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Il deserto, luogo della domanda infinita

«Dov’è il cammino? Il cammino è sempre da trovare. Un foglio bianco è pieno di cammini. Si sa che ci sarà molto da camminare, molto da patire. Si ripercorrerà lo stesso cammino dieci volte, cento volte. Come avviene che noi, pur avendo dinanzi il cammino tracciato, o i nostri possibili cammini, prendiamo generalmente quello che ci allontana dalla meta e ci porta altrove, dove non siamo – ma forse ci siamo? – salvo quando l’ispirazione ci guidi e siamo in stato di passività o grazia; ma è raro, rarissimo, e quelli che lo sono – in stato di grazia – ignorano di esserlo. Tanto più che essere in stato di grazia significa spesso smarrire il cammino abituale per seguirne di più segreti, più misteriosi» (Edmond Jabès [Qui], Il libro delle interrogazioni, Marietti Casale Monferrato, 1985, 46).

Il tempo del cammino è tempo della lontananza, si è abitati dall’assenza, in cui visibile e invisibile si confondo all’orizzonte, la meta appare e scompare come un miraggio nel deserto. Incompiuta, spoglia, indecifrata rimane la parola, resta solo la domanda orfana di una risposta certa.

Ma nel silenzio la domanda avanza, senza sosta, come battito di granello di sabbia su un altro granello, quasi un effetto domino, generando sempre nuove interrogazioni: illimitati battiti trapuntano così il deserto come le stelle la notte.

Si termina la lettura di questo libro di Edmond Jabès abitati dall’inquietudine. Credevi di essere arrivato alla fine del libro e delle sue interrogazioni ad una risposta ferma ed invece le domande ricominciano dal di dentro ad interrogarti, a metterti alle strette. Ti costringono a restare insoddisfatto: a ritornare questionante.

Ogni interrogazione è una costrizione, che ti obbliga a cercare risposte, ma proprio nel legarti ti libera, dice Jabès: «ogni costrizione è un fermento di libertà perché non impedisce di avanzare verso la libertà».

La domanda ti fa nomade, ti pone in esilio, ti fa tornare all’origine, al deserto esodico e a quella parola altra che è principio di ospitalità: «Ad ogni domanda l’Ebreo risponde con un altro interrogativo. Il mio nome è una domanda e la mia libertà è nella mia propensione alle domande.

Sapere è porre domande, rispose Reb Mendel [Qui]. “Cosa ricaveremo da queste domande? Cosa ricaveremo da tutte le risposte che ci costringeranno a porre altre domande, se ogni domanda può nascere solo da una risposta che non soddisfa?” Disse il secondo discepolo -. “La promessa d’una nuova domanda”, rispose Reb Mendel» (I, 103).

Per Jabès gli ebrei si riconoscono tra loro da uno sguardo mai soddisfatto. Per l’ebreo c’è una mancanza sempre da colmare, una lontananza sempre da raggiungere, un vuoto sempre da riempire:

«l’insoddisfazione è una delle origini della sua interrogazione. Ogni sofferenza è per lui una sofferenza vissuta. Porta il peso della propria storia, che la conosca o no. Dirò di più: porta il peso della Storia.

Ci si può solo domandare se interrogare abbia un senso senza inquietudine. C’è qualcosa di orribile, da un lato, nel constatare la sofferenza; dall’altro, nel dire che nonostante tutto ha un suo aspetto positivo.

Che cosa resterebbe all’ebreo se non avesse almeno la speranza che la sua storia, la sua sofferenza, la sua inquietudine saranno alla fine un fermento, un’esperienza esemplare che ciascuno deve anche fare sua? Questa esperienza è adatta per risvegliare una coscienza che rischia di assopirsi» (Jabès, Dal deserto al libro, Conversazione con Marcel Cohen, Elitropia, Reggio Emilia 1983, 113).

Restare nell’inquietudine per restare svegli, per assumere la responsabilità della memoria dei morti tra i vivi, per non assopirsi ed essere fagocitati dall’indifferenza che è l’oblio più tenace, il sonno di coloro che dimenticano i dimenticati.

L’inquietudine e camminare nel deserto memori della memoria, ospitati fuori di sé solo nella promessa, il segreto di una grazia.

In questo libro Jabès parla attraverso la storia frammentata di Sarah e di Yukel che sono «l’immagine dell’amore ferito… Questa storia non aveva bisogno di essere raccontata. Per questo resta frammentaria. La loro biografia vera è talmente annientata dall’ampiezza del dramma storico dell’assassinio di sei milioni di uomini, donne, bambini – che non li riflette più.

La storia è fatta di accenni. È necessario un riferimento per riconoscere un cammino. Sarah et Yukel parlano come se già fossero i testimoni e le vittime designate della storia (Dal deserto alla parola, 93-94).

Il deserto è esperienza di apertura incondizionata verso il tutto ed il nulla; è rottura anche da tutto ciò che precede e che trattiene, è esperienza di solitudine in cerca di ospitalità.

 

L’interrogazione nasce da una rottura

Questa rottura si riferisce alla stessa condizione ebraica. Jabès afferma che non bisogna dimenticare di essere il «nucleo di una rottura». Di più: «La rottura è nel cuore dei miei libri “come il nocciolo nel frutto”. Spingerò più in là la metafora dicendo che da questo nocciolo nasceranno altri frutti, altri alberi.

È così anche per l’interrogazione che può svilupparsi solamente a partire da una rottura. C’è una verginità della domanda come c’è una verginità del frutto staccato dall’albero. Questo perché ogni domanda è indipendente dalle altre – così come ogni frutto ha la sua sorte – partecipando tuttavia a un destino comune» (ivi, 111-112).

 

Il libro da una ferita

 Il libro delle interrogazioni inizia con le parole «tu sei colui che scrive ed è scritto e subito dopo un invito: «Segna con una traccia rossa la prima pagina del libro perché la ferita è invisibile al suo inizio» (ivi, 6-7).

«Vi ho riferito le mie parole. Vi ho parlato della difficoltà di essere Ebreo, che si confonde con la difficoltà di scrivere; perché ebraismo e scrittura sono la stessa attesa, stessa speranza, la stessa consunzione.

Guarda vivere la parola. Guarda vivere le parole. Dopo, ascolta… Il silenzio che è il termine e il principio, l’anima delle parole… lascia che il silenzio assolva, senza cedimenti, al ruolo di nocchiero» (ivi, 55; 57; 62).

Ecco allora l’unico conforto dello scrittore: «Sarei confortato – dice Jabès – se i miei libri continuassero a suscitare una qualche inquietudine. Non penso che i miei libri siano “illeggibili”. Non penso che siano oscuri. Diventano illeggibili solamente se vi si cerca una certezza.

II lettore ideale è quello che attraverso i miei libri sappia assumere le sue personali contraddizioni, la sua propria vertigine e impari, a poco a poco, a non lasciarsi spaventare» (Dal deserto alla parola, 192-193).

L’interrogazione come l’inquietudine ci permettono il riconoscimento dell’alterità, d’altri e pure nostra; ci fanno andare oltre l’immagine e l’identità conosciuta, come nomadi in un deserto ritorniamo esuli, stranieri. La domanda che genera apprensione ci rende così estranei a noi stessi come separati e sradicati, senza più un luogo, in cerca di un nuovo accoglimento.

Fondamentale per Jabès è allora l’allegoria del deserto come paradigma dell’interrogazione, che diventa scuola di ospitalità, spaesamento di sé e inatteso e stupito ritrovamento nella prossimità all’altro, luogo, meta e nuovo inizio di quel cammino sempre da cercare che è la fraternità.

«Prima di pensare al luogo dove stabilirti, cerca la via d’uscita per la tua inquietudine». Questa via è l’ospitalità nomade.

Nell’ospitalità lo straniero diventa familiare e colui che ospita diviene straniero. Nel deserto ricorda Jabès «mi sono accorto, un giorno, che, nella sua vulnerabilità lo straniero poteva contare soltanto sull’ospitalità. Che altri poteva offrirgli. Proprio come le parole beneficiano dell’ospitalità offerta a loro dalla pagina bianca e l’uccello di quella che senza condizioni gli offre il cielo» (Il libro dell’ospitalità, 4 di copertina).

Per i nomadi del deserto l’ospitalità è connaturale come l’ambiente in cui vivono, come la sabbia, il vento, l’aurora, il tramonto la pioggia e la sete, come lo sguardo puntato oltre l’orizzonte, perché considerano il deserto la loro dimora, anche quando leva le tende e si incammina di nuovo verso l’infinito, verso un dove che non sa.

 

L’ospitalità nomade (di Edmond Jabés)

«- Un ricordo. È passato molto tempo. Nel deserto del Sinai. Eravamo insieme.

Tu ed io. – Più di mezzo secolo è trascorso, da allora. – Avevamo appena attraversato il canale di Suez, eravamo allegri. Avevamo due mesi dinanzi a noi per visitare la Palestina, la Siria e il Libano, percorrere in lungo e in largo quei paesi, traversarli, come un libro insieme molto antico e tuttavia recente.

Paesi scritti e riscritti senza fine con le parole a loro più proprie. Pagine perdute, pagine ritrovate.

– Avevi una macchina nuova. Una cabriolet grigia, di fabbricazione americana. L’interno era tappezzato di cuoio blu. – Eravamo ben attrezzati: cinque thermos di tè ghiacciato, diverse scatole di alimenti conservati, un vecchio bidone di metallo riempito d’acqua che tenevamo come riserva nel cofano insieme con un’asse di legno e alcuni metri di tela metallica. L’acqua per l’eventualità che la vettura si fosse surriscaldata – c’eran più di cinquanta gradi all’ombra -, l’asse di legno e la tela metallica nel caso di insabbiamento.

Ce l’avevano detto. La pista un poco indefinita che seguivamo non sempre era visibile. Rischiavamo di insabbiarci in ogni momento.

Cielo e sabbia ci apparivano come le due dimensioni dell’infinito.

Andavamo a bassa velocità, finché non ci trovammo di fronte a una duna che il vento molto forte della sera aveva eretto, granello sopra granello, lungo tutta l’ampiezza della pista.

– Una duna alta almeno due metri. – Bisognava ad ogni costo aggirarla. M’illudevo sulla manovra. Di colpo la macchina si piegò su un fianco.

– Ricordo. Il sole ci traversava la pelle. Tuffammo le mani nel cofano, e lo sconforto fu totale quando scoprimmo che il percorso sassoso e accidentato sul quale c’eravamo avventurati – d’altra parte, che altro si poteva fare? – aveva avuto ragione dei nostri thermos. Rovinati, tutti e cinque.

– Bevemmo – senza riuscire a dissetarci, si capisce – l’acqua torbida, giallastra, col retrogusto d’olio rappreso, che era nel recipiente. – Anzitutto: non esporsi alla luce. Aspettare.

Il cielo aveva la trasparenza di un cristallo che un’aquila altera sembrava volesse graffiare con i suoi artigli e poi lacerare, senza alcuna pietà. La sera avremmo visto i frammenti del cristallo trasformarsi in diamanti: “ … come delle lune nane“, dicevi.

Ma no. L’aquila, evidentemente, non ci degnava delle sue attenzioni.

– La notte era fresca. Che contrasto! Scrutavamo l’orizzonte, attenti al minimo rumore che fosse sorto. Una carovana, diretta verso Suez, ci avrebbe certamente avvistato e ci avrebbe soccorso.

– Ricordo. Attendemmo, invano. Trentasei ore, forse più. Tu dicesti, a quel punto: “Bisogna tornare indietro, rifare nell’altro senso il cammino”.

Ero poco disposto ad accompagnarti. Quella lunga marcia mi spaventava. Dopotutto, non stavo mica poi tanto male là dov’ero. Mi sentivo persino bene, in quel momento. Avevo la sensazione che lentamente stavo per entrare nella morte. Piano piano, senza rendermene affatto conto. Senza averne piena coscienza.

– M’avevi preoccupato.

– Non tardasti a convincermi.

– Credi che t’avrei abbandonato alla sorte?

Appena tramontato il sole, riprendemmo la strada.

Di buon passo.

Sentivamo in lontananza gridare i nibbi rossi.

Ne seguivamo il volo, la fuga improvvisa. Attorno, gli avvoltoi esploravano il territorio, incoraggiati forse da una iena solitaria il cui grido la prima volta ci fece sobbalzare. Era davvero vicina a noi, e non ce n’eravamo accorti.

– Sì, mi ricordo.

La pista che seguivamo fedelmente ci rassicurava. Non potevamo perderci. – Verso la mezzanotte una voce potente, profonda, sorse dal fondo della notte, c’inchiodò sul posto. Un nomade ci bloccava il passaggio. Un fantasma.

Ci occorse un po’ di tempo per persuaderci ch’era un essere vivente.

– L’uomo ci rivolgeva delle domande con evidente interessamento. Ci teneva a sapere dove eravamo diretti. Gli raccontammo la nostra disavventura.

Rifletté, poi a bruciapelo ci disse: “Vengo con voi. Cercheremo delle scorciatoie. Arriveremo a El-Shatt prima dell’alba”. E aggiunse, forse per metterci a nostro agio:” Non siete forse miei ospiti?”.

– Passammo davanti al posto dove lui s’era accampato, più in basso della pista. Calpestammo il suo territorio. Qui egli era dappertutto in casa sua. Si considerava in certo modo responsabile di noi, anche se in questo caso non poteva trattarsi di responsabilità vera e propria, quanto piuttosto di un’idea di ospitalità che appartiene proprio a chi è nato nel deserto. Colui che in modo inatteso vi si presenta davanti ha sempre un posto riservato sotto la tenda. È l’inviato di Dio.

– All’alba, come previsto, arrivammo a destinazione.

Non sapevamo come testimoniargli la nostra riconoscenza.

Gli offristi del denaro: lo rifiutò, come turbato.

Era tanto grande ai suoi occhi la tua indelicatezza che essa doveva essere per forza innocente.

Sorridendo, ci tese la mano e scomparve.

– Due giorni dopo, mentre viaggiavamo con una macchina dell’esercito guidata da un giovane soldato e messaci a disposizione dallo Stato Maggiore, ci ritrovammo un’altra volta dinanzi al suo accampamento. Chiedemmo all’autista di fermarsi.

Il tempo di salutare un amico.

A Suez avevamo acquistato, pensando a lui, un otre d’acqua potabile e alcuni scampoli vivaci di tessuto per la sua famiglia.

Ci vide subito e si diresse verso di noi per invitarci a bere una tazza di tè. Perché fece mostra di non conoscerci? Un atteggiamento che ci parve strano, e un poco ci urtò.

Sbagliavamo. Evidentemente non avevamo riflettuto abbastanza su che cos’è l’ospitalità per i beduini.

Se il nostro ospite ci aveva ricevuto fingendo di non conoscerci, era per sottolineare che noi due restavamo ai suoi occhi gli anonimi viaggiatori che in nome dell’ancestrale ospitalità della sua tribù egli aveva dovuto onorare in quanto tali: se così non avesse fatto, la nostra improvvisa visita avrebbe preso il sapore di un ritrovarsi effimero.
(Il Libro dell’ospitalità, Raffaello Cortina editore, Milano 1991, 86-92)

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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