8 Febbraio 2022

Quel Sanremo che batte il covid

Laura Rossi

Tempo di lettura: 3 minuti

E’ calato il sipario su questo Festival di Sanremo, discutibile ma con ascolti molto importanti. Si dice che sia riuscito a spodestare il covid nella classifica delle ricerche fatte su Google, una ventata di spensieratezza ben attesa in questo lungo periodo di tensioni e paure.

Artisti di ogni generazione, uniti dal direttore artistico Amadeus, a rappresentare il passato (Morandi, Zanicchi, Ranieri…) e il futuro (Maneskin, Achille Lauro, Mahmood…).

Non sono mancati però pareri discordanti o contrari: “Sanremo, la fiera dei sermoni, delle sentenze, di tutte quelle cose che ci triturano ogni giorno. Il festival canoro dovrebbe presentare canzoni e non la passerella dei tuttologi bacchettatori”. E ancora: “Cantanti svestiti o con canotte. Chi si sbottona i pantaloni, chi si mette a dorso nudo. Sanremo era il festival della canzone e dell’eleganza”.

A proposito di queste critiche, che dire del cantante Achille Lauro, con la sua nudità impastrocchiata e mezza mano nei pantaloni? Non solo, vogliamo parlare anche della sua esibizione gratuitamente imbarazzante dell’auto battesimo con tanto di versamento di acqua sul capo, ritenuta blasfema dal Vescovo di Sanremo, che si ritiene indignato? “La penosa esibizione del primo cantante, ancora una volta ha deriso e profanato i segni sacri della fede cattolica evocando il Battesimo in un contesto insulso e degradante”, ha infatti commentato il Vescovo.

Moltissime invece le critiche positive sull’intervento di Checco Zalone, come ospite, che con la sua satira riassume questa società di grandi esibizionisti. Le nuove star di oggi non sono i cantanti ma i virologi. Graditissimo il suo video show “Pandemia che vai via”, che deride, ancora una volta, le viro-star.

Amadeus si è attorniato anche di co-conduttrici e, fra queste, merita una menzione speciale Lorena Cesarini, promessa del cinema italiano, con il suo monologo sul razzismo, interminabile, certo, ma reso necessario dagli insulti pubblicati sui social diretti al colore della sua pelle. “Sono nera e questo ha dato fastidio, ho scoperto che non sono italiana come gli altri”. L’attrice si emoziona, a fatica trattiene le lacrime e il suo monologo colpisce. L’intolleranza fa sì che la lingua sia più veloce del cervello e può fare molto male. L’ Italia sarebbe migliore se un’attrice di colore, sul palco di Sanremo, non fosse stata costretta a parlare di razzismo.

Passiamo ora ad un’altra co-conduttrice, Drusilla Foer, il cui vero nome è Gianluca Gori, frutto dell’immaginazione dello stesso autore, che veste abiti femminili e che prende in giro l’ipocrisia di tanti bacchettoni: “Sostituiamo la parola diversità con unicità”, esordisce sul palco. Ogni individuo vada rispettato nella sua integrità e nella sua interezza in quanto persona unica.
Naturalmente fioccano pareri discordanti su questo personaggio: “Non vedo l’originalità e neppure l’eccezionalità visto che abbiamo avuto per anni, ad esempio, in prima serata la Signora Coriandoli e altri come Platinette”. A questo punto è doveroso aggiungere il grande Paolo Poli, attore, regista teatrale e cantante. Poli recitava spessissimo en travesti, in altri tempi e contesti.

Nella serata finale del Festival, come da pronostico, trionfano i giovani Mahmood e Blanco con “Brividi”, una romantica poesia d’amore. Canzone d’amore, del donarsi e degli errori che si fanno quando ci si mette a nudo e come ci si può sentire poi. Libertà di amare chi si vuole senza pregiudizi o limitazioni. Bisogna ammettere che il loro affiatamento sul palco ha reso la canzone più bella ed emozionante.

Illustrazione di copertina a cura di Carlo Tassi



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