21 Agosto 2022

Naomo, la nemesi di Giove pluvio e il destino di un territorio fragile

Nicola Cavallini

Tempo di lettura: 4 minuti

 

Il brutto del web è che ogni giorno ti inonda di cose, e tende a cancellarti la memoria delle cose dette e fatte l’anno prima, il mese prima, addirittura il giorno prima. Il bello del web è che ne conserva le tracce.

Nel 2018, dopo un violento temporale che allagò alcune zone di Ferrara, l’allora censore del potere  Nicola “Naomo” Lodi girò un video nel quale accusò la Giunta di non avere fatto nulla per evitare il disastro. Lo sporcaccione Modonesi non aveva pensato di far pulire le caditoie che convogliavano l’acqua piovana alle fognature, e il risultato era che per girare Ferrara serviva una canoa (se non te lo ricordi, puoi rivederlo QUI)

Qualche giorno fa un violento temporale ha allagato Ferrara. Corso Ercole d’Este, via Spadari sembravano gonfi affluenti del Po, Piazza Ariostea un lago le cui acque venivano solcate da un improvvisato surfista di città. Video sulla pulizia delle caditoie da parte dell’attuale vicesindaco Nicola “Naomo” Lodi, non pervenuti. Ovviamente.

Se le divinità fossero cadute in disgrazia al punto da doversi occupare delle sorti di un piccolo pregiudicato di provincia, ti direi che Giove Pluvio e Nemesis si sono alleate per il nostro divertimento. Purtroppo però è un divertimento magro, che dura un attimo. Perchè quello che si è verificato e si ripeterà non è un brutto temporale, è una manifestazione del cambiamento del clima. L’altra faccia di mesi di siccità. Una tragedia. Per centinaia di coltivatori, anzitutto. Per te e me, per noi, che fra un po’ mangeremo scatolette invece di frutta e verdura fresca. In prospettiva, una tragedia per il nostro territorio, un fragilissimo delta in cui il confine tra terra e acqua oramai è segnato nemmeno dall’accigliarsi del fiume, ma del mare. E noi lo stiamo facendo accigliare, ed alzare.

Durante una bella lezione agli studenti (leggi qui), il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha detto una cosa che trovo convincente: “Il Pianeta ha cinque miliardi d’anni, ha grandi animali da mezzo miliardo d’anni, è sopravvissuto alla caduta di asteroidi e altri cambiamenti climatici. Quindi io non credo che il Pianeta sia in pericolo, ma noi lo siamo. Tutta la nostra civilizzazione è basata su risorse agricole estremamente delicate da gestire con il cambio della temperatura. Immaginiamoci se si fermano i monsoni nell’oceano indiano: cesserebbe di piovere nel sud est asiatico e miliardi di persone nell’Asia, senza cibo, vorrebbero emigrare altrove. Ecco perché la situazione è estremamente difficile”.

Capisci? Noi siamo in pericolo. Il Pianeta Terra ha i mezzi per ristabilire un proprio equilibrio, ma su basi diverse, che potrebbero stravolgere completamente il nostro modo di vivere. Parisi ha aderito alla lettera aperta che molti climatologi del Sisc (Società Italiana per le Scienze del Clima) hanno rivolto ai politici impegnati nella campagna elettorale. Uno dei passi più significativi della lettera recita: “Come scienziati del clima siamo pronti a fornire il nostro contributo per elaborare soluzioni e azioni concrete che siano scientificamente fondate, praticabili ed efficaci. Ma chiediamo con forza alla politica di considerare la crisi climatica come un problema prioritario da affrontare, perché mina alla base tutto il nostro futuro” (per il testo integrale della lettera, leggi qui).

La cosiddetta “transizione energetica” non è una passeggiata. Di sicuro, le idee degli scienziati del clima andrebbero intersecate con robuste dosi di pragmatismo economico e sociale, per governare un processo che diversamente rischia di rimanere in stallo tra due estremi: l’estremo di chi guarda solo al ripristino di un equilibrio sostenibile dal punto di vista climatico, dicendo no ad un mantenimento nel breve e medio periodo di fonti energetiche inquinanti, ma non sostituibili in toto; e l’estremo opposto di chi guarda solo al presente, bollando come populista ogni idea di sostituzione graduale dei combustibili fossili con fonti rinnovabili. Solo un mix di questi due approcci fa imboccare una direzione di buon senso.

Sotto questo aspetto anche il nostro fragile territorio dovrebbe approfondire l’esperienza delle Comunità energetiche rinnovabili per l’autoconsumo collettivo:  comunità territoriali dove i produttori di energia e i consumatori si scambiano l’energia prodotta in un circuito di consumo collettivo. E’ un’esperienza nata in Alto Adige nel 1921, e sviluppata a partire dagli anni settanta soprattutto in Danimarca, Germania e Paesi Bassi (ne abbiamo parlato su Periscopio, qui).

Le Comunità Solari Locali sono nate a partire da un progetto dell’Università di Bologna nel 2010, prima della legge nazionale che ha istituito le comunità energetiche Cer. Attualmente, sono presenti in comuni dell’Emilia Romagna (Medicina, Zola Predosa, Casalecchio di Reno, Sasso Marconi), Montegiorgio (Fermo) e Pesaro nelle Marche. Ci sono poi altre trentaquattro sezioni costituende tra cui Sambuceto in Abruzzo. Come spiega Leonardo Setti, docente dell’Università di Bologna, esperto di rinnovabili e fondatore delle Comunità solari: “nel passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili dobbiamo inevitabilmente passare dal global al glocal, ovvero dalla gestione dell’energia a livello globale alla gestione a livello locale perché le rinnovabili, a differenza dei combustibili fossili, non sono centralizzabili. Ognuno di noi dovrebbe iniziare a produrre l’energia che consuma che sia sulla superficie di un tetto, di una scuola o di un parcheggio. In questo modo potremmo produrre il 70% dell’energia sui territori e consumare sui territori, l’altro 30% dovremmo necessariamente importarlo per ragioni stagionali o metereologiche. Le comunità energetiche nascono per tenere in equilibrio questo sistema di produzione e di consumo.”

Solo una produzione e consumo di prossimità potrà tracciare la strada che dalla transizione locale porta alla transizione globale. A Medicina in questo momento sono coinvolte nel progetto 300 famiglie, circa il 2% della cittadinanza. I risparmi sulle bollette sono stati di 250/300 euro l’anno; le mancate emissioni nocive sono state di 40 kg di Co2 l’anno per ogni cittadino aderente.


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L’autore

Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.
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