comunicazione! In quei giorni abbiamo casualmente incontrato il vescovo e, a nostra richiesta, monsignor Negri ha personalmente espresso la propria disponibilità (con un’espressione che in realtà diceva altro), incaricando il segretario don Enrico D’Urso di fissare la data dopo l’Epifania. E’ superfluo specificare come poi siano andate le cose.

E’ un peccato constatare tanta prevenzione e la mancanza di disponibilità al confronto, peraltro proprio da parte di chi dovrebbe fare del dialogo un emblema. Noi dissentiamo spesso dalle affermazioni del vescovo, ma ciò non implica un rifiuto: è attraverso il confronto che individui e comunità crescono e maturano.

Ora, preso definitivamente atto che questo assunto evidentemente non è condiviso, ecco le 10 domande che avremmo voluto rivolgere a monsignor Luigi Negri.
Se deciderà di rispondere (nella vita non si sa mai) noi siamo qui ad accogliere le sue considerazioni.

1. Una delle sue prime esternazioni pubbliche ferraresi ha riguardato la vicenda di Erik Zattoni, il ragazzo che denunciò lo stupro subito dalla madre da parte di un sacerdote. Se la cavò dichiarando che la Curia non si occupava dei rimborsi per casi del genere. Non ha considerato che al di là dell’aspetto monetario quel ragazzo attendesse una parola di comprensione da parte della Chiesa che lei rappresenta? E non ha sentito il bisogno di esprimerla, di porsi – per dirlo secondo un’espressione ecclesiastica – in maniera caritatevole nei suoi confronti?

2. Non le è parso inopportuno (tantopiù dopo avere bollato come “postribolo” il ritrovo dei ragazzi dinanzi al duomo di Ferrara) recarsi a Milano alla presentazione di un libro – del quale peraltro ha scritto la prefazione – di cui autore è l’ex premier Silvio Berlsuconi, pregiudicato e parallelamente implicato in un processo che lo ha visto accusato di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile?

3. Parlando di gay e coppie omosessuali ha dichiarato: “Un tempo questi individui erano considerati ‘anomalie’. Se ne ricordino”. Non pare un’espressione benevola. Cosa intendeva dire?

4. A conclusione del sinodo voluto da papa Francesco si è affrettato ad affermare che a Ferrara non cambiava nulla. Temeva che qualcuno fra i suoi sacerdoti potesse prendere sul serio l’esortazione del papa e considerare con misericordia le richieste spirituali di separati e divorziati?

5. In una recente intervista ha affermato che dello Ior non le importa “un accidenti”. Non ritiene, come invece pensa il papa, che i tanti scandali che hanno lambito la banca vaticana, al centro dei peggiori intrighi finanziaria degli ultimi decenni, siano ragione di grande imbarazzo e impongano una radicale e urgente riforma che riporti l’istituto allo svolgimento del proprio compito nel rispetto di regole virtuose?

6. Non le pare anacronistico e provocatorio (oltre che storicamente infondato) additare i crociati come benemeriti difensori della fede cattolica?

7. Ha definito l’Islam “una religione che tematizza la violenza come direttiva teorica e pratica”. I musulmani sono due miliardi nel mondo e la stragrande maggioranza di loro vive in pace a dispetto di un manipolo di fondamentalisti esaltati e criminali. Questo giudizio tranchant non le sembra un’istigazione all’odio razziale?

8. In un’intervista a Panorama ha dichiarato che il politico che più stima è Putin “perché ha le palle”. Non crede che un sacerdote dovrebbe valutare altri attributi?

9. Che giudizio dà di papa Francesco e del suo magistero? Se il pontefice dice “Chi sono io per giudicare”, non fischiano le orecchie a lei che è sempre così sentenzioso e saldo nella difesa delle sue verità?

10. Quando il papa ha invitato sacerdoti e comunità ecclesiastiche a offrire ospitalità ai migranti lei non ha perso tempo per far sapere che in curia non c’era posto per nessuno. Qual è il suo concetto di accoglienza?

L’OPINIONE
Il grande equivoco

Ma Renzi ed il renzismo sono di destra o di sinistra? L’equivoco si va sciogliendo giorno dopo giorno.
La destra berluscon-alfaniana-verdiniana ha sciolto il nodo da tempo: Renzi è cosa nostra, sta facendo tutto ciò che gli abbiamo chiesto e che era nei nostri programmi e che purtroppo non riuscimmo ad attuare per colpa di tanti italiani che si opposero. Evviva e lunga vita al fiorentino e non saranno certo i diritti civili a interrompere il sodalizio Renzi-destra ora arricchito anche dalla presenza di Bondi e persino dal placet di Emilio Fede. La Confindustria, con un Squinzi sempre più prepotente – “niente aumenti di salario”- gongola. Per parte sua il premier non salta un appuntamento “con le imprese” a cui porta in dono sempre qualche gradito provvedimento. Chissà quando mai il segretario di un partito autosedicente di sinistra si farà vedere ad un’assemblea di pensionati o di operai? C’è il rischio che lo fischino (loro da tempo hanno sciolto l’equivoco) cosa intollerabile per il grande comunicatore.
Per intanto il Pd cala nei consensi, la disaffezione al voto ed alla politica rimane altissima e la forbice sociale e le diseguaglianze si ampliano. Diminuire le tasse è di destra o di sinistra? E’ giusto e basta ha declamato con enfasi il premier prodigio. In verità di farle pagare a chi evade ne parla assai poco, anzi offre loro ,agli evasori, uno strumento in più con lo sconfinamento di spesa in contante sino ai 3000 euro, la Tasi annullata sarà l’ennesimo regalo ai ricchi ed una mancia per i poveri, avveniristiche poi le promesse di sgravi per gli anni a seguire fondate sul niente (dove sono le coperture?) e sull’aumento del debito pubblico che pagheranno i cittadini (i soliti). Ma sulle tasse aspettiamoci dal fiorentino l’ennesimo gioco delle tre carte. Lui cala ma comuni e regioni crescono l’imposizione fiscale o diminuiscono i servizi. Il loro immediato futuro già ora gramo prevede prelievi o mancati rimborsi per 300milioni e due miliardi in meno alla sanità già tartassata. Dovremo pagare anche esami clinici e medici passati in cavalleria da Renzi come sprechi. In sostanza l’inganno sta in questo: a fine anno io cittadino se faccio i conti tra quello che pago ai Comuni, alla Regione, allo Stato, l’aumento o la soppressione di servizi pago di più, non di meno.

Sì, questa è l’Italia del segno più per gran parte dei cittadini e del meno solo per coloro che già sono privilegiati. Non c’è equivoco che tenga se non si hanno le fette di prosciutto sugli occhi: la politica economica di questo governo è di destra e la si vuole coprire, guarda caso sempre in prossimità di scadenze elettorali (80 euro docet) con mance che i tanti cantori del regime marchieranno di ‘sinistra’. Si lumeggiano 400 euro per chi sta sotto la soglia di povertà (sono 10 milioni di italiani e sono in aumento). Non si intaccano le ragioni di fondo per cui tanta, troppa gente vive tra la miseria e gli stenti quotidiani.
Dove sono gli investimenti pubblici e privati? Neanche in presenza dell’ennesimo episodio che segnala il dissesto idrogeologico del Paese si fa un piano serio di investimenti e si accantierano lavori urgenti. Per avere qualche soldo da elargire a Confindustria e qualche mancia inganna gonzi si svende il patrimonio pubblico (aziende di Stato) si privatizzano (vedi Poste) importanti settori pubblici.
Il Pil cresce? Non nelle buste paga. Qualche decimale in meno sulla disoccupazione? Bene, Ma intanto la qualità del lavoro compresi i ricatti quotidiani su gente sempre più orfana di diritti aumenta. Fa rabbia che di fronte ad un panorama tanto chiaro che tiene assieme politica economica e riforme istituzionali in un unico progetto di indubbia matrice destrorsa quel che resta di una sinistra storica e politica cincischi e farfugli baloccandosi nei distinguo. Bersani, Cuperlo, Fassino, D’Alema i veri padri di Renzi siete voi non Berlusconi e continuate ad alimentare (per qualcuno) l’equivoco che l’attuale Pd (‘la Ditta’) sia l’erede un po’ spregiudicato e discutibile della sinistra italiana. Non è così.

Ascolta il brano intonato
Roberto Vecchioni, La gallina Maddalena

GERMOGLI
La caduta
L’aforisma di oggi

Simbolica? Facile giudicare così la caduta di Berlusconi dal palco di Genova. Ma l’uomo ormai ci ha dimostrato che dopo ogni tonfo si rialza sempre… Facile indovinare pure quel che ha detto a commento dello scivolone: “Colpa della sinistra”. Una colpa che la sinistra, se ancora ce n’è una in Italia, potrebbe assumere come merito se solo sapesse assestare veri sgambetti politici. Invece deve accontentarsi di sorridere di questi inciampi accidentali. Così la caduta di Berlusconi, quella definitiva, quando verrà sarà probabilmente colpa (o merito) della natura, più che dei suoi avversari. O di un atto di autorinuncia, come suggerisce il gesuita Gracián y Morales, per evitare l’onta del pubblico declino.
[guarda il video della caduta di Berlusconi]

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Baltasar Gracian y Morales

Non aspettare d’essere un sole che tramonta. È una massima ben nota ai saggi: abbandonare le cose prima che esse ci abbandonino. Si sappia trasformare in trionfo la fine stessa, poiché talora il sole medesimo, quando ancora splende nel cielo, si rifugia dietro una nube affinché nessuno lo veda cadere, e lascia tutti nel dubbio se sia caduto o no.
(Baltasar Gracián y Morales, Oracolo manuale e arte della prudenza, 1647)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

NOTA A MARGINE
Quando ‘l’intoccabile Renzi’ fu designato “leader ideale del centrodestra”

Matteo Renzi ai raggi X del festival di giornalismo in corso di svolgimento a Perugia. Non clamorose rivelazioni, ma il riassemblaggio dei tanti tasselli – non tutti noti – di una personalità e di un percorso ancora in larga misura da decifrare.

Tasselli: dalla vincente partecipazione alla ‘Ruota della fortuna’ di Canale 5, propiziata dalla segnalazione di uno zio che lavorava a Mediaset, sino all’indicazione, nel 2011, di Matteo Renzi come del successore ideale di Berlusconi alla guida del centrodestra in un rapporto riservato al cavaliere di Arcore, confezionato dallo studio del suo consulente politico di fiducia Diego Volpe Pasini.

A sezionare la personalità del premier, sul palco del festival si sono ritrovati Peter Gomez del Fatto quotidiano, Augusto Minzolini ex direttore del Tg1 e attuale parlamentare di Forza Italia, la meno nota ma acuta cronista politica di Oggi, Marianna Aprile, e Davide Vecchi, anch’egli redattore del Fatto e autore del fresco volume “L’intoccabile Matteo Renzi, la vera storia”, che ha dato spunto alla conversazione.

Dunque Renzi, “l’outsider capace e ambizioso che usa il verbo rottamare per farsi strada e acquisire il consenso, ma quando arriva al potere – annota Gomez – fa gli accordi con i poteri forti, ottiene l’appoggio del mondo finanziario e della grande industria e la benevolenza di Marchionne. E forte di questo sostegno riesce a demolire l’articolo 18, contro il quale avevano sbattuto tutti i predecessori. E’ lui il Gattopardo?”, si domanda.

Minzolini, quasi a convalidare ‘l’Opa’ del centrodestra, aggettiva il proprio apprezzamento: “Coraggioso, decisionista, capace di rischiare. Amico di tutti, ma pronto a sferrare il colpo mortale appena può”. E aggiunge altri tasselli a un percorso ibrido: “la Compagnia delle opere, braccio finanziario che sta dietro Comunione e liberazione di cui è referente un luogotenente renziano, il toscano Matulli. E poi Verdini e qualche altro animale politico dell’entourage… Insomma, il partito della Nazione – di cui tanto si parla – come rinascita di una Dc del XXI secolo. Una nuova Democrazia cristiana a ricalco del modello di De Mita, di cui non a caso Mattarella era luogotenente in Sicilia come Matulli lo era in Toscana”.

Vecchi si sofferma sulle strategie di engagement del premier. “Costruisce i rapporti attraverso i figli, con una predilezione per le figlie. I suoi collaboratori hanno sempre solidi genitori e sono lasciapassare per mondi preziosi. Fra il 2007 e il 2014 Renzi raccoglie quattro milioni di contributi da vari sostenitori, i più noti dei quali sono il finanziere Davide Serra e l’avvocato Alberto Bianchi. Ma solo la metà è riconducibile a identità definite. Di circa due milioni entrati in cassa non c’è tracciabilità”.

“L’affinità fra lui e Berlusconi – segnala Aprile – sta nel fatto che entrambi incarnano un differente marchio di provincialismo: Silvio è l’imprenditore milanese un po’ bauscia; Matteo è il bullo, lo spaccone che ci prova sempre e in qualche modo ci arriva”. La cronista dice di invidiare i colleghi che potevano attingere a piene mani spunti di gossip dall’entourage del Cavaliere: “Lì i rapporti erano instabili e chi cadeva in disgrazia era sempre pronto a gustose rivelazioni. Invece il gruppo dei renziani è granitico, si vogliono tutti un gran bene e non riesci a tirare fuori alcuna indiscrezione”.
“La forza di Berlusconi – annota – stava nel fatto di essere ricco e potente, quella di Renzi nasce dalla narrazione della rottamazione. I due si conoscono a Firenze nel 2005 tramite Verdini. Berlusconi resta affascinato. E nel 2011, complice il documento di Volpe Pasini, dopo la caduta del governo di centrodestra, una parte di Forza Italia pensa a Renzi come nuovo leader dello schieramento. Caratterialmente e nella strategia di relazione sono molto diversi: mentre Berlusconi si concede, Renzi comunica a senso unico ed è inaccessibile”.

Conclusione: “Renzi – per Gomez – è stato individuato come la persona in grado di garantire la sopravvivenza del sistema di potere berlusconiano”. Di rimando, Minzolini, a sostanziale conferma: “Il network televisivo più ‘renziano’ oggi è Mediaset”. A corroborare, Aprile: “Quando Berlusconi e Renzi litigano sembra il gioco delle parti. Nei confronti di Berlusconi, Renzi usa la tattica del pendolo: si avvicina e si allontana continuamente. Ma chissà, magari il Paese oggi ha bisogno proprio di questa alleanza per rimettere in moto l’economia…”.

GERMOGLI
Crepi l’avarizia!
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

chiari1300_imm2 milioni di euro in 4 anni è il magnanimo compenso con cui Silvio Berlusconi ha ripagato le sue olgettine dei servizi prestati. Uomo di grande cuore.

“C’è chi è generoso nel dare e chi è generoso nel ricevere”. (Walter Chiari)

GERMOGLI
Ritorni.
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

immagine-croceBerlusconi oggi ha dichiarato di tornare in campo per il bene dell’Italia.

“Cavoli riscaldati né amore ritornato non fu mai buono”. (Giulio Cesare Croce)

SETTIMO GIORNO
Renzi e Berlusconi, gioco di coppia

Il PATTO CHE NON C’E’ – Poveri illusi. Parlo di tutti coloro che si aspettavano e si aspettano ancora che Renzi litighi, o faccia finta di litigare com’è successo finora con il suo maestro Berlusconi, lo sketch fra i due ha e avrà tempi lunghi, una sola cosa non ho capito, chi dei due sia la spalla dell’altro. Chi è Totò e chi è Pappagone, cioè Peppino De Filippo? Il fatto è che, come nella migliore tradizione della commedia dell’arte, i due si scambiano abilmente le parti quando sono sul palcoscenico, un giorno Totò, un giorno Pappagone. Dice: ma il “patto del Nazareno”? Tranquilli, non è mai esistito, non esiste una carta, una sorta di contratto, che so, un pizzino, un promemoria, non c’è, esiste soltanto nella mente dei due attori, i quali pare abbiano raggiunto un solo accordo: terminare l’operazione dettata da Licio Gelli (P2) con il “Piano di rinascita nazionale” del 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro. Finora è andato tutto liscio per gli attori della commedia, che non finisce qui. Un esempio? Battuta di Renzi quindici giorni fa: devo sistemare la Rai. La spalla risponde: compro la Rai. Replica di Renzi: Ma non più del 51 per cento. E così si privatizza uno dei settori chiave della democrazia moderna. Non è tutto: Berlusconi ha già dato inizio al piano per diventare il monopolizzatore dell’informazione, avviando l’acquisto della Rizzoli e accorpandola alla sua Mondadori, che significa mangiare i quotidiani e i settimanali più importanti dell’Italia. Il signore di Segrate vuole tornare da padrone in Parlamento, gli manca il lasciapassare della magistratura. Come fare? Intanto, si ricorre alla filosofia di Licio Gelli, si responsabilizza il giudice. Chi mai potrà più incriminare, o soltanto non assolvere un uomo il quale può inchiodare un magistrato a pagare milioni di euro dichiarandolo civilmente responsabile? No, c’è del marcio in Danimarca, diceva Shakespeare, tutto è stabilito, preconfezionato. A noi cittadini non rimane che conoscere, giorno per giorno, i paragrafi di un patto che ci è stato tenuto gelosamente nascosto. Anche perché non è mai stato scritto: il patto c’è, ma è un patto orale i cui capitoli sono conosciuti da due sole persone. A qualcuno non piace? “Io vado avanti”, dice l’attore. Vai, risponde la sua spalla. Questa è democrazia

BUROCRATI – Rapidissima comunicazione ai signori burocrati dipendenti da Stato, Regioni, Comuni, Banche etc.: per favore non diteci più che la burocrazia di cui siete padroni è stata resa agile, anzi, dal momento in cui, solennemente, è stato detto ai cittadini che era cominciato lo snellimento della burocrazia, la medesima (burocrazia) è diventata ancor più impraticabile, vergognosamente antiquata, inadeguata, irresponsabile. Chi crede il contrario vada pure, a suo rischio e pericolo, in un ufficio pubblico: verrà burocraticamente respinto, ma dovrà riempire un modulo…

L’OPINIONE
Noi, Renzi, Mattarella e un mondo che nessuno vuole cambiare

Nessuno vuole cambiare il mondo. Non lo vuole Obama, non Renzi e nemmeno l’Europa unita o la Cina. E’ per questo che il mondo non cambia. Il mondo rimane una storia di classi egemoni e il maggior successo del neoliberismo è stato quello di farci credere, grazie al credito, che le classi non esistessero più. Poi è arrivata la crisi e qualcuno ha dovuto pagarla. La classe media è scivolata verso la povertà, mentre i poveri diventavano ancora più poveri.

Nessuno vuole cambiare il mondo. Noi vogliamo aderire al mondo. La nostra è una cerniera che promette la rivoluzione e subito richiude i due lembi di paese nella solita conservazione. Lo stesso Renzi è stato scelto per ordinare il nostro mondo, disciplinarlo, ma non di certo per rivoluzionarlo. Il nuovo presidente della Repubblica Mattarella, uscito di scena Napolitano, è la cerniera che mancava all’assetto politico italiano. Mattarella sembra garantire a tutti, per quanto sarà in suo potere, la disciplina e l’abnegazione necessaria a conservare questo stato di cose. Non si spiega diversamente l’adesione trasversale e la fiducia ecumenica. Sarà il garante di una costituzione nobile, ma continuamente tradita e disattesa.

Siamo ostaggio della peggiore classe politica dell’Occidente. Abbiamo un sistema scolastico dove ragazzini di tredici anni, alla fine delle medie, sono chiamati prematuramente a scegliere il proprio indirizzo di studi, spesso con conseguenze disastrose per il loro futuro. Un sistema giudiziario costruito per i potenti che possono permettersi di rallentare la macchina burocratica fino alla prescrizione, diffamare a mezzo stampa ed eventualmente pagarne le conseguenze, mentre i poveri devono solo temerlo. Abbiamo carceri affollate di delinquenti comuni che pagano per i loro misfatti, mentre il reato di concussione e quelli finanziari, che coinvolgono politici e colletti bianchi, godono di leggi a dir poco bonarie. L’elenco sarebbe troppo lungo, per questo Stato ingiusto.

Allora ribadisco che nessuno vuole cambiare il mondo. La lingua falsa, menzognera della politica ne è la continua conferma. Fingono perizia, appaiono preparati, puliti, eleganti. Ma non sono sinceri. Non sono veri. Il loro è un gergo importato, indecifrabile, contraffatto. L’obiettivo è la conquista del potere, non la risoluzione dei problemi italiani. Tuttavia i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Renzi, figlioccio di Berlusconi per scaltrezza e comunicazione, guida un partito democratico da anni privo di idee, incapace di essere alternativo alla destra liberista. Non importano le menzogne a reti unificate, l’ipocrisia dell’informazione telecomandata.

Noi non vogliamo cambiare il mondo. Altrimenti tutto questo sarebbe insopportabile.

Il mondo, a dispetto delle menzogne, rimane una questione di ricchi e poveri, non altro. L’Italia non è un paese per giovani, e direi che non è un paese per poveri.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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