Pensione o remigrazione?
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Il nostro sistema pensionistico si basa sul meccanismo detto “a ripartizione”. Questo vuol dire che l’INPS non attinge a un patrimonio proprio, ma utilizza i contributi delle persone che lavorano per pagare la pensione a chi si trova in quiescenza.
Questo sistema ha una conseguenza che a molti sfugge. Se entriamo nel sito dell’Inps, sezione “La mia pensione futura”(qui), potremo vedere il montante accumulato finora: il totale dei versamenti previdenziali effettuati, destinati a trasformarsi nella rendita che ci sosterrà una volta smesso di lavorare.
Per chi, come me, ha una anzianità contributiva significativa, si tratta di cifre assolutamente ragguardevoli. Peccato che quei soldi, in realtà, non esistano. Esiste esclusivamente una posta contabile, ma quelle somme non sono accantonate da nessuna parte: quando andremo in pensione avremo bisogno che ci sia un numero sufficiente di lavoratori e lavoratrici che versano contributi da ripartire, per poter beneficiare di quelle somme.
Ecco perché per la previdenza pubblica è indispensabile mantenere sempre un equilibrio tra attivi e inattivi: se questo rapporto si sbilancia, diventa necessario intervenire. In che modo si interviene? L’ideale, ovviamente, sarebbe aumentare il totale delle persone che lavorano e garantire loro una retribuzione adeguata, ma questo non è così facile.
E allora si interviene in due modi: riducendo il numero di persone che vanno in pensione e abbassando l’ammontare degli assegni che vengono pagati. Questo è il motivo per cui negli ultimi anni assistiamo ad un progressivo aumento dell’età pensionabile: dal 2029 serviranno 67 anni e 6 mesi. Contestualmente viene modificato il “coefficiente di trasformazione”, ossia il parametro attraverso il quale il montante viene trasformato in rendita. Se ne parla poco, ma l’ammontare delle pensioni riconosciute a chi esce dal lavoro tende a ridursi di anno in anno.
Accantoniamo, per un momento, la questione pensioni.
La novità politica degli ultimi tempi è la crescita di movimenti politici di estrema destra, diffusi in tutta Europa, che hanno in comune la stessa parola d’ordine: remigrazione. In cosa consiste la remigrazione?
L’obiettivo di chi la sostiene è il rimpatrio di tutti gli stranieri presenti in una nazione, compresi quelli che in quella nazione sono nati da genitori stranieri, ed il loro ritorno al loro paese “etnicamente nativo”. Quindi non si tratta di espellere solo coloro che creano problemi di ordine pubblico (obiettivo teoricamente condivisibile ma assai difficile da realizzare) ma tutti gli stranieri, a prescindere dal fatto che possano avere un lavoro regolare, una casa, e che magari siano nati in Italia e non conoscano altro posto né una lingua diversa dall’italiano.
Immaginiamo per un attimo che questo progetto si concretizzi. Ad oggi gli stranieri che risultano regolarmente impiegati nel nostro paese sono circa 2,6 milioni che versano, tra tasse e contributi, circa 40 miliardi l’anno. Se si potessero far sparire da un momento all’altro, il sistema pensionistico si sbilancerebbe in modo drammatico, costringendoci a restare al lavoro ben oltre la terza età e con assegni inadeguati ad un tenore di vita dignitoso.
In politica ognuno ha il diritto di avere le sue idee, ma alcune appaiono particolarmente insensate, se non pericolose. La remigrazione è un’idea che si basa su ignoranza, inconsapevolezza, razzismo, e, almeno in apparenza, egoismo.
Ma è soprattutto un’idea demenziale e suicida: volendo davvero essere egoisti, dovremmo fare in modo di avere tanti stranieri che lavorano in modo regolare, cercando di far emergere anche tutti coloro che lavorano in nero, per mettere in sicurezza le pensioni presenti e future.
E allora, la domanda che inizialmente poteva sembrare illogica, diventa uno dei punti su cui basare le nostre scelte negli anni a venire. Voi cosa volete? Pensione o remigrazione?
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