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I conti con l’Europa e gli interessi di pochi

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Questo grafico, di cui è indicata la fonte, arriva fino al 2014 e mostra in maniera inequivocabile il nostro rapporto finanziario con l’Unione Europea. In totale dal 2000 al 2014 abbiamo versato 72 miliardi in più di quelli ricevuti indietro. Un po’ come dire che per la ricostruzione post terremoto chiediamo il permesso all’Europa di spendere 4 miliardi di euro dopo che a loro ne abbiamo già dati circa 6! Interessante non vi pare?

Intanto finanziamo gli altri Paesi dell’Unione che magari hanno più bisogno di noi, non è bello del resto chiudersi in egoismi nazionalistici e nemmeno piangersi addosso. Spendere per l’accoglienza dei migranti, ad esempio, è un chiaro dovere di ogni buon cittadino italiano e anche addossarsi responsabilità che altri fratelli europei stentano a prendersi. Il fatto che in Italia ci sia un livello di disoccupazione pari al 11,4% e quella giovanile al 39,2% (fonte: Il Sole24ore e Istat di luglio), che il 2015 è stato l’anno record per il calo delle nascite (segnale di un peggioramento di prospettive per il futuro?) e che sei giovani su dieci sono costretti a vivere con i genitori è un dettaglio che i nostri economisti di governo non sentono la necessità di mettere in relazione. E pazienza anche se non abbiamo potuto salvare le banche ultimamente fallite per mancanza di 4 miliardi, che non abbiamo potuto ricostruire l’Aquila per mancanza della stessa cifra e poi chissà cosa succederà nel prossimo futuro per i terremotati del Centro Italia.

I dati sopra finiscono però nel 2014 e cosa sarà mai successo nel 2015? Ci sarà stata un’inversione di tendenza? Lo andiamo a vedere direttamente dal sito dell’Unione Europea (www.europa.eu) che opera con totale trasparenza, del resto chi mai andrebbe a leggere tali dati. Il cittadino segue di più gli urli e gli isterismi del momento, la ricerca dei dati la lasciamo sempre agli altri.

“Bilancio e finanziamenti
Qual è il contributo dell’Italia al bilancio dell’UE e quanti finanziamenti riceve?
I contributi finanziari degli Stati membri al bilancio dell’UE vengono ripartiti equamente, in base alle rispettive possibilità. Più grande l’economia del paese, maggiore il suo contributo, e viceversa. Il bilancio dell’UE non mira a ridistribuire la ricchezza, bensì si concentra sulle esigenze di tutti i cittadini europei in generale.
Rapporti finanziari dell’Italia con l’UE nel 2015:
• spesa totale dell’UE in Italia: 12,338 miliardi EUR
• spesa totale dell’UE in % del reddito nazionale lordo dell’Italia (RNL): 0,75 %
• contributo complessivo dell’Italia al bilancio dell’UE: 14,232 miliardi EUR
• contributo dell’Italia al bilancio dell’UE in % del suo RNL: 0,87 %”

Anche per il 2015 niente di nuovo, una perdita di poco più di 2 miliardi rispetto alle risorse tornate in patria.
Questo modo di scrivere potrebbe sembrare duro, sarcastico, anche fastidioso. Bene è l’intento di chi scrive!
Andiamo in giro a cercare spiegazioni sul perché le cose non funzionino, sul perché c’è la crisi, perdiamo tempo a decidere se votare si oppure no a uno stupido referendum che non avrebbe nemmeno la legittimità di essere proposto. Facciamo questo leggendo i titoli dei giornali e forse il finale, ma non ci fermiamo a cercare di capire e interpretare le righe in mezzo.
Su internet c’è tutto e questo è oramai un problema. Perché c’è anche il contrario di tutto e allora non c’è verso, bisogna lavorarci un po’ per arrivare alle fonti giuste e ci hanno abituati a ragionare sempre di meno perché si è saputo abilmente inserire tra l’informazione e le persone la Gruber, i talk show, gli ufo, il calcio e i politici fuorvianti.
A volte si parla del fatto che l’1% della popolazione possiede di più del restante 99% e che tutto il sistema funzioni per quell’uno. In realtà tra queste due percentuali c’è dell’altro, a differenza di quello che dice la logica, ci sono quelli che operano perché tutto sembri fatto per il benessere collettivo, che l’interesse dei pochi si confonda con l’interesse dei molti, ad esempio che distruggere tutte le piccole banche territoriali sia interesse sia dei finanzieri sia della gente comune e quindi sia giusto tendere agli accorpamenti e ai grandi gruppi.
In quel solco non segnalato dalle statistiche e dalle percentuali operano molti nostri politici, economisti di governo, universitari scarsamente preparati che confondono il prosciutto con la mortadella ma operano benissimo per togliere le scelte.
Ma i grafici, i dati, se interpretati per quello che sono, lasciando i commenti ai commentatori della domenica, i mestieranti della mistificazione, dicono la verità. Un esempio:

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È un grafico tratto dai lavori di Giovanni Zibordi, economista indipendente, (www.cobraf.com) che mostra come tra i fatti economici c’è sempre una relazione, niente succede per caso. Svalutare aiuta a controllare il costo del lavoro. Se non puoi, devi farlo usando altro. E allora anche in questo caso la domanda è: perché ci hanno tolto questa possibilità? Conveniva al 100% degli italiani?

Morsi e rimorsi

di Pier Luigi Guerrini

Si costruiscono muri rassicuranti
per potersi contare
per non essere tanti.

Per non essere santi.

Si costruiscono muri
per potersi produrre
i migliori diserbanti.

Si costruiscono muri
perché si è a corto d’assorbenti.

Si evade nella povertà morale, nella morale virtuale. Nella povertà crescente, nella ricchezza supponente. Nelle trasmissioni TV sul cibo a tutte l’ore. Nelle mense dei poveri.
Si evade nei social network. Nei blog autoreferenziali. Nell’insopportabilità del possibile. Nel quadro delle compatibilità, nella cornice di cartone.

Si cerca alloggio nella criminalità organizzata. Nella banalità pianificata. Nell’ovvietà riverniciata. Nella carità sbandierata. Nella razza padrona. Nella razza di mare. Nella razza superiore. Nei favori sottobanco. Nei banchi parlamentari sottocosto. Nelle amicizie interessate. Nella razza di stronzi.
Nelle amicizie virtuali, nella solitudine reale.

Ci si rassicura nelle fondazioni bancarie senza fondamenta. Nel compromesso a prescindere. Nella folla solitaria. Nella follia condivisa. Nella follia in divisa, nella divisa del pensiero unico, del pensiero impoverito. Nell’azione privilegiata. Nell’azione dei buoni sentimenti, nell’azione esemplare. Nell’azione cattolica. Nell’azione (in bagno) dopo colazione.

Un tempo s’immigrava
con lacrime d’amore.

Da tempo, si va via
con sguardo di rancore.

Si evade nel paradiso fiscale. Nel paradiso artificiale. Nel paradiso. Nell’integralismo religioso. Nell’integralismo aziendale. Nel cibo integrale. Nell’integralismo alimentare. Nel secessionismo condominiale. Nella violenza sulle donne. Nella donna sola al lavoro purché non resti incinta. Nell’uomo sempre e solo al comando.

Si fugge nel largo ai giovani ma fino ad un certo punto. Nel largo ai giovani. Ma dopo il punto.

Il sapore dello spread

In un eccesso di semplificazione potrei invitarvi a prestare più attenzione alla produzione di pomodori, patate e verdure piuttosto che all’alzarsi dello spread. Perché semplicemente non ho mai capito che sapore possa avere lo spread e di sicuro, comunque, allo spread preferirei la “pastasciutta”.
Anche la qualità dell’acqua e dell’aria ha la sua importanza e non per il futuro, ma fin da subito, perché respiriamo in continuazione e altrettanto dicasi per il bere.
Certo il futuro non vorrei dimenticarlo nelle mie semplificazioni e proprio per questo l’attenzione deve essere viva anche sulla qualità dell’istruzione per i nostri figli: pensare a come formare gli insegnanti e poi costruire buone strutture dove farli apprendere con dignità. Accoglienti, includenti, magari dando lo stesso a tutti perché tutti insieme sono il nostro futuro.

E lo spread? Beh certo, quello da le sue preoccupazioni. Sta crescendo ed è arrivato a 180 il differenziale con i temutissimi Bund teutonici a cui ci paragoniamo in questa ‘singolar tenzone’. Significa che paghiamo più interessi sui BTP, sono saliti al 2,2%, ma questo succede non perché ce n’è bisogno sul serio, per riflessi di vita quotidiana, ma solo perché per esempio le grandi banche di investimento magari potrebbero non gradire l’eventuale vittoria di un ‘no’ al prossimo referendum. Perché? Perché la Costituzione italiana, se applicata, andrebbe a favore degli interessi per cui è nata, cioè quelli dei cittadini che quasi mai si identificano con quelli delle banche. E forse addirittura metterebbe un freno ai grandi interessi dei liberi capitali e della finanza.
E allora cosa fa la finanza per dimostrare la loro contrarietà alla democrazia e alle libere scelte? Semplice, non li comprano più (i BTP) o vendono quelli che hanno già in pancia oppure Draghi comincia a dire che, forse, si potrebbe interrompere il Quantitative Easing, cioè potrebbe smettere di comprare anche lui i BTP (ma in realtà basta anche solo annunciarlo per avere gli stessi effetti).
Se Draghi lo dice, o lo pensa e gli scappa, e se le banche che possono comprare titoli di stato sul mercato primario (sono poche in fondo, ma molto potenti) lo dicono, o fanno filtrare l’informazione, le agenzie di rating si regolano di conseguenza e degradano il debito di uno Stato e l’effetto è sempre quello: lo spread sale, che noia.
Ma altri fattori incidono sullo spread, Trump ovviamente è uno di questi. Cosa mai farà nel futuro? Metterà i dazi alla Cina, potenzierà l’industria interna, importerà più acciaio o naftalina? Tutto questo muove il mercato, le azioni, le borse i titoli, le scommesse e lo spread sale oppure scende oppure non si sa. Del resto le scommesse sono scommesse, c’è chi guadagna e chi perde. Purtroppo noi persone comuni, dei pomodori e delle patate, non scommettiamo ma subiamo gli effetti dello spread di cui non sappiamo nemmeno che sapore abbia.
E c’entra anche la FED? Certo. Alzerà i tassi sembra. Manovre di politica economica, ci sta tutta. Ma se alzi i tassi succede qualcosa per forza, per esempio che potrebbe salire l’inflazione e allora meglio vendere i BTP decennali. E lo spread anche qui si alza.

Ma come rientra poi lo spread nella tua vita? Se lo spread si alza e si pagano più interessi sul debito che lo Stato è costretto a fare per poter finanziare le attività di pubblico interesse è un tuo problema. Perché lui deve chiedere più soldi ai suoi cittadini per far quadrare il bilancio e quindi deve aumentarti le tasse o offrirti meno servizi. Quindi lo spread ecco che diventa più importante della verdura per i cittadini? Dipende, come sempre!
Se lo Stato, il Governo, i Ministri e i Deputati hanno fatto la scelta di rendere più importante il denaro e gli interessi finanziari rispetto alle reali esigenze di vita quotidiana delle persone, allora sì. E se per fare questo hanno imposto che i BTP fossero la nostra fonte di finanziamento e che dovessero essere venduti solo alle banche e ai mercati, allora ancora sì. Se poi ci hanno imposto una eurozona dove non hai nemmeno lontanamente il controllo della banca centrale attraverso la quale ti finanzi in nome del libero mercato, allora di nuovo sì.
Ma operando in questo modo hanno invertito l’ordine naturale delle cose, hanno fatto dello Stato una scatola vuota senza reali poteri di controllo sull’attività economica ad uso e consumo dei grandi interessi, quelli che sanno dare un sapore anche allo spread.
Ma può fare davvero male lo spread? Dipende. Perché la moneta, i soldi servono a tutti se ci sono e se si fanno girare. Servono al capitale e alla finanza se si fa finta che sono pochi e che vanno razionati cioè trattati proprio come i pomodori e le patate in tempo perenne di carestia. Se vuoi rendere prezioso un bene devi farlo diventare scarso e far si che la gente combatta per averlo. Ma la moneta non nasce come bene, non lo è per niente. Siamo noi che lo pensiamo e solo perché crediamo supinamente in quello che ci dicono. La moneta è talmente abbondante che non la si stampa più, non serve, si crea schiacciando tasti.
Chi lo dice? Basta cercare qualche intervista dei banchieri centrali come lo stesso Draghi o l’ex della FED Ben Bernanke o l’ex della Banca d’Inghilterra Sir Mervyn King. Insomma chi sa lo dice, perché non ascoltiamo? Forse non ci rendiamo conto della portata di tali affermazioni, basterebbero a fugare tutti i dubbi. Purtroppo i primi a non capirli sono i giornalisti che fanno diffusione di notizie, per cui non gli danno la stessa importanza, ad esempio, del profugo che pulisce i giardinetti all’angolo della stazione di Ferrara o alla busta con indirizzo sbagliato inviata da Renzi in Palestina.
Si possono fare le cose diversamente? Certo. Basterebbe riappropriarsi dei poteri di controllo, delle leggi che sono state abolite e che andavano tenute, rivedere con spirito critico tutto ciò che si è fatto dagli anni ’80 e rimettere in discussione tali politiche economiche. Ah, ovviamente cambiare questa classe politica che non è interessata alle esigenze reali della popolazione, ad aumentare l’occupazione mantenendo i diritti, a fornire i servizi pubblici, ad aumentare gli insegnanti di sostegno, a rinforzare i tetti delle scuole.
Il punto è che tutto, se visto dalla giusta angolazione, appare come un gioco, e lo è. Bisogna decidere se siamo ancora interessati a continuare a far parte di esso e in maniera così passiva. È solo un gioco, niente di più. E lo spread serve per ricordare chi comanda, almeno finché tutti saranno convinti che la loro arma, la moneta, sia più importante dei pomodori, delle patate e dell’istruzione.

Oltre il capitalismo
La moneta da dieci euro per ricostruire l’Italia terremotata

da Fabio Conditi, Presidente dell’Associazione Moneta Positiva

Venerdì 4 novembre 2016, nell’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati a Roma, si è svolto il convegno dal titolo “Banche e creazione di moneta”, nel quale sono stati invitati come relatori sia Antonino Galloni, che è di recente venuto a Ferrara a presentare il suo nuovo libro “Economia alcalina e moneta. Possiamo andare oltre il capitalismo?”, che Fabio Conditi, il Presidente dell’Associazione Moneta Positiva che ha organizzato nella Sala Estense, il 23 settembre 2016 ed insieme al Gruppo Cittadini Economia di Ferrara, l’incontro “Si possono creare soldi per i cittadini” che ha avuto un buon riscontro di pubblico.
Il tema è stato proprio quello di quest’ultimo spettacolo, l’analisi di come le banche creano la maggior parte del denaro che usiamo e di come lo Stato dovrebbe usare la sovranità monetaria che ha ancora, per immettere denaro nell’economia reale, in modo da risolvere i problemi legati alla crisi economica.

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Nino Galloni ha ripercorso la storia della moneta, per arrivare a dimostrare che in fondo da secoli non è cambiato nulla, partendo dalle “Lettere di cambio” dei Templari, alle “Note di Banco” degli orefici del 1300 e dalle banconote delle prime Banche Centrali, lo strumento monetario si è sempre evoluto per cercare di sganciarsi il più possibile dall’oro che costituiva il suo sottostante. Fino ad arrivare al 1971, quando fu dichiarata la fine del collegamento tra la moneta e l’oro, decretando l’inizio di una moneta completamente “fiat”, il cui valore era dato su base completamente fiduciaria. Ma la moneta fiduciaria può essere emessa da chiunque, nel dopoguerra il nostro paese ha utilizzato varie forme monetarie fiduciarie, le cambiali o gli assegni post-datati, che hanno permesso al paese di diventare la 5° potenza a livello mondiale. La moneta emessa dalle banche è sempre di tipo fiduciario, ma mentre la cambiale era garantita da chi la emette, la moneta elettronica bancaria è garantita da chi la riceve.

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Fabio Conditi ha fatto un intervento diviso in due parti, la prima per capire chi crea il denaro e come lo crea, la seconda per dimostrare che lo Stato ha ancora la sovranità monetaria e proporre soluzioni concrete e realizzabili per crearla ed utilizzarla per conto di tutti i cittadini.
Una delle sue proposte è stata quella di far coniare dallo Stato una moneta da 10 euro per la ricostruzione dopo il terremoto, con un quantitativo pari a 5 miliardi di euro, che non aumenta il debito pubblico e non comporta il pagamento di alcun interesse.
Complimenti comunque agli organizzatori che hanno portato questi temi così importanti e decisivi nelle stanze delle istituzioni ed hanno permesso un confronto veramente all’altezza degli importanti argomenti trattati.
Ecco il video integrale:

L’intervento di Fabio Conditi:

Mercoledì 9 novembre 2016 alla Sala della Musica di Ferrara, alle ore 20,45, il presidente dell’Associazione Moneta Positiva Fabio Conditi illustrerà questa esperienza e presenterà la proposta Moneta Positiva in modo dettagliato, dando la propria disponibilità a domande ed interventi da parte del pubblico.
L’ingresso è libero e gratuito.
http://monetapositiva.blogspot.it/

Il giogo straniero e la manovra finanziaria

La nuova manovra finanziaria ci dà alcuni buoni spunti per una serie di ragionamenti che possono aiutare a capire i meccanismi alla base dei fenomeni macroeconomici che regolano il benessere all’interno di una società

Nello specifico ci sono diversi aspetti in questo documento da salutare indubbiamente con soddisfazione, ad esempio l’abolizione di Equitalia, i bonus a pensionati e lavoratori in determinate fasce di età e l’APE gratuita per quei lavoratori con reddito inferiore a 1.500 euri lordi. Inoltre, la diminuzione del canone Rai e la notizia che non ci saranno tagli alla sanità, anzi ci sarà un aumento di fondi di 2 miliardi.
Fin qui tutto bene, o quasi, ma in ogni caso non scenderemo nei dettagli e non faremo l’analisi dei singoli provvedimenti. La prima considerazione che invece vogliamo fare è che quando si fa una manovra, quando si prevedono delle spese e delle entrate, un governo lo fa (o dovrebbe farlo) in base a esigenze considerate importanti e necessarie per lo sviluppo e la crescita del Paese stesso. Invece nel nostro caso l’intera manovra dovrà essere valutata da Bruxelles che ci dovrà dire se possiamo o meno spendere non in base alle esigenze degli italiani, gente reale, ma in base alle esigenze di un foglio di bilancio e di coefficienti senza logiche che ad oggi ci hanno portato alla deflazione, alla vendita delle migliori aziende all’estero, a pensioni da fame, calo di stipendi, ecc., ecc..
Bruxelles non potrà mai avere chiare le esigenze di un altro popolo, le sue caratteristiche di crescita, la sua filosofia di vita perché queste peculiarità non necessariamente possono essere rappresentate con lo schema della partita doppia, e sarà difficile anche che lo possa fare un Paese escluso a suo tempo dal limes romano (perché considerato troppo selvaggio), e quindi culturalmente agli antipodi, e che al momento ci guarda dall’alto verso il basso grazie a un surplus commerciale di qualche centinaio di miliardi.
I 27 miliardi previsti dalla manovra sembra arriveranno per circa 6 miliardi da tagli della spesa pubblica, 1 miliardo da imposte, 2 miliardi dal rientro dei capitali dall’estero, 3 miliardi da un controllo mirato sulla spesa pubblica (efficentamento) e il resto da flessibilità di bilancio cioè da un deficit (spesa maggiore delle entrate) previsto nel 2016 del 2,3% a fronte di una previsione di crescita dell’1%. Insomma viene chiaro che l’unica fonte certa sarà il maggior deficit, il resto sembra un po’ aleatorio.
Quando i soliti commentatori osservano che alcuni Paesi sono cresciuti danno il merito agli interventi strutturali, ma quasi sempre dimenticano (qualcuno volutamente immagino) di valutare tutti i fattori economici che gli ruotano intorno pur evidenti e non nascosti. La Spagna ha fatto un deficit del 10,4% nel 2012, 6,9% nel 2013; 5,9% nel 2014, 4,8% nel 2015 mentre la Francia del 4,8% nel 2012, del 4,1% nel 2013, del 3,9% nel 2014. A parte il fatto che non ci sono state le temutissime, almeno da noi italiani, sanzioni europee, sembra che in particolare la Spagna sia additata come un esempio da seguire in materia di crescita, almeno nominale. Quindi dovremmo imitarne la crescita senza imitarne le metodologie utilizzate per arrivarci!
L’evidenza è che uno Stato che vuole crescere deve spendere (fuori eurozona vedi USA, UK, Giappone), per cui fare deficit non è un’opzione ma una necessità e i numeri lo dimostrano nel caso di Spagna, Francia e anche Irlanda. Chi fa deficit cresce, mentre chi non sfora: o prende i soldi dalle esportazioni (tipo Germania) o resta al palo (Italia).
Certo, lo so, se si aumenta il deficit si aumenta pure il debito pubblico. Ma è così terribile fare debito pubblico? Guardate a proposito la tabella della ricchezza delle famiglie italiane della banca d’Italia (dati in aggregato ovviamente). Nel totale delle attività finanziarie ci troviamo anche i titoli pubblici italiani, cioè quei titoli che emessi dallo Stato per finanziare le sue attività e che fanno aumentare il suo debito pubblico diventano ricchezza per i cittadini italiani. Quelli comprati all’estero diventano ovviamente ricchezza per il Paese dove sono stati comprati. Sarà che se invece di venderli sui mercati finanziari agevolassimo l’acquisto alle famiglie italiane aumenterebbe la loro ricchezza?

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Insomma, e in sintesi, uno Stato che ha un disperato bisogno di crescere perché la sua economia annaspa (cioè quando la Caritas avverte che aumentano gli italiani che richiedono i suoi servizi, persino più degli stranieri oramai) deve spendere, cioè deve fare deficit (spendere più di quanto incassa con le tasse). E subito dopo aggiungiamo il concetto che è bene che lo Stato spenda e che non ci impoverisca con una tassazione eccessiva perché se i titoli di stato vengono comprati dagli italiani questi diventano anche un po’ la loro ricchezza (quindi finanziarsi sui mercati finanziari non è una buona idea perché si manda ricchezza all’estero sotto forma di interessi).
E come facciamo per migliorare un po’ questo sistema malato ed evitare che ad arricchirsi siano i mercati finanziari? Prima di tutto una Banca Pubblica tipo quella che avevamo prima del 1981, quando il debito pubblico non arrivava nemmeno al 50% del PIL, e che controlli per bene tutte le altre banche sul territorio (non come ha controllato la CARIFE). Inoltre, eliminazione di vincoli esterni alla spesa pubblica che non hanno nessuna logica macroeconomica.
In estrema sintesi, stare meglio o peggio per un Paese è una scelta politica. Chiaramente se sei lo Zimbawe hai qualche problema in più! Ma l’Italia è l’Italia, ha solo un problema di scelte politiche e di scarsa partecipazione dei suoi cittadini.
Se il Governo italiano decidesse di spendere quest’anno come ha speso la Spagna nel 2012 significherebbe mettere in campo circa 165 miliardi di euro. Cioè dopo avere pagato gli interessi totali sul debito (per il 2015 sono stati 68.840 miliardi), ci resterebbe ro all’incirca 90 miliardi per fare tutto quello che serve.

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Se ci fidiamo di chi sarebbe deputato a spenderli è tutto un altro discorso. Massimo Troisi diceva di voler ripartire da tre e non da zero perché aveva incamerato le prime tre certezze e così dovremmo fare noi. Non partire da quattro senza aver capito come ci si è arrivati e dopo esserci perso 1, 2 e 3!

Finanza ed etica, più che la retorica contano equità e responsabilità

(Pubblicato il 7 maggio 2015)

Finanza etica, abbiamo provato a parlarne nel più recente degli incontri del ciclo ‘Chiavi di lettura’ organizzati da Ferraraitalia, lunedì 20 aprile in biblioteca Ariostea, convinti che fosse e sia possibile creare valore tra due termini solo in apparenza conflittuali tra loro. Il tema è complesso e incrocia due concetti difficili: finanza ed etica. I richiami concettuali sono molteplici, in primo luogo redditività, ricchezza, interessi, debiti, denaro, in secondo luogo responsabilità sociale, diritti, solidarietà, bene comune, morale. Insieme però richiamano valori, equità, capitale sociale, crescita, sostenibilità e molto altro.
Si sente parlare di finanza etica, si sente dire che le banche hanno smesso di fare le banche. Ma cosa si intende per finanza etica? E cosa dovrebbero fare le banche? I cittadini e le imprese hanno spesso necessità di ricevere sostegni finanziari: un mutuo, un prestito, un’anticipazione, oppure cercano opportunità di investimento o adeguata valorizzazione ai loro risparmi. Le risposte che ricevono sono spesso insoddisfacenti, perché inadeguate alle aspettative o troppo esose.
I quesiti che possono sorgere sono infiniti: il modello imprenditoriale della banca è ancora adeguato agli assetti dell’economia e della società? è possibile un ruolo pubblico da parte della finanza? quanto può influire la funzione di regolazione e controllo di Banca d’Italia, Consob, Antitrust, ministero dell’Economia, Banca centrale europea, Autorità bancaria europea?
Di etica c’è davvero bisogno e l’esperienza di ciascuno conferma la distanza siderale fra le logiche affaristiche degli operatori di mercato e i bisogni dei cittadini ai quali, in teoria, la finanza e l’economia dovrebbero fornire soccorso. Alcune istituzioni no-profit si ritrovano a dovere promuovere le proprie finalità etiche in un contesto di finanza tradizionale e perdono la loro capacità di essere fondamentali agenti di supporto al cambiamento. Per questo sono sorte alcune realtà importanti a partire da Banca Etica e da alcune fondazioni, tra cui Unipolis che ha partecipato al dibattito. Però separare i buoni che propongono la finanza etica e i cattivi che sono interessati solo a fare affari è un modo sbagliato di ragionare. Ci sono anche banche che hanno nel loro operato elementi di solidarietà, a partire dai crediti cooperativi.
L’impresa eticamente orientata deve soddisfare le esigenze delle persone, della società, ma anche di se stessa e dei propri interessi. Deve allora crescere un processo di informazione sociale e di assistenza finanziaria che ostacoli pensieri di sfruttamento e di incapacità. Evitiamo allora la retorica e proviamo a supportare chi è in difficoltà prima che entri in crisi. Serve responsabilità ed equità. Si deve rafforzare una sana capacità all’economia critica e si deve consolidare l’educazione alla corretta finanza. Si può fare? Ne abbiamo parlato e lo proponiamo.

Qui sotto gli audio relativi alla conferenza “I soldi sono un problema”, riflessione sulla finanza etica svolta lunedì 20 aprile 2015 alla sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea, nell’ambito del ciclo di incontri “Chiavi di lettura, opinioni a confronto sull’attualità” organizzato da Ferraraitalia.

1. Andrea Cirelli, Ferraraitalia

2. Demetrio Pedace, Cassa padana

3. Simone Grillo, Banca etica

4. Valter Dondi, fondazione Unipolis

5. Lucio Poma, Università di Ferrara

 

ALTRI CONTRIBUTI SUL TEMA PUBBLICATI DA FERRARAITALIA [leggi]

 

Ed ecco la galleria fotografica dell’incontro

NOTA A MARGINE
Sovranità e moneta in mano ai cittadini: la proposta di Moneta Positiva

Del Quantitative Easing for the People nell’ultimo periodo si sono occupate molte testate giornalistiche, da Il Manifesto a La Repubblica, passando per l’Itforum di Rimini fino addirittura alla Bce. In realtà è un argomento che da parecchio tempo sta proponendo in Inghilterra Positive Money, una delle diramazioni più attive del Movimento Internazionale per la riforma Monetaria (Immr International Movement for Monetary Reform) che vede rappresentanze in 28 paesi non solo europei e di cui l’associazione Moneta Positiva Italia ha raccolto il testimone. Fabio Conditi (ingegnere e autore del libro “Manuale in 12 passi per uscire dalla crisi”) è l’attuale Presidente del movimento italiano che ha aperto un sito internet collegato alle altre realtà internazionali (www.monetapositiva.it). Dato che l’Immr è stato il primo movimento a parlarne sembra anche giusto spiegare che cosa esso sia.

L’Immr, e la sua rappresentanza italiana Moneta Positiva, propongono una riforma del sistema monetario che passa attraverso tre punti principali: 1) uno Stato deve avere la sovranità monetaria in modo da controllare la quantità di denaro da immettere nel circuito economico e la sua destinazione; 2) il denaro creato deve essere libero dal debito e di proprietà della collettività, piuttosto che creato e gestito dalle banche; 3) il denaro creato deve essere destinato all’economia reale, cioè quella che dà da mangiare alla gente, non ai mercati finanziari.
Sono concetti semplici, facili da digerire e contemplano fondamentalmente il controllo delle banche e della loro attività di elargizione del credito. Questo perché il credito oggi ha ampiamente sostituito la moneta legale, quella che viene creata dalla Banca Centrale, in un rapporto che va dal 93 al 97% a seconda degli Stati contro un misero 3-7%.
Per essere ancora più chiari su come funziona il credito/denaro bancario possiamo fare l’esempio di quando ci si reca in banca per chiedere un mutuo. La banca ci chiederà delle garanzie e poi digiterà la cifra richiesta su un computer accreditando la somma su un conto corrente intestato al mutuatario. La banca non ha bisogno, per concludere questa operazione, di avere delle banconote (se non in una minima parte, pari alla riserva obbligatoria dell’1% sui depositi), cioè moneta legale, e chi richiede il prestito non si recherà in banca con la valigetta dotata di combinazione perché sa benissimo che non riceverà contanti. Quando si recherà dal notaio per la compravendita di una casa o in concessionaria per ritirare la sua auto nuova fiammante, non farà altro che effettuare un trasferimento di fondi, dal suo conto al conto di chi vende (bit elettronici che scompaiono da una parte e riappaiono dall’altra): insomma un sistema di compensazione che funziona fino a quando chi ha richiesto il prestito si recherà mensilmente in banca a restituire il suo debito attraverso il deposito di soldi reali venuti dal suo lavoro, più gli interessi che rappresentano il guadagno della banca per aver schiacciato un tasto.
Sudore, impegno e inventiva in cambio di un click sul computer. Del resto proprio la mancanza di collaterale, a fronte di prestiti effettuati, rende il nostro sistema bancario continuamente a rischio fallimento. E per togliere tutti i dubbi a quanto affermato possiamo aggiungere che Basilea III, l’ultimo accordo europeo in tema di banche e prestiti, prevede un capitale, come collaterale di un prestito elargito, pari all’8% del rischio di credito. Rischio che per un mutuo residenziale è quantificato nel 35%. Cioè se chiedo un mutuo di 100.000 euro, moltiplico l’8% di 35.000 euro e ottengo 2.800 euro. Questo è il capitale che una banca deve dimostrare di possedere per poter concedere un mutuo, quindi non avete più bisogno di chiedere perché una banca può fallire.
Senza perdersi tra i meandri delle contabilità e dei molteplici monumentali regolamenti bancari, l’analisi di Moneta Positiva conclude che le cause delle crisi del sistema economico sono dovute a come il denaro viene creato dal nulla dalle banche con i prestiti: le banche prestano qualcosa che non hanno, pretendono un interesse, danno linfa al sistema finanziario, decidono quando, come e se fare prestiti all’economia reale e poi, se non paghi qualche rata, si riprendono anche la casa. Se, invece, falliscono chiedono allo Stato di tappare i buchi con i soldi della collettività perché se fallimento c’è stato la colpa è anche del cittadino che non è stato attento a controllare.

Spiegato il messaggio di Moneta Positiva e dell’Immr, torniamo al Quantitative Easing for the People; anche qui il concetto in fondo è molto semplice. Forse la sua semplicità lo rende a volte poco accettabile. Del resto come si fa a far passare il concetto dopo che la Banca Centrale Europea ci ha costretto all’austerità per più di sette anni, durante i quali il mantra del “non ci sono soldi” ha portato al suicidio numerosi imprenditori, fatto chiudere aziende che hanno dovuto licenziare tanti dipendenti, peggiorato continuamente i servizi e portato a tal disperazione i Comuni da dover ricorrere alle pecore per far brucare l’erba intorno alle città in sostituzione dei tagliaerba. Dopo tutto questo, come accettare che la Bce, schiacciando semplicemente un po’ di tasti, potrebbe darci dei soldi direttamente nei nostri conti corrente?
Sarebbe da pazzi in effetti crederci se a dirlo non fosse stata proprio la Bce nella persona di Peter Praet, membro del Consiglio Direttivo, in un’intervista rilasciata il 15 marzo scorso a “La Repubblica” e postata in versione integrale anche sul loro stesso sito (qui potete trovate tutti i link e gli stralci dell’intervista http://qe4people01.blogspot.it/2016/03/quantitative-easing-for-people.html).
Ebbene, esiste la possibilità concreta che una Banca centrale dopo averle tentate tutte, anche i tassi negativi di questi giorni, possa lanciare questa operazione. In fondo, a pensarci, il discorso non è poi tanto assurdo, per spiegarlo utilizzo un esempio molto calzante che ho ascoltato da Giovanni Zibordi (autore di “La soluzione per l’euro”) qualche tempo fa: un corpo umano per poter funzionare ha bisogno di sangue altrimenti si ferma, così l’economia per poter funzionare ha bisogno di soldi, moneta che circoli, altrimenti va in crisi e si bloccano produzione e transazioni, quindi se c’è mancanza di moneta/sangue ne va immessa in qualche modo. Lavori pubblici, assunzioni da parte dello Stato o abbassamento delle tasse, e se non funziona si crea denaro e lo si immette direttamente nei conti corrente. L’importante è raggiungere lo scopo: rimettere in moto l’economia, far ripartire le transazioni.

Nella realtà vera, dopo aver compreso che l’operazione è possibile ed è alla portata di una Banca Centrale, quello che probabilmente succederebbe – secondo l’economista – è che l’assegno sarebbe staccato non per i cittadini direttamente, ma per lo Stato, a cui sarebbe fornita la liquidità necessaria attraverso l’apertura di un conto corrente a esso intestato. Lo Stato, a sua volta, farebbe confluire i soldi nel sistema attraverso una serie di operazioni che potrebbero andare da una seria riduzione delle tasse (immaginate se scomparisse l’iva quanto i consumi potrebbero aumentare) a un impegno di lavori pubblici (magari non il ponte sullo Stretto di Messina, ma tanti lavori necessari sui territori come riqualificazione energetica dei fabbricati, messa in sicurezza dei territori stessi).

Rimaniamo in attesa degli sviluppi con la certezza che le politiche economiche attuate finora non hanno dato frutti e che senza un po’ di coraggio dei nostri rappresentanti politici, associato ad altrettanta consapevolezza da parte dei cittadini su cosa realmente sia possibile in economia, continueremo a vivere di promesse disattese, Pil stagnante e livelli di disoccupazione indegni per un Paese civile.

IL FATTO
La forza di Caricento? Resta ancorata al territorio

“Questo è l’inverno più freddo attraversato dalle banche, meteorologia a parte”, ha detto ieri mattina Carlo Alberto Roncarati, presidente di Cassa di Risparmio di Cento, nell’aprire la conferenza stampa di presentazione del bilancio 2015 dell’istituto. Fra la congiuntura economica internazionale negativa, l’instabilità politica internazionale e la crescita dei paesi europei in stallo, pare di capire che per l’economia mondiale la primavera sia ancora lontana. In realtà Caricento può  vantare invece ancora un discreto praticello verde e fiorito.
“Il sistema bancario risente pesantemente della situazione economica globale – ha spiegato Roncarati – le sofferenze continuano a crescere, con un pesante contraccolpo sulla vita degli istituti di credito”. Nel citare le sofferenze il presidente non si riferiva ai mali di stagione, bensì ai finanziamenti ad aziende e privati, famiglie, che non vengono coperti, restituiti ma – a quanto pare – la Cassa di Risparmio di Cento presenta ancora una stabilità e solidità invidiabile per una banca di piccole dimensioni. “Negli anni abbiamo costruito un buon credito, mantenendo una esposizione più bassa rispetto alle banche più grandi e garantendoci un margine di sicurezza con attente politiche di capitalizzazione, distribuzione dei dividendi e accantonamento. Queste politiche hanno permesso di avere una copertura sicura alle sofferenze attuali, come un fenomeno previsto, già calcolato”.
Fortemente legata al suo territorio di riferimento, con 47 filiali distribuite fra le province di Ferrara, Bologna e Modena, la Cassa ha operato nel corso del 2015 per ottimizzare le proprie risorse. “Abbiamo ridotto i costi di gestione e investito sulla riorganizzazione della struttura, sulla comunicazione, sulla stabilizzazione e formazione dei nostri giovani collaboratori.” ha incalzato Roncarati. A guardare le cifre fornite dall’ufficio stampa, la Banca ha un impatto forte e positivo sulla sua comunità territoriale di riferimento. Con un utile netto di oltre 3 milioni di euro, un patrimonio stabile a 197 milioni e il Cet1 (indice di solidità bancaria) all’11,80%, quasi 5 punti sopra quanto richiesto dalla Bce, la Cassa conferma di riuscire a navigare nel mare in tempesta della finanza contemporanea.
Nel frattempo ha aperto una nuova filiale operativa a Comacchio, ha riaperto la filiale di Pieve di Cento, chiusa per il sisma 2012, ha assunto a tempo indeterminato 12 giovani e ne ha inseriti 20 nella rete commerciale. Nel 2015 il numero dei clienti è cresciuto di circa 5.000 unità: +12% per ciò che riguarda le imprese e +53% per i privati, mentre il parterre degli azionisti è salito a quota 10.004 e il mercato dei mutui – nonostante la crisi del mattone – ha registrato un +8,8%. “Questi numeri sono il segnale che abbiamo la fiducia del territorio, con il quale noi continuiamo a colloquiare: nel 2015 abbiamo partecipato alla vita culturale e sociale con circa 400 sponsorizzazioni, abbiamo altre 9 nuove filiali in arrivo e l’implementazione dei nostri sistemi di digitalizzazione dei sistemi, che facilita la vita dei nostri clienti, è una realtà ineluttabile.”

La Cassa di Risparmio di Cento si conferma quindi una banca del territorio per il territorio, ma come si pone nei confronti delle grandi? “La Banca centrale europea impone le stesse regole alle grandi e alle piccole banche locali. Questo da un lato impone un maggiore sforzo gestionale, dall’altro ci permette di studiare la nostra posizione nell’ambito del mercato bancario generale. Il quadro che ne abbiamo è rassicurante e dimostra che le nostre politiche, volte alla ricerca della stabilità nei periodi positivi, stanno effettivamente sostenendo la banca in questo brutto momento”, ha spiegato Ivan Damiano, direttore generale dell’istituto, sciorinando dei dati interessanti.
Secondo gli studi comparativi commissionati dalla Caricento e condotti da un famoso istituto di analisi finanziaria di Bologna, la Cassa di Cento guadagnerebbe la fiducia delle Bce per quanto riguarda lo Srep (la pagella che la Bce dà alle banche), e lo “Stress Test” e lo Asset Quality Review, ossia l’indice di solidità: i parametri di CrCento vanno infatti ben oltre il minimo richiesto dalla stessa Bce. La CrCento, come piccola banca, non ha l’obbligo di sottoporsi a questi studi ma applicare la valutazione di questi parametri, gli stessi utilizzati per misurare le grandi banche, consente di capire precisamente in che direzione va la corrente e in quale posizione l’istituto si trova. “Alla luce dei risultati ottenuti, possiamo affermare che tutto quello che è stato fatto, in proiezione attuale quanto prospettica, attesta positivamente la solidità della banca e ci dà ragione degli investimenti fatti in passato e nell’anno appena chiuso.”
Se non avessero dovuto sostenere la “cambiale del bail-in” per salvare le banche in crisi, i conti della Cassa di Cento si troverebbero in attivo, meglio dell’anno passato: “Al 7 dicembre 2015 siamo stati informati che avremmo dovuto esborsare 3,2 milioni di euro per salvare delle banche concorrenti, a bilancio ormai chiuso. Fatto questo ci siamo trovati con un utile di 3,036 milioni di euro: se non avessimo dovuto sostenere questa spesa avremmo chiuso a 5.080 milioni di euro, con una crescita del 2,9% rispetto al 2014.”

I nostri risparmi sono al sicuro?

Crisi economica, crisi monetaria e collasso del sistema bancario. Gli italiani protestano e chiedono garanzie allo stato e alle banche per la tutela dei propri risparmi. Ma per capire gli ingranaggi che muovono il sistema bancario occorre informarsi. Per questo a Ferrara il Gruppo Cittadini Economia studia da alcuni anni i meccanismi di economia e finanza con esperti da tutt’Italia e organizza incontri pubblici per capirne di più.

Il prossimo incontro pubblico, dal titolo “Banche e crisi economica: i nostri risparmi sono al sicuro?“, sarà mercoledì 10 febbraio 2016 alle 20.30 alla Sala Estense di piazza Municipio a Ferrara, e prevede le relazioni di Marco Mori, avvocato, esperto in questioni giuridiche e da anni in prima linea nella difesa dei principi costituzionali rispetto ai Trattati Europei e Giovanni Zibordi, analista finanziario, trader e coordinatore del sito “Cobraf.com”, dottore di ricerca in Economia all’Università di Roma, Master in “Business Administration” alla Ucla Anderson School of Management. Seguirà il dibattito aperto alle domande del pubblico.

L’obiettivo degli organizzatori è diffondere i meccanismi alla base del funzionamento delle banche, proponendo una analisi dell’attuale momento di crisi che vede notevoli difficoltà per le aziende e le famiglie ricevere credito, mentre i mercati finanziari continuano ad aumentare i loro profitti, mettendo in campo anche ipotesi di soluzioni possibili. Da diversi punti di vista si cercherà di capire quale sia il livello di sicurezza dei risparmi depositati nelle banche e se le garanzie legalmente concesse siano sufficienti.

L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Ferrara, organizzata dal Gruppo Cittadini Economia con il sostegno della Comunità Emmaus.

Marco Mori – Avvocato nato nel 1978 a Rapallo (GE) si occupa sia di diritto civile che penale. Esperto in questioni giuridiche è da anni in prima linea nella difesa dei principi costituzionali rispetto ai Trattati Europei. Protagonista di numerose vertenze contro lo Stato e le Banche a tutela dei cittadini a condizioni estremamente agevolate.

Giovanni Zibordi – Laureato in Economia, dottorato in economia, Master in “Business Administration” alla UCLA Anderson School of Management, si è occupato di consulenza manageriale e attualmente segue i mercati finanziari. Gestisce il sito internet “cobraf.com”. Ha scritto insieme a Marco cattaneo “la soluzione per l’euro. 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana” e, in collaborazione con altri economisti, l’ebook “Per una moneta fiscale gratuita” (MicroMega).

Dal comunicato stampa.

Ferraraitalia ha pubblicato vari articoli e organizzato incontri sul tema dell’economia e della finanza.
Per leggere clicca qui.

Bankitalia: ecco cosa abbiamo fatto per la Cassa di risparmio di Ferrara

Nel 2012 “Banca d’Italia ha chiesto un aumento di capitale di 150 milioni. Una somma precisa che, secondo i loro calcoli, doveva servire per sanare il deficit. I soldi sono stati raccolti, ma poi sono arrivati i commissari. Perché? Avevano contato male? Se se l’esito era incerto, perché richiedere l’aumento di capitale che ha determinato un impoverimento per il territorio?”. Nel 2015 “noi azionisti abbiamo firmato un patto col sangue, accettando che i nostri titoli fossero svalutati da 41 euro fino a 27 centesimi. Lo abbiamo fatto perché ci avevano assicurato che con quel sacrificio la banca si sarebbe salvata. Ma ci hanno preso in giro”. Tant’è che a dicembre con il famigerato decreto ‘salvabanche’ sono stati azzerati molti dei crediti dei quattro istituti a rischio di fallimento, compresa la Cassa di risparmio di Ferrara.
Venerdì Ferraraitalia ha pubblicato una lunga intervista a Franco Mingozzi (piccolo azionista che ha perduto i suoi investimenti), che ripercorre le tappe della vicenda e indica quelle che considera responsabilità ed errori di gestione, puntando l’indice contro Bankitalia. E proprio ieri sul sito ufficiale della banca centrale è apparsa una nota di rendicontazione dell’operato svolta dalla Banca d’Italia in riferimento all’istituto di credito cittadino, che riportiamo integralmente.

Cassa di Risparmio di Ferrara
Ispezione che rivela i primi seri problemi.
Nella primavera del 2009 una ispezione fece emergere, oltre a vari specifici problemi e irregolarità, l’insostenibilità di un programma di espansione territoriale troppo ambizioso e non attuato con la dovuta prudenza; gli ispettori espressero un giudizio intermedio, che corrispondeva a “parzialmente sfavorevole” (4) nella nuova scala (da 1 a 6) all’epoca in via di introduzione.
Intervento.
Successivamente all’ispezione, su impulso della Vigilanza, la banca nominò un nuovo Direttore generale. Nell’aprile 2010, rinnovò sette degli undici membri del CdA (fra cui Presidente e Vice Presidente). Il patrimonio continuava però a erodersi per cui la banca, come richiesto dalla Banca d’Italia nell’ottobre 2010, realizzò un aumento di capitale per 150 milioni. In più occasioni nel 2011 e nel 2012 la Vigilanza intervenne per ribadire l’esigenza di razionalizzare il gruppo nonché per richiedere rafforzamenti organizzativi e delle funzioni di controllo. In relazione ai ritardi nelle iniziative richieste e al peggioramento ulteriore della qualità del credito, la Banca d’Italia dispose nuovi accertamenti ispettivi.
Ispezione decisiva.
Una ulteriore ispezione condotta dal settembre 2012 al febbraio 2013, inviata a causa della evidente insufficienza dell’azione correttiva della banca e del deteriorarsi della situazione, si chiuse con un giudizio sfavorevole (6 su una scala da 1 a 6) e con la constatazione di un elevato rischio di credito, di una compromissione della capacità di generare reddito e della insostenibilità della controllata Commercio & Finanza. L’accertamento rilevò un patrimonio al di sotto dei minimi regolamentari. Alla Consob furono forniti dati in merito alle maggiori rettifiche su crediti quantificate in esito agli accertamenti ispettivi.
Commissariamento.
A seguito delle conclusioni dell’ultima ispezione, il commissariamento fu disposto il 27 maggio del 2013 per gravi irregolarità e gravi perdite del patrimonio.
Procedimento sanzionatorio.
Un primo procedimento sanzionatorio, avviato a seguito dell’ispezione del 2009, si concluse nel 2010 con l’applicazione di sanzioni per un totale di 340.000 euro nei confronti di 14 esponenti. Per carenze accertate nel corso dell’ultima ispezione, nell’aprile 2014 sono state irrogate nei confronti di 15 esponenti della Cassa di Risparmio di Ferrara sanzioni pecuniarie per un ammontare complessivo pari a 1,1 milioni.
Invio del rapporto ispettivo alla magistratura.
A conclusione dell’ultima ispezione, alla Procura di Ferrara fu trasmessa copia del relativo rapporto; ai magistrati inquirenti era stata già inviata, nel giugno 2010, la documentazione concernente l’ispezione del 2009.

Carife, Mingozzi il donchisciotte accusa Bankitalia e dei politici dice: “Sparano patacche per tenerci buoni”

“L’assemblea pubblica del 30 luglio scorso dopo tre anni di silenzio e di ombre finalmente sembrava potesse segnare una svolta: in quella fase le azioni erano rischio, e sono state di fatto azzerate, ma solo di quelle si parlava, non delle obbligazioni. E ancora non si delineavano i fantasmi di Etruria, Banche Marche e Carichieti. Abbiamo firmato un patto col sangue, noi azionisti, accettando che i nostri titoli fossero svalutati da 41 euro fino a 27 centesimi. Lo abbiamo fatto perché ci avevano assicurato che con quel sacrificio la banca si sarebbe salvata. Ma ci hanno preso in giro…”

Mentre banche e fondi di investimento in questi giorni hanno presentato le loro offerte per la gestione della ‘Nuova Carife’, restano aperte e brucianti le ferite dei creditori della ‘bad bank’ e senza concrete risposte le loro richieste di risarcimento. Con Franco Mingozzi, piccolo imprenditore e titolare di un’officina meccanica in città, presidente nazionale di Unione Cna servizi, spesso interpellato dalle tv nazionali, uno fra i pochi azionisti che lo scorso luglio all’assemblea dei soci espressero senza troppi giri di parole il proprio pensiero in merito alla gestione dell’istituto di credito ferrarese, riprendiamo il filo del ragionamento facendo un passo indietro.

“Sì ci hanno proprio preso in giro – ribadisce – Avevano garantito che con il nostro sacrificio avremmo propiziato il salvataggio della banca, invece sappiamo tutti com’è andata finire…
Ma loro lo sapevano anche allora, conoscevano già il finale. Ecco vorrei almeno che quei due signori che hanno rappresentato la Banca d’Italia pagassero un po’ anche loro il conto del disastro…”

In quell’assemblea lei – con la premessa che nella vita aveva avuto tre certezze (suo padre, Berlinguer e la Carife) e due di queste non c’erano più – ha parlato chiaro e puntato l’indice, additando colpe e colpevoli, con la speranza che almeno la banca si salvasse…
Ho accusato la ‘mia’ politica ferrarese. Se non intervenivo io non diceva niente nessuno. E l’indomani diversi hanno mi hanno chiamato, mettendo in vista la loro coda di paglia. Oltretutto mi hanno dato risposte incoerente, perché non c’erano e non sapevano nemmeno bene di che cosa si era parlato. Forse non avevano nemmeno letto bene i giornali, magari si erano limitati ai titoli per non perdere tempo… Io in verità non ho accusato nessuno, ho espresso il mio parere, ma loro si sono sentiti presi in mezzo perché erano consapevoli delle responsabilità che avevano. Qualcuno ha persino provato a giustificarsi dicendo di non essere stato invitato all’assemblea… Ma come, ho obiettato, ti dovevi legare al portone della Carife per entrare! Qualcun altro ha spiegato che non aveva potuto esserci perché era impegnato altrove… Ma ti pare possibile? Con quel che stava succedendo. Eppure hanno sentito il bisogno di giustificarsi con me, perché non ero stato zitto e avevo denunciato la latitanza della politica. Io ripeto solo che quel giorno i nostri politici dovevano esserci e spendere le loro parole, mettendoci la faccia. Invece tutto è scivolato via. E poi è successo che qualche mese dopo, una bella domenica alle cinque del pomeriggio, si azzera tutto in 20 minuti, il governo decide e i risparmiatori si ritrovano con le tasche vuote. Cosa poteva capitare di peggio? Secondo me hanno agito con leggerezza, senza soppesare bene le conseguenze. E questo comportamento scriteriato sta determinando ora una fuga generalizzata dal sistema bancario. Oltretutto adesso è uscito fuori tutto e si è capito che i problemi non sono solo per le quattro banche fallite, ma anche per tanti altri istituti, da Popolare Vicenza a Veneto banca a molti altri…

Quali peccati di gestione sono stati commessi in Carife?
Siamo passati improvvisamente da un sistema di riferimento provinciale a uno nazionale, allargando gli orizzonti di azione. Forse non avevamo le competenze sufficienti o forse ci si è affidati troppo ai consulenti. Il risultato è che ci siamo impantanati in cose che non ci appartenevano. La nostra è sempre stata una banca del territorio, una vera istituzione per la città, un punto di riferimento importante. Forse gli amministratori sono stati indotti a credere a cose che erano valide solo sulla carta. Ma fra la teoria e la pratica si sa bene che c’è una grossa differenza e le scelte compiute – alla luce di ciò che accaduto dopo – sono state indubbiamente tragiche. Disastrose. Se fatti così succedono in una famiglia, quando ci si accorge di aver sbagliato si torna indietro. Qui invece si è perseverato, si è andati ostinatamente avanti a dispetto di tutti i segnali. Così fra il 2009 e il 2012 la Cassa ha progressivamente perso la propria autonomia fino a passare nel 2013 dal controllo al commissariamento della Banca d’Italia.

E che valutazione dà dell’operato della Banca d’Italia?
Banca d’Italia, direttamente o indirettamente, è stata vari anni dentro a Carife. Mi rendo conto che ci siano problemi per rivoluzionare gli assetti, le prassi organizzative e cambiare il management. Apparentemente qualche segnale di inversione di rotta c’è anche stato, tant’è che a un certo punto la Banca d’Italia ha chiesto – non semplicemente autorizzato ma chiesto – un aumento di capitale di 150 milioni. Una somma precisa, predeterminata quella che evidentemente, secondo i loro calcoli, doveva servire per sanare il deficit. I soldi sono stati raccolti, ma a raccolta finita sono arrivati i commissari. Perché? Avevano visto male? Avevano contato male? Se se l’esito era incerto, allora perché richiedere l’aumento di capitale che ha determinato un ulteriore indubbio impoverimento di un territorio che già aveva sopportato negli anni recenti il peso del crack della Costruttori e di altre importanti imprese del territorio, oltre al terremoto, alla siccità e alle alluvioni… Colpi durissimi, e quello della Carife è stato un acceleratore dell’agonia del territorio, ci ha praticamente ammazzati.

Gli affidamenti bancari, alcuni dei quali fatti forse senza le necessarie cautele, quanto hanno inciso?
Parecchio. È vero che Carife in quanto banca del territorio doveva avere un occhio di riguardo per le imprese locali, ma alcune hanno usufruito di finanziamenti importanti senza offrire le necessarie garanzie. E persino grandi imprese non ferraresi hanno goduto di un metro di misura piuttosto elastico, come Caltagirone e Siano. Ribadisco il concetto: siamo usciti dal nostro territorio seguendo una tendenza e ci siamo trovati invischiati in un terreno paludoso. Siamo stati polli, per non dire di peggio… Ripeto: la banca del territorio deve essere vicino alle imprese locali ma chi chiede troppo e tutto in una volta va guardato con molta circospezione. Invece qualcuno è stato trattato con speciale riguardo.

Abbiamo parlato dei peccati. I peccatori hanno nome?
Non c’è dubbio che il problema nasca dentro Carife. Credo che molti guai siano sorti con la gestione Murolo. Poi magari le carte dei giudici diranno altro, ma io la penso così. Il Cda? Evidentemente responsabilità ce ne sono state anche lì. Alla base forse anche una certa impreparazione al ruolo: c’era gente abituata a fare altro, senza esperienza nella gestione degli istituti di credito, che magari ha valutato l’importanza di chi aveva davanti piuttosto che le garanzie che poteva offrire. Poi c’è da dire che quando il direttore generale afferma con convinzione la propria linea i consiglieri sono indotti ad assecondarlo.

Santini?
Era un duca sui generis, avallava anche cose sconvenienti. Tutto di lui si può pensare tranne che sia un ingenuo, come egli stesso invece ha cercato di dipingersi.

E adesso?
Ora il problema è la Banca d’Italia. E’ stata partecipe in modo incredibilmente importante, non solo controllando in maniera forse non appropriata, ma contribuendo all’aumento del deficit. Il patrimonio – accresciuto con l’aumento di capitale di 150 milioni di euro sollecitato proprio Bankitalia – dopo due anni si era completamente azzerato, non c’era più nulla. Di tutto ciò che si erano impegnati a fare nulla si è avverato. Solo sui prepensionamenti sono stati di parola, bei fenomeni! Non sapevano nulla del territorio, ma hanno messo lì i loro geni della finanza altamente pagati a comandare. La Banca d’Italia ha contribuito a peggiorare la situazione. E noi creditori siamo stati fregati da loro e dalla politica.

Confida nei risarcimenti? Ha intrapreso iniziative per tutelarsi?
Nessuna. Non credo più a nulla, sparano patacche solo per tenerci buoni.

 

Leggi anche: “Suicidio di una banca…”

VIDEOCONFERENZA
N-€uro: politica monetaria e politica industriale, le strade per uscire dalla crisi

IMG_0343Dopo il successo riscontrato nel 2015, sono tornati in biblioteca Ariostea gli appuntamenti con il ciclo di incontri “Chiavi di lettura” organizzati dal nostro giornale. “N-€uro – Lo schizofrenico dibattito sulla moneta e le banche” è stato il primo dei cinque eventi che si susseguiranno fino a maggio con cadenza mensile, svoltosi lunedì e caratterizzato da una folta presenza di pubblico; d’altronde, causa la complicata situazione economico-finanziaria odierna e con la nota vicenda Carife ancora assoluta protagonista della vita pubblica ferrarese, tutto ciò che ruota attorno a banche e moneta non può che suscitare interesse e necessità di chiarezza da parte dei cittadini.

Chiarezza, appunto, è il termine migliore per definire gli interventi dei relatori chiamati ad animare il dibattito: il professor Lucio Poma del dipartimento di Economia dell’Università di Ferrara e Claudio Pisapia con Fabio Conditi del Gruppo Cittadini Economia hanno infatti cercato di illustrare in modalità a larghi tratti didascaliche, quasi scolastiche, come funziona il nostro sistema economico, qual è il ruolo della moneta, quali i numeri e le statistiche che caratterizzano questo complicato mondo troppo spesso permeato di concetti astrusi e difficilmente intuibili dai non addetti ai lavori. Solo dopo queste doverose introduzioni, all’apparenza scontate ma oggi appunto quantomai necessarie per meglio comprendere dinamiche e protagonisti, sono state poi argomentate le diverse tesi, perlopiù opposte ma con diversi punti di accordo individuati durante i ragionamenti.

IMG_0352Parti in gioco messe sul tavolo del dibattito le problematiche legate alla moneta e al sistema economico, il ruolo della Cina all’interno del mercato finanziario, quello della Bce e la mancanza di un’economia politica industriale sufficientemente forte: da un lato le considerazioni di Conditi e Pisapia, convinti della continua incapacità di risolvere un’economia monetaria debole, causa principale di una pronosticata previsione che vede la prossima generazione più povera dell’attuale (per la prima volta nella storia), oltre che una forbice di disuguaglianze relativa alla distribuzione della ricchezza in costante e vertiginoso aumento (confermate le recenti statistiche che attribuiscono il possesso del 50% della ricchezza distribuita nel globo all’1% della popolazione mondiale), e ancora il ruolo smaccatamente speculativo della Bce, considerata tra le principali cause della difficoltà di immissione di ricchezza all’interno dell’economia reale; dall’altro quelle di Poma, il quale individua il nodo della questione nella difficoltà di creare una politica economica europea sufficientemente omogenea e in grado di garantire la giusta stabilità ad ognuno dei paesi dell’Unione, così come la grande problematica legata ai beni primari che ogni paese non è in grado di produrre e quindi alla relativa necessità di una netta revisione soprattutto delle politiche economiche industriali, in modo tale da essere così in grado di puntare sulle materie prime già a disposizione.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 29 febbraio, sempre alle 17, per il secondo evento della rassegna dal titolo “Solidali e felici, un altro mondo è possibile: dal mutualismo alla sharing economy”.

Guarda il video integrale dell’incontro “N-€uro – Lo schizofrenico dibattito sulla moneta e le banche” (durata 18 minuti circa ogni filmato)

Parte 1

Parte 2

Parte 3

Parte 4

Parte 5

Risparmi a rischio, ecco perché

Oltre alle banche, che come si è visto falliscono, a creare preoccupazioni al risparmiatore – come qualcuno comincia a segnalare e come vedremo – ci sono anche le cooperative. E’ il caso di chiedersi perché questo succede, perché sta diventando così difficile trovare un posto sicuro dove depositare i propri soldi e al contempo così facile vederli sparire. La prima cosa da fare è risalire alle cause senza soffermarsi sugli effetti, in modo da capire come si dovrebbe agire. E’ ormai evidente a tutti che il fallimento di una banca è frutto di comportamenti sbagliati o poco corretti dei suoi amministratori e di inadeguati controlli della Banca d’Italia. Ma ciò accade a causa di una legislazione che ha allentato vincoli e divieti che in precedenza garantivano maggiore tutela al risparmio nel rispetto dei risparmiatori. Per comprendere come siamo arrivati a questo punto dobbiamo individuare il vero nocciolo – il risparmio – e ricordare che esso è davvero una cosa importante, al punto che per la sua tutela si impegna parte dell’articolo 47 della nostra Costituzione che recita testualmente “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”

Nel passaggio dalla sovranità nazionale a quella europea, dunque dalla tutela della Costituzione della Repubblica italiana alla vigilanza operata dall’Unione Bancaria, non solo il risparmio è meno garantito, ma assistiamo anche ad altre trasformazioni che cancellanno le vecchie leggi ‘sociali’, cioè quelle leggi che prestavano attenzione alla crescita e alla tutela dei suoi cittadini e che ci hanno dato ad esempio la scala mobile, lo statuto dei lavoratori e l’articolo 18. Un lungo periodo in cui tutto cambia; un tempo durante il quale – per capirci – la forbice di diseguaglianza tra capitalista e prestatore di lavoro inizialmente accettabile arriva sino a Marchionne e alla riduzione dei minuti di pausa degli operai della Fiat! Un processo lento in cui le differenze si sono talmente amplificate da non vederle nemmeno più.

E anche le leggi bancarie erano diverse da quelle attuali. La banca:
– aveva un’alta specializzazione (cioè esisteva una diversificazione nell’erogazione del credito a ben precisate categorie di lavoratori e imprenditori);
– era sottoposta al diritto comune e al ferreo controllo della Banca d’Italia, resa pubblica fin dal 1936;
– aveva una vocazione territoriale;
– doveva rispettare dei limiti nella creazione del denaro poiché le era imposta una elevata riserva obbligatoria;
– la banca commerciale era distinta e separata dalla banca d’investimento.

Il concetto di base cui si ispirava tutta la legislazione era quello di una “istituzione-funzione”, con rilevanti risvolti di carattere sociale. La banca insomma aveva una funzione specifica nel fare credito a determinate categorie economiche ed in determinati territori. Secondo il professor Renzo Costi, questo sistema di lacci e lacciuoli frena crescita e sviluppo ed è contrario al principio della libera concorrenza. Come dire, ‘troppo Stato’, Senza considerare, evidentemente, che quello che definisce “immobilismo degli anni che vanno dal dopoguerra ai ’70” ci aveva in realtà portato al boom economico, e che forse la concorrenza aiuta interessi diversi da quelli dei risparmiatori.

Si arriva al 1985, quando lo Stato italiano, recependo col Dpr del 27/06/1985 n° 350 la Direttiva Ue del 1977 nr. 80, da una svolta a tutto questo, e si noti, non ultimo, che cominciamo a fare le cose nel nome dell’Europa. A questo punto, per esempio, per aprire una banca sono richiesti tre requisiti fondamentali: fedina penale limpida, esperienza economico-finanziaria, fondi necessari. Un po’ vago, direi, ma i cambiamenti avvengono in nome di principi che invece ad enunciarli sembrano molto seri, ovvero: sana e prudente gestione, concorrenza, efficienza e stabilità complessiva. Parte insomma anche in campo bancario la cultura dello slogan da far diventare luogo comune ed accettare come cosa ovvia.

Il buon senso del risparmiatore comune ci dice invece che:
– l’alta specializzazione assicurava ad esempio all’agricoltore di trovare soddisfatti i suoi bisogni perché trovava un istituto bancario specializzato nel suo settore;
– che una banca sottoposta al diritto comune piuttosto che ad un diritto speciale diverso da quello dei mortali assicurava vicinanza al comune cittadino;
– che il passaggio da banca funzionale e territoriale a banca multifunzione e senza limiti territoriali ha fatto sì che non più l’imprenditore locale ma la speculazione sui mercati finanziari sia diventata il centro dell’interesse della banca;
– l’eliminazione della differenza tra banche commerciali e banche d’investimento ha permesso che il risparmio della famiglia depositato in una banca popolare potesse andare in finanza, ed infine;
– il sapere che al di sopra di tutto c’era la banca delle banche, sottoposta solo allo Stato e non ad altre banche private, che ha il dovere di controllare il risparmio così come dettato dall’art. 47 della Costituzione assicurava… sicurezza, almeno fino a quando non è stata di fatto privatizzata.

Certo il tutto era da migliorare e migliorabile ma quanto meno non sarebbe stato il caso di buttare via il bambino con l’acqua sporca, invece in nome dell’Europa e degli interessi avulsi dai piccoli risparmiatori abbiamo sacrificato buone leggi, controlli e radicamento sul territorio e permesso che il risparmio diventasse una preda alla mercé del libero mercato, dovunque esso venga depositato, non più un bene da difendere.

E cosa dire poi del ‘prestito sociale’ della coop? Il risparmio è forse l’unica cosa che banche e coop hanno in comune, per un errore diffuso, perché le famiglie che lasciano soldi alla coop scambiano in buona fede quel libretto che gli viene consegnato con una specie di deposito bancario. Si tratta di famiglie e pensionati che lasciano somme contenute, non di investitori. Di sicuro i ‘prestiti sociali’ non ha niente a che fare con i prodotti bancari, sono tutt’altra cosa. Chi dà i soldi ad una cooperativa lo fa perché condivide i suoi scopi e il modo in cui saranno impiegati i suoi fondi, e quindi, sono a rischio i risparmi depositati alle cooperative o sono più sicuri dei depositi bancari? Una coop può fallire, come qualsiasi altra attività, non è costretta a fallire come una banca. Tutte le banche, infatti, grazie agli sforzi legislativi di cui abbiamo un po’ tracciato le linee, sono diventate un luogo davvero poco sicuro, è solo questione di tempo.

La cooperativa dà le sue belle garanzie e un po’ di interesse sulla cifra depositata, assicura una liquidità del 30% (le banche dal 1947 hanno avuto un obbligo di riserva medio del 20%, oggi praticamente 0%) e non possono ricevere più di 36.500 euro da ogni socio. Ma chi garantisce? Non certo “aiuti di Stato”, vietatissimi. E sopratutto non è previsto un Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) come per le banche. La garanzia è il patrimonio delle coop stesse e si tratta di un credito chirografario. Dunque in caso di fallimento dovrebbero essere soddisfatti prima dipendenti e altre tipologie di creditori.
Quindi la garanzia del deposito in una coopeerativa è collegato alla “solidità” della particolare coop a cui stiamo prestando il nostro denaro, perché esse non sono tutte uguali e non possono certamente essere assimilate ad una banca.

Per quanto riguarda le banche, dal 2016 si ufficializza il bail in e l’Unione Bancaria, di cui abbiamo cominciato a vederne gli effetti anche con la Carife, ed in merito al Fitd, costituito dalle stesse banche e tutelato dallo Stato, comincerei ad avere qualche dubbio perché:
– il fondo può essere utilizzato solo per garantire i depositi fino a 100mila euro;
– non ha però portata sufficiente a coprire l’ammontare complessivo dei depositi nelle banche “a rischio”, cosa succederebbe allora se fallissero più banche contemporaneamente? O se la banca fosse troppo grande?;
– altri aiuti sarebbero “aiuti di Stato” e quindi vietati.

Per concludere: se fossi in uno Stato rispettoso della sua Costituzione, potrei anche scegliere di avere i risparmi nella mia coop di prossimità e sentirmi tranquillo, perché si sto finanziando una cooperativa ma pur sempre di risparmio si tratta e quindi degno di tutela statale. In questo Stato non ci sarebbe l’Europa dei banchieri, concorrenza o libero mercato da considerare e temere, ma solo il risparmio, il sudore e la fatica dei cittadini da tutelare: in tutte le sue forme.
Ma se invece vivo nel mondo in cui vivo adesso, senza garanzie né tutele statali per il risparmio, forse per sentirmi più sicuro i soldi dovrei lasciarli sotto il materasso.

L’APPUNTAMENTO
N€uro, lo schizofrenico dibattito sulla moneta e le banche

Dentro o fuori dall’euro? L’interrogativo ricorre quotidianamente nei dibattiti politici ma anche nelle chiacchierate che si fanno al bar o al mercato rionale. Il tema divide partiti e cittadini. E non è l’unico dilemma insoluto. Oggi più che mai è forte la preoccupazione relativa alla tutela del risparmio e alle garanzie offerte dalle banche. La crisi ha diminuito la ricchezza e aumentato i dubbi, dilatando i margini di insicurezza su molti fronti, anche perché economia e finanza sono temi ostici, difficili da maneggiare.
‘Chiavi di lettura’, il ciclo di incontri organizzato da FerraraItalia, ritorna in bliblioteca Ariostea lunedì prossimo, 25 gennaio, alle 17, con un appuntamento dedicato proprio all’euro e alle banche. A dipanare la matassa saranno un docente universitario, il professor Lucio Poma, del dipartimento di Economia dell’ateneo di Ferrara, e due storici esponenti del Gruppo Cittadini Economia, Claudio Pisapia con l’ausilio di Fabio Conditi.
Il tema della moneta unica e il ruolo degli istituti di credito sono elementi centrali nella riflessione relativa alle cause della crisi che ci attanaglia: quanto ha inciso l’euro, quanto pesa il ruolo della Bce e l’assenza in Italia di un banca centrale dello Stato? Da più parti si richiama l’esigenza di ricostituire una banca pubblica e qualcuno invoca il ritorno alla lira… Altri osservatori ritengono invece dannosa un’eventuale fuoriuscita dall’euro e non considerano sostanziale il ruolo che potrebbe svolgere la Banca d’Italia, neppure se fosse ricondotta sotto il controllo statale. Insomma su questi argomenti si dice tutto e il suo contrario.
Lunedì il confronto sarà estremamente lineare: i due interlocutori esporranno con chiarezza i loro punti di vista. In principio ciascuno puntualizzerà in maniera facilmente comprensibile il quadro di riferimento e illustrerà la proprie opinioni. Seguirà un breve dibattito fra Poma e Pisapia. E poi il pubblico potrà porre le proprie domande. Obiettivo di questi incontri, come sempre, è favorire una maggiore conoscenza e comprensione delle variabili in gioco, affinché ciascuno possa maturare un’edotta e autonoma opinione in proposito.

L’ANALISI
Crack bancario: una semplice lettera è bastata per cancellare diritti e soldi dei risparmiatori

Oggi non si parla d’altro: banche, azioni, obbligazioni, risparmiatori, o meglio ex risparmiatori, purtroppo!
In tanti si ricorderanno la data del 22 novembre 2015, giorno in cui il Governo ha recepito un ‘suggerimento’ di Banca d’Italia rendendo improvvisamente più poveri migliaia di Italiani.
So che questa chiave di lettura non è condivisa da tutti, so che è condivisa da tanti.
Conosco bene la vicenda Cassa di Risparmio di Ferrara. A testimonianza della mia affermazione preciso che sono stato dipendente dell’Istituto dal 1974 al 1981, sono azionista della banca, sono socio della Fondazione Carife, ho fatto parte dell’Organo di indirizzo dimettendomi nel momento in cui sono stato nominato sindaco di un’altra Cassa di Risparmio, incarico che conservo tutt’ora. Mio fratello è Presidente della Fondazione Carife. La banca nella quale sono sindaco un anno fa ha concluso una ‘due diligence’ alla Cassa di Risparmio di Ferrara.
Premesse doverose, le mie riflessioni si basano quindi spesso su conoscenze precise, su passaggi documentati e documentabili.

Maggio 2013: Carife viene commissariata dalla Banca d’Italia.
30 luglio 2015: l’assemblea straordinaria di Carife, con l’avallo della Banca d’Italia, delibera un aumento di Capitale sociale di € 300.000.000 riservato a terzi (Fondo Interbancario di Tutela dei Depostiti), riducendo il valore di ogni singola azione ad € 0,27. Conseguenza di tale delibera se attuata entro il 2015:
1) 28.000 soggetti sarebbero rimasti azionisti, con la speranza di poter vedere lievitare il valore delle proprie azioni e la banca, forse, non li avrebbe persi come Clienti;
2) I possessori di obbligazioni subordinate non avrebbero visto l’annullamento dei loro titoli, infatti il famoso ‘bail-in’ sarebbe diventato operativo dal 1 gennaio 2016;
3) La Fondazione Carife aveva trovato la disponibilità di un Fondo straniero pronto a investire una cospicua somma e la Banca d’Italia ne era a conoscenza;
4) Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi è costituito da tutte le banche private italiane, oggi in Italia non c’è nessuna Banca Pubblica.

Tutto sembrava chiaro e deciso, salvaguardati i risparmiatori, salvaguardati tanti posti di lavoro.
Poi le voci di corridoio che provengono da lontano, fuori dai nostri confini. L’Europa guarda con sospetto tale operazione, intravvedendo aiuti di Stato che non ci sono, i nostri rappresentanti politici a Bruxelles non muovono un dito e tacciono. Intanto si avvicina la fine del 2015, si avvicina l’entrata in vigore del ‘bail – in’, la paura cresce, occorre far presto, far presto per attuare la delibera del 30 luglio 2015 e salvare banca, azionisti, obbligazionisti, dipendenti e anche i clienti. Ma soprattutto salvare la reputazione e la credibilità del sistema bancario italiano. Un compito che sarebbe spettato a Banca d’Italia ed al Governo italiano. Ma così non è stato, infatti la fretta e la follia hanno portato alla sciagurata decisione del 22 novembre 2015.
Perché sciagurata dal mio personale punto di vista? Semplicemente perché è crollata la fiducia nel sistema bancario, perché i depositanti-risparmiatori hanno paura, tanta paura; e una delle forze del Belpaese era proprio la notevolissima quantità di risparmio dei privati cittadini depositati e investiti nelle banche.
Illuminante è l’audizione alla Camera dei Deputati di Carmelo Barbagallo, Direttore Generale della Banca d’Italia, rinvenibile sul sito della stessa Banca d’Italia di cui riporto uno stralcio (p. 8): “E’ a questo punto emersa la disponibilità del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi a farsi carico di tale aspetto, assorbendo i rischi relativi ai crediti deteriorati. L’intervento del Fondo avrebbe consentito, congiuntamente alle risorse apportate da altre banche, di porre i presupposti per il superamento della crisi senza alcun sacrificio per i creditori delle quattro banche. Ciò non è stato possibile per la preclusione manifestata da uffici della Commissione Europea, da noi non condivisa, che hanno ritenuto di assimilare ad aiuti di Stato gli interventi del Fondo di tutela dei depositi”.

La situazione è sfuggita di mano. Quale ufficio e con quale documento scritto la Commissione Europea ha manifestato la propria preclusione? Semplicemente una lettera. Alle lettere solitamente si risponde, alla proposte si fanno controproposte. Così non è stato, come spesso accade quando l’Europa non condivide totalmente certe nostre scelte, l’Italia senza battere ciglio si adegua, poi ci si chiede perché abbiamo perso credibilità. Purtroppo la credibilità persa non è solo della politica, ma anche della Banca d’Italia, per anni un baluardo, una sicurezza. Non dimentichiamoci, per esempio, che Banca d’Italia aveva visto recentemente con favore l’intervento di una banca veneta per salvare Banca Etruria, si veda a tal proposito l’articolo su “Il Sole 24 Ore “ del 20 dicembre; oggi quella banca veneta non gode assolutamente di buona salute. Se l’operazione benedetta da Banca d’Italia si fosse conclusa, oggi forse sentiremmo botti superiori a quelli che sentiremo per Capodanno. Qualcuno è nel pallone, come è nel pallone il Governo che non ha minimamente riflettuto, anche sotto il profilo elettorale, sugli effetti a 360° della improvvida e affrettata decisione del 22 novembre. Ed è inutile oggi abbaiare al mastino tedesco, can che abbaia non morde, la saggezza del popolo nemmeno anche questa volta viene smentita. Anzi, il mastino tedesco ha tirato fuori gli artigli e sempre su “Il Sole 24 Ore” del 20 dicembre è interessante ed illuminante leggere l’articolo “Perché Von Bond non paga il bail – in”. Si percepisce in modo chiaro e netto che in Europa le regole non sono uguali per tutti e che sta a noi soccombere, sempre e comunque. Mio fratello, nella sua veste di Presidente della Fondazione Carife, ha scritto al nostro premier suggerendogli “schiena dritta”, ma purtroppo dobbiamo assistere alla posizione assunta dal nostro premier in Europa, la solita: dopo aver abbaiato torna quella di sempre, non dico i gradi per educazione.

La mia paura ora è l’effetto domino. Le banche sane devono salvare le banche malate, con il rischio che il tumore colpisca anche quelle oggi sane.
Una volte le guerre si facevano con i carri armati, i cannoni e i fucili, oggi si fanno con la finanza, e quando crolla in una nazione il sistema bancario crolla anche la nazione.
Per natura sono ottimista, ma oggi ho paura. Ho paura per le scelte di Banca d’Italia, che ha sicuramente perso la bussola. Ho paura per le affermazioni e le decisioni dei politici italiani, sempre meno competenti, sempre meno credibili e sempre più lontani dal mondo reale. Ho paura che ‘qualcuno’ ci abbia dichiarato guerra. Ho paura di aver azzeccato se non tutte, almeno alcune delle mie riflessioni. Ho tanta paura.

Con l’Unione bancaria europea l’Italia cede un altro pezzo di sovranità a banche e finanza

“Risultato storico… mi viene da fare un raffronto con un’altra storica conclusione, che era quella dell’Unione monetaria, che è stata costruita nei dettagli negli anni successivi”. Questo ciò che affermava il prode Saccomanni, confrontando la non più futura Unione bancaria con un grande ‘successo’ del passato: il trattato di Maastricht.

Con l’Unione bancaria verrà meno, dal 1 gennaio 2016, la sovranità finanziaria dell’Italia, che andrà ad aggiungersi alla perdita della sovranità monetaria, già attuata e apportatrice dei grandi progressi occupazionali, sociali, di benessere e dei miglioramenti generalizzati della nostra vita quotidiana degli ultimi anni.
Ancora una volta una riforma che segue gli esiti di una crisi, che in un sistema liberista servono proprio per convincere le persone ad accettare quella riforma con rassegnata serenità. Lo Stato cede ulteriore potere ai sistemi finanziari e bancari, affermando che ciò potrà servire a stabilizzare il sistema. Cioè: eliminano l’unica arma che uno Stato ha per poter risolvere una crisi bancaria, quella di far intervenire la sua Banca Centrale. Ci dicono però che in questo modo i nostri risparmi saranno meglio protetti.

Eppure non molto tempo fa abbiamo avuto una grande crisi (nel 2007-2008 ricordate?) e da quella crisi si è usciti perché le Banche Centrali sono intervenute con iniezioni enormi di liquidità. Dopo aver fatto misteriosamente fallire la LehmanBrothers, la Fed ha salvato altri colossi del credito e addirittura assicurazioni come l’Aig, schiacciando tasti, come ha raccontato il suo presidente di allora Ben Bernanke, cioè utilizzando il potere che può avere solo una Banca Centrale: creare moneta e “senza utilizzare i soldi delle tasse dei contribuenti”.

Nel farraginoso, e a tratti insensato, testo sull’unione bancaria si stabilisce che le perdite per una risoluzione delle crisi bancaria dovranno essere a carico dei clienti. Le banche falliscono, e lo sappiamo bene, solo quando fanno attività speculative sbagliate o azzardate, ma noi le tuteliamo facendo pagare il conto ai clienti, che vengono abilmente contrapposti ai contribuenti da tutelare, come se gli uni e gli altri non fossero la stessa cosa.
Viene istituito un Meccanismo di Vigilanza Unico, cioè la vigilanza passa alla Bce. Quindi dovremmo essere tutti più tranquilli perché la Bce è indipendente. Peccato però che, in realtà, sia composta dalla Banche Centrali nazionali, a loro volta sono composte dalle Banche Commerciali. Insomma non ci sarà, al solito, vigilanza perché controllore e controllato sono, ancora una volta, la stessa persona.
Perché allora investire in una banca, oppure semplicemente lasciare soldi su un conto corrente, sapendo che non ci sarà più una Banca Centrale a tutelare il risparmio, uno Stato a dare garanzie, ma dovranno essere i clienti a farlo? Se si vietano gli interventi di Stato, che fine farà la famosa garanzia dei depositi fino a 100.000 euro? Alla fine di sicuro – anche se di sicuro oramai resterà ben poco – ci sarà il previsto meccanismo di risoluzione unico, che avrà un’operatività di cassa, nel 2023, dell’1% dei depositi: per dare una grandezza maggiormente percepibile, significa che su un milione di euro di depositi verranno accantonati diecimila euro per far fronte alle crisi. Questo dà molta sicurezza, in effetti.
Le decisioni in tema di salvataggio delle banche, in questa riforma, non potevano che essere affidate a un Comitato sovranazionale, dotato di immunità, che potrà operare in piena autonomia. Quindi più tecnocrazia sovranazionale da una parte e meno entità nazionali dall’altra che possano tutelare i cittadini, idea tra l’altro obsoleta in un mondo in cui il cittadino non è più al centro dell’azione politica.
Il tutto in linea con il futuro nazionale, che prevede più potere alla maggioranza, in modo che siano sempre meno persone a comandare e non a governare, per evitare inutili perdite di tempo,con una Camera sola e la maggior parte dei deputati decisi dalle segreterie di partito o dai suoi segretari.

La nostra Costituzione dà ancora alla Repubblica il compito di tutelare il risparmio, ma chi firma i trattati lo ignora e si concentra per eleggere giudici costituzionali allineati, anche a costo di fare melina in parlamento per mesi. Questo perché, ancora oggi, se ci fossero costituzionalisti svincolati e non politici a sedere in tali consessi, probabilmente tanti oscuri e illeggibili trattati non riuscirebbero a trovare spazio nella normativa nazionale.
Il 10 febbraio prossimo verrà proposto ai cittadini ferraresi un incontro in Sala Estense sui temi dell’Unione bancaria: si cercherà di fare un po’ di luce, con l’avvertenza che la soluzione alle crisi bancarie, e alle crisi in generale, è opposta alla tecnocrazia e ai trattati europei, ma necessita di politica seria e capace e, inoltre, che il governo assicuri più garanzie, stabilità e meno chiacchiere.

L’INTERVENTO
Carife, la classe dirigente che espropria le formiche per il proprio godimento

Ho finito da poco di leggere l’articolo del prof. Venturi sul suo viaggio a Roma. Come non essere d’accordo col commento di Baratelli? Per lo meno in un primo momento, ma poi, insomma …

E no, cazzo! Troppe cose mi risultano irritanti nell’articolo del professore. Proverò a dirne qualcuna.
Se non ho capito male (ma a noi comuni signor nessuno può succedere) il cuore del ragionamento è la perdita della bellezza, ritrovata nelle rarefatte atmosfere romane –quella stessa Roma assurta, peraltro, recentemente, a simbolo di marciume morale- e di cui sono negazione le periferie ferraresi e i borghi emiliani imbruttiti dalla crisi. Mi meraviglio della sua meraviglia, professore. Ma quando mai le periferie sono state belle? ma di più: quando mai ci si è preoccupati di condividere la bellezza anche con quei signor nessuno delle periferie? La bellezza è un’esclusiva di menti (e tasche) superiori, come risulta evidente dalle sue frequentazioni e dai posti che lei frequenta proibiti alla massa presuntamente informe e amorfa.
Lei sembra parlare non tanto del terrazzo della Civita ma da dove Carife e Fondazione organizzavano conferenze e convegni. Mi permetta una notazione personale. Alcuni anni fa (ben prima del commissariamento di Carife) ho scoperto quell’agenzia della nostra banca cittadina in un angolo di piazza Venezia, dietro la colonna Traiana, a pochi metri quindi dalla sua Civita; da ignorante anche di cose economiche mi sono incazzato moltissimo perché se Carife doveva essere una banca territoriale, cosa se ne doveva fare di una filiale romana se non brigare a livello politico? e così, tornato a Ferrara, ho chiesto di vendere le mie azioni. E la risposta è stata un irridente marameo.

Ma adesso mi chiedo anche perché Carife dovesse organizzare convegni a Roma. Guardi che mi sta benissimo la politica culturale seguita a livello locale, ma questa cosa che apprendo da lei per me ha lo stesso sapore della politica economico/finanziaria dissennata che ha portato alle speculazioni milanesi e romane e napoletane.
Ma persino volendo restare nel mio più congeniale e ristretto ambito locale, il concetto di esclusività delle possibilità e della “bellezza” trovava applicazione costante non solo nella politica della Banca (esclusiva persino nel sostegno della ferraresità, anzi escludente; io, per es. ho sempre dovuto quasi pietire il dono di una delle famose pubblicazioni d’arte della Cassa, che però puntualmente trovavo in vendita in via Mortara da un libraio che trattava usato, presumibilmente perché coloro che le ricevevano in grazioso omaggio a tal punto le apprezzavano), ma soprattutto nell’azione politica istituzionale che non si è mai troppo preoccupata della partecipazione diffusa delle periferie agli eventi culturali tanti e meravigliosi che la nostra città ospita. Ma la crescita culturale non si ha, o almeno non solo,con i grandi eventi pur necessari, né con le isole beate.

Non è che la nostra classe dirigente si sia beata stolidamente dei propri privilegi, espropriando economicamente le formiche per dilapidarne i risparmi per il loro raffinato ed esclusivo godimento?

Non è la classe dirigente di questa città che doveva essere capace a suo tempo di vivificarla economicamente e culturalmente in toto, invece di accusare adesso noi signor nessuno di essere appunto nessuno, perché la rattristiamo con la nostra bruttezza di periferia, perché, addirittura, non sappiamo ribellarci allo scatafascio che essa stessa, classe dirigente, ci ha regalato?
Mi scuso se la mia prosa impetuosa mi ha spinto ad abusare di termini poco corretti; non può certo paragonarsi al suo proseggiare che, non solo per assonanza, mi sembra pallido e assorto, ma noi signor nessuno non ci troviamo, un po’ malinconici ma tranquilli, presso un deserto muro d’orto, perché quel muro ci è crollato addosso.

Un signor nessuno
(lettera firmata)

P.S. Absit iniuria verbis, professore. Probabilmente, lei è vittima come e più di me e di mille altri –perché maggiore è stato il suo investimento, sicuramente da studioso- dei veri padroni del vapore che non si sono mai esposti così generosamente come continua a fare lei a favore della consapevolezza del passato, perlomeno artistico e letterario, grandioso di questa città.

L’OPINIONE
Salva banche: ultimo atto di un’economia fondata su strampalati esperimenti

Quattro banche sono state salvate, cosa c’è che non và? La ministra Boschi ha un conflitto d’interesse o forse no e il Presidente del Consiglio non è contrario ad una Commissione d’inchiesta parlamentare, quindi che s’indaghi. Esiste una legge seria sul conflitto d’interessi? Forse no ma sappiamo che in Italia riusciamo benissimo a vivere senza leggi di tutela serie e ad affrontare i problemi non in anticipo ma all’occorrenza. Se straripa un fiume ne parliamo ed interveniamo ma fare un lavoro di sistemazione degli argini fuori stagione non è pagante, del resto il politico si occupa dell’oggi e lo statista del futuro, e noi al governo abbiamo solo politici.

Il problema delle quattro banche lo affrontiamo con le leggi in uso, con gli strumenti che le leggi degli ultimi vent’anni ci mettono a disposizione, poi aggiungiamo i limiti europei, la vantata funzione di credito monopolistico delle stesse che non deve essere intaccata, l’onda delle proteste e i suicidi che purtroppo accompagnano queste tristi vicende, dimenticando poi i principi generali della Costituzione che proprio non interessano più. Quindi?

Con le leggi attuali e i limiti europei le soluzioni sono peggiori del problema, trasformazioni in Spa, mercato, acquisizioni, fusioni. Miopia, nel migliore dei casi. In pratica si gioca al rialzo, avvicinandosi al burrone si accelera pensando di riuscire a spiccare il volo probabilmente perché qualcuno ha il paracadute di riserva. La ministra non si difende difendendosi ma dichiarando “vedremo chi ha più voti”. Tutto si fa per i voti e i voti decidono chi vince e chi perde.

Uno dei più longevi politici nostrani, il professor Giuliano Amato, il ‘Sottile’, insegna che navighiamo a vista, senza strumenti e che prendiamo decisioni importanti, capaci di condizionare la vita di milioni di persone, improvvisando. In una delle sue magistrali “lezioni dalla crisi” spiega, ad esempio, che chi come lui aveva voluto l’euro sapeva trattarsi di un gioco pericoloso, un esperimento che non poteva funzionare. L’hanno fatto lo stesso conoscendone i pericoli, con la presunzione di poter risolvere i problemi mano a mano si fossero presentati, ed è chiaro non ci siano riusciti (è sempre lui a dirlo).

E nel mentre si costruiva l’euro si faceva anche altro, e non erano persone sconosciute a farlo. Draghi e Monti si occupavano di teorizzare emissioni di Titoli di Stato sostenute non da banche centrali ma da investitori internazionali, Ciampi e Andreatta mettevano in pratica. Prodi (s)vendeva al mercato l’Iri e il patrimonio di banche pubbliche italiano, Amato eliminava la divisione tra banche commerciali e banche d’investimento.

Detto questo ci resta ben poco su cui discutere. Siamo il frutto di esperimenti vari, strampalati anche se funzionali a qualcuno visto che le statistiche dimostrano che la quasi totalità delle risorse appartengono ad uno striminzito un percento della popolazione.

Parafrasando una simpatica foto che circola sui social, possiamo solo decidere se vogliamo toglierci la pagliuzza dall’occhio o la trave che è entrata a fondo dentro il nostro corpo. La pagliuzza è il conflitto d’interessi rappresentato dalla Boschi, la trave raffigura il complesso delle leggi e trattati che hanno portato a tutto questo. Affrontare il problema o perdere tempo aspettando il prossimo bonus o la prossima banca da salvare.

Oggi le persone, i responsabili, non sono punibili perché speculano nella legalità con i soldi altrui in forza di leggi che lo permettono e non tutelano i cittadini, i risparmiatori. Ma le leggi e i trattati sono validi finché sono in vigore, basta scriverne di nuove o rivedere gli accordi in essere, si può e si dovrebbe fare, ma ne dobbiamo prendere coscienza. Il primo passo è distinguere la pagliuzza dalla trave, il secondo è cercare quel politico che cerca di parlare con spunti da statista della trave (di soluzioni serie per il problema banche) ma viene ostacolato dalla Gruber.
claudiopisapiafe@gmail.com

INTERVENTI
Crisi delle banche: ecco a quanto ammonta il conto per i risparmiatori

di Paolo Ermano (Centro studi Impresa Lavoro)

Tre miliardi e 900 milioni è il controvalore complessivo di titoli azionari e obbligazionari subordinati di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti, andati interamente in fumo nel weekend del 21-22 novembre, in seguito ai provvedimenti di risoluzione emanati dal Governo e da Banca d’Italia per salvare la parte buona delle quattro banche dell’Italia centrale da anni in stato di crisi. Il computo fornito da ImpresaLavoro è stato realizzato sulla base dei dati contenuti negli ultimi bilanci pubblicati dalle banche cadute in liquidazione, nonché degli ultimi aumenti di capitale e dei dati Reuters sui titoli obbligazionari colpiti. I soci delle quattro banche, oltre agli obbligazionisti subordinati, si sono visti infatti letteralmente azzerare il valore dei propri investimenti, senza per loro alcuna chance di recupero poiché sulle nuove banche (che hanno raccolto la parte buona dei vecchi istituti) non possiedono alcun diritto, né patrimoniale né di voto.
La procedura di risoluzione adottata in novembre rappresenta una sorta di anticipo rispetto a quanto potrebbe accadere dal 2016 anche per altre banche con l’entrata in vigore delle norme sul bail-in, ovvero sulle procedure di salvataggio interno che limitano drasticamente – se non annullano – le possibilità di intervento del contribuente al ripianamento delle perdite degli istituti in difficoltà. In realtà, l’applicazione rigida del bail-in alle quattro banche avrebbe avuto dei risvolti ancor più drammatici poiché avrebbe comportato delle perdite anche per i titolari di obbligazioni ordinarie e, probabilmente, anche di una parte dei correntisti con giacenze superiori a 100mila euro.
Le quattro banche oggetto del “salvataggio” hanno bruciato circa 3,1 miliardi di valore in capitale azionario (di cui oltre 500 milioni raccolti – quasi tutti da piccoli risparmiatori – solamente tra il 2011 e il 2013), mentre a quasi 800 milioni corrisponde la perdita per le obbligazioni “junior”, ovvero subordinate rispetto alle più comuni ordinarie, anch’esse collocate per gran parte a piccoli risparmiatori. Il dissesto sarà certamente ricordato tra i più gravi della storia finanziaria del nostro paese, tanto da essere già stato paragonato ai casi di Parmalat e Cirio, anche se il confronto più azzeccato – fatte le dovute proporzioni – è quello con il crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, intervenuto nel 1982. Anche allora il valore delle azioni fu azzerato, ma i soci ricevettero il diritto di partecipare al capitale del Nuovo Ambrosiano, che dopo un lungo risanamento e una serie di operazioni di fusione con altri istituti ha contribuito alla nascita dell’odierno gruppo Intesa Sanpaolo.
Le quattro banche oggetto, lo scorso mese, della procedura di risoluzione erano state da tempo commissariate da Banca d’Italia (Carife lo era addirittura dal 2013). L’amministrazione straordinaria, del resto, segnala un grave stato di crisi e negli ultimi anni ha portato metà delle banche coinvolte a chiudere i battenti, mentre l’altra metà si è salvata riprendendo la normale attività oppure trovando acquirenti come nel caso recente di Banca Tercas e Caripe, acquistate dalla Popolare di Bari. Ad oggi tuttavia sono ancora dieci gli istituti bancari in tutta Italia sottoposti a questa procedura, e per i quali dunque perdura la situazione di crisi.
Non sono commissariate ma stanno affrontando una situazione molto delicata anche Veneto Banca e Popolare di Vicenza, le due grandi popolari del Nordest che figurano tra le società ad azionariato diffuso (ovvero tra i cui soci figurano una moltitudine di piccoli risparmiatori), che prevedono di quotarsi in Borsa solo nella primavera del 2016, momento nel quale emergerà il reale valore di mercato delle stesse. Dal 2014 infatti, il meccanismo interno di rivendita delle azioni di tali istituti si è sostanzialmente bloccato, sotto il peso di svalutazioni di bilancio e perdite sempre più consistenti, e della consapevolezza ormai diffusa che il prezzo delle azioni fissato “a tavolino” dal Cda negli ultimi anni è oggi ampiamente fuori mercato, e per questo tale da scoraggiarne l’acquisto.
Agli inizi di dicembre il Cda di Veneto Banca ha determinato il prezzo di recesso per le azioni in 7 euro e 30 centesimi, con una gravissima perdita (pari all’81,5%) rispetto al prezzo di 39 euro e 50 che gli stessi titoli avevano solo nove mesi prima. Viste le numerose analogie tra i due istituti, si teme che una proporzione del genere possa applicarsi anche a Banca Popolare di Vicenza; in entrambi i casi oltre al danno si aggiunge anche la beffa, dal momento che gli scambi delle rispettive azioni sono comunque ancora bloccati e potranno riprendere solamente tra qualche mese con l’approdo in Borsa, dove potrebbero subire peraltro nuove riduzioni di valore. Il conto delle perdite, dunque, per i soci delle grandi popolari del Nordest, potrebbe essere già oggi stimabile in 6,2 miliardi di euro, nonostante i quasi 1,9 miliardi versati dagli azionisti negli ultimi 2 anni sotto forma di aumenti di capitale e di rimborso anticipato (in azioni) di obbligazioni convertibili. Entrambe le banche inoltre si apprestano a richiedere ai soci altri 2,5 miliardi di capitale nei primi mesi del 2016, al fine di ripristinare i livelli di patrimonio e garantire la continuità aziendale.
Al di fuori delle due popolari venete (che a dispetto della denominazione hanno nel tempo assunto una dimensione nazionale e tale da essere incluse tra le 15 “big” italiane vigilate direttamente dall’Europa), vi sono una quarantina di istituti non quotati ma con azionariato diffuso, e dunque con una compagine sociale costituita in gran parte anche da piccoli risparmiatori. Oltre alla Popolare delle Province Calabre (commissariata), tra questi istituti non risultano altre crisi in corso paragonabili a quelle di Vicenza e Veneto Banca, ma la trasparenza dei prezzi e nelle quantità di azioni di questi istituti, scambiate attraverso i loro “borsini interni” più o meno evoluti, risulta in media molto scarsa (seppur variando significativamente tra istituto e istituto). Oltretutto, il prezzo di tali azioni risulta in media più alto rispetto ai multipli di borsa ed è dunque possibile che, a fronte di eventuali nuove svalutazioni, emergano perdite per i loro piccoli azionisti per un totale di altri 2,5 miliardi di euro.
Molto più trasparente, ma anche molto più grave, il conto per le più grandi banche italiane quotate in Borsa. Il mercato azionario ha punito i loro investitori sin dai primi inizi della crisi finanziaria, ovvero dal 2007. Nonostante il netto recupero che si sta materializzando sui titoli quotati sin dal 2013, secondo i dati di Borsa Italiana il settore delle banche italiane risulta aver bruciato, rispetto al 2007, ben 100,1 miliardi di valore, a cui si devono aggiungere i 48,9 miliardi versati dai soci tramite aumenti di capitale dal 2008 a oggi. Tra le quotate, oltre alla già citata Banca Etruria caduta in liquidazione, a presentare le perdite più vistose sono state Banca Carige e il Monte dei Paschi, che hanno però superato i più recenti test europei sul capitale. Inoltre, vanno citati anche gli azionisti di Banca Popolare di Spoleto, che vivono nell’incertezza da almeno due anni, con il titolo sospeso dalle quotazioni e con il commissariamento di Banca d’Italia (conclusosi nel 2014), ora impugnato dagli ex-vertici.
Ma la vera spada di Damocle che incombe sulle nostre banche sostanzialmente comune a tutto il sistema ed è ancora quella dell’elevato volume dei crediti deteriorati, problema ad oggi irrisolto, che corrisponde, secondo le recenti stime della European Banking Authority, addirittura a oltre 17 punti del nostro Pil. Nella sostanziale impossibilità di un aiuto pubblico in soccorso dei dissesti bancari, rimarcata dalle nuove regole del bail-in, una cosa è certa: i piccoli risparmiatori dovranno necessariamente aumentare il proprio grado di consapevolezza, e ricordarsi che in base alle nuove norme gli unici strumenti davvero tutelati saranno i conti correnti e depositi (e solo entro i 100mila euro per istituto), mentre gli altri titoli bancari come azioni e obbligazioni (ancor di più se non quotati), già oggi possono presentare un grado di rischio più alto di quanto inizialmente prospettato.

VETRIOLO
Ultim’ora, rimborso per gli obbligazionisti della banche salvate: i criteri di assegnazione

Il Governo preannuncia “misure di ristoro” a favore degli obbligazionisti delle quattro banca salvate, fra cui Carife. Del provvedimento, però, non beneficeranno tutti ma solo un terzo dei creditori. Gli insindacabili criteri di assegnazione del rimborso terranno conto: a) della parentela con Renzi b) della parentela con Boschi c) della parentela con Padoan.

IL CASO
Salva banche: no a misure umanitarie ma rispetto dei diritti dei risparmiatori

da: ufficio stampa Altroconsumo

Il Governo si attivi per far ottenere il rimborso totale delle perdite subite dagli investitori delle quattro banche salvate e di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza.

Governo e Banca d’Italia, per salvare Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Carife e Carichieti, hanno applicato in parte e anticipatamente le nuove regole delle crisi bancarie che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2016.

Azionisti e obbligazionisti subordinati coinvolti dalle crisi si sono trovati a dover pagare in prima persona con l’azzeramento del valore dei titoli sottoscritti, subendo un danno ingiusto, a causa di gravi violazioni degli obblighi informativi in fase di sottoscrizione previsti dalla direttiva Mifid.

Come emerge dalle testimonianze che Altroconsumo sta raccogliendo sul proprio sito, a pagare non sono speculatori o investitori consapevoli del rischio ma piccoli risparmiatori, pensionati e casalinghe che inconsapevoli hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita.

Altroconsumo oggi in una lettera chiede al Governo:

  • di farsi parte attiva costituendo un fondo ad hoc finanziato dal sistema bancario, per far ottenere ai risparmiatori il rimborso totale delle perdite;
  • di inserire nella legge di Stabilità un emendamento, una norma di giustizia che rimedi alle lesioni subite da persone inconsapevoli colpite nel loro patrimonio e cerchi di rinsaldare la fiducia nel sistema bancario gravemente messa a rischio da questa preventiva applicazione del bail-in.

L’organizzazione nella lettera attira l’attenzione anche su quanto sta accadendo ai risparmiatori di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Ad oggi oltre 750 azionisti delle due banche ci hanno segnalato il proprio caso.

Nonostante la riduzione dei prezzi stabiliti, gli azionisti non hanno la possibilità di liquidare i titoli acquistati anche se in perdita.

Per gli azionisti di Veneto Banca c’è inoltre l’impossibilità di avvalersi del diritto di recesso in caso di difficoltà della banca, un’esposizione di fatto al rischio di applicazione delle nuove normative (tra le quali il bail-in) a partire da gennaio.

Secondo Vincenzo Somma, direttore di Altroconsumo Finanza “l’emendamento da introdurre nella legge di Stabilità deve comprendere le quattro banche salvate ma anche Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Tutti i risparmiatori vittime della mancata trasparenza e delle violazioni degli obblighi informativi delle banche devono essere rimborsati delle perdite subite. Banca d’Italia e Consob devono chiarire come mai non siano emerse prima le anomalie e le problematiche che hanno portato alle perdite subite dai risparmiatori”.

Altroconsumo si riserva di fare valere i diritti dei risparmiatori che si stanno rivolgendo all’organizzazione nelle più opportune sedi giudiziarie.

L’INCHIESTA
Carife vestita di nuovo lascia lo sporco sotto il tappeto dei ferraresi

Attualmente sono due i temi oggetto di polemica a Ferrara: l’albero di Natale in vetro di Murano che campeggia davanti alla Cattedrale e la “nuova” Cassa di Risparmio di Ferrara. Due simboli di una città che si adatta – volente o nolente – a un cambiamento necessario, non per esigenza di popolo, ma per decisione di altri.
Tralasciando l’albero e il gusto estetico di ognuno di noi, parliamo di Cassa di Risparmio di Ferrara. Per chi non la conoscesse è stata la banca della città e del suo territorio dal 1838 (114 anni, mese più mese meno), aveva sedi e filiali nei capoluoghi di provincia dell’Emilia Romagna e del Veneto, oltre che a Mantova, Milano, Roma e Napoli. E’ stata co-protagonista della crescita di Ferrara, nel 1976 è stata la prima banca italiana a installare un punto Bancomat, ha dato lavoro a migliaia di persone ed è stata, attraverso la Fondazione che porta il suo nome, partner di importanti progetti culturali della città.
Nel maggio 2013, su proposta della Banca d’Itala, la Cassa di Risparmio di Ferrara è stata commissariata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. “Per gravi violazioni delle disposizioni legislative, amministrative e statutarie che regolano l’attività della banca e per la previsione di gravi perdite del patrimonio”, si leggeva nel documento licenziato dal ministro dell’economia e delle finanze, all’epoca Fabrizio Saccomanni, per “la grave crisi aziendale che trae fondamentale origine dai imprudenti scelte allocative compiute nel periodo 2007-2009 in cui è stata realizzata una rapida espansione degli impieghi”, in un “contesto permeato da una serie di disfunzioni che derivavano dal passato e da elementi che in chiave prospettica risultano suscettibili di ulteriori peggioramenti”. In pratica, i denari messi in circolo dalla Carife erano per la maggior parte a servizio di investimenti privati non redditizi o addirittura fallimentari (tanto per citare un dato, nella sola Ferrara l’istituto aveva 28 milioni di euro ‘parcheggiati’ nelle imprese di Roberto Mascellani, fallite). Questo perché la Cassa, per non dover entrare a forza nel processo di acquisizioni mosso dai grandi istituti di credito e rimanere autonoma, crescendo, si era affacciata su territori diversi e distanti dalle politiche societarie fino ad allora mantenute. Questo espansionismo era andato a cozzare con la visione “ferrarese” delle stanze dei bottoni, legate agli interessi locali.
Da quel maggio 2013, le grosse incertezze rispetto al futuro della banca non sono state mai dissipate e – assieme alla crisi economica congiunturale che ha attanagliato Ferrara – questa situazione ha pesantemente gravato sull’economia generale della città: impiegati in cassa integrazione, tagli, fermi i finanziamenti, fermi i partenariati, fermi i prestiti e i mutui alle imprese e ai privati. Lo stallo. E poi per “la Cassa” dei ferraresi sono arrivati il Bank Recovery and Resolution Directive, il Bridge Bank, la Bad Bank e la Good Bank, il bail-in e il bail-out, per qualcuno anche il bail-over. Alzi la mano chi sa cosa significano questi termini. Per capire, al netto delle polemiche, cosa è accaduto nell’ultima settimana è necessario leggere con attenzioni le comunicazioni della stessa Cassa di Risparmio di Ferrara e della Banca d’Italia.
“La Banca d’Italia, con provvedimento del 22 novembre 2015, ha determinato, ai sensi dell’art. 32, comma 2, del D.Lgs. 180/2015, la decorrenza degli effetti del provvedimento di avvio della risoluzione della Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a., in amministrazione straordinaria, con sede in Ferrara, dalle ore 22.00 del 22 novembre 2015” .Tradotto in parole povere la Cassa di Risparmio di Ferrara praticamente non esiste più.
“La Banca d’Italia, con provvedimento del 22 novembre 2015, ha disposto la cessione di tutti i diritti, le attività e le passività costituenti l’azienda bancaria Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a. (….) (ente in risoluzione) a favore della Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a., con sede in Roma (ente ponte o good bank). Restano escluse dalla cessione dell’azienda soltanto le passività, diverse dagli strumenti di capitale, (….) in essere alla data di efficacia della cessione, non computabili nei fondi propri, il cui diritto al rimborso del capitale è contrattualmente subordinato al soddisfacimento dei diritti di tutti i creditori non subordinati dell’ente in risoluzione. L’ente ponte succede, senza soluzione di continuità, all’ente in risoluzione nei diritti, nelle attività e nelle passività ceduti (….)”. In pratica gli affari ‘buoni’ della Carife passano alla Nuova Carife, che viene definita “ente ponte” o “buona banca”. La Nuova Carife viene provvisoriamente gestita, sotto la supervisione dell’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia, da amministratori da questa appositamente designati: la carica di Presidente è rivestita dal dottor Roberto Nicastro, ex direttore generale di Unicredit.
“Gli amministratori hanno il preciso impegno di vendere in tempi brevi al miglior offerente, con procedure trasparenti e di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di Risoluzione i ricavi della vendita”, dice Banca d’Italia. Il “Fondo di Risoluzione” è un istituto previsto dalle norme europee e italiane ed è amministrato dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia. Esso è alimentato con contribuzioni di tutte le banche del sistema.
“Con il decreto legge approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, il progetto elaborato dalla Banca d’Italia e dal Ministero dell’Economia per il rilancio delle quattro banche commissariate, è stato avviato con decisione ed ha messo a disposizione oltre 3 miliardi e mezzo di capitale. In quest’ambito nasce la Good Bank Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara.” Quindi il capitale della Nuova Carife è supportato da nuova linfa (proveniente in gran parte da un prestito elargito da Banca Intesa, Unicredit, e Ubi Banca. In gran parte…).
E quindi, come per magia, sul sito di Carife leggiamo: “La nostra banca da questa mattina dispone di un capitale fresco di 191 milioni di Euro, l’indicatore Core Tier 1 sta al 9% e siamo dotati a questo punto di ingente nuova liquidità. L’operazione prevede che la Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara venga pienamente neutralizzata dalle sofferenze attraverso il loro conferimento in una Bad Bank. La minaccia di possibili rischi per i nostri depositanti che qualche giornale (e qualche concorrente) aveva paventato è da oggi definitivamente sventata. A breve saremo nuovamente controparte della Bce. La protezione dei depositanti e dei detentori di obbligazioni senior ha poi richiesto da parte dell’Autorità di Risoluzione sacrifici agli azionisti ed ai possessori di obbligazioni subordinate. Ci pare sia stata una scelta senza alternative, che ha evitato di mettere a repentaglio tutti i depositanti e in ultima analisi di danneggiare gravemente lo stesso tessuto economico dei nostri territori. Da oggi la vostra “Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara” è nuovamente “attrezzatissima” per rafforzare il proprio tradizionale ruolo di banca vicina allo sviluppo dell’economia del territorio”. Tradotto: abbiamo scaricato tutti i nostri pasticci in una specie di sala per la quarantena, la Bad Bank, in realtà priva di licenza bancaria nonostante il nome, dov’è stato ammucchiato il portafoglio crediti peggiore; da qui si cercherà di recuperare questi crediti, il cui valore in euro risulta svalutato del 60% e per i quali è previsto un rientro del 13%. La Bad Bank resterà in vita solo per il tempo necessario a vendere o a realizzare le sofferenze in essa inserite. Per fare ciò è stato anzitutto necessario riassorbire le perdite con l’azzeramento delle azioni e dei prestiti subordinati, quindi sacrifici chiesti ai ferraresi.
L’ultimo capitolo della vicenda Carife si lega alle regole imposte dalla Comunità Europea, come chiarisce la Banca d’Italia in una informativa pubblica. “La soluzione adottata assicura la continuità operativa delle banche e il loro risanamento, nell’interesse dell’economia dei territori in cui esse sono insediate; tutela pienamente i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie; preserva tutti i rapporti di lavoro in essere; non utilizza denaro pubblico. Le perdite accumulate nel tempo da queste banche, valutate con criteri estremamente prudenti, sono state assorbite in prima battuta dagli strumenti di investimento più rischiosi: le azioni e le “obbligazioni subordinate”, queste ultime per loro natura anch’esse esposte al rischio d’impresa. Il ricorso alle azioni e alle obbligazioni subordinate per coprire le perdite è espressamente richiesto come precondizione per la soluzione ordinata delle crisi bancarie dalle norme europee (“Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie” – BRRD), recepite nell’ordinamento italiano dallo scorso 16 novembre con il Decreto Legislativo 180/2015”. La Comunità Europea ha infatti decretato che dal 1° gennaio 2016 i salvataggi delle banche non saranno più finanziati dallo Stato, ma dagli istituti stessi (il cosiddetto bail-in), cioè in prima battuta dagli azionisti degli istituti di credito coinvolti, poi dagli obbligazionisti, infine, se necessario, dai correntisti con depositi superiori ai 100.000 euro (al di sotto di quella cifra infatti vige la garanzia sui depositi). Il testo italiano recepisce 56 direttive e 9 decisioni quadro della Ue, andando verso una ulteriore riduzione delle procedure d’infrazione a carico dello Stato.
La Banca d’Italia poi garantisce che “Lo Stato, quindi il contribuente, non subisce alcun costo in questo processo. L’intero onere del salvataggio è posto innanzitutto a carico delle azioni e delle obbligazioni subordinate della banca, ma è in ultima analisi prevalentemente a carico del complesso del sistema bancario italiano, che alimenta con i suoi contributi, ordinari e straordinari, il Fondo di Risoluzione. Questa è la soluzione compatibile con le norme sugli aiuti di Stato che è emersa dopo che altre proposte erano state ritenute non compatibili durante le discussioni con la Commissione europea. Infine le Autorità italiane hanno adottato questa soluzione che ha effetti immediati ed evita il prolungamento dello stallo per le banche, al fine di risolverne la crisi”.
Riassunto: la Cassa di Risparmio di Ferrara fra il 2007 e il 2009 si è impegnata anche i gioielli di famiglia per restare autonoma. Nel 2013 è stata commissariata, nel 2015 è stata vivisezionata e nella prospettiva aziendale non c’è che l’acquisizione da parte di un’altra banca.
A voi lettori le considerazioni del caso.

CASO CARIFE
Salvataggio di quattro banche in crisi: i rischi per risparmiatori e investitori

Da Altroconsumo Finanza

Crisi bancarie e prove di bail-in. Per salvare quattro banche in crisi, Governo e Banca d’Italia hanno applicato una parte delle nuove regole di risoluzione delle crisi bancarie, tra cui il bail-in, che entreranno in vigore il 1° gennaio 2016.

Con questo nuovo provvedimento azionisti e obbligazionisti “subordinati” di Banca delle Marche, Carichieti, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio e Carife, pagano in prima persona (vedi tabella) perdendo tutto il capitale investito, da una notte all’altra.

Il resto delle perdite non ricade su obbligazionisti “senior” e correntisti perché queste saranno coperte dal Fondo di risoluzione.

Nell’operazione sono inoltre state separate le attività “buone” da quelle “cattive”. La banca buona ha tutte le attività esclusi i prestiti in sofferenza che rimangono dopo la copertura di azionisti e obbligazionisti subordinati. I prestiti in sofferenza rimanenti saranno ceduti ad una bad bank che si occuperà di recuperare i crediti.

“Si tratta di un’operazione con parecchi punti oscuri” commenta Vincenzo Somma, direttore di Altroconsumo Finanza. “In primo luogo il coinvolgimento della collettività: lo Stato, ufficialmente negandolo, garantisce l’operazione attraverso la Cassa Depositi e prestiti. Andrebbero inoltre definite in modo più trasparente le modalità di valorizzazione e scelta dei crediti svalutati e passati alla bad bank”, continua Vincenzo Somma.

“Infine Banca d’Italia dovrebbe chiarire perché le ispezioni non hanno mai messo in luce le anomalie nella gestione delle quattro banche che hanno portato a queste perdite”.

Le regole del bail-in, in vigore dal 1° gennaio 2016, prevedono che gli oneri di salvataggio incidano sui risparmiatori secondo una gerarchia ben precisa: chi investe in strumenti finanziari più rischiosi (azioni) sostiene prima degli altri le perdite. Dopo gli azionisti, sono coinvolti i possessori di titoli di debito subordinati, poi gli obbligazionisti “senior” e infine i depositanti con depositi superiori a 100.000 euro per ciascun correntista.

In vista dell’entrata in vigore della nuova normativa e alla luce di quando già fatto da Governo e Banca d’Italia, sarà molto importante scegliere bene la propria banca.

Ecco alcuni consigli di Altroconsumo Finanza:

  • non superare i 100.000 euro depositati sul conto corrente per ciascun intestatario. Se si possiede una cifra più alta conviene investirla altrove. Ciò vale anche per i conti deposito;
  • fare attenzione allo stato di salute della banca: di fronte alle prime avvisaglie di problemi seri, meglio cambiare;
  • non comprare obbligazioni bancarie: solo pochissime offrono un rendimento adeguato al rischio. Su Altroconsumo Finanza un aggiornamento settimanale.obbligazioni straordinarie il cui valore è stato azzerato

 

LA STORIA
Diario di un cassintegrato/2 – Il dissesto: manager rampanti e impreparati distruggono l’azienda gioiello

2. SEGUE – Siamo in un piccolo comune di circa novemila abitanti nel cuore della bassa bolognese. Anche se l’economia del territorio circostante è prevalentemente agricola, il distretto industriale del comune ha conosciuto, soprattutto a partire dagli anni settanta in poi, un notevole sviluppo imprenditoriale. È appunto nell’area industriale situata ad un paio di chilometri dalle due frazioni affacciate alla Porrettana, principale via di collegamento tra Ferrara e Bologna, che si trova il grande impianto dello stabilimento in questione.
La fabbrica venne costruita intorno al 1970 su iniziativa di un giovane e intraprendente imprenditore bolognese. Originariamente si trattava di una piccola ditta operante nel campo dei semilavorati plastici con sede a San Lazzaro di Savena, ditta che nel giro di pochi anni decuplicò il proprio volume d’affari diventando di fatto una delle realtà industriali più attive e promettenti del settore. Negli anni novanta l’azienda è già inserita tra i massimi esportatori europei con clienti sparsi in tutto il mondo.
Nel 2000 l’azienda toccherà il suo apice produttivo con l’istallazione di una quarta linea di produzione, fase che però segnerà anche l’inizio di un lento, quanto inesorabile, declino.
Nel biennio 2000-2001, per avviare e consolidare la nuova linea, vengono assunti una quarantina di nuovi operai, raggiungendo così la sua massima occupazione di sempre, ovvero un totale di circa duecentotrenta dipendenti, tra operai, impiegati e quadri dirigenziali. Gli ingenti investimenti fatti per l’ampliamento degli impianti produttivi, fatalmente coincidenti con la congiuntura economica negativa creatasi dopo gli eventi legati all’undici settembre 2001, costringono l’azienda a chiedere aiuto alle banche. Dopo poco, il suo stesso fondatore, un uomo ormai anziano e senza nessun erede interessato a subentrargli nella conduzione dell’impresa di famiglia, decide di mettere in vendita lo stabilimento, cercando un acquirente in grado di ripianare il passivo con le banche e di garantire al tempo stesso il mantenimento dell’occupazione.
Nel 2003, una società di capitali francese operante nello stesso settore chimico-plastico accetta la proposta del vecchio imprenditore bolognese, rilevandone l’azienda con la promessa di risanare il bilancio e di salvaguardare i posti di lavoro. L’azienda cambia così nome e proprietà, ma fabbrica e soprattutto i suoi dipendenti restano gli stessi. Per i nuovi padroni è il terzo e ultimo stabilimento in ordine di acquisizione, ma è anche il maggiore impianto produttivo del gruppo.
Dal 2004 il giovane rampollo della ricca famiglia neoproprietaria dello stabilimento ne affida la gestione a una coppia di manager di sua conoscenza (uno di loro è un suo vecchio compagno di studi). Questi, con alle spalle un curriculum non proprio lusinghiero e approfittando della fiducia riposta dalla proprietà, intraprendono una politica di investimenti arrembante quanto spregiudicata. Investimenti che nel tempo si rivelano sbagliati, come l’acquisto di un costoso macchinario progettato per la fornitura di una serie di commesse per un grosso cliente americano. L’impianto, non preventivamente collaudato, si rivela inefficace e causa l’annullamento del contratto, con conseguente perdita di soldi e cliente. Purtroppo, la leggerezza dimostrata in quell’occasione sarà solo il primo di una serie di passi falsi della dirigenza, che negli anni successivi si tuffa imperterrita in altri investimenti di dubbia efficacia. Intanto il debito con le banche non accenna a diminuire e, per rendere il passivo di bilancio meno gravoso, si decide di risparmiare sul costo delle materie prime e sul processo di lavorazione. Queste scelte provocano una progressiva diminuzione della qualità dei prodotti che influirà su tutta la filiera commerciale peggiorando inevitabilmente l’immagine del gruppo.
L’azienda bolognese era famosa per l’eccellenza dei suoi prodotti e per la straordinaria capacità di soddisfare tutte le esigenze di una clientela molto variegata. Il nuovo management, per contenere i costi, decide di non puntare più sulla qualità del prodotto e di eliminare la piccola clientela per dedicare tutte le energie al soddisfacimento del grande fabbisogno di semilavorato delle multinazionali asiatiche e americane. Pochi grossi clienti che però hanno dalla loro un enorme potere contrattuale e obbligano l’azienda stessa ad accettare le loro condizioni riguardo a prezzi e pagamenti, col risultato di ridurre all’osso i margini di guadagno per chilo di prodotto e di impoverire tutto il processo produttivo.
È così che l’intero gruppo industriale italofrancese entra ben presto in un vortice di situazioni senza controllo: un nuovo mercato con una fortissima concorrenza internazionale (cinesi e indiani in primis), impianti obsoleti e interventi strutturali sbagliati, una gestione del personale assente, la nomina di quadri dirigenziali inadeguati, ed infine la riduzione dei margini di guadagno e la conseguente impossibilità di risanare il debito con le banche.
Di anno in anno la situazione economica si fa sempre più critica: il bilancio rimane costantemente in passivo e il debito aumenta in modo esponenziale. Nel 2010 la proprietà cerca finalmente di correre ai ripari allontanando i due manager ritenuti responsabili di sei anni di gestione disastrosa. La nuova dirigenza inizia così la sua opera di risanamento, e lo fa intervenendo sul costo del personale.
Per scongiurare l’ipotesi dei licenziamenti, che porterebbe ad un inevitabile scontro frontale tra azienda e lavoratori, si decidono nuove turnazioni che portano ad una graduale riduzione dei giorni di riposo, si aumenta cioè l’orario lavorativo mantenendo il salario inalterato. Il conseguente malcontento e le preoccupazioni dei lavoratori appaiono evidenti nelle assemblee sindacali, dove viene approvato un pacchetto di scioperi che provocherà un’interruzione del dialogo tra azienda e sindacati, con proprietà e dirigenza più che mai intenzionate a continuare a perseguire le loro strategie senza coinvolgere i lavoratori.
Tuttavia, la linea di condotta della dirigenza si rivela ben presto controproducente, e anche la carta della mobilità volontaria risulta inutile per il rifiuto di tutti i lavoratori interpellati. Alla fine la società, messa alle strette dalle banche, riprende il dialogo coi lavoratori e, con l’avallo dei sindacati, propone e stipula i cosiddetti “contratti di solidarietà”, l’accordo prevede che ogni dipendente accetti di ridursi il salario per permettere a tutti di mantenere il proprio posto di lavoro.
Purtroppo quest’ennesimo tentativo non riesce ad invertire la rotta e viene aperta la cassa integrazione straordinaria, ormai è tardi ed è chiaro per tutti che il destino di questa fabbrica dal fiorente passato sia definitivamente segnato.
Il buco di bilancio è pauroso (circa settanta milioni di euro nel 2012), le banche creditrici non accettano il piano di risanamento proposto dalla società e viene avviata una procedura di amministrazione straordinaria in cui la gestione viene affidata ad un commissario nominato dal tribunale. Gli eventi precipitano e, per poter salvare il gruppo, si decide di sacrificare lo stabilimento bolognese scorporandolo e mettendolo in liquidazione. In molti lavoratori, tutti collocati in cassa integrazione straordinaria, rimane la vana speranza che qualche acquirente si faccia avanti per riscattare lo stabilimento e ripartire.
La realtà attuale è che l’intero gruppo industriale è stato messo in vendita e, qualunque cosa accada da ora in avanti, la filiale bolognese è stata esclusa da ogni ipotesi di accordo. I suoi impianti saranno smantellati e i lavoratori, cessati i termini della cassa integrazione straordinaria, passeranno tutti quanti in mobilità.

2. CONTINUA [leggi la terza parte]

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