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PUNTO DI VISTA
Quantitative easing for the people ovvero, “Soldi alla gente e non alle banche”

Un recente articolo di Sputnik Italia evidenziava come al G20 si starebbe discutendo della necessità di un riequilibrio internazionale delle partite correnti, cioè del fatto che l’attivo (surplus) di alcuni Paesi corrisponde al passivo (deficit) di altri. Situazione vista come fonte di squilibrio globale e da “curare” prima di tutto con il riequilibrio interno (aumento della domanda aggregata) e con accordi bilaterali tendenti alla rimodulazione dei tassi di cambio (cioè il Paese che ha un surplus commerciale dovrebbe rivalutare la propria moneta, l’altro dovrebbe svalutare – eh già!).
Un altro problema, correlato, che si metteva in risalto era l’eccessiva finanziarizzazione dell’emissione monetaria, tra l’altro operata per la maggior parte a piacimento e senza controllo dalle banche private, che creano denaro “dal nulla”: quest’ultimo quando è concesso come credito ai privati diventa poi debito a livello aggregato. Cioè i soldi che conosciamo arrivano per una piccola parte dalle Banche Centrali (che comunque li danno alle banche e non ai cittadini) e per il resto sono moneta elettronica emessa (creata) direttamente dalle banche private. Soldi che vanno a finire per la stragrande maggioranza dove creano immediati ed enormi profitti (fino alla crisi di turno con relativa bolla a carico della collettività): nelle speculazioni finanziarie, derivati, giochi di borsa effettuati in autonomia da super computer.

In zona euro succede che la Germania, che oggi ha seri problemi di gas di scarico, ha un evidente surplus delle partite correnti, mentre altri in deficit sono costretti a importare i suoi prodotti a prezzo “pieno” non avendo possibilità di svalutare, azione che tra l’altro, chissà mai perché, da un certo punto in poi in Italia è diventata una specie di vergogna e non una sacrosanta azione di politica monetaria, da attuare quando serve.

Sputnik Italia ha puntato invece i riflettori sul dollaro e ha bacchettato le operazioni di Quantitative Easing operate dalla Fed senza il controllo finale dell’utilizzo delle emissioni monetarie effettuate. Tradotto e attualizzato: a seguito della crisi del 2007/2008 la Banca Centrale americana ha stampato moneta in enormi quantità al fine di riequilibrare l’improvvisa penuria della carta verde. Quello che ha deciso di fare da poco anche la Bce. Purtroppo però, quando una banca centrale stampa (quantitative easing), si limita a emettere moneta e a darla alle banche private sperando che loro la immettano nell’economia reale. Una speranza, appunto! Ma se io privato (banca) ricevo montagne di soldi senza dover poi giustificarne l’utilizzo, scelgo ovviamente di darli al miglior offerente, a qualcuno o qualcosa che mi darà il guadagno maggiore nel più breve tempo possibile. Di nuovo, finanza e mercati!

Tutto ciò è possibile perché a un certo punto della nostra storia abbiamo deciso che era molto più saggio e profittevole per le comunità permettere ai capitali di entrare e uscire dai Paesi senza controlli, privatizzare le banche permettendogli anche di poter fare operazioni finanziarie, pensare che i mercati lasciati liberi di operare potessero sempre autoregolarsi (la famosa “mano invisibile” di Smith che ci perseguita da fine ‘700, nonostante nel frattempo siamo andati sulla luna e inventato gli smartphone). Permettendo, in ultima analisi, che il denaro fosse più importante delle merci prima e degli esseri umani poi.

Negli ultimi anni è stato poi sancito che se le banche, colpevoli di aver giocato troppo con i soldi dei correntisti, dovessero rischiare di fallire, socializzerebbero le perdite con questi ultimi, in fondo rei di aver votato per anni chi queste leggi le ha fatte e continua a farle. Quindi un ulteriore passo avanti rispetto al fatto che tutto il debito privato accumulato dall’ultima grande crisi era diventato debito pubblico, che era invece una socializzazione delle colpe un po’ più velata, indiretta (ma non troppo se guardiamo all’aumento dell’Iva e alla ‘ottimizzazione’ dei servizi sanitari).

Ovviamente nel nostro esperimento europeo di eliminazione degli Stati non è possibile aumentare la domanda interna (aggregata). Se lo facessimo aumenteremmo la capacità dei cittadini di spendere, di comprare beni, indistintamente italiani o tedeschi perché costano uguale. In un sistema a cambio fisso come l’euro, se un Paese è più forte di un altro ha la possibilità di poter vendere al più debole con un rapporto di cambio a lui favorevole, ma questo non è a costo zero per chi compra la Bmw. Infatti, poiché non siamo negli Stati Uniti, le Banche Centrali dei vari stati europei dovranno comunque operare delle compensazioni, trovare il modo per riequilibrare il sistema: ad esempio, il fatto che il sistema Germania ha dei crediti nei confronti del sistema Italia. Una volta esisteva la svalutazione che metteva a posto le cose, cioè si teneva conto delle reali potenzialità di un Paese in dato momento e la moneta, il cambio, rappresentava questi rapporti di forza.

Come riusciamo a riequilibrare oggi, in un sistema di cambi fissi? Impedendo, diminuendo la capacità di spesa del cittadino che importa più di quanto sia permesso. Come? Guardiamoci intorno: stipendi bloccati da anni, disoccupazione a due cifre, lavori a 400 euro al mese, crediti alle aziende bloccati, eccetera eccetera…

L’INTERVENTO
Il no della Grecia e gli scenari di un’Europa confusa

di Claudio Pisapia

Dunque la Grecia ha detto no ai diktat dell’Unione europea. La scelta di andare al referendum, al di là dell’esito, ha rappresentato di per sé un atto democratico in un’Europa che della democrazia ha oramai solo un vago ricordo.

Ora tutto è possibile e lo scenario è quantomai incerto. L’eventualità di un’uscita dalla zona euro potrebbe comportare un difficile percorso verso la ritrovata sovranità monetaria con un’economia oramai distrutta oppure potrebbero determinarsi le condizioni per un mantenimento della Grecia nell’eurozona, a condizioni tutte ancora da definire ma di certo non agevoli. Insomma, comunque vada sarà complicato. Se la scelta di uscire fosse stata fatta nel 2008 avrebbe di sicuro portato dei vantaggi, quanto meno in termini di interessi da pagare sul debito pubblico e privato.

In questi ultimi anni infatti la Grecia ha dovuto sopportare tassi di interesse fino al 25% che hanno trasformato un buco iniziale di 30 miliardi, oppure 50 tra pubblico e privato, in una voragine che gira intorno ai 400 miliardi totali. Uscendo dall’euro sarebbe mai potuto andare peggio?

Comunque Tsipras aveva un mandato popolare che lo obbligava a trattare e lo ha fatto fino alla fine, ma l’Europa non ha concesso sconti e ha sempre di più alzato la posta sulle politiche di austerità, non accettando le proposte ricevute nonostante, in cambio di un taglio del debito, si accettasse di aumentare l’Iva e di operare un ulteriore surplus di bilancio dell’1% per un totale di circa 4 miliardi. Siccome però la somma totale per saziare i creditori ammontava a circa 7 miliardi entro l’anno, si prevedevano anche contributi di solidarietà dalle aziende, tagli alle pensioni e ai redditi superiori ai 30.000 euro.

Da un punto di vista di politica economica non erano comunque proposte sensate e non avrebbero risolto il problema perché ulteriori tagli alla spesa e aumenti delle tasse, raschiare il fondo del barile e continuare a limitare o annullare gli investimenti statali attraverso i surplus di bilancio avrebbe solo continuato ad annullare qualsiasi speranza di crescita, prova di ciò i risultati fallimentari degli ultimi sette anni di politiche austere.

E nello stesso periodo in cui si chiudono i rubinetti e alla Grecia e si nega la prima parte degli aiuti, ovvero un misero 1,6 mld di euro, su un altro fronte abbiamo il quantitative easing della Bce di Mario Draghi che continua a stampare moneta per un obiettivo di 1.260 miliardi di euro in 19 mesi che però verranno dati alle banche invece che ai popoli. Proposta questa fatta da una serie di economisti (tra cui il professor Richard Werner che risulta esserne l’inventore) e che avrebbe significato almeno 175 euro al mese per ogni cittadino europeo per diciannove mesi. Cioè se lo scopo dichiarato è farli arrivare in qualche modo ai cittadini, allora glieli diamo senza che si crei ulteriore debito, lasciando da parte le banche.

Intanto la scorsa settimana anche la nostra televisione di stato nei suoi tg, dopo anni di buio totale, ha proposto servizi che hanno mostrato la disastrata situazione di ospedali, scuole e anziani in Grecia. Quindi, accantonando le cifre, abbiamo visto finalmente i problemi reali della gente: problemi simili ai nostri, di persone che si vedono rifiutare un posto in ospedale o le medicine per curarsi.

I conti della consistenza del debito (di cui sono detentori per lo più Stati e banche) e i rischi di perdite dei vari Paesi coinvolti in caso di uscita, all’indomani del referendum restano nodi ancora tutti da sciogliere. Cifre strabilianti, quasi metafisiche per chi la mattina si alza e va la lavoro sperando di portare a casa anche questo mese i suoi 1.500 euro.

E dovrebbero venire un po’ di dubbi. Da una parte c’è la Bce che ha nelle sue possibilità la stampa di montagne di soldi (evidentemente dal nulla, solo il frutto della decisione di farlo) ma lascia al suo destino un popolo intero per 7 miliardi e dall’altra vediamo che l’austerità colpisce lavoratori, pensionati, bambini, massaie cioè altro rispetto a chi rubava o non pagava le tasse o ne era esentato.

La Grecia che annaspa, soffre si identifica con le file disperate ai bancomat per ritirare i 60 euro permessi o con le file negli ospedali o alle mense dei poveri e non tanto con quelle trattative snervanti dove si parla di miliardi che la stragrande maggioranza di loro non ha mai visto. Forse nemmeno sanno che, come disse Vincenzo Visco (ex Ministro delle Finanze) in un’intervista a Repubblica, le banche tedesche, francesi e olandesi e belghe si erano tutelate da eventuali rischi già dal 2011-2012 scaricando i loro crediti nella pancia degli Stati che non si erano rifiutati allora di tutelarle riversando il carico del debito sui cittadini tedeschi, francesi, olandesi e belgi. Ma questo ovviamente non si poteva dire.

Più facile far credere agli onesti cittadini tedeschi che stavano intervenendo per salvare la pigra Grecia piuttosto che raccontargli che in realtà erano chiamati a salvare di nuovo delle banche. E l’Italia?
L’Italia aveva un’esposizione ridicola delle proprie banche di meno di 2 miliardi ma causa non-si-sa-bene-che-cosa ci ritroviamo con un credito di 40mld attualmente inesigibile, anche perché fanno parte dei 60mld che comunque ci toccava elargire al Fondo salva-Stati (Mes). Ma anche qui, seguendo i giornali o la tv, si nota che le cifre si rincorrono e sembrano aumentare o diminuire a seconda di quanto si voglia spaventare chi legge o cerca di seguire i fatti.

Ma alla fine, si può tagliare il debito pubblico a colpi di avanzi primari come suggeriscono le solite dottrine salva-stati-europei (ovvero austerità a danno dei cittadini)? L’Italia ha avuto avanzi primari negli ultimi venti anni risultando la nazione più virtuosa del mondo, anche della Germania, ma il debito pubblico non è mai sceso, anzi aumenta costantemente e questo a causa degli interessi. Quindi gli avanzi primari non solo diminuiscono la capacità degli Stati di fare investimenti e di dare una mano ai cittadini in difficoltà, ma non servono nemmeno a ripagare il debito che viaggia su binari diversi.

E allora a cosa serve pretendere dalla Grecia che ne faccia sempre di più? Forse perché la gente non è importante, si parla di Grecia come se fosse un’entità astratta, spersonalizzata in modo da tenere lontano sentimentalismi che potrebbero affiorare se si parlasse di anziani, bambini, malati, esseri umani. Si pensa a quei quattro (o sette o cento) miliardi semplicemente come somma di denaro da recuperare e poi destinare a quelle banche che già ne hanno avuto centinaia (o migliaia) attraverso la speculazione prima e i salvataggi dopo e non come il possibile risultato del taglio di posti letto negli ospedali, di posti di lavoro o di cibo alla mensa dei poveri.

Anche la Chiesa con papa Francesco si è schierata a difesa dei popoli e contro le speculazioni ma la situazione non migliorerà finché non saranno proprio i popoli a schierarsi contro la mercificazione del denaro e per il ritorno alla sua vera natura. Un utile mezzo di scambio di beni e servizi e non un mezzo per affamare le popolazioni.

LA RIFLESSIONE
Ma la vita non è il gioco del monopoli

Utilizzando il gioco del monopoli proviamo ad affrontare in maniera semplice alcune grandi questioni entrate a far parte della nostra quotidianità dall’ultima grande crisi del 2007/2008.
Il primo punto riguarda le regole, l’interesse generale e l’utilità del controllo dello Stato sui processi e sugli indirizzi di politica economica. Le regole del monopoli non prevedono un interesse generale ma sono disegnate in modo che alla fine ci sia un solo vincitore che colleziona, attraverso un sapiente gioco di gestione delle compravendite, il possesso della maggior parte dei terreni, case e alberghi lasciando le briciole agli altri giocatori che per mancanza di fiches sono costretti ad abbandonare.

Non avrebbe senso intervenire a sostegno dei giocatori diventati più poveri, carenti di potere d’acquisto, perché si perderebbe il gusto del gioco che fa dell’accumulo del potere il sale delle mosse. Purtroppo lo stesso schema, in un sistema liberista come quello attuale, viene riprodotto anche nella vita reale, infatti dagli anni ’80 in poi abbiamo deregolamentato le attività finanziarie permettendo al mercato di seguire le sue regole con la presunzione che alla fine avrebbe dato soddisfazione a tutti. Ci siamo avventatamente esposti ai suoi eccessi ed abbiamo alla fine accettato le sue crisi periodiche come necessarie, accettiamo addirittura di pagare di tasca nostra i buchi neri delle banche e i lauti guadagni dei finanzieri internazionali.

Perché le cose funzionino nell’interesse generale si ha bisogno sì di regole, come del resto nei giochi, ma con una differenza fondamentale. Devono salvaguardare l’interesse generale e ci deve essere qualcuno che, ponendosi al di sopra, le controlli, sia pronto ad intervenire per evitare storture e le indirizzi sempre verso l’interesse generale. Infatti mentre nei giochi lo scopo è far uscire gli altri giocatori, nella vita reale uscire significa perdere la dignità di una vita decorosa. Anche Adam Smith, pur essendo riconosciuto come padre dell’idea liberista, e pur scrivendo della ‘mano invisibile’ che avrebbe dovuto regolare i mercati, specificò che l’interesse generale non era tra i pensieri degli uomini d’affari.

Nel momento in cui uno Stato, che esiste per tutelare l’interesse generale e il rispetto delle regole a ciò indirizzate, lascia ai mercati il potere di autoregolamentarsi, non persegue di certo l’interesse generale perché una società è costituita da persone con capacità e possibilità diverse ma tutti hanno gli stessi diritti alla tutela della propria dignità. Se lo Stato permette che questa venga compromessa e consente l’accumulo indiscriminato delle ricchezze nelle mani di pochissimi sta’ esercitando davvero male il suo mandato.

Il secondo punto riguarda fondo cassa, emissione monetaria e capacità di spesa, ovvero la differenza tra lo Stato e i giocatori.
Il monopoli è stato disegnato per permetterne il gioco ad un numero limitato di persone e per questo sono stati pensati un numero massimo di acquisti per i quali viene dato all’inizio una somma di fiches distribuita in maniera uguale per ogni giocatore.
Da quel momento in poi viene chiara la differenza tra la cassa e i giocatori. Questi ultimi non avrebbero potuto giocare se all’inizio la ‘cassa’ non si fosse preoccupata di distribuire il mezzo con il quale poter fare gli acquisti e da quel momento le dovranno delle tasse se capitano in determinate caselle oppure riceveranno dei premi se capiteranno in altre. Se un giocatore finisce le fiches, la cassa non è autorizzata ad intervenire in suo soccorso, il gioco per quel giocatore finisce, come abbiamo visto anche prima.
I giocatori non possono creare delle fiches, solo la cassa può metterne di nuove in circolazione determinando la differenza di potere tra lei e i giocatori. Inoltre la massa di fiches in circolazione, senza l’intervento della cassa, non cambia nonostante gli scambi e il fatto che alcuni avranno aumentato la loro dotazione. Ciò è avvenuto infatti solo perché altri hanno diminuito il numero iniziale di fiches.

Nella realtà la cassa potremmo immaginarla come una banca centrale che emette moneta con vari sistemi (acquistando titoli di Stato ad esempio). Se una banca centrale rimane di proprietà dello Stato lo fa quando questi ne ha necessità e tale necessità dovrebbe essere il risultato di un aumentato bisogno di scambi dovuta a maggiore disponibilità di merci, aumento della popolazione, ecc.. Non essendo una società un gioco da tavolo, chi gestisce, lo Stato, sa quando ha bisogno di aumentare la massa monetaria e quando invece diminuirla. Insomma si tratta di gestire una situazione continuamente in divenire, motivo per non dipendere ad esempio da banche private o da imposizioni esterne o semplicemente da regole che non può controllare.
Se a qualcuno venisse in mente di crearsi la propria moneta ci penserebbe il braccio armato dello Stato ad impedirlo, del resto si correrebbe il rischio di generare il caos per cui è bene che vi sia un unico mezzo di scambio nazionale e internazionalmente riconosciuto.

Ai cittadini, come ai giocatori del monopoli, non è dato stamparsi la loro moneta, l’unico modo per procurarsela è attraverso il lavoro e ne hanno assoluta necessità perché con quella moneta ci pagano le tasse, oltre che comprarsi da mangiare. Lo Stato invece la moneta che mette in circolazione non ha bisogno di riceverla da qualcun altro, non si deve alzare la mattina e andare in ufficio. Quando ancora la moneta non esisteva nella società, come all’inizio del gioco del monopoli, ha dovuto distribuirla e solo dopo ha potuto regolarla con successive immissioni o ritiro attraverso le tasse. Quindi se ci trovassimo in un periodo in cui la moneta mancasse e non fosse possibile fare gli scambi necessari, creare lavoro, aumentare il benessere perché mai lo Stato dovrebbe avere difficoltà ad immetterne dentro il sistema la quantità necessaria?

La capacità di spesa in un’economia limitata come quella del monopoli è data da fattori che sono incomprensibili in un’economia reale, invece sembra che qualcuno ci si sia ispirato e ci abbia trascinato in una specie di gioco al massacro. Un giocatore nella vita reale è una persona e farlo uscire dal gioco in nome della deregulation o dell’autonomia dei mercati è una follia che ci ha condotto a combattere l’inflazione attraverso l’aumento della disoccupazione e alla limitazione degli scambi interni.

E qui arriviamo all’ultimo punto ovvero la giustizia sociale.
La nostra Costituzione all’articolo 3 sancisce che la Repubblica si attiva per la rimozione di tutti gli ostacoli economici e sociali che limitando la libertà e l’uguaglianza ostacolino il pieno sviluppo della persona.
E a questo punto davvero usciamo dal gioco per parlare di vita reale. Oggi per mancanza di soldi una parte sempre più consistente della popolazione fatica ad accedere a istruzione, sanità e persino ad acqua e cibo. Non è forse questa mancanza di accesso agli scambi un ostacolo di natura economico e sociale che lo Stato dovrebbe rimuovere?

Tutte le azioni che lo Stato sembra mettere in atto negli ultimi sfortunatissimi tempi sembrano direzionati invece verso altri fronti. Salviamo le banche, limitiamo i diritti sul lavoro, allontaniamo le pensioni, allarghiamo la forbice tra chi possiede e chi ha bisogno. In questa vita reale, che per qualcuno è un gioco e per altri è l’esistenza, si sta creando sempre di più un solco soprattutto grazie al fatto che la conoscenza dei fattori economici sia stata tolta alla maggioranza dei cittadini, è diventata fumosa, piena di cifre e di calcoli che servono solo a confondere e a farla sembrare materia da super esperti.

Persino la Fornero e Monti sembravano inattaccabili qualche tempo fa, e andando a ritroso si scopre che tutte le previsioni economiche di crescita si sono rivelate sempre sbagliate. Ma noi non ci arrabbiamo più perché anche sbagliare oramai è da esperti e possiamo perdonarlo e del resto abbiamo subito un altro fenomeno che ci sta dando nuove soluzioni e da buoni italiani siamo più fiduciosi che incazzati, perché si fa meno fatica. Ma basterebbe confrontare le azioni che si stanno mettendo in campo con il gioco del monopoli per capire che ancora una volta non si sta cambiando assolutamente nulla.

L’OPINIONE
Scuola, acqua, banche: in difesa della proprietà pubblica

Come cittadino mi sento in dovere di tornare a parlare di Scuola, perché ritengo sia necessario difenderla e che sia il primo degli investimenti per il futuro del nostro Paese.
E intendo parlarne perché vedo che peggiora di giorno in giorno non per colpa di chi la fa ma per colpa di chi la gestisce senza capirla. E in questo marasma quotidiano capita di tutto, anche di leggere che sempre più spesso i genitori sono chiamati ad intervenire in prima persona in opere di tinteggiatura di aule, cosa che succede ovviamente anche a Ferrara, e che tali interventi siano accompagnati da affermazioni del tipo ‘la buona scuola è proprio quella che parte dal basso’. E non è tutto, si prospetta addirittura di crearne un modello da esportare in altre scuole.

Poi si elogia chi organizza le giornate di lavoro (a cottimo?!?) e si prodiga per diffondere la personalissima cultura del ‘fare, ovvero quelli che, avendo constatato che lo Stato non riesce a intervenire nella cura della ‘cosa pubblica’ , contribuisce a trasferire l’incombenza ai cittadini/genitori.
Un vero capolavoro oltre che un vero capovolgimento della realtà. Chi propone e pubblicizza queste attività è visto come un esempio da seguire e non come colui che annuncia il fallimento dell’amministrazione che rappresenta. I cittadini/genitori che partecipano diventano un esempio di buona cittadinanza e non il risultato del fallimento dello Stato.

Questa distorsione a cui assistiamo da tempo, avendone tra l’altro oramai perso la percezione, è legittimata un po’ dall’intervento di alcuni amministratori, dall’altra dalla nostra colpevole indifferenza ai grandi temi. Qualche settimana fa, ad esempio, l’Amministrazione comunale ha votato la diminuzione delle quote Hera dal 51% al 38%. L’informazione che ci sarebbe stato quel consiglio comunale ha fatto eco sulle mailing list di molti gruppi e comitati di cittadini, di sicuro qualche migliaio di contatti, ma quel giorno, oltre agli attivisti “acqua pubblica” non c’era tantissima gente, forse una quarantina di persone in tutto. Sarebbe stata presa la stessa decisione da parte del Consiglio se fossero stati presenti un migliaio di cittadini a dimostrare la propria contrarietà al provvedimento? Non lo so, ma sarebbe stato bello.

Ma la domanda ora è se sia più costruttivo prestarsi ad imbiancare le aule o ragionare sul perché questo avviene, andare alla fonte, rifiutarsi di essere parte attiva dello sfascio in corso.
Ed in questo contesto ci si potrebbe anche chiedere perché sia più facile ottenere da un genitore tempo per imbiancare aule piuttosto che averlo disponibile per discutere sul perché i fondi a disposizione della scuola diminuiscano di anno in anno.

In ogni caso che la ‘buona scuola’ debba partire dal basso è tutto da dimostrare. Una buona scuola parte da chi è deputato a predisporla, ascoltando e avendo come obiettivo quanto previsto dalla Costituzione, dall’etica comune, dai bisogni dei ragazzi a cui la scuola deve essere rivolta. Ivi compreso la fornitura di ambienti confortevoli.

Non ci sono soldi. Allora perché si continuano a pretendere le prove invalsi? Quanto ci costano e a cosa servono, ne abbiamo bisogno o abbiamo più bisogno di aule decenti? Facciamoci le domande giuste prima di impugnare un pennello.

Viviamo un tempo insensato in cui lo Stato sta’ abdicando dai suoi doveri, ci sta lasciando a noi stessi. Ma a cosa serve un Stato se non è in grado di garantirci nemmeno un’istruzione libera e uguale per tutti, gratuita in un edificio stabile e dignitoso? Che non sa riconoscere e tutelare i valori fondanti di una società con il pretesto continuo della contabilità e contemporaneamente si salvano le banche, si pagano pensioni d’oro, si discute per anni se togliere o meno il vitalizio ai parlamentari condannati, e ognuno di noi potrebbe aggiungere altri esempi a questa lista. A volte il tutto in nome di un’Europa senza anima.
E questo perché anche riguardo ai soldi, alla moneta, abbiamo oramai una percezione distorta. La moneta dovrebbe essere vista per quello che è: un mezzo di scambio, la misura del tempo utilizzato a guadagnarla “perché se compro qualcosa non la compro con i soldi ma con il tempo impiegato a guadagnarli” (Josè Alberto Mujica Cordano), “dire di non avere soldi per sistemare una scuola è come dire che un ingegnere non ha abbastanza chilometri per progettare una strada” (Ezra Pound), “se abbiamo mattoni, operai che vogliono lavorare e cemento possiamo non costruire perché manca la moneta?” (Keynes).

Cos’è più importante il lavoro, lo sforzo umano, il tempo dedicato alle proprie attività o il mezzo utilizzato per misurare tali attività? L’ingegnere che progetta un palazzo o il metro che utilizza per misurare i muri che lo delimitano? Le otto ore che una cassiera della Coop passa ad emettere scontrini e seguire i clienti o i soldi con i quali viene pagata per farlo?

Organizzare l’operosità dei cittadini è un dovere da parte di uno Stato e metterla in secondo piano rispetto al mezzo per misurarla è osceno. Arrivare a permettere delle corvée scolastiche con la litania del ‘non ci sono soldi’ è solo un ritorno al passato a quando la democrazia era solo un sogno, e oggi un preludio a quello che verrà. Che so, cittadini impegnati a tagliare l’erba a turno ai giardinetti, pulizia delle strade la domenica mattina sotto forma di sano esercizio fisico, assistenza agli anziani in ospedale al posto di infermieri stipendiati.

Se lo Stato non interviene perché da ‘buon padre di famiglia’ deve far quadrare il bilancio, riduce se stesso a semplice osservatore degli avvenimenti disegnati da chi non ha l’interesse pubblico nella sua agenda. Il teorema entrate = uscite, e tutte le altre grandi sciocchezze inventate dalla Scuola di Chicago, da Friedman e dalla scuola austriaca di Heydek hanno solo interrotto il grande sviluppo di tutte le economie occidentali protrattosi fino agli anni ’80. Le politiche Keynesiane che avevano invece supportato quello sviluppo, si pensi al ‘new deal’ roosveltiano o al Piano Marshall dell’ultimo dopoguerra, furono semplicemente messe da parte, non si sa in nome di cosa. Certo sono passati anni da quelle benefiche politiche e qualcosa bisognerà pur cambiare, perché bisogna dare la giusta considerazione al momento storico in cui si vive. Ma cambiare in nome di una crescita sostenibile, ecologica, rispettosa del pianeta che ci ospita. Oggi la crescita non è che non sia sostenibile, semplicemente non c’è, stiamo regredendo su tutto.

Allora sì diamoci da fare, ma per riacquistare la giusta percezione delle cose e la dignità delle nostre azioni. Non smettiamo di pretendere ciò che ci spetta. Cominciamo a ragionare ad esempio a soluzioni locali per ripristinare un circolo virtuoso di sviluppo dell’economia. Penso alle esperienze di moneta complementare, che non è alternativa ma complementare appunto. Il Comune, invece di continuare a nascondersi dietro i ‘non si può’, potrebbe farsi sponsor di un’iniziativa in tal senso e pagare professionisti con detrazioni fiscali, accesso ai servizi comunali, sconti Tasi, Imu, buoni ingresso a tutto ciò che da esso è gestito. Rendiamo cioè possibile l’incontro tra i bisogni insoddisfatti (come la manutenzione delle scuole) con risorse non utilizzate (lavoratori disoccupati, sottoccupati e lavoratori in nero). Si cerchi insomma di favorire la creazione di lavoro senza “forzare” il volontariato, pratica sicuramente utile e meritevole ma in altri contesti.

E in tempo di crisi, di quanto benessere in più potrebbe disporre la comunità locale? E sia chiaro che non è una invenzione dell’ultima ora, le monete complementari sono state utilizzate senza interruzioni , in Europa, tra l’800 e il 1800 e sono numerosissime quelle oggi circolanti e funzionanti. Il punto è: quanto del nostro tempo siamo disposti ad utilizzare per cercare di risolvere davvero qualche problema piuttosto che sprecarlo per non risolvere nulla?

Chiudo chiedendo un favore. Qualcuno sta abdicando dai propri doveri, cerchiamo di non seguirli abdicando dai nostri diritti.

Cancellare il debito pubblico? Per McKinsey non è un problema, ma ai mercati finanziari non conviene

di Claudio Pisapia e Claudio Bertoni

McKinsey, società di consulenza finanziaria considerata come la più influente al mondo, con all’attivo clienti di alto profilo quali società internazionali e persino governi, il 15 febbraio scorso ha pubblicato un dossier sull’indebitamento di Stati, aziende e famiglie dall’inizio della crisi ad oggi. Ebbene, il debito mondiale è aumentato di 57.000 miliardi di dollari determinando un rapporto debito/pil del 289%. Sono cifre da paura: il mondo è super indebitato e verrebbe da chiedere “con chi? Con gli abitanti di Venere?”. Ma tant’è… e sulla Terra, senza tanto discutere su chi sono debitori e creditori (sempre lo Stato), si cercano affannosamente le soluzioni. Tutti i giornali hanno ovviamente concluso che un debito del genere bisogna ridurlo. “L’esplosione del debito globale” titola Repubblica, “Non nascondiamo il debito sotto il tappeto” continua, seguita da gran parte delle testate giornalistiche nazionali. E Renzi, Padoan, Yutgeld, insieme alla schiera dei loro consiglieri economici, a ribadire il mantra del “riduciamo il debito” e “il debito va pagato”. Ma non è questo che dice la rinomata società McKinsey.

Se il debito pubblico vada ripagato o meno e se sia un problema è solo ed esclusivamente una scelta, politica prima di tutto. Ma in questi tempi bui, soprattutto dal punto di vista informativo, invece il fatto che il debito pubblico sia un problema e che vada ripagato è diventato un dogma. Invece, è una scelta che presuppone la volontà difendere o la maggioranza della popolazione oppure i grossi centri di potere politico e finanziario. E’ una scelta perché dipende da che parte si decide di stare.

Attenzione: il punto non è se prendere le difese del debitore o del creditore, ma se prendere le parti di cittadini, famiglie e imprese che lavorano e che producono beni e servizi reali oppure chi controlla i grossi gruppi di potere politico e finanziario e non produce nulla di utile.

La parte più interessante del report di Mc Kinsey è alle pagine 33 e 34. Ne riportiamo e commentiamo i passaggi principali. Innanzi tutto l’autorevole istituto (che non risulta gestito da soggetti ‘anarco insurrezionalisti’) pone una distinzione tra debito pubblico lordo e netto. Il primo, quello a tutti noto, rappresenta i Titoli di Stato detenuti sia dalle rispettive Banche centrali sia da altri istituti o da privati; il secondo, di cui non si parla mai, rappresenta solo quello detenuto da altri istituti o privati. E qui le cose diventano interessanti. McKinsey dichiara che se proprio vogliamo considerare il debito pubblico  un problema dovremmo prendere in considerazione almeno solo il debito pubblico netto. Perché, dice, ”il debito di Stato detenuto dalle banche centrali (o qualunque altro ente governativo) in un certo senso è solo un’entrata contabile che rappresenta la rivendicazione di una parte del governo verso un’altra. Inoltre, tutti i pagamenti dell’interesse su questo debito sono tipicamente inviati alla tesoreria nazionale, quindi il governo sta effettivamente pagando se stesso”.
Si sta dicendo che il debito pubblico detenuto dalle banche centrali non è un problema perché sono soldi che un membro della famiglia deve ad un altro membro della stessa famiglia. Sono semplici saldi contabili! Ma allora perché Padoan, Renzi, Yutgeld (e consiglieri economici) dicono il contrario? La risposta viene sempre da McKinsey chiara e netta “Non e’ chiaro se le banche centrali possano cancellare il debito governativo che detengono. Qualsiasi svalutazione di questo valore cancellerebbe il capitale della banca centrale. Mentre ciò non avrebbe nessuna conseguenza economica reale, è presumibile che possa creare turbolenze nei mercati finanziari.
Ora scusateci il passaggio poco convenzionale: ma chissenefrega! Cioè abbiamo la presunzione di pensare che Loyd Blankfein, Larry Fink & Co possano riuscire a vivere anche con 500 mila dollari l’anno invece che con 5 miliardi, e a noi, abitanti del mondo reale, ne basterebbero 50 mila. Potremmo stare davvero tutti meglio, equamente meglio. Magari produrremmo anche un po’ meno cose, quelle necessarie, ma potremmo magari avere più servizi.

Ecco un altro passaggio che crediamo valga la pena rileggere ”Cancellare il debito governativo dalla banca centrale non avrebbe alcuna ripercussione per l’economia reale ma sarebbe un problema per i mercati finanziari”. E qualche riga più sotto scrive ancora ”Un’altra opzione che è stata suggerita è quella di rimpiazzare il debito governativo sul bilancio della banca centrale con una obbligazione perpetua a tasso zero… tuttavia, una mossa di questo tipo potrebbe creare una reazione negativa nei mercati e, in alcuni paesi, da parte di politici e regolatori”. Quindi il debito più che essere ripagato potrebbe essere cancellato perché su di noi (abitanti e lavoratori del mondo dell’economia reale) non avrebbe effetti, oppure lo si potrebbe sostituire con un’obbligazione a tasso zero, quindi un debito che non crea altro debito, ma che semplicemente è garantito dallo Stato. Soluzioni a costo zero per il mondo reale ma che qualche problema darebbe a mercati e finanza, ovvero in percentuale, come diceva il grande prof. Ioppolo, “problemi” solo per quell’uno per cento della popolazione che oggi condiziona la vita dell’altro 99%. Il report McKinsey a pagina 34 finisce dicendo:”Quindi, una misura più semplice ma equivalente sarebbe quella in cui le banche centrali semplicemente detengano il debito in perpetuo e l’opinione pubblica si concentrasse sul debito netto al posto del debito lordo.”
Nessun giornale e nessun politico ci racconta queste cose. Forse perché non gli conviene? Sicuramente perché se venisse attuato quanto scritto sopra o magari se ne rendesse partecipe la cittadinanza, verrebbero spazzati via da spread o scandali ad hoc. Il problema è che la responsabilità è anche nostra che continuiamo a dargli fiducia, ma è sensato cominciare a pensare che il vento stia cambiando.

Il documento integrale del McKinsey Institute è consultabile online [clicca qua]

L’immagine di copertina è tratta da Serenitalia.it [clicca qua per andare al sito]

L’INCHIESTA
Rimborsi per il sisma, anche le banche tirano il freno

2.SEGUE – Superato in Comune l’esame della richiesta di rimborso per i danni del terremoto, balena all’ingenuo cittadino l’illusione di poter avere finalmente i soldi. Errore. C’è ancora da aspettare. La via crucis delle nostre pratiche, infatti, oltrepassata la prima stazione del calvario, approda allo scoglio delle banche. E anche gli istituti di credito ci mettono la loro arte. Dal momento in cui ricevono dal Comune le somme, al momento in cui ne prendono atto possono passare vari giorni, subito – poverine – subissate come sono di incombenze non ce la fanno a prenderne atto. Poi pigramente informano il creditore che i soldi sono arrivati: in tesoreria (o all’ufficio mutui e finanziamenti secondo i casi). A quel punto, dalla sede centrale devono passare alla filiale. Hai voglia… Sembra uno scherzo invece trascorrono normalmente otto-dieci-quindici giorni. D’altronde i soldi non hanno le gambe e da soli non camminano. Peraltro le banche (tutte) si giovano di uno splendido (per loro) machiavello inventato dalla Regione: i creditori si pagano solo al 10 oppure al 25 del mese. La giustificazione ufficiale è che si procede per pacchetti di pratiche, il che non impedirebbe però la possibilità di liquidare le spettanze negli altri giorni, ma questo è stato deciso e così va la storia.
Così, se “disgraziatamente” i soldi arrivano in filiale l’11, sino al 26 “purtroppo” non possono essere erogati. E questo ‘casuale’ inciampo forse ci fa capire la ratio del grimaldello… I malpensanti immaginano che le banche lucrino sulla liquidità e sui relativi interessi. “Ma non è così – obietta Alvaro Barbieri, responsabile mutui e finanziamenti di Carife – perché anche se la pratica è conclusa noi non abbiamo mai soldi in giacenza: la Cassa depositi e prestiti ce li rende disponibili solo in prossimità delle scadenze di pagamento. In banca restano tutt’al più due o tre giorni e noi non tocchiamo nulla. Certo lucrare sui capitali per le banche sarebbe vantaggioso, ma questo non accade”. Così assicura il responsabile Carife.
Anche le banche però entrano nel merito e vanno a ricontrollare i conti del Comune. “Se anche ci fosse la differenza di un centesimo io non posso pagare”, sostiene l’inflessibile Barbieri. Evidentemente la storia del centesimo non dev’essere un modo di dire, perché proprio di pagamenti bloccati perché nei conti “non tornava un centesimo” si aveva parlato con sconcerto l’architetto Marco Vanini, responsabile dell’ufficio sisma del Comune.

E infine, ultima chicca, per ricevere i soldi non è sufficiente avere un normale conto corrente nella filiale di destinazione. Ci vuole un “conto dedicato”. “Al cliente non costa nulla – spiega Barbieri -. In tutta questa faccenda le banche non ci guadagnano proprio niente”. Molti funzionari (e direttori) consigliano ai creditori di aspettare ad aprire questo “conto tecnico” fino a che non ci sono i soldi (“tanto che fretta c’è”), così capita magari che al termine dell’odissea descritta, quando il malloppo giunge a Itaca manca il salvadanaio. Ma ormai, fatto trenta… E passa qualche altro giorno, ma che vuoi che sia.
La morale di questa edificante italica vicenda può trarla ciascuno di noi.

2. FINE
leggi la prima parte dell’inchiesta [clic qua]

L’INCHIESTA
Rimborsi per il sisma, l’odissea dei creditori

Tempi lunghi per i rimborsi dei danni del sisma. Lunghissimi. Il Comune di Ferrara svolge un’istruttoria accurata, al punto da ripetere per almeno due volte tutte le verifiche: la pratica presentata viene esaminata da un primo nucleo di valutazione che la istruisce e poi la trasmette al gruppo incaricato di predisporre l’ordinanza del sindaco che ripete di nuovo tutti controlli, magari eccependo sul lavoro fatto nel grado precedente. E alla fine se l’importo erogato è relativo a lavori in corso, a conclusione si deve verificare di nuovo che tutto quadri. E’ un po’ come in tribunale, con vari gradi di giudizio. E gli effetti non sono tanto differenti: si sa quando un ‘processo’ incomincia, non quando finisce. L’unica certezza è che il creditore dovrà avere pazienza, molta pazienza.

Trecentonovantatré sono le richieste di contributo accettate dal Comune di Ferrara su 2.102 presentate al 30 gennaio scorso. Venti milioni e trecentomila gli euro assegnati, dei quali dieci milioni 663mila già erogati ai primi 280 beneficiari. Gli altri sono in attesa. “Ora ci stiamo occupando degli interventi più onerosi, quelli relativi alle ricostruzioni vere e proprie: parliamo di importi sino a due, tre milioni ciascuno”. Marco Vanini è il responsabile dell’ufficio sisma e assieme ad altri undici colleghi, ingegneri o come lui architetti (e un amministrativo), già dal giugno 2012 si occupa delle pratiche relative ai rimborsi per i danni causati dal terremoto. “All’inizio eravamo solo in cinque, poi quando dopo circa un anno sono cominciate ad arrivare numerose istanze il numero è aumentato”.
Da più parti arrivano lamentele per la lentezza con cui procedono le istruttorie e si assegnano i soldi a chi ne ha diritto. Cosa dice la la normativa regionale a riguardo? “Dalla presentazione dell’istanza dovrebbero trascorrere massimo 60 giorni, ora portati a 90”. E invece? “Invece poi quasi sempre le domande sono incomplete e richiedono dunque integrazioni che allungano l’attesa”. In media quanto si aspetta? “Difficile fare una media”. In realtà un media matematica non è così difficile da calcolare, ma il prudente architetto Vanini non si sbilancia. Di certo c’è chi ha atteso anche un anno e mezzo prima di avere i soldi sul conto corrente.

Ma perché tanto tempo? Il Comune prevede due livelli di controllo. Il primo di merito. “Valutiamo le spese, la correttezza dei computi metrici, il rispetto delle normative sulla sicurezza, gli aspetti strutturali”. Se tutto è in ordine scatta il benestare e si predispone l’ordinanza del sindaco che sancisce il diritto al rimborso. A quel punto l’atto viene notificato alla banca che prenota alla Cassa depositi e prestiti la somma stanziata. “Quando però si procede a Sal (cioè a rimborsi in stato progressivo di avanzamento dei lavori, ndr) come avviene di norma, si rende ovviamente indispensabile un’ulteriore verifica, che comprovi il rispetto delle previsioni”. Comprensibile. Meno comprensibile invece è che lo stesso criterio si applichi anche a chi richiede il rimborso di lavori già effettuati e magari pure pagati. Anche in questo caso il fascicolo passa da un primo nucleo di istruttori a un secondo, con le medesime competenze (trattandosi sempre di architetti ed ingegneri) che prima di emettere l’ordinanza ripassa al setaccio per la seconda volta la documentazione già analizzata dai colleghi del medesimo ufficio, con un significativo e poco giustificato incremento dei tempi di attesi”. Anche perché un’ordinanza può richiedere tre mesi per essere prodotta. “Troppi?” ci domanda il responsabile, e di rimando ci mostra un faldone così pesante da sembrare un arma impropria… “D’altronde i controlli sono necessari, stiamo assegnando soldi della comunità, denaro di tutti, ci vuole senso di responsabilità”.
“E poi ci sono le telefonate – aggiunge – Ne arrivano tantissime. Rispondere a tutti e con cortesia è un dovere, ma richiede anche parecchio tempo”. Finirete entro l’anno l’esame delle pratiche pendenti? Vanini spalanca le braccia. “Forse sì, forse no. Io di certo terminerò il mio lavoro, perché a dicembre vado in pensione”.

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banche

L’OPINIONE
Riforme strutturali sì, ma a partire da banche e finanza

Sono mesi, ormai anni che da più parti si batte su questo tasto. Da ultimo ce l’ha detto anche l’ormai mitico Mario Draghi: dobbiamo fare le “riforme strutturali”.
Molto bene, ma quali sono queste benedette “riforme strutturali”? Che cosa si vuole intendere con questa ultratrita formuletta?
Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso a parlare di “riforme strutturali” era il Partito Comunista, soprattutto la sua componente più “a sinistra”. Serviva a connotarsi sia rispetto ai sedicenti “rivoluzionari”, sia rispetto al troppo morbido “riformismo” di un’altra parte importante del movimento operaio italiano.
Verso la fine degli anni ’80, un grande giurista come Guido Rossi, che fu presidente della Consob, elencò le riforme strutturali che erano più urgenti: ridurre il potere dei monopoli, riformare la Borsa e la legge bancaria, sottrarre le Partecipazioni Statali alla lottizzazione (= spartizione di poltrone) dei partiti, riformare il fisco tassando le attività finanziarie.
Più di recente il concetto di “riforme strutturali” è stato riesumato da parte della cosiddetta Troika (Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Dietro questa nobile terminologia hanno identificato, da qualche anno a questa parte, le politiche di drastico taglio dello stato sociale imposte agli Stati europei più indebitati. Una medicina amara ma necessaria – sostengono – per rilanciare la crescita economica e ridurre l’indebitamento.
Per l’Italia tutto ciò si è tradotto tra l’altro in un violento e repentino peggioramento dei requisiti di accesso dei lavoratori ai trattamenti pensionistici. Ma anche in una revisione delle norme sul lavoro, volte in particolare ad indebolire le tutele della parte considerata più protetta del mondo del lavoro.
Ma la storia non è finita. Il tormentone delle riforme strutturali resta all’ordine del giorno e i grandi mezzi di informazione continuano ad utilizzare senza parsimonia questa formula vetusta.
Però tutto lascia pensare che dietro la sua apparente vaghezza si celi l’intenzione di intervenire ancora una volta, senza molta fantasia, sul mercato del lavoro, imponendo un ulteriore giro di vite alle tutele.
Eppure sarebbe interessante tornare a riempire il concetto di “riforme strutturali” con i contenuti di cui parlava Guido Rossi quasi 30 anni fa. Del resto la crisi drammatica che stiamo vivendo non ha certo avuto origine dalle norme del mercato del lavoro, ma dal sistema finanziario. Sarebbe logico, quindi, che si partisse da lì con le riforme strutturali, per esempio separando – come molti chiedono da anni – le banche di deposito da quelle di investimento, oppure limitando la possibilità di emettere i famigerati titoli “derivati”.
Ma niente, di questo non si parla. Si continua a cercare di far ripartire la nave frustando i macchinisti, invece di occuparsi del motore ingolfato.

L’OPINIONE
E adesso anche la Bce vuole aumentare la moneta in circolazione

Alleluia. La Bce ha praticamente azzerato i tassi di riferimento portandoli allo 0,05%, ha alzato i tassi negativi sui depositi bancari da 0,1 a 0,2% e il board dei governatori delle banche Ue ha cominciato a discutere del quantitative easing, cioè del volume di denaro da riversare nell’economia reale, a famiglie e imprese, che si concretizzerà nei prossimi mesi. I mercati hanno esultato, lo spread Btp decennali – Bund tedeschi è finito a 138 punti base, mai così basso.
Anche se la decisione è stata giudicata “inaspettata” e “sorprendente” da diversi media finanziari internazionali, sorprendente non è affatto. Da diverse settimane il presidente della Bce Mario Draghi aveva lasciato capire che servivano misure stimolatrici dell’economia e per frenare la deflazione, favorendo politiche espansive nell’Eurozona. Ed è assai probabile che questa mossa sia stata al centro del meeting economico di Jackson Hole, negli Stati Uniti.

La Bce agisce quindi con una sua coerenza, seguendo l’esempio della Federal Reserve americana e della Banca centrale del Giappone. Ma le politiche monetarie non hanno effetti eterni, non agiscono sulla struttura delle economie. Queste manovre possono correggere i cicli economici per un breve periodo, ma se poi le economie non si riprendono, gli stimoli monetari perdono la loro efficacia. E non possono durare per sempre: negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha deciso di diminuire gradualmente il programma di erogazioni di risorse finanziarie al sistema economico (cominciato con 40 miliardi di dollari al mese nel settembre del 2012) per farlo terminare nel prossimo mese di ottobre. Significativamente, il sito internet del Washington Post del 13 luglio scorso commentava che il quantitative easing (Qe) non sarà affatto il quantitative eternity (Qe-ternity).

Il dibattito nell’Eurozona non ha finora chiarito se il rigore deve essere a senso unico, un credo assoluto, oppure no; se le deroghe al patto di stabilità chieste dall’Italia e da altri Paesi saranno approvate o meno e cosa produrranno. Sicuramente la sola Bce non potrà far molto, se non si aggrediscono nodi strutturali. Come farlo? Mario Draghi ha chiarito che l’elasticità è possibile, ma rispettando le regole che l’Eurozona si è data, ed evocando la necessità di riforme precise nei mercati del lavoro e del prodotto, e migliorando l’ambiente economico in cui si muovono le imprese.
Criteri generali, in cui ognuno può muoversi nel bene e nel male. Ma a ben vedere la parola chiave dell’economia è una sola, e vale ormai per tutta l’Eurozona: ricostruzione, su basi nuove e più eque , e rapporti tra gli Stati improntati alla cooperazione, non a logiche di primazia più o meno mascherate. Altrimenti, a che serve l’Europa?

Meno prestiti alle piccole imprese, in Regione -7,8% rispetto al 2013

di Silvia De Santis

Nicchiano ancora le banche in Emilia Romagna: i prestiti alle piccole imprese nel primo scorcio del 2014 sono calati del 7,8%. Nonostante da più parti si levino voci che invitano gli istituti bancari a cambiare atteggiamento e ridare ossigeno all’economia, le condizioni del credito sono ancora restrittive e quest’ultimo stenta ad affermarsi come fattore di sviluppo per le Pmi.
La situazione piccole imprese non accenna a migliorare, visto che il mese di febbraio ha segnato in regione una contrazione del credito del 4,7% rispetto al mese precedente. A pagare lo scotto sono sopratutto le aziende con meno di 20 addetti, le più esposte anche al rischio fallimenti, visto che difficilmente possono contare su ricapitalizzazioni consistenti.
A lanciare l’allarme-credito è la Confartigianato Emilia Romagna, che ha analizzato l’andamento dei finanziamenti al sistema imprenditoriale italiano. Nella classifica generale, le piccole imprese emiliane si piazzano al quattordicesimo posto per diminuzione del credito erogato dagli istituti bancari, seguite da quelle umbre, marchigiane e siciliane.
“Come possiamo pensare di far crescere la nostra economia se non diamo alle aziende la linfa vitale del credito?” si chiede Marco Granelli, presidente di Confartigianato regionale, tanto più che alla crescente difficoltà di accesso ai finanziamenti, si sommano gli alti tassi d’interesse. I più onerosi, poi, sono quelli applicati sui prestiti fino a 250mila euro, che interessano, appunto, quei potenziale motore di ripresa che sono le piccole imprese. Con percentuali che arrivano fino al 4,74%, l’Italia è uno dei Paese europei con il costo del denaro più elevato. Peggio di lei solo la Spagna.
Maggiormente penalizzata dalla stretta creditizia è la piccola industria manifatturiera. Il 18,1% delle aziende con meno di 50 addetti ha infatti denunciato difficoltà, contro l’11,% delle medie imprese e il 12% delle grandi.

[© www.lastefani.it]

Svuotati i bancomat ai lidi: turisti al verde, il ponte manda in tilt il sistema bancario

C’è soddisfazione per il tutto esaurito del Summer Fest, eppure il mugugno non si fa attendere. Tutta colpa dei bancomat svuotati durante il ponte della Repubblica, quasi come se la crisi fosse evaporata. Al Lido di Spina lo sportello di Carife di viale Leonardo da Vinci era fuori servizio fin da domenica, tanto che i villeggianti hanno avuto più volte modo di lamentarsi e chiedere aiuto al supermercato, mentre gli ambulanti del mercato si sono arrabbiati per i contraccolpi del disagio subito dalla clientela.

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Riccardo Boldrini – direttore camping Spiaggia e Mare e consigliere Banca Centro Emilia

“Ho ricevuto diverse segnalazionI; io stesso, seppure non fossi ai lidi, ho avuto delle difficoltà, è stato un sabato traumatico, sono riuscito a fare un’operazione su 10”, racconta Giovanni Finotelli, vicepresidente Confesercenti Delta con delega al commercio. Colpa del circuito sovraesposto, dell’assalto di pubblico, ‘delle cavallette’ come recitava il mitico Belushi dei Blues Brothers? “E’ molto semplice, sono finiti i soldi. Anche se lo avevamo previsto caricando al massimo la cassa, siamo rimasti senza banconote – spiega Riccardo Boldrini direttore del camping Spiaggia Mare di Porto Garibaldi e consigliere di Banca centrale Emilia, tre sportelli in altrettante località comacchiesi – Questa mattina (martedì per chi legge) abbiamo ricaricato, non si poteva fare diversamente. In campeggio abbiamo retto bene perché è a misura di ospiti”.

 

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Giovanni Finotelli vicepresidente Confesercenti Delta, ha delega al commercio

L’obbligo di pos è ormai realtà, con buona pace di chi resta senza contante. “Non siamo ancora pronti per la moneta elettronica – attacca Finotelli – Non tanto noi, che comunque dobbiamo pagare commissioni di transazione a beneficio unico delle banche, una cosa peraltro inesistente in America, ma i clienti. Parlo soprattutto di quelli anziani, molti dei quali non possiedono nemmeno un bancomat. A quel punto che si fa? Perdiamo la vendita o diventiamo evasori?”. S’impone l’era della moneta elettronica, ma al contempo si arranca nell’affrontare un ponte lungo e di successo. Altro che spesa minima di 30 euro. Il sistema non garantisce neppure il personale qualificato per alimentare la cassa automatica nei giorni di festa. Straordinari insostenibili? Uno sforzo si può pure fare, almeno nelle grandi occasioni pensate per il rilancio della riviera. Gli appuntamenti importanti sono pochi e di ponti così estesi non se ne vedevano da anni.

“Sabato e domenica – raccontano alcuni signori – ci siamo prestati i soldi tra amici”. Vita dura senza argent de poche. “Mi è stato riferito delle difficoltà di rimpinguare la liquidità incontrate da alcuni turisti – conferma Nicola Bocchimpani, presidente di AsBalneari – Non mi sorprende, a Scacchi non ci sono sportelli bancomat e l’unico di Pomposa finisce spessissimo la scorta”. Un servizio in meno agli ospiti. Lo Stato impone agli operatori la moneta elettronica, i commercianti pagano le spese di transazione. E le banche, guarda un po’, non hanno contante. Nemmeno nei giorni di festa grande. Quando la crisi appare meno austera e pesante.

IMMAGINARIO
‘Nel nome del padre’
per una politica consapevole

Oggi, in coincidenza con la tornata elettorale, riserviamo il nostro immaginario a una riflessione sul senso autentico della politica e il suo progressivo degrado dovuto a intrecci sempre più solidi fra i poteri forti, quelli che governano le istituzioni e quelli che che gestiscono la finanza e le banche: questa oggi è la vera mafia. A ricordarcelo lucidamente è lo spettacolo teatrale “Nel nome del padre” tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Claudio Fava (figlio di Pippo, giornalista ammazzato appunto dalla mafia) di cui vi proponiamo la visione integrale.

In nome del padre, dal romanzo di Claudio Fava, con Roberto Citran [vedi]

Interessi sugli interessi, il cappio delle banche che soffoca le imprese

Anatocismo, ossia il calcolo degli interessi sugli interessi. Per molti è sinonimo di fallimento. “Il debitore – spiega Cora Bonazza, consulente di risanamento aziendale – si trova spesso a sua insaputa a dover pagare non solo gli interessi pattuiti con la banca, sempre che lo siano stati per iscritto come prevede la legge, ma anche quelli calcolati sugli interessi scaduti”. Le difficoltà in cui annaspano le aziende, il loro rigido rapporto con le banche, che nella maggioranza dei casi non supportano più il rischio d’impresa a fronte di una crisi economica senza precedenti, sfociata in una debacle occupazionale con il conseguente quanto inevitabile crollo dei consumi e la mancanza di lavoro, ha messo all’angolo moltissime imprese.
Tre cause vinte contro due istituti di credito – la Cassa di Risparmio di Ferrara e la Carive – è il bilancio enunciato da Cora Bonazza e dall’avvocato Roberto Anselmi, che hanno lavorato a favore di un paio di imprese e un libero professionista chiamati a fare i conti con interessi troppo alti, frutto di calcoli attributi, appunto, “all’anatocismo, un reato ancora poco conosciuto sul quale non c’è sufficiente informazione”.

Piccole, grandi e medie, storiche o giovani, non fa differenza. “Penso alla ‘Pozzati e Crepaldi’ di Porto Viro specializzata in serramenti – racconta Bonazza – hanno rischiato grosso, molti istituti di credito (ma per fortuna non sono tutti uguali) alle prime difficoltà chiedono il rientro. Nel loro caso abbiamo passato ai raggi x 20 anni di rapporto con l’istituto di credito, per fortuna era tutto nero su bianco e CariVe è stata condannata a pagare 216 mila euro di risarcimento”. Prevenire, spiega la Bonazza, è sempre meglio di trovarsi di fronte a un decreto ingiuntivo. “Non ci vuole nulla perché si arrivi a vederselo recapitare, purtroppo molte aziende e anche liberi professionisti, tacciono per paura di peggiorare le situazioni – continua – In realtà sarebbe meglio fare emergere i problemi in modo da costringere gli istituti a una maggior trasparenza. Bloccare l’anatocismo significa spesso evitare il peggio, come ad esempio che vadano all’asta beni frutto del risparmio di una vita”.
E ancora: “Penso al geometra Michele Brunelli, alla sua casa messa in vendita, non escludo che proprio quelle preoccupazioni gli abbiamo procurato l’infarto che l’ha ucciso”, racconta. Anche nel caso dello scomparso geometra edile di Ostellato, ricorda la consulente, ci sono voluti tre anni ma la causa contro Carife è stata vinta così come quella della società Emac, che si occupava di impianti e attrezzature antincendio. “Sia chiaro noi non diciamo alle aziende di fare causa alle banche, l’istituto di credito non è responsabile di un investimento sbagliato – prosegue – può però essere tra le concause di un fallimento”. La consulente invoca un atteggiamento più etico. “Quando c’è un mutuo di mezzo e contemporaneamente una situazione a rischio, bisognerebbe suggerire la sospensione del primo – spiega – è una cosa che si può fare, ma spesso si evita perché è venuto meno il rapporto umano. Non si pensa che con quella sospensione un imprenditore potrebbe pagare gli stipendi dei suoi dipendenti. Ci vorrebbe una maggior coscienza del e sul lavoro”. E di contro, spiega, gli imprenditori non possono continuamente controllare i professionisti a cui si affidano perché trovino soluzioni adeguate alle loro esigenze. Hanno altro da fare.

“Per quanto riguarda le banche ci sono condizioni negative che sono mascherate nelle voci che compaiono sull’estratto conto – spiegano gli avvocati Roberto Anselmi e Carlo Bergamasco – succede spesso che analizzando la posizione bancaria, sia il cliente a dover pretendere crediti dal suo istituto ”. Insistere per un approfondimento significa avere l’opportunità di bloccare possibili pignoramenti, vendite all’asta e revoche dei conti. Ormai, insistono i legali, non è più legale calcolare gli interessi sugli interessi. “Le persone non sanno che possono richiedere il rimborso entro 10 anni dalla chiusura del conto – conclude – Non sanno neppure che le banche hanno fatto degli accantonamenti in previsione di future cause, che potrebbero metterle nelle condizioni di dover pagare”.

banche

Una petizione per limitare lo strapotere delle banche

Un atto politico concreto nei confronti dello strapotere di banche e finanza. Parlo della petizione che ha come primi firmatari Luciano Gallino, Elio Veltri e Antonio Caputo e indirizzata al Parlamento europeo per una legge di riforma del sistema finanziario [vedi].
Chi ha seguito in questi anni le rigorose analisi economiche e sociali del professor Gallino può ritrovarne interamente i contenuti nella petizione, che, constatando lo sviluppo anomalo del sistema finanziario generatore di una crisi senza precedenti nel sistema produttivo, chiede in sostanza la scomposizione dei grandi gruppi bancari europei in entità di minori dimensioni, più controllabili dalle autorità e la separazione tra banche di deposito e banche di investimento (sulla guisa della legge bancaria denominata Glass – Steagall Act introdotta nel 1933 dall’amministrazione Roosevelt negli Stati Uniti, poi abrogata dal presidente Clinton nel 1999 con la promulgazione della nuova legge Gramm – Leach – Bliley Act, che mantenne la separazione delle attività solo per la Federal Deposit Insurance Corporation, organismo istituito con la legge precedente).
La petizione chiede inoltre uno sfoltimento delle sussidiarie di ciascun gruppo finanziario, per una miglior regolazione internazionale con lo scopo di evitare crack come quello di Lehman Brothers nel 2007; una riduzione del cosiddetto shadow banking, ossia di un’attività finanziaria che avviene fuori dai canali tradizionali e che si stima attorno ai 23 trilioni di euro; il divieto di emettere derivati “nudi”, cioè di prodotti finanziari trattati al di fuori delle borse regolamentari ai quali non corrispondono, nel 90 per cento dei casi, scambi reali di merci o servizi, al di là del loro valore nominale; la trattazione di tutti i derivati su borse o piattaforme regolamentari, aspetto questo importante sei si pensa che le banche europee hanno emesso nel tempo titoli derivati per centinaia di trilioni di euro. Dopo l’iter all’Europarlamento, la legge dovrebbe essere trasmessa alla Commissione, al Consiglio europeo e agli Stati membri per la sua applicazione. Sono prevedibili naturalmente modifiche, ma l’importante sarebbe salvaguardarne i principi ispiratori.
L’iniziativa di Gallino, Veltri e Caputo ci dice come si debba rompere il dominio sempre più soffocante della finanza sull’economia, sulla politica, ma soprattutto sulla vita di milioni di persone.
Regolamentare i mercati e gli scambi non è semplice, e la strada è tutta in salita. Il presidente Obama ha ottenuto solo qualche modesto successo: in Europa giacciono, presso i singoli governi, proposte di legge che però non hanno ancora visto la luce. E te credo, direbbero a Roma. Quella francese, ad esempio, afferma fra l’altro che le banche dovrebbero prestare denaro prevalentemente all’economia reale, questione sollevata più volte dallo stesso presidente della Bce Mario Draghi che ha recentemente definito “zombie” i gruppi e gli istituti che non intervengono in questo senso. Se lo dice lui…
La partita dovrebbe interessare tutti coloro – politici in prima fila, e lobby permettendo – che hanno a cuore l’uscita al più presto dell’Europa e del nostro Paese dal rigore a senso unico. Quindi anche la sinistra, o quel che ne resta: la lotta di classe oggi ha cambiato i principi e i protagonisti.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
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