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SPAZIO-CIDIO
Come Israele ha rubato una Terra non sua

SPAZIO-CIDIO
Come Israele ha rubato una Terra non sua

La ricostruzione puntuale dell’azione progressiva di confisca di terre per costruire insediamenti ebraici, demolizione di case e trasferimento di popolazione.

Testo di Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini

Premessa

Il 27 giugno 2026 Il Post pubblica un articolo intitolato “Come Israele sta colonizzando il nord della Cisgiordania”. Il pezzo racconta come il governo Netanyahu stia riportando insediamenti israeliani in un’area che nel 2005 era stata sgomberata per poi diventare la più grande zona a presenza continua palestinese dell’intera regione. La lettura dell’articolo risulta difficile senza una chiave interpretativa. Quella chiave ha un nome preciso: spazio-cidio.

Ciò che il giornale descrive come attualità – l’abrogazione del “piano di disimpegno” nel 2023, le 14 nuove colonie approvate nel 2025, la costruzione di strade che attraversano l’Area A per interrompere la continuità dell’abitato palestinese, le operazioni militari nel campo di Jenin condotte con le stesse tattiche usate a Gaza – non sono fatti isolati né risposte contingenti a emergenze di sicurezza. Sono la manifestazione contemporanea di un processo lungo, pianificato e coerente: la trasformazione dello spazio come strumento di cancellazione dei luoghi e di tutti quei legami emotivi, affettivi, sentimentali (“umani”, si potrebbe riassumere) che generano nel tempo comunità e senso di appartenenza.

Il testo che segue riprende la presentazione sviluppata da Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini a Ostellato, lo scorso 13 giugno 2026, in occasione della tappa di “100 Porti 100 Città”. Le riflessioni ricostruiscono il concetto di spazio-cidio nel tempo, utilizzando come dispositivo di analisi i testi di Eyal Weizman e Ilan Pappè e riportando i fatti a partire degli anni precedenti alla Nakba del 1948, all’invasione Cisgiordania del 1967, alla “scacchiera” degli accordi di Oslo fino a Gaza e al Libano. L’articolo del Post è solo l’ultima pagina di una storia che non ha mai smesso di essere scritta.

Spazio-cidio: come si cancella un territorio

C’è una parola che, più di altre, aiuta a leggere ciò che accade da decenni nei territori palestinesi: spazio-cidio. La conia il sociologo Sari Hanafi in un saggio del 2012 (Explaining spacio-cide in the Palestinian territory) per indicare un meccanismo preciso: confisca di terre per costruire insediamenti ebraici, demolizione di case e trasferimento di popolazione. Non un singolo evento, ma un processo: lungo, lento, pianificato. L’architetto israeliano Eyal Weizman, nel suo libro del 2007 “Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation” (tradotto nell’edizione italiana del 2022 “Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo”), distingue due tipi di trasformazione che agiscono insieme. Da un lato la violenza spettacolare (bombe, missili, bulldozer) che cattura l’attenzione dei media. Dall’altro avvenimenti più lenti e consequenziali: l’occupazione illegittima e pervasiva, la costruzione di edifici, strade, tunnel, non meno aggressivi e devastanti. La colonizzazione, scrive Weizman, si attua “attraverso la modellazione dello spazio, in una costante dialettica di costruzione e distruzione”.

Una mappa preparata in anticipo

Per capire quanto sia stato “pianificato” questo processo si rivela efficace tornare indietro, agli anni Quaranta. Lo storico israeliano Ilan Pappè, nel suo La pulizia etnica della Palestina, ricostruisce come l’Haganah avesse avviato già allora i cosiddetti Village Files: schedature dettagliate dei villaggi arabi, complete di fotografie aeree e rilievi sul terreno (un lavoro ben documentato nel 2019 dalla studiosa Rona Sela in “Scouting Palestinian Territory 1940-1948: Haganah Village Files, Aerial Photos and Surveys”). In una lettera al Jewish National Fund del 1940, il geografo e storico Ben-Zion Luria scriveva quanto sarebbe stato utile «avere un registro dettagliato di tutti i villaggi arabi», perché ciò avrebbe «grandemente aiutato la redenzione della terra e la liberazione del paese». La “mappa”, in altre parole, esisteva prima della guerra.

Palestinian refugees stream from Palestine on the road to Lebanon on November 4, 1948 (AP Photo – Jim Pringle). Flickr via Wikimedia Commons

Il risultato arriva con la Nakba del 1948: secondo l’archivio Palestine Remembered438 villaggi e città palestinesi vengono evacuati e distrutti. La proporzione dell’espropriazione è impressionante: il 78% della Palestina mandataria diventa Israele nel 1948, contro il 52% previsto dal piano di partizione dell’ONU. Circa 714.000 palestinesi perdono le proprie terre; la superficie posseduta dagli arabi crolla dell’87%, da 570.000 a meno di 77.000 ettari nel giro di pochi anni. Non è solo perdita: è anche acquisizione. Come documenta Leah Temper in “Creating Facts on the Ground”, il 95% degli oliveti israeliani nasce su terre arabe espropriate, e già nel 1949 l’olio d’oliva è la terza voce dell’export israeliano.

Cancellare la memoria, non solo il suolo

Alla sottrazione materiale del territorio se ne accompagna una simbolica. È il punto su cui insiste Pappè: la toponomastica palestinese viene sostituita da riferimenti biblici, mentre le foreste piantate dal Jewish National Fund crescono sopra le rovine dei villaggi palestinesi spopolati. Il JNF (ente non profit dell’Organizzazione sionista mondiale con poteri para-statali, fondato nel 1901 per comprare e sviluppare terra in Palestina favorendo l’insediamento ebraico) ha piantato, dalla sua nascita, oltre 240 milioni di alberi e generato più di mille parchi. Nel 2007 possedeva il 13% della superficie fondiaria israeliana. Incrociando le mappe storiche di Palestine Remembered con quelle attuali di OpenStreetMap, si può osservare il meccanismo all’opera: dove c’erano villaggi, oggi ci sono boschi e nuovi nomi. La frammentazione dello spazio, scrive Pappè, trasforma la geografia in strumento politico di sostituzione.

La Cisgiordania a scacchiera

Il capitolo successivo è la Cisgiordania, divisa dagli accordi di Oslo in tre aree. Come ricorda l’organizzazione Anera, l’Area A (circa il 18%) è sotto pieno controllo dell’Autorità Palestinese e comprende le principali città (Ramallah, Betlemme, Nablus, Jenin). L’Area B (circa il 22%) ha controllo civile palestinese ma sicurezza congiunta. L’Area C, il 60% del territorio, è sotto pieno controllo civile e militare israeliano: un territorio continuo che include tutti gli insediamenti, le basi militari e gran parte delle terre agricole più fertili.

I numeri elaborati da Peace Now sulla base dei propri rilievi GIS restituiscono la fisionomia di questa colonizzazione. A fronte di 997 città e villaggi palestinesi distribuiti su 478 km², gli insediamenti israeliani sono 427 su 190 km². Non si tratta solo di centri abitati: 164 sono residenziali, 120 sono avamposti, 121 agricoli, 14 industriali, oltre a strutture turistiche e a un nuovo insediamento pianificato di quasi 10 km² (piano E1). La crescita è costante: +13% di media annua nel numero degli insediamenti dal 1967 al 2024. E la prossimità è studiata: più della metà degli insediamenti israeliani è a meno di un chilometro e praticamente tutti gli insediamenti (il 98%) si trovano a meno di 5 km da una comunità palestinese. C’è anche una dimensione verticale, che Weizman aveva analizzato per primo: confrontando i dati di Peace Now con quelli dell’orografia di Open Topography, scopriamo che 4 insediamenti su 10 sorgono ad almeno 50 metri di quota sopra il villaggio palestinese più vicino. Il controllo passa anche dall’altitudine che, integrata da un principio insediativo organizzato per permettere a tutte le case di avere comunque una vista libera verso quanto accade ai piedi della collina, garantisce il maggior controllo visivo possibile. Entro siffatto approccio architettonico e urbanistico, il concetto di panorama viene sostituito da quello di guardianìa. Ogni singola casa diventa, di fatto, appendice di una configurazione militare.

Al 2022, secondo il Consiglio ONU per i Diritti Umani700.000 coloni vivono illegalmente tra Cisgiordania e Gerusalemme Est. Lo stesso organismo ha documentato 3.372 incidenti violenti da parte di coloni tra il 2012 e il 2022, con 1.222 palestinesi feriti.

Muri, demolizioni, acqua

Alla logica dell’insediamento si aggiunge quella della separazione. Complessivamente, stima Weizman, circa il 40% della Cisgiordania è occupato da infrastrutture israeliane. La barriera costruita lungo il confine con Israele raggiunge, secondo i dati di UN OCHA711 km (al 2019): 70 di cemento, 445 di rete metallica, il resto non definito. Per Leah Temper la barriera ha “alienato” oltre 12.000 ettari, separato 51 comunità dalle proprie terre, sradicato più di 100.000 alberi. E c’è la questione idrica, forse la più sistematica: l’85% dell’acqua degli acquiferi della Cisgiordania è utilizzato da Israele, mentre i palestinesi irrigano il 6% dei terreni contro il 70% dei coloni.

Parallelamente avanzano le demolizioni. L’Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD) conta 55.000 strutture demolite dal 1967, riconducibili a tre categorie: mancanza di permessi edilizi (circa l’80% dei casi), demolizioni punitive, operazioni militari. Sia i dati di OCHA che quelli dell’organizzazione israeliana B’Tselem confermano che il “permesso negato” è il dispositivo amministrativo più usato (un’arma burocratica oltre che fisica).

Gaza: dal ritiro alla devastazione

Anche Gaza rientra in questa grammatica dello spazio. Weizman ricorda un episodio rivelatore: nel 2005, in vista del ritiro dalla Striscia di Gaza, il governo israeliano decide che gli edifici civili israeliani presenti nei 21 insediamenti sarebbero stati distrutti prima del ritiro israeliano, anziché lasciarli ai palestinesi. La costruzione e la distruzione come due facce dello stesso gesto, del medesimo obiettivo.

Diciotto anni dopo, su quel territorio di 365 km² abitato da circa due milioni di persone, la guerra seguita al 7 ottobre 2023 ha prodotto cifre che le agenzie umanitarie faticano persino ad aggiornare. Secondo il Situation Report #222 dell’UNRWA, tra l’ottobre 2023 e il maggio 2026 si contano oltre 72.700 morti e 172.500 feriti; il 90% della popolazione, secondo OCHA, risulta sfollato. L’impatto sui più piccoli è documentato da ACAPS4.000 bambini dispersi o sepolti sotto le macerie e 17.000 non accompagnati o separati a fine 2024.

C’è poi una guerra parallela, quella alle risorse e all’istruzione. Il rapporto Oxfam ripreso da Scienza & Pace parla di una riduzione dell’84% nella fornitura di acqua, del 100% dei depositi idrici distrutti, di 4,74 litri d’acqua al giorno per persona, contro i 15 fissati come minimo d’emergenza dallo standard Sphere di ONU, OMS e Croce Rossa. Sul fronte scolastico, l’UNICEF stima il 97% delle scuole distrutte o danneggiate; secondo l’agenzia WAFA sono stati uccisi 18.489 studenti e 970 tra insegnanti e personale. ACAPS aggiunge che tutte e 12 le università di Gaza sono state colpite e che 625.000 bambini sono senza istruzione da oltre un anno. È ciò che alcuni hanno definito scolasticidio. Senza per forza farsi prendere dal demone delle definizioni (e dei relativi suffissi), di fatto la programmazione della distruzione in atto da parte del governo israeliano riguarda ogni dispositivo basico di civiltà.

Oltre il confine: il Libano

La stessa logica si estende al Libano. Il rapporto del CNRS libanese sull’offensiva israeliana del 2023-2024 documenta 14.775 attacchi1,2 milioni di sfollati, 812 incendi causati da fosforo bianco, 5.000 ettari di copertura forestale distrutti, oltre 54.000 ettari di terre agricole colpite, migliaia di ettari di frutteti e oliveti rasi al suolo. Il costo stimato dei danni supera i 25 miliardi di dollari. Anche qui la terra (i boschi, gli ulivi, i campi) è bersaglio quanto le persone.

Un disegno, non una sequenza di emergenze

A tenere insieme questi capitoli (1948, la Cisgiordania a scacchiera, le foreste sui villaggi, Gaza, il Libano) è proprio l’idea di spazio-cidio: una trasformazione dello spazio condotta nel tempo, fatta di mappe disegnate in anticipo, di cemento e di nomi cancellati. Non è una lettura di parte: nel marzo 2025, il rapporto A/HRC/58/73 dell’OHCHR afferma che «le politiche e le pratiche di Israele, incluse il mantenimento e l’espansione degli insediamenti, equivalgono all’annessione di ampie parti del territorio palestinese occupato». Persino un documento della CIA del 1986 sul controllo della terra in Cisgiordania, declassificato nel 2011, registrava già allora la natura strutturale del fenomeno.

La conclusione che emerge è netta: ciò che appare come una sequenza di emergenze è, in realtà, un processo coerente e proprio per questo va guardato nel suo insieme. Architettura degli spazi e urbanistica dei territori diventano discipline al servizio di un programma preciso, finalizzato alla sottrazione di suolo e risorse e alla progressiva cancellazione di luoghi, comunità, memoria e applicato sui tre livelli in sezione che costituiscono ogni habitat: nel sottosuolo, attraverso l’accaparramento della risorsa acqua e il controllo sistematico dei sottoservizi; sul suolo, attraverso l’interruzione dei collegamenti infrastrutturali tra gli insediamenti palestinesi, il posizionamento privilegiato e al di fuori delle regole degli abitati israeliani e la costellazione di barriere, dogane e check points con cui ogni flusso di persone viene quotidianamente ritardato, disarticolato, dissuaso dall’esercito israeliano; sopra il suolo e nel cielo, con i più avanzati mezzi tecnologici di controllo e di attacco, accompagnando gli aerei con radar, droni, sensori.

pdf le slide che avevamo presentato a metà giugno e che ti avevo anticipato … c’è modo di metterle a disposizione in download

Testo di Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini

Guarda il PDF con Immagini e Slide

In copertina: Insediamenti israeliani in Cisgiordania – Foto PERLAPACE.IT

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Piergiorgio Cipriano

Mi chiamo Piergiorgio Cipriano, torinese di nascita e ferrarese di adozione. Mi occupo di mappe e di dati da tanto tempo (più o meno da metà anni ’90), lavoro in un’azienda informatica e seguo progetti di ricerca legati a ambiente, energia, mobilità. A proposito di dati, Mark Twain citando Disraeli ci aveva visto lungo: “Esistono 3 tipi di bugie: quelle semplici, quelle sfacciate, e le statistiche”.

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