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Life coach: psciologo professionista o guru-imprenditore?

Viviamo un’epoca in cui emergono sempre più spesso figure di riferimento discutibili, che si impongono come risolutori della sofferenza umana, dei fallimenti, delle incertezze, dei dubbi, dei tentennamenti e disorientamenti che inevitabilmente possono raggiungere ciascuno di noi in momenti particolari della nostra vita, inaspettati, a volte persistenti, impattanti e scoraggianti.

Accanto a professionisti seri e preparati dopo lunghi anni di studio approfondito sulla mente umana, le relazioni interpersonali, la conoscenza del sè, troviamo i “venditori di felicità”: appaiono su TikTok, assumendo mille smorfie e manfrine, sorrisini che dovrebbero essere accattivanti, allusivi, invitanti, su uno sfondo di pseudo studi sulle cui pareti campeggiano attestati e qualifiche acquisite da qualche parte.

Usano espressioni verbali studiate a tavolino, parola per parola, che suonano immediatamente di poco spontaneo, roboanti emissioni di promesse improbabili. Impazzano nel web catapultandoci addosso la loro smania di protagonismo, la loro presenza stereotipata costruita ad hoc, che dovrebbe ricordarci “quanto poco valiamo” senza di loro.

Uno stuolo di guru-imprenditori di se stessi si propongono per assaltare il colossale business del disagio, la sofferenza, il dolore, il bisogno di cambiamento, la ricerca di risposte per affrontare il futuro, l’elaborazione del passato, la perdita, il vuoto interiore. Perché tutto ciò può trasformarsi in fatturato, se di fatture regolari si può parlare

Aiutare gli altri non è più una propensione, ma diventa un mestiere retribuito – troppo spesso improvvisato o affrontato dopo una manciata di ore in “corsi di preparazione” – con introiti non da poco, e questo fa gola.

Una jungla di life-coach, tra cui gente seria e attendibile, ma anche personaggi senza scrupoli o ignoranti, che mancano effettivamente di cultura di base e conoscenze solide in campo umanistico e scientifico, con la presunzione di poter dare una svolta alle vite degli altri (o della propria!?!).

Alcuni si scagliano contro gli psicologi, quasi fosse un incontro paritario tra gladiatori, in cui il coach dovrebbe avere la meglio per meriti e competenze indefiniti, quando sarebbe assolutamente necessario riconoscere nello psicologo una figura professionale completa e competente negli ambiti patologici ed esistenziali, può aiutare a crescere, cambiare, raggiungere obiettivi.

Perché un mental coach dovrebbe saperne di più elargendo felicità e successo? Il nome coaching trae origine da Kochs, un villaggio ungherese a una decina di chilometri da Budapest, rinomato per la produzione di carrozze. L’accostamento semantico tra “carrozza” e quello veicolato dalla parola “coach” è evidente.

Le origini del coaching risalgono alla fine degli Anni Settanta, da un’intuizione del maestro di tennis Timothy Gallwey. L’istruttore voleva dimostrare come i giocatori di tennis riuscissero ad autocorreggersi e dare il meglio di sé quando, ai consigli, inviti, suggerimenti esterni, si sostituivano domande aperte con un approccio più rilassante legato al vissuto, orientato sul “fare”, sospendere il giudizio e formulare obiettivi concreti e formati.

Negli Anni Ottanta il coaching si divulgò in Europa e da allora è diventato pratica diffusa, a proposito e a sproposito. Oggi il rischio di affidare le nostre risorse interiori a venditori di fuffa è reale e la cronaca se ne occupa frequentemente segnalando casi.

Il rischio maggiore è quello però di assuefarci alle promesse di aiuto facile da parte di affabulatori, spesso individui la cui pochezza è palpabile, che promettono la “felicità in 120 ore”, l’elisir che risolverebbe i nostri fardelli, dimenticandoci o rinunciando ad indagare in noi stessi per trovare le risorse necessarie a rialzarci e trovare la barra delle nostre esistenze.

La credulità densa di superstizione medievale è superata oggi dall’informazione, dai dati accessibili a tutti, la possibilità di ricercare e verificare per trovare conferme o smentite senza farci abbindolare. Perché di guru prodigiosi, grandi esperti della mente e dell’anima, tronfi di un’autostima che non trova riscontro nei fatti, finti profeti che vantano un link privilegiato con forze soprannaturali se non con Dio, elevandosi a emissari diretti del Cielo, ne facciamo a meno.

Per leggere gli articoli di Liliana Cerqueni su Periscopio [vedi qui]

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Liliana Cerqueni

Autrice, giornalista pubblicista, laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano. E’ nata nel cuore delle Dolomiti, a Primiero San Martino di Castrozza (Trento), dove vive e dove ha insegnato tedesco e inglese. Ha una figlia, Daniela, il suo “tutto”. Ha pubblicato “Storie di vita e di carcere” (2014) e “Istantanee di fuga” (2015) con Sensibili alle Foglie e collabora con diverse testate. Appassionata di cinema, lettura, fotografia e … Coldplay, pratica nordic walking, una discreta arte culinaria e la scrittura a un nuovo romanzo che uscirà nel… (?).

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

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