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I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo. Tutto ciò che io conosco è ciò per cui ho delle parole.
(Ludwig Wittgenstein)

Schwa e cancel culture: quando il fanatismo fa male ai diritti civili

 

All’interno dell’organizzazione di sinistra di cui faccio parte, mi è capitato di assistere ad un’ aspra querelle tra donna e uomo sul linguaggio. Una delegata ha caldeggiato l’adozione di un linguaggio inclusivo nelle comunicazioni. La comunicazione presa ad esempio del contrario (cioè di un linguaggio escludente) conteneva in realtà un pressoché costante riferimento a “lavoratrici e lavoratori”, ma nonostante questo veniva accusata di essere scritta in un “maschile sovraesteso”.

Tralascio il dettaglio della polemica, innescata da un delegato che, scherzando sul tema, ha provocato una reazione piccata della delegata. Mi interessa il tono e il contesto. Il tono era scandalizzato, come se fosse stato infranto un tabù: non si poteva scherzare sul linguaggio inclusivo, in particolare sulla schwa (che, per inciso, con la mia tastiera windows è impossibile da riprodurre graficamente, se non scaricando un programma apposito). Il contesto era singolare: se c’era un comunicato che includeva costantemente il genere femminile oltre al maschile, era quello. Tuttavia adesso l’inclusione linguistica, secondo qualcuno, deve per forza comprendere una lettera (chiamata schwa) che non appartiene all’alfabeto italiano, e che convenzionalmente indicherebbe il genere non binario (le persone in transito, oppure che non si sentono solo maschio o solo femmina, o che non si riconoscono in nessuno dei due generi).

Già ho trovato faticoso pensare di scrivere così, ma quella può essere solo una questione di abitudine: la lingua non è statica, e si evolve all’evolversi del costume. La fatica di imparare una nuova lingua, ad esempio, è una fatica positiva. Quello che mi ha messo a disagio è l’idea che un modo di scrivere nemmeno tradizionalmente mascolino, anzi inclusivo, seppure con quella formulazione un po’ stucchevole (parere personale) del tutte e tutti, sia stato considerato discriminatorio perché non teneva conto di un genere che, nelle stesse percezioni dell’interessato, è un non-genere.  Ma non sarebbe più semplice pensare che quando scrivo “tutti” intenda “tutti gli esseri umani” e quando scrivo “tutte” intenda “tutte le persone”?  Sotto questo punto di vista, trovo più escludente salutare con un, ormai stereotipato, “buongiorno a tutte e tutti” invece che dire “buongiorno a tutti (gli umani)” o “buongiorno a tutte (le persone)”. Peraltro, il tono assertivo e accusatorio di chi rimprovera l’uso di un linguaggio che non comprende le minoranze costituisce, a mio avviso, il rovescio della medaglia di un Vannacci che ciancia di “dittatura delle minoranze”. In realtà non c’è alcuna dittatura nel non vietare, in alcuni casi nel tutelare, condotte che non fanno del male a nessuno e costituiscono una libera espressione della propria personale sessualità, sensibilità, cultura. E’ anche possibile che nuove parole o nuovi fonemi possano aiutare nella definizione più appropriata di un “nuovo” mondo, magari del mio nuovo mondo (per dirla alla Wittgenstein). Ma è proprio un atteggiamento che conduce verso l’imposizione o, viceversa, verso il divieto o il “boicottaggio” culturale, ciò che avvicina certi ragionamenti che provengono “da sinistra” alle stupidaggini del generale.

Il sapore sgradevole che sento in bocca al fioccare di questi assunti è lo stesso sapore di quando assisto alla proposta di HBO di cancellare dal catalogo “Via col vento” in quanto razzista. Di cancellare un seminario universitario su Dostoevskij perché russo come Putin. Di quando vedo la nuova Sirenetta di colore; come se, in un remake di Otello, lo stesso, per qualche ragione (in questo caso non politica ma commerciale), dovesse essere raffigurato coi tratti somatici di un coreano.

L’integralismo, per quanto “politically correct”, e il linguaggio, che è di per sé il prodotto dinamico di una contaminazione continua, non vanno d’accordo. Per non parlare del “politicamente corretto” e dell’ espressione artistica: lì siamo proprio agli antipodi.  L’arte mostra, non fa didascalie: il messaggio dell’arte è l’arte, ammesso che un’ opera dell’ingegno arrivi ad avere un contenuto definibile come artistico. Sotto questo aspetto certi testi della trap non sono istigazione alla violenza, sono semplicemente schifezze, mentre un testo come “Colpa d’Alfredo” di Vasco Rossi può essere considerato razzista solo da un fanatico. Dove si tenta di introdurre correttivi ispirati ad una presunta corrispondenza tra l’evoluzione del costume civile e l’arte, l’arte scompare. Provate a pensare ad un romanzo di Bukowski modificato con la matita rossa nei passaggi considerati maschilisti. Oppure a Lolita di Nabokov in cui la ninfetta diventa maggiorenne per evitare accuse di pedofilia. Arancia Meccanica secondo questa logica sarebbe un film da vietare, e infatti inizialmente conobbe la censura: peccato che la censura sia sempre stato attrezzo nelle mani di una destra bacchettona e perbenista, e adesso attraversi anche le menti di qualche fanatico della diversity and inclusion. 

 

Cover: fotogramma della “rieducazione” di Alex nel film Arancia Meccanica di Stanley Kubrick.

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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PAESE REALE
di Piermaria Romani


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