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Le scarpe perdute e i libri trovati a mezzanotte

Che ora, la mezzanotte. L’ora delle streghe. L’ora di Cenerentola, quando la carrozza che l’ha condotta alla reggia per il ballo si dissolve in una zucca e la magia finisce. L’ora per andare a letto: fino a due anni fa alle 24 dormivo da un pezzo  e la sveglia per preparare la mia giornata a scuola era puntata all’alba, ora ci chiudo la giornata salendo le scale per coricarmi a leggere un po’.

Nell’ultimo libro che ho letto Nora Seed, una trentacinquenne infelice che vive in una piccola città inglese, a quest’ora entra in una biblioteca misteriosa che contiene infiniti libri dalle infinite sfumature di verde. Altro elemento magico, è evidente.

Nora come Cenerentola ha attirato su di sé un sortilegio: ha una vita infelice ed è dominata dai rimpianti. La tormenta il pensiero delle scelte inautentiche che ha fatto nella vita, ancor più la tormentano le altre opzioni, quelle che ha scartato. Sente di essere solo pura sofferenza e decide che non vuole più vivere…

La biblioteca in cui si ritrova ha regole molto precise e una bibliotecaria irreprensibile nel farle rispettare. Si tratta di Mrs Elm, Nora la ricorda per i modi gentili con cui prestava i libri agli studenti nella scuola della sua infanzia. Ora è qui a consigliarle come scegliere i volumi che scorrono sugli scaffali in un moto senza inizio e senza fine. Ogni volume è una vita diversa, basta aprirlo per ritrovarsi dentro una di loro.

E Nora procede, libro dopo libro viene proiettata in una versione alternativa di sé e del suo vissuto: sta ancora con una persona con cui ha rotto i rapporti, fa un lavoro che non ha accettato,  segue la carriera di nuotatrice olimpionica, diventa una glaciologa, è una famosa cantante rock, una madre e moglie felice e via dicendo. Vita dopo vita, Nora cerca la risposta alla domanda di tutte le domande:  “E se potessi tornare indietro e cancellare i tuoi rimpianti, cosa faresti in modo diverso”?

Leggo alcune recensioni del libro e ripenso alla conversazione che c’è stata giorni fa nel gruppo di lettura di cui faccio parte; mi occorre avere le bussole degli altri, perché la mia è ondivaga e sembra non trovare il Nord. Questo libro mi ha catturata all’inizio, quando la biblioteca-limbo, in cui Nora è appena entrata, le mette davanti infinite alternative di vita.

Poi ho avvertito una certa ripetitività nel racconto: a ogni ingresso in un nuovo libro-vita la protagonista ne mette a fuoco i punti di forza, si adegua alla nuova sagoma di sé e poi, al primo segnale di imperfezione, di insoddisfazione, scivola via e continua la ricerca della vita migliore.

Qualche altro lettore dice di avere capito a questo punto quale sarebbe stato il finale. Io confesso che no, non ho voluto andare alle conclusioni, come mi è capitato altre volte ho sospeso di rielaborare la storia e me la sono lasciata versare addosso. E quando sono arrivata al finale non l’ho trovato così scontato.

Il finale è che Nora comprende l’inutilità dei rimpianti, tocca con mano che ogni vita è imperfetta e che non sappiamo se da scelte diverse potessero scaturire vite migliori. Nora alla fine è pronta a vivere la sua vita di prima: quando la Biblioteca di Mezzanotte si dissolve (e la dissoluzione dipende da lei) lascia il limbo tra vita e morte e si ritrova nella propria casa a fare i conti con la solita quotidianità.

Ora però è determinata a giocare la partita, a esplorare le potenzialità che questa vita le offre per essere felice. Dice: “Non è necessario giocare tutte le partite per rendersi conto di cosa significa vincere”. Che Nora sappia di poter vincere hic et nunc è una lezione che non fa mai male ripetere, in più nel libro ci sono molte citazioni del filosofo David Thoreau che bene esprimono l’idea. Hanno anche ragione le lettrici insoddisfatte da un finale così banale, tuttavia mi viene spontaneo rivalutarlo in base a un sano repetita iuvant.

Penso anche alle riflessioni profonde che Nora fa quando chiama in causa dalla fisica quantistica la teoria del “multiverso”, dell’esistenza cioè di mondi alternativi a quello in cui viviamo. Dalla molteplicità del soggetto, a cui ci avvia il nuovo paradigma della conoscenza all’inizio del Novecento, alla molteplicità dei mondi: è il passo compiuto dal pieno secolo XX che investe anche il primo ventennio del XXI. Anche in questo il romanzo di Haig mette una delle sue radici e mostra di estendersi anche in profondità, non solo nella enumerazione delle vite possibili.

Ascolto l’autore in una breve presentazione del libro che ho trovato in rete e colgo un ulteriore aspetto della sua narrazione, quello introspettivo. Haig ammette di avere pensato alla morte e alla infelicità in un momento di depressione e assegna alla scrittura della storia di Nora un potere catartico, se non salvifico addirittura. Per sé stesso, prima di tutto.

Comprendo meglio perché nella scrittura ha esplorato così tante vite e finalmente metto a fuoco cosa penso del finale:  mi è chiaro che a lasciarmi perplessa non è tanto la sua prevedibilità, quanto la visuale piatta con cui Nora riprende la sua vita, l’individualismo come unico orizzonte.

Nessuna considerazione sociale, nessun riferimento alla formazione che ha ricevuto dalla società inglese, alle coordinate storiche. Solo i condizionamenti che ha subito sul piano esistenziale, il peso su di lei delle aspettative della famiglia e di poche altre persone davvero importanti.

È salita come Cenerentola su una zucca incantata, che nel suo caso è la Biblioteca sospesa tra la vita e la morte, ha abitato il non-tempo della mezzanotte. Eppure ha manipolato le tante varianti di sé più extensive che intensive, per dirla con Galileo. Con una profondità di sguardo che si è fermata a metà.

Nota bibliografica:
Matt Haig, La biblioteca di mezzanotte, Edizioni E/O, 2020 (traduzione di Paola Novarese)

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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