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INFORMAZIONE E DEMOCRAZIA
Eliminare i giornalisti per eliminare le notizie

 

I/le giornalisti/e sono persone che operano nel settore dell’informazione. Si occupano di scoprire, scegliere, analizzare e descrivere eventi per poi comunicarli. In questo processo intervengono attività di rielaborazione e costruzione dell’informazione che permettono ad eventi in successione, a causalità ed a  serie di dati longitudinali (nel tempo T0-Tn) o verticali (insistenti sullo stesso tema andando in profondità “time in time”), di diventare delle vere e proprie notizie.

Il Newsmaking non è un processo cognitivo neutro. Le modalità di costruzione delle notizie risentono delle variabili socio-culturali di chi identifica la notizia e la propone come tale, pur garantendo, grazie alla professionalità e al rigore procedurale, quel minimo di autorevolezza e di eticità necessaria per far sì che un evento diventi a tutti gli effetti una notizia attendibile.

Questo processo è complicato, caratterizzato da variabili difficili da prevedere e potenzialmente pericoloso. Attribuisce a chi lo compie molta visibilità e gli garantisce sia autorevolezza sia pericolo di eccessiva esposizione. Questa eccessiva esposizione può dipendere dalla rilevanza dell’informazione, dalla sua curiosità, dal suo peso politico, dal grado di innovazione che porta con sé. Il tema dell’innovazione è rilevante. Più una notizia è “nuova” più è “destabilizzante” perché idonea a sovvertire un ordine già costituito. Aumenta così la responsabilità professionale del giornalista, che diventa un professionista dell’informazione esposto pubblicamente e sempre un po’ a rischio, come tutti coloro che, ricoprendo un ruolo importante, dicono ciò che pensano.

Attualmente l’attività dei giornalisti non si collega più solo a tutto ciò che interessa l’elaborazione dell’informazione e la sua successiva pubblicazione tramite la stampa. In molti casi è stata abbandonata la consuetudine di macchiarsi le dita d’inchiostro e si sono cominciati ad utilizzare altri canali di trasmissione delle informazioni, si pensi alla televisione e a tutto il panorama, in forte crescita, del giornalismo online. Secondo il “Digital News Report” del Reuters Institute for the Study of Journalism, le fonti online (inclusi i social) hanno sorpassato nel 2020 la televisione. Parallelamente, si è assistito all’ascesa dell’uso dello smartphone come dispositivo di accesso alle notizie [si veda qui].

Trattare le notizie significa utilizzare dati e altri elementi  –  ad esempio, testimonianze – che consentono di avere conoscenze più o meno esatte di fatti, situazioni, modi di essere; inoltre significa occuparsi anche della trasmissione dei dati stessi e dell’insieme delle strutture che lo consentono [si veda qui].

Fare il comunicatore con rigore, competenza e professionalità è molto impegnativo e sottopone l’agente della comunicazione a una riflessione costante sulle convinzioni (spesso sovvertite dai fatti) e sul livello di condizionamento che l’essere in quel tempo, in quello spazio e in quell’ancoraggio etico, veicola. In molti casi quella che potremmo definire la “professionalità del comunicatore” ha portato giornalisti a esposizioni mediatiche pericolose e le conseguenze sono state più che tangibili (denunce, minacce, ritorsioni, licenziamenti, fino a casi estremi in cui si sono verificati arresti e uccisioni). Un bravo giornalista è un soggetto che si muove in un’ arena pericolosa dove la circoscrizione del perimetro di quel che può fare e dire dipende prevalentemente da lui, dalla sua voglia di rischiare in prima persona in nome della missione comunicativa per eccellenza: “raccontare agli altri quello che succede”.

Secondo RSF (Reporters Sans Frontieres) nel 2021 sono stati assassinati in tutto il mondo 46 giornalisti mentre svolgevano il loro lavoro – per fortuna, il numero più basso degli ultimi 20 anni. Il Messico detiene il triste record del numero di reporter assassinati, in tutto 7. Seguono l’Afghanistan con 6, l’India e lo Yemen con 4. Dei 46 giornalisti assassinati, tra i quali 4 donne, 18 sono stati uccisi in zone di conflitto, 16 mentre lavoravano e altri 30 sono stati presi di mira in quanto giornalisti. Purtroppo, RSF registra anche un numero record di cronisti incarcerati: 488 (tra cui 60 donne). Si registrano infine 65 sequestrati e due “desaparecidos”. Da quando RSF ha cominciato ad occuparsi del problema (1995) non si era mai registrato un numero così alto di giornalisti imprigionati. La Cina si conferma, per il quinto anno consecutivo, la Nazione con il numero più alto di giornalisti incarcerati: 127. Seguono il Myanmar con 53, la Bielorussia con 32, il Vietnam con 43, e l’Arabia Saudita con 31 [Si veda qui].

In Francia, RSF ha osservato un aumento della violenza contro i giornalisti. Diversi giornalisti sono stati feriti da pallottole di gomma, granate lacrimogene o colpi di manganello. Altri reporter sono stati oggetto di arresti arbitrari durante l’esercizio della propria professione.

La situazione è peggiorata anche in Grecia. Più di 130 casi di violazione di tale libertà sono stati registrati negli ultimi anni. L’anno scorso due giornaliste si sono dimesse denunciando pubblicamente la censura e il controllo del governo conservatore di Kyriakos Mitsotakis sulla stampa libera. Inoltre, la Grecia ha assistito all’omicidio (Atene, 9 Aprile 2021) del giornalista Giorgos Karaïvaz che si occupava di cronaca giudiziaria. È il secondo omicidio di un giornalista ad Atene in undici anni.

Anche in Italia (quarantunesima su 180 Nazioni analizzate nel rapporto RSF) sono state ravvisate numerose violenze ai danni di giornalisti che presenziavano a eventi e manifestazioni, oltre al consueto numero di giornalisti minacciati dalla mafia o sotto scorta per aver pubblicato inchieste e servizi sulla criminalità organizzata.

A morire per raccontare, riflettere, selezionare informazioni, ricodificarle e renderle notizie sono spesso donne che fanno le giornaliste e le fotoreporter.  “La nostra missione è raccontare gli orrori della guerra con accuratezza e senza pregiudizi… abbiamo il dovere di darne testimonianza.” Così diceva, in un discorso tenuto in un’università londinese, Marie Colvin, reporter statunitense uccisa in Siria il 22 febbraio 2012. Ad uno studente che le aveva chiesto se valesse la pena rischiare la propria vita per fare la giornalista, aveva risposto: “Molti di voi ora si staranno chiedendo: possiamo davvero fare la differenza? Ho affrontato questa domanda quando sono stata ferita in un’imboscata in Sri Lanka. La mia risposta oggi come allora è: sì, possiamo farla.”

Ma perché tutto questo? Perché raccontare ciò che succede è pericoloso, perché documentare gli eventi porta con sé la genesi di una possibile ribellione che spaventa, perché la trasparenza toglie vita a tutte quelle organizzazioni che sulla falsa ideologia e appartenenza prosperano, perché nella costruzione della notizia esiste una componente interpretativa forte che permette l’emersione dell’originalità e del pensiero divergente. Pensiero che sa essere tanto utile quanto pericoloso nella misura in cui pone nuovi orizzonti e sa far luce su nuove strategie che mostrano strade diverse per la risoluzione di problemi divenuti atavici. Credo che la capacità interpretativa e creativa, agita attraverso la costruzione delle notizie, sia un forte agente di indipendenza e di pensiero critico che il professionista può attuare, spaventando chi non lo possiede o l’ha perso grazie a reiterate azioni di prevaricazione. Credo infine che, pur essendo mediata socialmente e condizionata dal tempo, una notizia che si fonda su: premesse rigorose, una raccolta di dati da fonti attendibili e un processo di codifica che poggia le sue fondamenta su un principio di etica e deontologia professionale radicata, sia uno dei più forti strumenti di illuminazione e progresso.

Detto questo, sicuramente le notizie sono causa ed effetto di molti processi politici, sociali ed economici; influenzano le proposte legislative e la parità dei soggetti; influenzano i processi gestionali e il marketing; influenzano e sono influenzate dal cambiamento digitale in corso. La loro quantità e qualità può essere messa in relazione alla qualità dei processi decisionali agiti. Per tutto questo, e forse per molto altro ancora, le fake news sono una schifezza, una delle distorsioni che un sistema democratico deve provare ad arginare se vuole sopravvivere. Può esistere un mondo virtuale in cui anche una fake new diventa verità (la definizione di esistenza non è univoca e dipende dai corollari che le si attribuiscono), ma non è questo che deve interessare. Nemmeno deve preoccupare che qualunque verità porti con sé il germe della sua negazione. I germi sono germi, la notizia ha molta più dignità. La deve avere. Il rapporto fra informazione e democrazia è centrale.

SCHEI
Naufragio universale

In Italia, il terreno che ha consentito al disastro culturale di massa di mettere solide radici ha avuto come nutriente essenziale la televisione commerciale, il cui protagonista indiscusso è stato Silvio Berlusconi. Quello che gli italiani hanno premiato è stato “l’uomo che si è fatto da solo”, l’abile imbonitore, il barzellettiere sempre a caccia di gnocca (lo cito: “Stamani in albergo volevo farmi una ciulatina con una cameriera. Ma la ragazza mi ha detto: “Presidente, ma se lo abbiamo fatto un’ora fa…”. Vedete che scherzi che fa l’età?”), l’imprenditore capace di costruire un impero editoriale “dal nulla”, il non essere un “politico di professione”. Quello che gli italiani hanno messo sotto il tappeto sono le origini della sua iniziale fortuna.
Cito Wikipedia sulla Banca Rasini, di cui suo padre era funzionario: “… la banca è un punto di incontro di capitali lombardi (principalmente quelli della nobile famiglia milanese dei Rasini, proprietaria del feudo di Buccinasco) e palermitani (quelli provenienti da Giuseppe Azzaretto, uomo di fiducia di Giulio Andreotti in Sicilia)….Nel 1970, il procuratore della banca Luigi Berlusconi (padre di Silvio) ratifica un’operazione destinata ad avere un peso nella storia della Rasini: la banca acquisisce una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figurano nomi destinati a divenire famosi, come Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus”.
La protezione della mafia, Berlusconi l’ha cercata anche in concomitanza della sua discesa in politica; l’ha ottenuta attraverso il plenipotenziario siciliano Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per essere stato ritenuto il mediatore del patto di protezione tra Berlusconi e Cosa Nostra, condannato a 12 anni in primo grado nel processo sulle presunte intese tra Stato e mafia, indagato per le stragi del 1993 con il sodale storico.

Quello che gli statunitensi hanno premiato di Donald “Rockerduck” Trump è stato “l’uomo che si è fatto da solo”, l’abile imbonitore, l’arrapato sempre a caccia di gnocca (cito lui: “sono automaticamente attratto dalla bellezza – inizio subito a baciarle, è così. È come una calamita. Bacio subito. Nemmeno aspetto. Quando sei famoso te lo lasciano fare. Puoi fare tutto. Afferrale dalla figa. Puoi fare tutto”), l’imprenditore capace di costruire torri, grattacieli e casinò, il non essere un “politico di professione”. Quello che gli statunitensi hanno messo sotto il tappeto sono le origini della sua fortuna, la protezione della mafia.
Cito Roberto Saviano: “Nei primi anni ‘80 Cosa Nostra americana gonfiava il prezzo del cemento e bloccava con scioperi i cantieri che non pagavano tangenti. Il calcestruzzo continuò ad arrivare in grande quantità e senza ritardi solo nei cantieri di Donald Trump. Come mai? Perché Trump poteva contare su un asso nella manica: Roy Cohn, un avvocato che oltre ai suoi interessi curava anche quelli di Anthony «Fat Tony» Salerno (capo della famiglia mafiosa dei Genovese) e Paul Castellano (capo della famiglia Gambino), due dei boss accusati dalle autorità federali di gonfiare il prezzo del cemento. Grazie all’intercessione di Roy Cohn, i cantieri di Trump venivano esclusi dagli scioperi dei sindacati,…Trump ha sempre fatto affari con mafiosi. Nel 1984 affidò i servizi elicotteristici dei suoi casinò a una società di proprietà di Joe Weichselbaum, un uomo con precedenti per furto d’auto e appropriazione indebita, che l’anno dopo sarebbe stato incriminato per traffico di droga: utilizzava i suoi velivoli per trasportare cocaina colombiana. … A metà degli anni 2000 il suo partner in importanti progetti immobiliari, tra cui un grattacielo Trump a Soho, era Felix Sater, figlio di un boss della mafia russa di Brooklyn, reo confesso di una truffa azionaria da 40 milioni di dollari realizzata con le famiglie mafiose Genovese e Gambino. Nel 2007 si fece fotografare alla posa della prima pietra del grattacielo Trump a Toronto con il suo socio nell’affare, Alex Shneider, divenuto magnate dell’acciaio in Ucraina dopo la caduta dell’Unione Sovietica e genero di Sergej Mikhailov, il più potente boss della mafia di Mosca”.

Le analogie tra i percorsi (compresa la “discesa in campo” per sfuggire ai guai giudiziari), l’essere divenuti star televisive, il parallelo consenso popolare raggiunto, la incredibile rimozione dal dibattito pubblico della loro alleanza con il potere criminale, rendono quasi naturale un parallelismo nella parabola dei due tycoons. Anche il controllo dei media li accomuna. Purtroppo i grandi media diventano indipendenti dal potere solo quando sta crollando. Infatti la CNN ha oscurato un farneticante Trump, Presidente in carica, mentre sproloquiava senza alcuna prova, a spoglio in corso, sul fatto che la vittoria di Biden era frutto di brogli e illegalità. Una censura della fake new senza precedenti. In Italia non è mai successo, ma nemmeno negli USA sarebbe successo se Trump non stesse cadendo dal trono (mentre scrivo la vittoria di Joe Biden non è ancora matematica, ma quella che appare certa è la sconfitta di Trump).

Spiace semplificare proprio mentre si parla dell’eccesso di semplificazione. Tuttavia sono persuaso che la diffusione massiva di una cultura orizzontale, prima attraverso le tv e poi i social media, abbia contribuito in misura decisiva a formare una “opinione pubblica” completamente piatta, incapace di scendere sotto la superficie ingannevole e pacchiana delle cose. L’analfabetismo funzionale è definito dall’Unesco come «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Secondo un recente studio dell’OCSE, il 28% degli italiani tra i 18 e 65 anni è un analfabeta funzionale. “Più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta”, ha detto alcuni anni fa l’illustre linguista Tullio De Mauro.

La riduzione della base culturale è un paradosso, se pensiamo alla potenzialmente infinita possibilità di raccogliere, selezionare e collegare fonti di informazione, mai esistita in passato. Questa democratizzazione dell’ignoranza è un fatto drammatico, che ha conseguenze tragiche sulle fondamenta delle democrazie. Succede infatti che una relativa minoranza (ma enormemente numerosa) di esseri umani facenti parte dell’elettorato attivo, esercita questa funzione abbeverandosi a informazioni false, che non è in grado di battezzare come false e che non approfondisce oltre al titolo. E poi va a votare. Prima che il mio ragionamento sia bollato come elitario o provocatorio, vorrei rimarcare, di nuovo, che una minoranza (molto numerosa) di persone condiziona con le sue scelte “politiche”, basate su una sottocultura fake, la vita della maggioranza delle persone. Come se la loro visione del mondo fosse fondata sulla lettura di un continuo Lercio (il più famoso fabbricatore satirico di fake news), cui esse si abbeverano però del tutto inconsapevolmente. In democrazia vince la maggioranza, ed io, come altri, mi sto ponendo la domanda (nient’affatto provocatoria) se la democrazia debba essere intesa, a questo punto, solo come una questione di numeri.
Il suffragio universale, ovvero il principio secondo il quale tutti i cittadini di età superiore ad una certa soglia, in genere maggiorenni, senza restrizioni di alcun tipo a partire da quelle di carattere economico e culturale e altre quali censo, etnia, grado di istruzione, orientamento sessuale e genere, possono esercitare il diritto di voto e partecipare alle elezioni politiche, amministrative e ad altre consultazioni pubbliche, è stato una conquista fondamentale della vita democratica. Adesso lo diamo per scontato, ma fino al 1893 non lo è stato in nessuna parte del mondo, e molte nazioni lo hanno introdotto nel ventesimo secolo. David Harsanyi, scrittore e giornalista per il Washington Post, ha detto: “se non hai la minima idea di ciò che ti sta intorno, hai anche il dovere civile di non soggiogare il resto di noi alla tua ignoranza“.
La soluzione non è semplice: però non comprendo per quale ragione esistano dei test da superare per accedere alla cittadinanza di un paese, e non possa essere concepito un test che non definirei nemmeno culturale, ma cognitivo, di base il cui superamento condiziona la possibilità di votare per chi ci deve governare. Se non ci poniamo seriamente questo problema, temo che il tramonto di potenti come Trump e delle loro cheerleaders (come l’Independent ha definito l’ormai indefinibile Matteo Salvini) sarà fenomeno effimero, e preluderà all’alba di personaggi ancora peggiori.

BUFALE & BUGIE Condannati a morte in Corea del Nord, ma senza prove e verifica delle fonti

Riassumere in poche righe le innumerevoli fandonie, in un primo momento sbattute in prima pagina, poi smentite dalle evidenze emerse, a cui i tradizionali canali informativi ci hanno abituato, relativamente alla Corea del Nord, non sembra affatto possibile. Ma questo non preclude ai nostri media lo scivolamento in periodici casi di recidiva. Naturalmente, non è nostra intenzione entrare in merito a questioni che esulino dalla segnalazione di notizie non verificate, come esprimere giudizi sul regime governativo presente in Corea del Nord: diffondere notizie senza citare prove e fonti non serve alla causa della verità.

Esiste un sito sudcoreano, il Daily Nk – specializzato nella diffusione di “notizie veloci e accurate sulla Corea del Nord”, e più spesso di vere e proprie notizie non verificate [vedi qui] – , che fonda la propria missione giornalistica su un bias cognitivo esplicitato dal suo stesso presidente: obiettivo della testata non è l’informazione oggettiva nei riguardi di un Paese sovrano, ma il tentativo di promuovere un cambiamento all’interno di “uno dei regimi più repressivi della Storia”. Tale framing guida l’interpretazione delle comunicazioni fornite, come è accaduto l’11 settembre scorso. L’articolo in questione annuncia l’uccisione, da parte del Governo, di cinque funzionari del Ministero dell’Economia, ma solo nel corpo del testo si chiarisce la natura ipotetica dell’avvenimento. La ricostruzione presentata dal sito non mostra alcuna prova, bensì si appoggia solamente ad affermazioni pronunciate da fonti anonime – proprio come nella maggior parte delle bufale di tutti questi anni – . La colpa da scontare sarebbe stata l’espressione di alcuni dubbi nei riguardi delle politiche economiche di Stato; Kim Jong-Un, venuto a conoscenza del fatto, avrebbe così ordinato l’esecuzione, determinando un impellente trasferimento delle famiglie coinvolte in un campo per dissidenti politici. Nonostante l’assenza di fatti verificati, anche stavolta l’eco mediatica non si è fatta attendere: il 16 settembre l’astrologa Caterina Galloni titolava su Blitz Quotidiano “Corea del Nord, giustiziati 5 funzionari: avevano criticato Kim Jong-Un”, mentendo appunto sull’entità dell’accaduto. La vera notizia è che la sparatoria sarebbe avvenuta secondo una fonte, non che è avvenuta e basta. Una precisazione, questa, che necessariamente deve occupare il primo posto all’interno di un titolo, per non far incorrere chi legge nel già citato framing effect: se anche il testo dell’articolo specifica la natura speculativa della notizia, chi legge è comunque portato a dar più peso a ciò che ha già appreso dal titolo.

Cosa impedisce a una testata l’onestà intellettuale di presentare i fatti per come realmente sono? Certamente gli opposti interessi politici. Degli USA in primis: uno dei maggiori finanziatori del Daily Nk è il National Endowment for Democracy, ente statunitense creato per “supportare la libertà in giro per il mondo”. Solo nel 2019, ha ricevuto in dono 400.000 dollari, ma la somma è da aggiungere ai finanziamenti complessivi [vedi qui] destinati all’intervento in Corea del Nord. E nulla più dell’opacità giornalistica ostacola una seria ricerca della verità su un Paese tanto sconosciuto, ma ancora tanto oscuro come la Corea del Nord.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

BUFALE & BUGIE
11 settembre, il complotto dei media

Se vuoi ridicolizzare chi problematizza una narrazione, svia l’attenzione su questioni secondarie e fingi di indagarle. Ti allontanerai così dalla questione iniziale!

Deve saperne qualcosa “Mamma Rai”, se lo scorso 11 settembre ha trasmesso sul secondo canale il documentario dal titolo “11/9 Verità, Bugie e Cospirazioni”, curato da Rai Documentari. Un reportage che nella presentazione promette di indagare sui dubbi che avvolgono quella giornata americana, ma che nel suo svolgimento si dimentica di farlo. La prima metà della trasmissione finge di porsi domande sulla verità riguardante gli attentati, grazie alle quali le posizioni non combacianti con la versione ufficiale vengono già obliquamente derise: possiamo fidarci, o si trattò di un “complotto internazionale” – come se fosse necessario il coinvolgimento di intere Nazioni – ? E attraverso la presentazione degli “autoproclamati paladini della verità”, persone che hanno sollevato dubbi, vengono sciorinate le cosiddette “teorie alternative”, in un gran calderone confusionario, frutto dello “scetticismo popolare”. La rete, afferma la voce fuori campo, “favorisce la diffusione di queste teorie”, e “dal 2001 le teorie complottiste sono state smentite dagli esperti”. Se le asserzioni precedenti potevano essere accettate, perché non smentibili, quest’ultima è invece certamente falsa. Proprio dal 2001, infatti, la narrazione comunemente accettata si è confermata non veritiera. Il documentario si appresta a tirare in ballo “una delle più diffuse riviste di ingegneria degli Stati Uniti, Popular Mechanics”, difensora della versione fornita dal governo; ma nulla si dice dell’organizzazione Architects & Engineers for 9/11 Truth, formata da migliaia di persone del mestiere, che con metodo scientifico hanno dimostrato [vedi qui] l’impossibilità fisica del crollo delle Torri Gemelle a opera degli aerei di linea: la spiegazione tecnica più probabile è la demolizione controllata – identico discorso per il Wtc7 – . E piuttosto che esaminare i risultati degli studi portati avanti dal 9/11 Consensus Panel, la seconda metà del documentario si avventura nell’approfondimento degli errori commessi da chi doveva vigilare e dei tentativi di insabbiamento. In tal maniera, non viene spiegato [vedi qui] che i cosiddetti dirottatori non erano saliti su quegli aerei e non erano in grado di compiere le manovre impossibili registrate, o che le telefonate di chi era a bordo non potevano essere effettuate da quei velivoli in quel momento, o che il Pentagono non poteva essere colpito da un Boeing in quel modo, o che a Shanksville non cadde alcun aereo.

Invece di far parlare i fatti, mostrando rispetto per coloro che vissero la tragedia, la trasmissione ha preferito complottare con ipotesi su cosa si nascondesse dietro gli attentati avvenuti. La messa in luce delle semplici questioni tecniche, incompatibili con la storia solitamente raccontata, è però più rilevante delle possibili questioni geopolitiche, sulle quali certezza scientifica mai può esserci.

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BUFALE & BUGIE
“Negazionisti” che non negano

Assegnare etichette e attaccare l’avversario sono i modi migliori per evitare di discutere. In mancanza di capacità argomentative, l’utilizzo di fallacie del ragionamento dirotta l’attenzione su questioni superflue e ininfluenti, e il gioco è fatto.

Se addirittura il servizio pubblico posta sulla propria piattaforma di notizie, Rai News, un articolo dal titolo “Coronavirus, “No Mask” e “No Vax” in piazza a Roma. Polemiche per partecipanti senza mascherine”, lo scorso 5 settembre, non c’è che da preoccuparsi. Basta informarsi su chi ha organizzato la manifestazione, l’associazione di promozione sociale Popolo delle mamme [vedi qui], per far crollare le forzature tendenziose divulgate dalla tv di Stato. Secondo il suo atto costitutivo, l’associazione si propone di salvaguardare la qualità di vita di bambine e bambini, di tutelare il diritto alla vita e di promuovere la tutela della fertilità naturale. Lo statuto, inoltre, prevede la difesa da abusi e violazioni riguardanti il diritto alla vita. Più nello specifico, il Popolo delle mamme si oppone all’applicazione delle leggi Lorenzin e Azzolina, considerate contrarie ai princìpi della Costituzione italiana quanto ad autodeterminazione sanitaria e al riconoscimento del diritto allo studio, in violazione peraltro del concetto di medicina personalizzata e delle più elementari fondamenta dell’educazione. La manifestazione tenutasi a Roma ha accolto chiunque appoggiasse i valori proclamati, senza colori di parte o di partito. “No Mask” e “No Vax”? No, semmai persone contrarie all’estensione generalizzata di misure sanitarie monche di una base scientifica che le giustifichi. E neppure si capisce come mai la notizia di una manifestazione sia interamente focalizzata sulle polemiche e non sui contenuti della stessa. Nel sommario leggiamo infatti di un “rischio sanzioni” e di un commento negativo fornito dal ministro Speranza. E continuando, “in piazza gruppi di estrema destra, ma anche di sinistra”; nessun approfondimento però sui dubbi, sollevati da parte di chi ha organizzato l’evento e riportati nell’articolo, relativamente alla sicurezza dei vaccini e agli effetti sulla salute di quelli pediatrici. Si assiste a una semplice elencazione degli argomenti toccati, come in un flusso di coscienza, eppure nessuno di questi viene spiegato, nonostante all’incontro abbiano partecipato anche figure della ricerca italiana. Al contrario, sono le polemiche esterne a essere sviluppate con più nutrite argomentazioni, le quali diventano occasione per ribadire le “misure di sicurezza” non rispettate da gran parte della piazza.

Dittatura sanitaria” può sembrare un’espressione forte, tuttavia trova il supporto, tra gli altri, di uno scenario ipotizzato dalla Rockefeller Foundation [vedi qui]. Ma al di là di tali interpretazioni, ciò che è certo è che dipingere una situazione per quello che non è non può dirsi giornalismo. E’ negazionista chi non nega l’esistenza del virus, o chi nega un’informazione imparziale alla cittadinanza?

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BUFALE E BUGIE
Ci si riammala, serve il vaccino! Ma…

Da quando la vita ha lasciato il posto alla sopravvivenza, facendo dimenticare che i rischi del vivere sono connaturati nell’esistenza stessa, il timore di smarrire la salute è divenuto il nuovo comun denominatore a tutti i componenti della nostra società. Una paura irrazionale, tuttavia, che non sa concretarsi in una cosciente acquisizione di modus vivendi sani e profilattici.

Business Insider Italia, che già avevo segnalato per disinformazione scientifica, è tornato lo scorso 28 agosto ad alimentare gli allarmismi ingiustificati degli ultimi tempi: “Ora c’è la conferma: di Covid ci si può ammalare di nuovo. Ma il vaccino servirà comunque”. E invece la realtà è diversa: non c’è alcuna conferma. Lo studio citato [vedi qui], il cui testo originale è stato accettato ma non ancora pubblicato in via definitiva, per cui è suscettibile di interventi correttivi, presenta l’ipotesi di un caso di reinfezione da SarsCov-2, che nulla ha a che vedere con il ritorno di una malattia, in questo caso la Covid-19. L’uomo incriminato, che a seguito di alcuni sintomi primaverili riconducibili a tale patologia era risultato positivo al test del tampone, ed è stato perciò ritenuto da essa colpito, al ritorno da un viaggio è stato sottoposto a un ulteriore tampone nel mese di agosto, rivelandosi nuovamente positivo, ma in totale assenza di sintomi. Le analisi condotte hanno evidenziato sia la probabile presenza di una immunità nel paziente conseguente alla prima infezione, sia l’appartenenza a due ceppi diversi del virus individuato nelle due occasioni. Addirittura, “il ceppo virale rilevato nel secondo episodio è completamente diverso da quello trovato nel primo”, nonostante l’articolo italiano parli di “una varietà leggermente differente”. Ma anche un’altra sbrigativa affermazione si discosta dai contenuti del manoscritto: “la sua carica virale era comunque alta. Il che significa che avrebbe potuto infettare altre persone”, mentre piuttosto la contagiosità è fortemente condizionata dalla presenza di sintomi, e infatti di ciò non si parla nel testo del paper. L’accento, infine, viene spostato sulla questione vaccini, ma pure in questo caso lo studio originale sembra mostrare uno scenario differente. I risultati ottenuti farebbero pensare, infatti, che i vaccini contro il nuovo coronavirus potrebbero, testualmente, non essere in grado di fornire una protezione permanente contro il malanno. A ogni modo, comunque, non è affatto dimostrato al momento che un eventuale vaccino “proteggerebbe in ogni caso dall’eventualità di ammalarsi gravemente”. Ciò non è ancora certo, né può essere esteso all’intera popolazione.

Il nuovo studio non menziona casi di una ricaduta da Covid-19, mai dimostrata scientificamente. Semplicemente, testimonia la possibilità, considerata rara, di avere esito positivo al tampone anche dopo aver avuto sintomi in passato. E i dubbi sul vaccino si mantengono tuttora.

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BUFALE & BUGIE
Chi è il nuovo untore?

L’ansiogena rincorsa all’ultima novità sull’argomento dell’anno non dà segni di allentamento, e chi non si è mosso sin da gennaio a studiarlo e approfondirlo non può sperare proprio ora di recuperare con semplicità il bandolo della matassa.

La caccia all’untore prosegue, tocca adesso alle giovani generazioni. Ce ne dava notizia l’Ansa, il 20 agosto, con un titolo e un articolo certi del contenuto: “Coronavirus, i bambini sono diffusori silenziosi”. L’agenzia di stampa ha tuttavia ignorato il contesto in cui si inserisce lo studio scientifico, dimenticando di segnalare diversi elementi imprescindibili per la sua corretta comprensione. Per cominciare, si tratta di un articolo in attesa di pubblicazione e ancora suscettibile di modifiche prima della versione finale. Venendo alla ricerca condotta, essenziale risulta il campione stabilito e testato: 192 individui fino ai 22 anni di età, con sospetta infezione [vedi qui] da SarsCov-2, che si sono presentati al pronto soccorso, o che sono stati ricoverati per sospetta o confermata infezione da SarsCov-2, oppure per la presenza della MisC, la sindrome infiammatoria multisistemica pediatrica, al momento ritenuta associata e non causata dal germe menzionato. La metodologia principale usata per indagare la positività al virus è stata quella del tampone oro-nasofaringeo, analizzato tramite la tecnica della Real Time Polymerase Chain ReactionReal Time Pcr – , utilizzata per quantificare le espressioni geniche, esaminare le variazioni riscontrate e misurare la quantità di sequenze degli acidi nucleici in determinati campioni. L’inventore della Pcr, il Nobel Kary Mullis, sottolineava tuttavia come la propria creazione permettesse di scovare sequenze genetiche di virus, ma non i virus stessi. I limiti dei tamponi nelle analisi diagnostiche, tra falsi positivi e falsi negativi, sono ampiamente conosciuti, così come la possibilità che presentino contaminazioni e che non vengano effettuati correttamente [vedi qui], divenendo un rischio per la salute pubblica e individuale. I risultati dello studio, circoscritti dai paletti che abbiamo dovuto evidenziare, fanno emergere pertanto una ipotetica carica virale più alta, nelle vie respiratorie dei soggetti attenzionati, rispetto ai pazienti adulti ricoverati nelle terapie intensive. Il che non equivale a una maggiore contagiosità, nonostante la notizia italiana sia quasi interamente concentrata su questo aspetto. Per di più, dalla lettura si rischia di cadere nel tranello che assimila il microbo a una malattia: dire che le bambine e i bambini non sono immuni dal virus, nel senso che possono ospitarlo, non significa dire automaticamente che possano esserne attaccati tanto da veder insorgere una patologia.

Scoperta una nuova fonte di contagio? No. Il paper prossimo alla pubblicazione non aggiunge nulla alle conoscenze attuali sulla diffusione del SarsCov-2, tantomeno sulla vulnerabilità degli individui più giovani alla Covid-19.

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BUFALE & BUGIE
Mascherine e ossigeno: il falso mistero

Fino a prima che scoppiasse il caso mediatico della diffusione globale del nuovo ceppo di coronavirus, era abbastanza raro trovare nei comuni sistemi di informazione notizie e approfondimenti dal mondo scientifico. Nell’ultimo periodo la tendenza sembra essersi invertita, se dovessi però scegliere tra poca ma buona, e tanta ma pessima divulgazione, credo che la preferenza ricadrebbe sulla prima possibilità.

Molte testate e persone si sono dovute reinventare per l’occasione. L’edizione italiana di un sito statunitense dedicato a economia e politica, Business Insider Italia, titolava il 10 agosto: “Un medico corre 35 km con una mascherina anti Covid per sfatare una convinzione sbagliata sui livelli di ossigeno”. La notizia dell’impresa compiuta dal dottor Tom Lawton – impegnato nel campo dell’anestesia e della rianimazione, con un particolare interesse per l’informatica – , finanziata dal basso [vedi qui] e raccontata in presa diretta da egli stesso su Twitter [vedi qui], meritava certamente una sua diffusione al grande pubblico, parimenti ad altre sperimentazioni similari con risultati opposti. Il problema condiviso da questi test è tuttavia uno: non avvenendo in una situazione controllata e non seguendo un protocollo approvato a monte e descritto nel dettaglio, per consentire la ripetizione della prova da persone terze sulla base di uno studio regolarmente refertato e pubblicato, non possono ambire a un loro pieno riconoscimento di validità scientifica. Ecco dunque emergere l’imprescindibile e disattesa necessità, da parte dell’articolista, di contestualizzare correttamente la notizia all’interno delle attuali conoscenze mediche. Malgrado si parli di “convinzione sbagliata sui livelli di ossigeno”, è già nutrita la bibliografia che evidenzia la possibilità di una riduzione dell’ossigeno disponibile e di un’alterazione dell’aria inspirata soprattutto durante lo svolgimento di un’attività fisica. Ciò non vuol dire che le condizioni appena descritte debbano sempre verificarsi, poiché sono da tenere in considerazione varianti quali il tipo di mascherina, la persona che la indossa, le azioni eseguite, l’ambiente circostante… Allo stesso modo, gli esperimenti che giungono a conclusioni diverse sono validi per gli individui e lo scenario analizzati, ma non sono estendibili in generale a tutta la popolazione e a tutte le situazioni possibili. Del resto, gli effetti collaterali che possono derivare da uno scorretto utilizzo di tali dispositivi sono già conosciuti, e riconosciuti anche da chi è più incline a ritenere maggiormente rilevanti i benefici, in una immaginaria pesatura dei pro e dei contro.

Tom Lawton ha fatto vedere come le misurazioni effettuate dal proprio strumento sull’aria trattenuta dalla propria mascherina rientrassero nei parametri definiti sicuri. Ma trasformare questo dato in un consiglio comportamentale indiscriminato può rivelarsi un pericolo per la salute.

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Cospirazione

 

In Italia ci sono stati i cospiratori dello Stato contro il comunismo e ci sono i fanatici della cospirazione pluto giudaico massonica che inventa la pandemia, le camere a gas, le malattie e la Terra sferica. L’unica cospirazione che non avverrà mai è quella per abbattere un tiranno.

“La paranoia della cospirazione universale non finirà mai e non puoi stanarla perché non sai mai cosa c’è dietro. È una tentazione psicologica della nostra specie.”

Umberto Eco

BUFALE & BUGIE Fake news di Trump, o fake news su Trump?

Non è mai terminata la campagna denigratoria contro Donald Trump iniziata oramai in vista delle elezioni statunitensi del 2016, è anzi sempre più accesa e mistificatoria in questi ultimi mesi. Per evitare di assistere a una riconferma del presidente concentrato sulla federazione che governa, si arriva spesso a negare la stessa evidenza dei fatti.

Sul carrozzone della disinformazione si vedono salire anche testate pronte a evadere dal proprio campo di attività pur di sposare un ideale più alto. E’ il caso de Il Sole 24 Ore, specializzato in economia, che il 6 agosto scorso si è avventurato in considerazioni scientifiche: “Facebook rimuove e Twitter blocca video di Trump con false informazioni sul virus”. La notizia, in questo caso, è l’azione portata avanti dai due colossi della comunicazione, ma il giornalista Riccardo Barlaam – i cui argomenti di interesse sono l’economia, la finanza e la politica internazionale, e gli Stati Uniti – ha deciso autonomamente che i materiali incriminati contenessero informazioni errate sull’agente microbico. Di più, perché la teoria del corrispondente è illustrata nel sommario, secondo il quale “il fatto che i bambini sarebbero immuni dal coronavirus” è una “tesi senza fondamento scientifico”. Non si sta parlando, tuttavia, né di una tesi personale né di una posizione controversa, ma dei risultati raccolti nei numerosi mesi toccati dalla diffusione del SarsCov-2: secondo la letteratura scientifica attuale [vedi qui], gli individui con età inferiore ai diciotto anni, in condizioni di normalità, sono praticamente incolumi rispetto alla Covid-19, e pertanto non contribuiscono quasi in alcun modo al contagio, non possedendo abbastanza carica virale. La chiusura dell’articolo, inoltre, marca l’accento sui mancati interventi del passato rispetto a due affermazioni false che avrebbero visto il presidente americano come protagonista. Si tira in ballo il presunto suggerimento alla popolazione di ingerire candeggina contro la malattia, ma ciò non è mai avvenuto, nonostante l’avvenimento sia presentato senza alcuna ombra di dubbio. Per di più, si aggiunge la dichiarazione secondo cui l’esposizione alle luci ultraviolette sia in grado di contrastare il virus in questione; ebbene, anche stavolta non si tratta di una strana convinzione appartenente a una minoranza, ma di una scoperta scientifica nota e acclarata da diverso tempo.

Se anche le linee editoriali condotte dalla maggior parte dei media non combaciano esattamente con le politiche di un esponente al governo, l’inganno e la falsificazione dei dati scientifici condivisi a livello internazionale non dovrebbero in alcun caso essere consentite. Donald Trump si appropria di evidenze scientifiche utili alla propria agenda? Libero di farlo, ma questo non comporta la libertà che si arrogano i mezzi di informazione nel confondere le carte in tavola e comunicare visioni prive di fondamenta al pubblico lettore.

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BUFALE & BUGIE
Non servono prove, se accusi Putin e la Russia

L’onere della prova spetta a chi intenda dimostrare una tesi, eccetto quando il bersaglio corrisponde al “diverso” da noi.

A maggior ragione se si tratta della Russia, in mano a uno zar, l’onere probatorio lascia il posto all’accusa gratuita. Secondo un articolo de La Repubblica, pubblicato il 2 agosto, “Romania, la disinformazione russa dietro alle teorie negazioniste del coronavirus”. Un titolo sbadatamente privo di punto interrogativo – necessario poiché riporta le interpretazioni di un sito Internet informativo che nulla dimostra in via definitiva nel proprio scritto – , e che mostra un uso improprio dell’aggettivo “negazionista[vedi qui]. Quella che viene presentata nel sommario come inchiesta del sito riportato, Politico Europe, è in verità una notizia lanciata il 29 luglio dal New York Times Post per dare eco alle parole di Corina Rebegea, sostenitrice della tesi in questione. Ma Andrea Tarquini, che ricordiamo per le informazioni errate sulla Svezia [vedi qui], scivola anche citando il sito Sputnik nella versione romena: secondo il giornalista, dall’inchiesta emerge la sua centralità nel sostenimento di “campagne anti-mascherine rivolte soprattutto ai giovani”; eppure, leggendo l’articolo preso a modello dal giornale italiano, si nota come a parlare di tale argomento sia Raed Arafat, membro del governo, mentre l’agenzia di stampa internazionale è tirata in ballo solo più avanti, parlando in generale di “disinformazione”. L’accusa lanciata dalla dirigente del Center for European Policy Analysis sostiene il ruolo attivo della piattaforma Sputnik nella promozione di “teorie cospirative” sul virus, ma basta visitare l’edizione presente in Romania per verificare che la sua colpa è semmai quella di dare spazio anche a notizie che pongono dubbi. Pura invenzione dell’articolo italiano sono poi i “troll di Putin”, a cui si associa il lancio di “bombe sporche”; non solo, perché apprendiamo anche che la tesi da questi appoggiata prevederebbe “una cospirazione dei servizi d’intelligence occidentali”. Inutile dire che nulla di ciò è documentato, né tra le righe dell’articolo originale, né tra quelle del sito citato. E quando invece l’articolista trascrive un dato che ha sì una fonte, oltre ai due testi, aggiunge però un tocco di immaginazione: secondo il sondaggio nominato, il 41% delle persone intervistate crede che il SarsCov-2 sia un’arma biologica statunitense creata per dominare il mondo, e non “una macchinazione dei servizi segreti occidentali piuttosto che una minaccia reale”. L’ipotesi che il virus sia ingegnerizzato non comporta la sua non pericolosità.

E come mai non troviamo scritto che Politico Europe non è altro che la versione europea del quotidiano americano Politico? O che il Cepa è un istituto americano dichiaratamente atlantista? O che il sondaggio menzionato è stato portato avanti da un centro legato all’Unione Europea? Ma la propaganda è solo quella degli altri.

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Italia, Paese di (giornali) ignoranti

Ho sempre diffidato delle facilonerie da quattro soldi e delle semplificazioni all’etto di chi non si confronta con la complessità. Italiane e italiani, un popolo di mafiosi, indisciplinati e… Ignoranti!

Il 22 luglio l’Istat, Istituto di Statistica, pubblicava un suo report dal titolo ‘Livelli di istruzione e ritorni occupazionali[vedi qui], reso noto al pubblico tramite un comunicato stampa. Il giorno stesso, la notizia ha iniziato a girare nella mediasfera, con titoloni degni da far vergognare anche il più convinto patriota nostrano. Prendiamo come esempio il sito Bufale.net, dedicato allo sbufalamento altrui nei ritagli di tempo in cui non sforna esso stesso ricostruzioni mistificate: ”Il Paese più ignorante in Europa è l’Italia: pessimi dati sul nostro livello d’istruzione”. L’articolo, catalogato come “notizia vera”, citando l’indagine statistica consegna all’Italia un premio che in verità non merita. Più volte viene ripetuto il concetto iniziale, ma nonostante si dica che la fonte è autorevole ed è artefice dell’affermazione riportata, mai nelle 17 pagine Istat compare una dichiarazione del genere. Il termine “ignoranza” è sconosciuto ai grafici e alle descrizioni presentate dall’istituto, e non si fa fatica a comprenderne le motivazioni, essendo questo una nozione impossibile da delimitare con rigore e precisione. Si parla, piuttosto, di Paesi più o meno istruiti, cioè con più o meno persone in possesso di titoli di studio – e ciò non è direttamente proporzionale al grado di “ignoranza” nella popolazione, le due cose non camminano a braccetto – , ma pur prendendo per buona la banalizzazione giornalistica, è il dato fornito a non corrispondere ai risultati dello studio. L’Italia, infatti, non è l’ultima in Europa: semmai, la sua quota di individui diplomati è inferiore, per l’anno considerato, il 2019, alla media europea, e non è la peggiore. Dopo di lei, troviamo la Spagna, Malta e il Portogallo. Non in note minuscole a piè di pagina, ma è in apertura del documento che è possibile leggere questi dati, anche correttamente riassunti nel titolo del paragrafo ‘Italiani fra gli ultimi in Europa per livello di istruzione’. Ma a dimostrazione del fatto che tale sezione sia stata davvero consultata dal sito, basti considerare i numeri riportati in conclusione. Dunque, l’articolista ha sì compreso il significato dello studio, eppure ha volutamente preferito una esagerazione non supportata dai fatti.

E come interpretare, inoltre, l’evidente italiano zoppicante che accompagna la lettura dall’inizio alla fine? Tra congiuntivi problematici, ridondanze lessicali e accenti di troppo, tutto ciò appare come un degno scherzo del destino ai danni di chi ama puntare il dito contro chi reputa ignorante. Dimenticandosi che così facendo, altre tre dita sono puntate verso di sé.

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L’ascensore maledetto: cosa dice davvero lo studio scientifico

Terrorista: quante volte al giorno sentivamo pronunciare questa parola fino allo scorso anno? Sembrava fosse riconosciuta da chiunque come la colpa del secolo, ma dovevamo ancora affrontare quella che da mesi chiamano “transizione alla nuova normalità”.

La persona asintomatica – rispetto a quale malanno, tuttavia, non è mai specificato – è la nuova figura untrice dei nostri tempi. Tanto che, quando il 15 luglio lessi sull’Huffington Post “Così un’asintomatica ha contagiato 71 persone prendendo un ascensore”, il puzzo di notizia farlocca non ha tardato a palesarsi. La ricerca scientifica cui si fa riferimento, pur mostrando un titolo concettualmente identico, non ne giustifica l’utilizzo a fini giornalistici. Mentre chi appartiene al mondo scientifico, infatti, possiede le competenze utili per leggere gli studi pubblicati, che quasi mai presentano dimostrazioni assolute, chi non ne fa parte rischia di assumere per certo dati che certi non sono. L’indicativo presente sfoggiato dall’articolista afferma una verità assente nello studio scientifico, ma addirittura non è quest’ultimo la sua fonte, come risulta evidente dall’informazione secondo cui il viaggio in ascensore della donna asintomatica sarebbe durato sessanta secondi. Dato, questo, apparso sin dai primi articoli [vedi qui] battuti dopo circa una decina di giorni dalla pubblicazione della ricerca, e non presente in quest’ultima. Leggendo con attenzione il paper che imposta e rende pubblica la questione, e che al momento attuale è un semplice report della ricerca condotta non definitivo e suscettibile di modifiche, è già il primo capoverso a indicare l’interpretazione fornita come probabile, e non sicura. Al contrario di quanto si legge sul sito italiano, non è detto che il focolaio sia partito dalla donna asintomatica: lo stesso studio afferma che le prime cinque persone ipoteticamente infettate dalla donna, per via indiretta, non hanno seguito nei giorni precedenti un regime di quarantena – solo lei è stata tenuta a farlo, provenendo dagli Stati Uniti – . Semmai, non hanno frequentato luoghi a trasmissione sostenuta del SarsCov-2, secondo i dati utilizzati a riguardo. Il fulcro del problema è tuttavia un altro. La vicenda studiata è ambientata in piena epidemia primaverile, tra marzo e aprile, e difficilmente è attualizzabile ai giorni in cui se ne è data notizia, per non dire che è impossibile estenderla ai mesi futuri.

Di certo sappiamo che la ricostruzione esposta dal notiziario non consegna al pubblico la corretta chiave di lettura: se anche l’ipotesi epidemiologica in discussione fosse la più probabile, i risultati sarebbero utili semplicemente per comprendere le modalità specifiche di diffusione che hanno caratterizzato questo determinato virus nel periodo e nel luogo descritti. Nessun allarme in vista.

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Storia di un Sindaco “complottista”: ma i suoi dubbi sul 5 G sono gli stessi della scienza indipendente

Ecco un altro sindaco complottista che luddisticamente priva la propria città del necessario progresso tecnologico! Che ne sarà mai della transizione al digitale, se un primo cittadino ha ancora la facoltà di mettere i bastoni fra le ruote alle compagnie telefoniche? Ne è convinto il Corriere della Sera, il quale il 7 luglio scorso titolava allarmato “Reggio Calabria: – Stop 5G – . Con il Covid boom dei comuni contro le antenne”, parlando di un vero e proprio ‘fenomeno nazionale’.
L’articolo di Claudio Del Frate, cronista non specializzato in giornalismo scientifico, già nel sommario affianca le parole di Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria, alla presunta posizione degli ‘scienziati’, evidenziandone la distanza, e cita “la teoria che accosta il 5G al coronavirus”, anch’essa da loro smentita. Le cinque pagine dell’ordinanza sindacale [vedi qui], tuttavia, contengono tutti i riferimenti necessari alla piena comprensione dei motivi alla base della decisione, e non risulterebbe possibile, dopo una sua lettura e verifica fattuale, produrre considerazioni e diffondere inesattezze come quelle presenti sul quotidiano.

Nella letteratura scientifica ufficiale, infatti, già da tempo sono presenti studi che hanno dimostrato, ovvero hanno prodotto evidenze a riguardo, l’impatto biologico del 5G, e più in generale della trasmissione senza fili. Uno dei più insigni ricercatori al mondo, dalla carriera invidiabile come Joel Moskowitz, non ha dubbi in proposito; a ben guardare, il dibattito interno alla comunità scientifica è incentrato sul ‘come’ tutto questo sia dannoso per la vita, non sul ‘se’.

Le meta-analisi condotte dal professor Angelo Gino Levis sui finanziamenti, le firme e le metodologie usate negli studi pubblicati, prevedibilmente, non hanno che evidenziato l’esistenza di due realtà parallele: da un lato, gli studi che alle spalle vantano i portatori di interesse, caratterizzati da errori e assenza di significato scientifico, ma pronti a negare gli effetti dell’esposizione all’inquinamento elettromagnetico – che ha aumentato il fondo naturale di miliardi di volte – ; dall’altro, gli studi indipendenti che non presentano carenze metodologiche e sono concordi nell’individuazione di effetti significativi. Per non parlare del tendenzioso avvicinamento alla teoria della Covid-19 causata dal 5G, che nulla ha a che vedere con l’ordinanza. Ma gli effetti dell’elettrosmog sulle difese immunitarie sono già acquisiti dalla scienza. E che dire dello studio, citato dal Corriere, firmato dall’Istituto Superiore di Sanità? E’ ricco di falle e questioni aperte [vedi qui].

‘La scienza’ è dunque tutt’altro che unanime sul tema in questione. Curioso il fatto che i media ci propinino sempre la stessa visione, non trovate? Io non credo però che i dati raccolti dalla scienza, quella vera, debbano incidere automaticamente sulle scelte politiche. Spetta a noi informarci e decidere della nostra salute.

SOVRANISMO: DIO, PATRIA e ZAR
L’antica ricetta per un nuovo Peron alla milanese e un’Evita all’amatriciana

Dio, patria e Zar. Il sovranismo in tre parole. Nulla di nuovo sotto il sole, aggiungi alcuni concetti a caso tipo famiglia tradizionale, valori cristiani, prima noi, ci stanno invadendo, ospitiamoli a casa loro, autarchia, stampiamo moneta, difendiamo la nostra razza, libertà (intesa come la mia e non la tua), ed ecco pronto un perfetto strumento ideologico per definire i padroni a casa nostra. A piccole dosi, aggiungerei un po’ di insofferenza nei confronti dell’antifascismo (superato perché non c’è più il fascismo – cit.), disagio nei confronti della scienza, ricerca continua e imperterrita del complotto, costruzione del nemico e sua conseguente disumanizzazione e il giochino è fatto.

Il concetto di sovranità nazionale e di confine chiuso ci porta indietro negli anni, nei secoli, in cui il sovrano, lo zar instillava nei sudditi l’amor patrio, come siero per immunizzare il popolo dalle velleità di rivolta. Le dittature si mantengono su questi valori, guerra continua e senza limiti contro nemici veri, verosimili o inventati.

La cultura ad esempio. I professoroni, gli intellettuali, i radical chic, primo ed importante nemico da abbattere e delegittimare.
E come si fa?
Facile.
Ora, nei tempi del tutti connessi è semplicissimo, basta gridare più forte da una tastiera, spammare di continuo fake news costruite ad arte, lanciare input alle bande di sudditi che fanno il lavoro sporco, distruggendo il pensiero civile di chi vuole esprimere un parere discordante o peggio irrispettoso del sultano, su un qualsiasi social network.
E il gioco è fatto. Il primo tassello del domino inizia a cadere.

«Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola», la frase attribuita a Goebbels di non accertata provenienza è l’emblema del concetto del populismo sovranista. La personalità malata del ministro della propaganda nazista tendeva a costrure gigantesche menzogne a cui alla fine credeva pure lui. Quale miglior metodo per convincere gli altri se non quello di essere convinti delle proprie bugie?

I tre elementi cardine che citavo all’inizio continuano a mantenere lo stesso valore dei secoli passati. Attraggono i sudditi come una calamita, facendoli sentire migliori, più forti, parte di un gruppo dominante. Il famoso ‘noi’ è la più grande delle fandonie. Lo zar, quando parla di noi si riferisce a lui, mentre il popolino quando parla di noi non riesce a capire che anch’esso parla di lui. I privilegi di cui sarebbero dotati gli avversari o meglio i nemici, perché le schiere fedeli al sovrano devono proteggere il loro duce da masnade di cattivi, clandestini, esseri contro natura, comunisti che sbucano in ogni dove, peccatori che intaccano le bianche vesti del sultano, non esistonoE quindi vanno costruiti.

I limiti intellettuali di molti sovranisti di casa nostra non sono nemmeno ritenuti limiti dagli accoliti, anzi. Il linguaggio da bar sport, le movenze, l’abbigliamento fintamente trasandato sono prettamente costruiti a tavolino per assomigliare ai propri elettori. “Vedi lui è come me, come noi, dice pane al pane e vino al vino, non come loro che studiano, studiano e non sanno un cazzo”.

E voi? Ma voi chi?
Non sto cercando di analizzare le differenze, con la mia piccola testa, ma sto cercando di raccontare il perché un trinomio vecchio di millenni continua ad essere appetibile alle genti di questo fetente ventunesimo secolo.
Mi sento dire spesso, ma come fai ad essere ancora Comunista? Berlinguer è morto, il Pci non c’è più, il comunismo è stato sconfitto dalla storia. Mi viene da rispondere: “Ma tu, cazzo! che ti ritieni rappresentato dai valori di Romolo, non è che sei più retrogrado di me?”

Qui non parlo di una destra moderna, in quanto i valori sopra enunciati nulla hanno a che vedere con una destra liberale, moderna e repubblicana. Sempre, ovviamente, lontana da me, ma con cui dibatterei volentieri sui tanti valori avversi. Mi riferisco proprio alla maggioranza della destra italiana. Ora, capire perché il popolo italiano, in una sua parte, non so se maggioritaria o meno abbia bisogno di un conducator, di un Peron alla milanese e di una Evita all’amatriciana è materia per sociologi, quello che è decisamente avvilente è capire perché il resto della popolazione italica non sia in grado di smontare le fandonie sovraniste.

Forse se ne esce solamente da sinistra, da una vera sinistra.
Ma anche questo è un tema da dibattere, un po’ come cercare un unicorno in un gregge di mucche. Occorrerebbe un nuovo umanesimo, una compattazione sui valori dell’antifascismo, una riscoperta dei valori fondanti del progressismo. Ma a dire il vero io non vedo luce in fondo al tunnel. Forse quella fioca fiammella che emerge dall’oscurità, sono solo i fari del treno che ci viene addosso.

Se questa è informazione

I tempi che sta vivendo l’informazione non sono certo facili. Tra fake news e difficoltà nel verificare l’attendibilità delle notizie, i lettori sono sempre più diffidenti e i giornali faticano a conservare la loro buona reputazione. Ma cosa succede se, nel nome di una sempre più abusata libertà di opinione, si trascende nell’insulto?

È il caso della prima pagina di ‘Libero’ di ieri (11 gennaio), il quale, senza mezzi termini, afferma che il governo è nelle mani dei “terroni”.

Non è nuovo questo quotidiano (direttore editoriale Vittorio Feltri) a titoli provocatori, che gli hanno causato anche qualche denuncia. Ma tralasciando gli aspetti giudiziari, quello che interessa è il messaggio veicolato e la sua forma espressiva. Un quotidiano non satirico può permettersi titoli del genere? E a che pro? Per diventare virale? Per far parlare di sé? È espressione di una reale convinzione o semplicemente il disperato tentativo di attrarre l’attenzione? Leggendo l’articolo sembra ci sia ben poco di ironico. La piaga sarebbe costituita dagli incarichi di governo affidati a meridionali che starebbero sabotando l’operato di Salvini, costringendo perciò il Ministro degli Interni a “calare le brache”. Il messaggio è chiaro: nord e sud sono entità diverse e inconciliabili. E se costrette a lavorare insieme ciascuna tenterà di prevaricare l’altra. Questione vecchia quanto l’Italia. E al diavolo i sogni di una nazione unita e quant’altro. L’Italia era e resta quella espressa nella caricaturale dicotomia che oppone terroni e polentoni.

Ma che ne è della serietà (quindi della credibilità) dell’informazione quando i giornali assecondano gli istinti più bassi e si rivolgono alla pancia dei loro lettori, spesso con un linguaggio zeppo di invettive, giusto per attrarre l’attenzione? È un problema non da poco, perché sulle valutazioni deontologiche prevalgono le logiche del commercio: si dà al pubblico quello che il pubblico cerca. E, in fin dei conti, l’obiettivo sembra essere stato raggiunto: Di Maio si è indignato, molto altri quotidiani hanno commentato la prima pagina di Libero, le persone hanno condiviso la notizia, c’è chi si è scandalizzato e chi invece ha apprezzato. E il circo mediatico ha fatto il suo giro di giostra. Le reazioni sono differenti, ma un paio di cose sono certe: primo, l’Italia non è mai stato un Paese unito e forse mai lo sarà; secondo, in Italia, pur di vendere, si farebbe di tutto: “pecunia non olet”. E al diavolo “i moralisti”.

Ferrara economicamente arretrata? E’ una fake news

Mancano ormai pochi mesi alla scadenza delle elezioni amministrative nel Comune di Ferrara e ancora la discussione stenta a procedere. O meglio: si sente discutere più o meno pubblicamente di possibili liste e candidati, ma rimane ancora molto sottotraccia il merito delle idee o delle proposte da mettere in campo.
Proprio per questo vorrei invece provare a proporre qualche riflessione sulla condizione socio-economica del territorio ferrarese, sulla base di un approccio un po’ diverso da quelli utilizzati in passato.
Si è soliti infatti, ormai da molto tempo, descrivere quello di Ferrara come un territorio economicamente e socialmente depresso, almeno nel confronto con le altre province dell’Emilia-Romagna. Senza dubbio in questa affermazione sta un nocciolo di verità. Tuttavia a me sembra che si sia poco riflettuto, sinora, su ciò che distingue il capoluogo dal resto della provincia. Da questo punto di vista qualcosa di profondo è cambiato rispetto agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Oggi, al contrario di quanto alcuni dicono e molti pensano, Ferrara (intesa come capoluogo) non è una città economicamente arretrata, neppure relativamente all’avanzato contesto regionale. Basta guardare i dati ultimi disponibili sui redditi dichiarati, riferiti al 2016: il reddito imponibile per contribuente del Comune di Ferrara (21.933 euro) è più alto di quello medio regionale (21.269), non parliamo di quello medio nazionale, fermo a circa 19.500 euro; è più alto anche rispetto a quello di altri capoluoghi di provincia della regione; ma soprattutto va evidenziato che la differenza tra il reddito imponibile per contribuente del capoluogo e quello del resto dei comuni della provincia (17.626 euro) è la più alta di tutta la regione.
Se guardiamo poi al tasso di occupazione, il 71,6 registrato nel 2017 è largamente superiore non solo a quello medio provinciale (67,6%), ma anche a quello regionale (68,6%) e, ovviamente, a quello nazionale (58%); al contrario risulta praticamente allineato con il tasso provinciale di Bologna, che è il più alto d’Italia dopo quello di Bolzano. Anche da questo punto di vista, quindi, non si può proprio dire che il Comune di Ferrara stia in fondo alla classifica. Inoltre, guardando le serie storiche si nota una certa tendenza al miglioramento, in particolare a partire dal 2013, momento più acuto della crisi, quando cresce il divario tra il tasso del capoluogo e quello del resto della provincia e il primo si allinea progressivamente a quello regionale fino a superarlo.

Fonti: elaborazione su dati Istat e Ufficio Statistica del Comune di Ferrara

E’ chiaro che questo non significa che non ci siano problemi e criticità, peraltro in gran parte simili a quelli del resto dell’economia nazionale e regionale: squilibrio nella distribuzione dei redditi; ampia presenza tra gli occupati di lavoro precario e a part-time; difficoltà ad assorbire uno stock di disoccupati quasi raddoppiato rispetto a quello di 10 anni fa, a causa soprattutto di un forte incremento della forza-lavoro determinato dall’aumento del tasso di attività. E altri se ne potrebbero aggiungere, a cominciare dagli squilibri demografici.
Tuttavia, considerare gli elementi da cui siamo partiti ci consente di porre e di porci delle nuove domande, che riguardano la traiettoria evolutiva della città.
Come si spiegano infatti quei dati?
Un tema chiave è certamente quello della crescente mobilità lavorativa.
Sia i redditi sia il tasso di occupazione fanno riferimento infatti ai residenti, ma non è affatto scontato che l’attività lavorativa sia prestata e i conseguenti redditi siano percepiti nel territorio di residenza.
E infatti nel 2017 dei quasi 60.000 occupati residenti nel Comune di Ferrara, quasi un quarto lavorava fuori dal Comune stesso e la tendenza è alla crescita di questa percentuale, visto che dieci anni prima, nel 2007, essa era ferma al 21,9%1.
E’ molto probabile quindi che la più facile e più veloce mobilità delle cose e delle persone (per non parlare degli asset immateriali) abbia fatto sì che oggi la condizione socio-economica del capoluogo sia molto meno che in passato connessa con quella del territorio della sua provincia e lo sia viceversa molto di più con quella di altre realtà regionali, in particolare con il forte polo d’attrazione rappresentato dal capoluogo regionale, Bologna.
Uno studio presentato l’anno scorso dalla Camera di Commercio di Ferrara e ripreso dall’annuario del CDS indicava in oltre il 30% la percentuale di lavoratori dipendenti di aziende private residenti nel Comune di Ferrara e occupati in altre province, dei quali circa la metà nella provincia di Bologna.
Questo conferma il ruolo centrale che le infrastrutture per la mobilità sempre più rivestono nel determinare le linee di sviluppo dei sistemi territoriali.
Ferrara città gode dunque della fortuna di trovarsi a distanza relativamente breve da un importante polo produttivo e di servizi come quello di Bologna e questo spiega in buona parte i dati positivi da cui siamo partiti.
Naturalmente vedere le cose da questo punto di vista obbliga a riconsiderare questioni centrali nel governo della città ed anche della Regione, per inserire le scelte da fare in futuro dentro una esplicita strategia e un quadro di coerenze conseguenti.
Perché è ovvio che accanto alle opportunità, stanno anche i rischi.
Delle opportunità si è detto: più occupati e più ricchezza.
I rischi possono essere diversi. Uno evidente riguarda una parte del territorio provinciale, che – anche per effetto dello storico deficit infrastrutturale che lo caratterizza – rischia di andare alla deriva: spopolamento, estremo invecchiamento della popolazione residua, riduzione delle imprese attive sono tutte componenti di una spirale recessiva che nell’ultimo decennio ha registrato una decisa accelerazione in alcune aree della provincia di Ferrara ad est del capoluogo.
Un altro rischio, forse meno evidente perché certamente ad uno stadio meno avanzato, riguarda proprio lo stesso capoluogo. Il processo descritto potrebbe infatti indurre nel tempo un indebolimento del suo profilo identitario, trasformarlo in una sorta di periferia metropolitana, quasi indistinguibile da altre periferie. E’ un rischio da non sottovalutare, anche se ad oggi non sembra immanente.
Ma gli anticorpi di Ferrara sono da questo punto di vista sono robusti.
Stanno prima di tutto nel suo patrimonio storico, artistico, culturale, nella sua qualità urbana, nella ricchezza di proposte e di iniziative che ne hanno fatto anche negli ultimi anni in modo crescente meta importante del turismo nazionale ed estero; stanno nella presenza di una piccola ma qualificata università che recentemente ha visto ulteriormente crescere le immatricolazioni; stanno infine nell’insediamento decennale di attività produttive ad altissimo valore aggiunto.
Sono esattamente i fattori identitari che andrebbero preservati e valorizzati nel momento in cui si delinea nei fatti l’esistenza di una vasta area subregionale integrata dal punto di vista sociale ed economico, un processo già ad uno stadio avanzato e a cui comunque sarebbe disastroso opporsi in nome di un riflesso difensivo e di un neo-campanilismo corporativo.

‘Good news’ e ‘fake news’: il rischio di farsi irretire dalla retorica della verità

Le cose sono vere sino a prova contraria. Se assumessimo laicamente questa forma mentis si sgretolerebbero i dogmi e finirebbero le crociate (crociate che impropriamente definiamo ideologiche quando confondiamo l’ideologia con il fanatismo). Invece la verità affascina e irretisce. Rassicura. E conquista. Perché quando si è certi di una cosa si può procedere senza freni. E senza inibizioni. Ma la vita dovrebbe indurci alla prudenza. Quante volte una presunta verità, presto o tardi, ha mostrato il suo rovescio e s’è rivelata un abbaglio… La verità per Cesare Zavattini aveva tre ‘a’ nel finale, era un eco beffardo che ci lasciava senza parole né sicurezze. Per Luigi Pirandello era una dama velata che asseriva “io sono colei che mi si crede”. Elias Canetti esortava a “non credere a nessuno che dice sempre la verità” e spiegava: “La verità è un mare di fili d’erba che si piegano al vento, vuol essere sentita come movimento, assorbita come respiro. E’ una roccia solo per chi non la sente e non la respira; quegli vi sbatterà sanguinosamente la testa”.

Per stabilire la (sempre provvisoria) verità dei fatti e delle asserzioni bisognerebbe basarsi sulla puntuale verifica, secondo un principio di corrispondenza: un’affermazione è vera se è comprovata ed è tale sino a prova contraria. Poi – sistematicamente – si dovrebbe cercare non di suffragare quella verità adducendo elementi a sostegno, ma al contrario di scalpellarla per vedere se resiste agli attacchi.
Su congetture e confutazioni Karl Popper fonda il metodo della ricerca scientifica: ipotesi dalle quali si genera un modello che sarà sottoposto a continue insidiose verifiche. Il modello resta valido (vero) sino a che non è scalfito. Potrà subire dei progressivi riaggiustamenti e sarà spazzato via quando emergerà una prova dirompente che ne frantuma il nucleo fondante: la terra che da piatta diviene tonda…

Lo stesso sistema andrebbe eticamente adottato per disciplinare le relazioni fra gli individui, prestando rispetto a tutti ma cieca fede a nessuno e pretendendo sempre da ognuno di dare prova di ciò che sostiene.

 

Al tema della “verità” è dedicata l’annuale edizione del festival della filosofia in programma a Modena, Carpi e Sassuolo da domani (venerdì 14) a domenica

Fake news, troll e bot: quando i governi ‘contaminano’ le elezioni

Southlonestar. Texas Lone Star. PeterMagLob. United Muslims of America. La lista potrebbe continuare. Questi sono solo alcuni dei migliaia di account fake, cioè falsi, che sarebbero stati creati per scopi precisi, da agenzie filogovernative russe. Il loro compito: creare astio, aumentare i sentimenti razzisti e xenofobi, dare credito ai partiti populisti. Sono saliti alla ribalta nel 2016, con le elezioni di Donald Trump, che sembra essere stato ‘sponsorizzato’ dal governo del Cremlino.
Purtroppo le ingerenze non si sono limitate alla sola campagna elettorale americana: basti pensare che Southlonestar ha commentato una foto fatta dopo l’attentato sul ponte di Westminster che mostrava una donna musulmana che se ne andava ‘ignorando’ quello che stava accadendo. In realtà la spiegazione del fotografo Jamie Lorriman fu chiara, attribuendo il comportamento alla paura di quei momenti, al non voler essere di intralcio e, soprattutto, come lei, molta gente scappava via cercando di non guardare, impressionata dagli avvenimenti. L’odio scaturito dai commenti di Southlonestar non si è fatto attendere e soprattutto questa foto con il suo commento diventò virale. Era il marzo 2016. Sono passati mesi e ora è venuto fuori che questo sarebbe uno dei 2700 troll del governo russo. Un problema evidente, spesso banalizzato da Putin con un “Non ne sappiamo nulla. E’ tutto falso”. Ma qui di falso ci sono solo i migliaia di utenti creati per scopi precisi.

Nelle ultime ore anche un altro scoop, che sembra infittire ancor di più la trama del cosiddetto ‘Russiagate‘ è venuto a galla: sembra infatti che Trump jr. abbia avuto uno scambio di messaggi con Wikileaks, scrive The Atlantic, e che quest’ultima abbia addirittura consigliato un post da pubblicare al padre che era candidato alle presidenziali.
Un quadro losco, che si insinua nei meandri del deepweb, una rete di falsi nomi, account nati con lo scopo di impaurire, destabilizzare. Governi che giostrano i marchingegni di quello che sembra essere un copione di un film alla 007 e non la realtà dei fatti. Si perché di questo si tratta: la realtà dell’incertezza. La nuova era della ‘post-verità’. Questa nuova fase dove, purtroppo, i governi hanno capito la forza delle notizie, soprattutto se false, sul web. Non può di certo rincuorare il nuovo rapporto del think tank ‘Freedom House’ sulla libertà online. In questo resoconto si accerta che i governi di almeno 30 Paesi, tra i quali spiccano Russia, Cina, Turchia, Venezuela e Filippine, avrebbero usato manipolazioni di informazioni sul web con commentatori a pagamento, troll, bot e fake news. Purtroppo ciò non si ferma solo al mondo online perché le elezioni in almeno18 Stati, continua il rapporto, sarebbero state manipolate con questi mezzi. Il report segnala che anche in Italia ci sarebbero state questo tipo di ingerenze. Una situazione che appare sempre più drammatica e che non lascia ben sperare per il futuro soprattutto per noi in vista delle elezioni governative del 2018.

Una domanda a questo punto sorge spontanea: saremo realmente liberi di votare oppure saremo stati vittima dell’ennesimo troll?

Galeotto fu il titolo: l’analfabeta funzionale e la ‘damnatio lecturae’

Il 1 agosto 2017, alle ore 14, una testata giornalistica, per la precisione VareseNews, pubblica un articolo. Fin qui nulla di particolare, nemmeno nei contenuti, i quali riguardavano una decisione della nuova giunta comunale di Tradate di eliminare l’usanza di cantare l’Inno di Mameli agli inizi delle sedute. Anche l’atto compiuto dalla coalizione in carica, a maggioranza leghista, non ha nulla di eccezionale: la Lega, almeno quella presalviniana, è sempre stata un’accanita rivale del tricolore (basti pensare a quante ne ha dette Bossi sulla bandiera italiana). Ma un normale articolo che descrive un fatto coerente con una certa corrente di pensiero, messo alla mercé di “legioni di imbecilli” [cit. Umberto Eco] può creare un fenomeno che ha un nome e cognome: analfabetismo funzionale. Osservare questo avvenimento oggi non è così difficile: la connettività e la libertà e facilità di dare opinione creata dai social ha dato la possibilità a tutti di dire la propria.
Dovrebbe essere diversamente? Eco (sempre Umberto) diceva per esteso “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Ma è importante poterlo osservare questo analfabetismo e un interessante articolo di Dailybest che analizza ciò che è successo.

Dopo la pubblicazione sui social, l’invasione di commenti è stata alta e, solo dopo pochi minuti, ecco uscire i primi ‘legionari’. Si parte con i comunisti: le accuse vanno dal “lo sostituiranno con l inter nazionale” (esattamente scritto così) al “canteranno bella ciao…un saluto, anzi,un addio all italia….”. Assolutamente evidente la questione: i leghisti sarebbero diventati comunisti. Oppure queste persone hanno soltanto letto il titolo? Ma un antropologo ci spingerebbe ad approfondire: ed ecco arrivare i musulmani con il loro “inno”, poi ci sono le accuse alla Boldrini (arrivate dopo la scrittura dell’articolo del Daily), sospetti della sostituzione con l’inno del Ghana e chi più ne ha più ne metta. Qualcosa di assolutamente fuori da ogni logica per chi avesse quantomeno aperto l’articolo, che ben spiega il fatto accaduto. Ma qui avviene l’incredibile. Qualcuno la briga di leggerlo se l’è presa e subito prova a riportare alla realtà dei fatti gli accusatori, facendo notare che chi ha preso questa decisione sicuramente non è di sinistra, amico di Renzi o della Boldrini e sicuramente non sostituirebbe l’Inno italiano con uno musulmano (che per chiarezza non esiste) o con quello del Ghana. Arrivati a questo punto qualsiasi tipo di scelta di un essere che abbia quanto meno a cuore la propria faccia imporrebbe di fare ammenda e chiedere scusa oppure, molto più saggiamente, eliminare il commento e dedicarsi a un po’ di silenzio, magari leggendo l’articolo.
L’analfabeta funzionale invece no: messo davanti al proprio errore, insiste, anzi arriva anche ad accusare il censore. E volano così le incriminazioni di collusione tra Lega Nord e comunisti, con i soliti “sono tutti uguali”. C’è chi colto in fallo va oltre, persino dopo gli avvisi del giornale stesso, che invita a leggere l’articolo prima di commentare (nel 2017 siamo ridotti a questo), e accusa il giornale stesso o il giornalismo in generale: la colpa sarebbe di fare dei titoli fuorvianti oppure sensazionalistici. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: con titoli del genere almeno lo si aprirebbe l’articolo?

Tutto questo fa riflettere: la comunicazione dove sta andando? Serve ancora cercare di fare del buon giornalismo e perdere ore per scrivere un buon articolo, o basta fare un titolo? Le risposte sarebbero semplici, ma non scontate.La questione c’è ed è seria.
Che l’informazione abbia un problema è chiaro, la figuraccia ‘Trump’ è una ferita ancora aperta, ma non può essere una giustificazione a un comportamento di massa come quello dell’analfabetismo funzionale, che crea conseguenze e ricadute nel reale come creazioni di bufale, false notizie, pseudoscienza, allarmismi (è di pochi giorni fa quello di una prossima ‘èra glaciale’) o addirittura, quando si esagera, il voler scavalcare le voci ufficiali. Su quest’ultimo punto è emblematico chi, dopo un terremoto accusa l’Ingv di abbassare la magnitudo di un sisma perché così lo Stato non pagherebbe i danni. E la conseguenza è grave perché il suddetto istituto è spesso costretto a rettificare il perché la magnitudo si può modificare. Ma l’analfabetismo ha fatto altri danni: meteorologi accusati di non aver previsto abbondanti nevicate quando semplicemente non si sanno interpretare i dati legati ai millimetri indicati sulle previsioni, scienziati che nasconderebbero la realtà dietro le ‘scie chimiche’, per non parlare delle improbabili ‘scoperte nascoste’ nel campo della cura dei tumori.

Insomma un mondo, quello dell’analfabeta funzionale, che è cresciuto a dismisura con la libertà data dai social. Libertà che non può e non deve essere tolta, ma che assolutamente va ‘educata’: chi usufruisce di simili strumenti deve essere educato a leggere ciò che si scrive, cercare di capirlo, capire se è un sito affidabile o meno e, soprattutto, non fermarsi al solo titolo di un articolo. Questo è un problema che si dovrebbe affrontare sin dalla scuola, che deve fare i conti con una realtà cambiata e sempre più interattiva, una realtà dove i robot parlano tra loro in lingue incomprensibili, come incomprensibili resteranno i testi dietro a titoli non aperti.

Allarme del garante della privacy: il Grande Fratello 2.0 esiste

A quanto pare non avevo tutti i torti a sollevare con ‘L’abito digitale del neocapitalismo’ del 29 aprile scorso [leggi qui] il problema di quanto siamo spiati sul web. Il Garante della privacy Antonello Soro non ha usato mezzi termini nel presentare la relazione annuale per il 2016 dell’Authority: “Un numero esiguo di aziende, i monopolisti del web, possiede un patrimonio di conoscenza gigantesco – ha sottolineato – e dispone di tutti i mezzi per indirizzare la propria influenza verso ciascuno di noi, con la conseguenza che un numero sempre più grande di persone potrà subire condizionamenti decisivi”.
Beh, dunque i Grandi Fratelli ci sono, eccome, e non è sufficiente che ciascuno di noi stia più attento quando usa il pc. Ci vuol altro.

L’Autorità garante ha obbligato Google a rendere conforme il trattamento dei dati degli utenti alla normativa italiana, impegno rispettato nel 2016. A Facebook, il Garante ha imposto di bloccare i falsi profili e di assicurare maggiore trasparenza e più controllo agli utenti. Sono alcuni passi nella giusta direzione, ma ne servono molti altri. Abbiamo a che fare con chi sa benissimo che, spiandoci, può più facilmente condizionarci. L’uso distorto del web sta diventando molto pericoloso: pensiamo all’esplosione delle fake news.
La strategia da adottare contro questi fenomeni è, come si diceva tempo addietro con il gergo politichese, ‘complessa e articolata’, ma non per questo dev’essere poco energica e scarsamente incisiva. Al rispetto della democrazia e della dignità di ognuno va associata una normazione civile e penale, nazionale e comunitaria, adeguata a impedire abusi; ma prima ancora occorre una gigantesca opera di educazione civica nella società digitale, partendo dalla scuola. Oltre, ovviamente, a una ben maggiore responsabilità di chi veicola nella Rete notizie e informazioni.

Soro ha parlato poi di preoccupante aumento della pedopornografia rispetto al 2015: due milioni le immagini censite l’anno scorso, il doppio nei confronti dell’anno precedente in particolare nel ‘dark web’, lo spazio oscuro in cui per esempio si vendono armi come noccioline. Ha messo così in luce un tristissimo fenomeno in gran parte causato, affermano recenti ricerche, dall’utilizzo dei social networks da parte di genitori incolpevoli, ma incauti, che postano a mani basse immagini dei loro figli. Uno stato di cose che ancor più evidenzia il nostro analfabetismo digitale, oltre che la nostra grande vulnerabilità.

Fake news, verità e post verità: avvertenze per l’uso

Si parla molto di fake news e post verità, ma bisognerebbe forse ripartire proprio dal concetto stesso di verità e dalle ambiguità in esso contenute. Mettendosi in allerta laddove la verità sia intesa in senso dogmatico: è questo un abbaglio, perché la verità non è un monolite, ma un prisma dai mille riflessi; è un mosaico cui manca sempre un una tessera per essere completato; e quel tassello mancante ha la capacità di sovvertire la comprensione d’insieme della scena e dunque il suo reale significato.
Beati coloro che credono, perché si appagano e si nutrono delle loro certezze. La verità trascendente è un postulato che si accetta o si respinge. La verità di fede è rassicurante. Ma la verità dei fatti non è afferrabile e definibile una volta e per sempre: è un continuo percorso di ricerca con approdi incerti e potenzialmente sempre suscettibili di revisione. E’ la “verità sostanziale” a cui fanno riferimento i codici deontologici dell’informazione e alla quale dovrebbero attenersi non solo i giornalisti ma ciascuno di noi, con spirito libero da pregiudizi.

La verità è il frutto potenzialmente sempre mutevole di una indagine continua, inesausta. Alla verità ci si avvicina coltivando il dubbio e ponendo continuamente in discussione ciò che appare vero, per verificare se quella convinzione ha un senso oppure è infondata, fragile e cedevole. Vale in questo senso ciò che ha teorizzato Karl Popper: la ricerca della verità procede per congetture e confutazioni, si formulano ipotesi e le si pone in discussione continuamente, al vaglio della ragione e alla prova dei fatti: finché l’ipotesi regge la si può considerare atendibile, quando viene sconfessata diventa necessaria una revisione del modello o una rivoluzione integrale del paradigma.
In questo stesso senso, ha perfettamente ragione Gustavo Zagrebelsky quando afferma che si serve la verità coltivando il dubbio.
Questo non significa però accreditare qualsiasi fantasia come potenzialmente vera, perché ciò che si asserisce e che si definisce provvisoriamente vero deve aderire al reale, essere documentato, comprovato e verificabile. Le cosiddette post verità, laddove affermano il diritto di ciascuno di argomentare il proprio punto di vista sanciscono un sacrosanto principio, in ragione del fatto che dalla natura complessa e prismatica della verità si possono originare interpretazione difformi, ciascuna delle quali può essere specchio di un frammento di quella complessa realtà che non esaurisce il carattere di verità ma ne mostra una parte, secondo la logica del “d’altronde“… Ma ciò che si afferma deve essere comprovabile, viceversa è una pura fantasia senza fondamenta.

Se poi riferiamo il ragionamento alle fake news, oggi così di moda e al centro dei dibattiti, ritroviamo una vecchia conoscenza: un tempo le chiamavano più semplicemente “balle”! E sono sempre esistite, talvolta alimentate da ignoranza e superficialità, in altri – più gravi – frangenti, dalla volontà di strumentalizzare i fatti in funzione di precisi interessi precostituiti.
Ma il problema attuale è che ora, rispetto al passato, è molto più complesso il meccanismo della smentita. Il tradizionale sistema della rettifica, che sui giornali e nei sistemi tradizionali di informazione pur con qualche stortura almeno teoricamente poteva funzionava in maniera accettabile, nel mondo del web risulta del tutto inadeguato allo scopo, poiché non è in grado di ripercorrere a ritroso i nodi delle condivisioni che qualsiasi messaggio veicolato attraverso la rete è potenzialmente in grado di compiere in milioni di direzioni. E questo è un punto significativo che riguarda le fake news come pure le post verità e qualsiasi contenuto viaggi in rete.

E allora bisogna fare molta attenzione e maneggiare con cura l’informazione senza cadere in tranelli ed equivoci: il pluralismo delle opinioni è sacro e va tutelato da ogni tentativo di censura. Badando bene però al rischio che le post verità non si riducano banalmente e pericolosamente alle verità dei post, cioè di tutto ciò che – complice in primo luogo Facebook – circola sul web e che si considera vero per il sol fatto che qualcuno lo afferma.

L’APPUNTAMENTO
Riflessioni a margine del dibattito italiano su post verità, fake news, bufale in rete e libertà di espressione

da: organizzatori

Realtà virtuale e universi paralleli [nel paese della bugia la verità è una malattia*]
Riflessioni a margine del dibattito italiano su post verità, fake news, bufale in rete e libertà di espressione

Nell’ambito della rassegna Algorithmic di Andrea Amaducci

Porta degli Angeli – GATE
Giovedì 4 maggio 2017
dalle 18 [a seguire aperitivo]

Introduce Michele Travagli

Interventi confermati di:
Marco Contini
Daniele Oppo
Elisa Corridoni
Stefano Lolli
Alex Rossi
Francesco Altavilla
Alexandra Boeru
Sergio Gessi
Daniele Lugli
…altri da confermare

Coordina Leonardo Fiorentini

A seguire dibattito con aperitivo

In collaborazione con la Società della Ragione ONLUS

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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