16 Settembre 2017

Razza, etnia, cultura: istruzioni per l’uso di parole che tutti usano e pochi conoscono

Jonatas Di Sabato

Tempo di lettura: 5 minuti

Antirazzismo. Multiculturalismo. Europa. Migranti. Parole all’ordine del giorno, usate con le più svariate accezioni. Alcune volte sottaciute, altre urlate. Usate per denunciare, difendere. Stesse parole sentite giovedì 14 settembre alla Festa dell’Unità di Imola dalla deputata europea Cécile Kyenge e dai relatori del dibattito ‘Discorsi d’odio: ascoltare, capire, reagire’.
Devo essere sincero, mai scelta del titolo fu più nefasta, viste le condizioni dell’ascolto, proibitivo a causa della location scelta: una piccola saletta di fronte al palco principale. Per i pochi utenti è stato arduo sia l’ascoltare che il capire. Inutile il reagire. Tuttavia, oltrepassate le barriere uditive, il succo del discorso tra i vari relatori è stato uno: il razzismo e soprattutto il modo di combatterlo. La prima a parlare è stata proprio l’ex ministro Kyenge, poi Milena Santerini, membro della delegazione presso l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, Mauro Valeri, sociologo, Paola Barretta, ricercatrice presso l’Osservatorio di Pavia e Robert Elliot, co-fondatore dell’associazione Cittadini del mondo di Ferrara.

Come detto la discussione ha toccato svariati punti, ma il fulcro è stato sempre la percezione del diverso. Molte le perplessità che mi sono rimaste, più che i dubbi risolti. Una delle prime domande che mi sono sempre fatto è questa: perché quando si parla di diversità non si invita mai a discuterne chi queste diversità le studia? Non ho mai visto invitato a questi tavoli un antropologo culturale o un etnologo. Eppure sono proprio queste figure ad aver coniato termini come “razza”, “cultura”, “etnico”, quindi chi più di loro può dare una risposta ai molti quesiti emersi nel tempo intorno a tali temi. In questa manifestazione culturale che è la Festa dell’Unità molte sarebbero le cose da aggiungere proprio sulla visione del diverso: dal criterio decisionale dei poliziotti all’ingresso per le perquisizioni, agli sguardi dei ‘bianchi’ verso i ‘neri’. Insomma un miscuglio di sensazioni condito da tante parole, ma poche risposte.

Si parla di ‘Carta di Roma’ e giornalismo di qualità. Ma quale giornalismo? Quello dei tirocinanti che per guadagnarsi qualche euro per un articolo vanno a caccia di scoop? Delle condizioni precarie nelle quali versano gran parte dei lavoratori di questo settore? Come si può pretendere qualità a un qualcuno che rischia il posto? Certo, ciò non giustifica la totale mancanza di oggettività da parte di alcune ‘firme’, ma non si possono nemmeno cercare colpe ‘solo’ nei mass media. Robert Elliot parla poi di un vuoto ideologico e auspica una società multiculturale coerente. A questo punto la mia domanda è stata fatta: cosa significa multiculturale? Qual è la differenza tra lemmi come ‘multirazziale’ o ‘multietnico’? Le risposte non mi hanno assolutamente soddisfatto. Troppo spesso viene usato il termine ‘cultura’ senza porre delle basi sul significato che gli si dà. Che significa questo termine? A cosa ci si riferisce? Alla ‘cultura’ in senso di bagaglio di nozioni? Alle origini? Alle mode antropopoietiche che si seguono? Marco Aime ha scritto un intero libro su questo termine, dovrebbe essere invitato in tutte queste iniziative. Proprio dal suo libro si leggono le parole di uno dei padri di questi studi, Claude Lévi-Strauss: “Ogni cultura può essere considerata come un insieme di sistemi simbolici in cui, al primo posto, si collocano il linguaggio, le regole matrimoniali, i rapporti economici, l’arte, la scienza, la religione. Tutti questi sistemi tendono a esprimere taluni aspetti della realtà fisica e della realtà sociale e, ancor di più, le relazioni che intercorrono tra questi due tipi di realtà e quelle che intercorrono fra gli stessi sistemi simbolici”. Ciò che è descritto in questa frase riassume alla perfezione tutti i discorsi che sono stati affrontati dai relatori.

Anche il ruolo dei ragazzi di seconda generazione è stato sviscerato e l’accorato appello della Santerini “non abbandonateci, non arrendetevi” sembrava quasi profetico. Ma mi chiedo, chi questi ragazzi non dovrebbero abbandonare? Santerini parlava come politica? Come donna? Come professoressa? Perché ognuna di queste figure meriterebbe una riflessione a sé sulla ‘richiesta’. Ma continuando anche la riflessione di Elliot merita un punto di domanda. Qui il problema è presto detto e sviluppato su due punti. Primo: i giovani non hanno un vuoto ideologico, semplicemente sono cambiati gli schemi di riferimento. Usando termini antropologici, se un tempo i feticci venerati dalle generazioni avevano un volto, ora hanno una forma. Cambiano i nomi, ma il risultato è lo stesso. Parlare poi di un vuoto ideologico, nella festa di un partito ‘nipote’ del fu Partito Comunista Italiano soprattutto per la location fa molto pensare: un enorme non-luogo. Una cerimonia del colore, del suono alto, della dispersione. Un santuario al controllo, alla paura, alla militarizzazione. Su quest’ultimo termine ho chiesto anche, a Kyenge, cosa ne pensasse della mossa del ministro Minniti di schierare dei militari in zona Gad a Ferrara, la risposta non mi ha sorpreso: “puoi chiedere a lui, ci sarà tra poco qui, ma ti dico che io sono totalmente in disaccordo”. Anche su questo punto però si percepiscono parole che sanno di politichese: investire, sociale, cultura. Di nuovo questo benedetto qualcosa del quale non si ha la ben che minima idea, se non in forme distorte, non chiare.

Gli si è dato, in un’ora di convegno, più di una decina di significati diversi, senza rendersene conto. In sostanza quello che si è detto può essere riassunto così: i razzisti usano un linguaggio specifico spesso preso dai media, non bisogna arrendersi ai razzisti ed “è meglio usare multietnico invece che multiculturale”. Quest’ultima è stata un’osservazione di Valeri, al quale ho chiesto specificatamente quale termine sia giusto utilizzare. E non si può essere che in accordo visto che il multiculturalismo sta fallendo e si dovrebbe puntare sul multietnico, ma con un etnologo che spieghi la differenza sui vari termini (Valeri, nonostante l’impegno, è un sociologo come già detto).

Finito il convegno saluti e sorrisi di rito. Non posso dirmi soddisfatto, ma non posso prendermela con i relatori e/o con gli organizzatori i quali fanno anche troppo in un campo così complesso e delicato come è quello della lotta al razzismo e ai quali va un grosso grazie soprattutto per le condizioni nelle quali hanno affrontato il convegno, un ottimo quadro della situazione nazionale: in pochi parlano del razzismo e della lotta contro di esso, in un piccolo angolo, in molti urlano al di fuori su come vincere le elezioni. In fin dei conti questo piccolo cosmo racchiude in sé tutte le caratteristiche peculiari di un’Italia che cambia. Vorrei chiedere al ministro Minniti cosa ne pensi lui di questa riflessione, ma lo vedo scortato da una fila di una trentina di persone, tra agenti in borghese e collaboratori. Queste situazioni mi creano un forte senso di tristezza ed è per questo che ho evitato di ascoltarlo.
Abbandonata questa mia prima esperienza in una Festa dell’Unità una domanda mi frulla nella testa: è questa la sinistra italiana? O ce n’è un’altra? E’ questa la vecchia ‘Emilia Rossa’ di cui sentivo parlare da ragazzino? Non lo so, so solo che sull’autostrada vengo superato dal ministro con la sua scorta a una velocità ben superiore a quella consentita e mi chiedo se a loro, le multe, arrivino comunque.



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Jonatas Di Sabato

Giornalista, Anarchico, Essere Umano
Jonatas Di Sabato

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