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Vite di carta. Mettete dei versi nei vostri cannoni

Finiti gli Esami si Stato, mi sento sollevata come è normale aspettarsi ma anche perplessa. Ora ho davanti uno spazio grande che si chiama estate, oltre il quale dopo tanti anni posso guardare trovandoci altro spazio libero. Sarò in pensione dal primo settembre, e con sei parole ho detto tutto.

Mi riesce però difficile cucirle su di me: ho in mente qualche flash colorato su eventi e atmosfere che mi aspettano, come guardare di meno l’orologio, oppure decidere all’ultimo minuto come organizzare la giornata. Privilegi che hanno a che fare con un ritmo più rilassato, con un diverso ‘tempo’. Per la mia persona il fatto di non avere più le mattine scandite dal suono della campanella è davvero inusitato.

Eppure non riesco ancora a pensare alle mie nuove giornate in forma complessiva, con uno sguardo ampio; non voglio dire che  riuscirei a  prevederle, questo non si può. Non riesco a concepirle.

Ancora penso ai ragazzi. Mi domando come giudicano il loro esame, a cose fatte. Se si ritengono soddisfatti del loro voto e della loro performance. Se sentono di avere superato la prova con se stessi, tenendo fede alle aspettative su cosa avrebbero dovuto dire a noi docenti, su come si sarebbero dovuti esprimere.

Quanto a me, sul triennio con loro ho in mente un bilancio lungo che ora è avvolto su se stesso, lo dipanerò caso mai in una prossima occasione.

Penso all’esame dei ragazzi e mi inonda, questo sì è un pensiero ampio, la considerazione di averli messi di fronte per lo più a testi di poesia. Ero tenuta a proporre loro dei brevi testi e a discuterli insieme; e così la poesia ha trovato il suo posto privilegiato tra le mie scelte.

Se i testi della letteratura vanno buttati giù come pillole, non c’è che Amai di Umberto Saba ad assolvere la richiesta. E come Amai, anche l’Infinito di Leopardi, Il lampo di Pascoli, La farandola dei fanciulli sul greto di Montale, e così via. Almeno sono testi interi. In realtà ho dovuto e voluto variare, proponendo altri poeti e altri testi narrativi e li ho dovuti spezzare per ricavarne un passo significativo ai fini del colloquio.

La poesia. Io ci ho provato a lasciar parlare il candidato, a vedere se riusciva a far emergere la struttura del testo, a farne uscire i significati, a svelare gli intrecci profondi con le forme. La poesia non è un mucchietto di parole, su cui il poeta ha soffiato, facendo loro prendere posto sulla pagina.

Li ho visti capaci di superare la spiegazione letterale e riconoscere almeno un livello testuale complementare: per esempio le figure retoriche o la distribuzione dei temi e la rete lessicale con i suoi suoni. Insieme abbiamo sempre parlato delle torte di Nonna Papera, quelle coperte di glasse colorate: si taglia una fetta e la si depone sul piattino. E’ alta e tremolante; il cucchiaino che usiamo per sezionarla attraversa i vari strati colorati e anche il sapore che ha al primo assaggio è fatto dalla somma dei diversi sapori.

In classe sembrava funzionare. Durante il colloquio Nonna Papera non è stata nominata, da parte mia, per preservare il valore intimo del nostro ‘lessico familiare’ di classe. Loro non so.

Mi domando cosa rimarrà ai ragazzi di queste letture, oltre il formulario da studenti: il correlativo oggettivo di Montale di qua, il pessimismo cosmico di Leopardi di là. La loro insegnante, io, non è un’esperta di poesia italiana e tanto meno di poesia straniera, però ha cercato di renderli sensibili al testo poetico che è qualcosa di speciale. Oltre a essere un textum, un intreccio di parti che vanno a comporre un sistema, è intriso della funzione poetica della lingua, quella che esalta la formulazione del messaggio in ogni suo aspetto.

Credo infatti che poesia voglia dire almeno altre due cose: la prima è che le parole subiscono una rigorosa selezione prima di prendere il loro posto preciso nel testo, altro che soffiatina per disperderle qua e là. Dal punto di vista comunicativo la poesia è un messaggio che viene ‘messo in comune’ solo dopo essere stato confezionato col massimo della cura formale, in vista della efficienza comunicativa. E della efficacia, che costituisce il secondo elemento fondante di ogni poesia, ovvero la ricchezza e la concentrazione del significato.

Quel testo lì, con quelle parole messe in successione, quella e non un’altra, si carica di significati aggiunti. Si dice che la poesia è il trionfo della connotazione, dove tu lettore sei invitato a scavare e ad estrarre dai tuoi carotaggi le radici possibili del senso testuale.

Prendi come esempio la ”rondine” nelle poesie di Pascoli e considera che non si tratta solo dell’animale che viene a ritrovare il suo nido a primavera sotto il tuo tetto. Se conosci l’autore con la sua vita, la maniera di fare poesia, la ‘poetica’, sai meglio evidenziare un ventaglio di simboli che la rondine richiama.

Avrai letto X agosto e saprai che essa rappresenta il padre del poeta, assassinato mentre era di ritorno verso casa nella notte di San Lorenzo del 1867 e saprai che il nido familiare rimane per sempre come un valore importantissimo nella vita di Pascoli, e si tratta del nido formato da padre, madre, fratelli e sorelle. Non c’è stata un’altra famiglia per lui.

Poi la rondine è bianca e nera e dal contrasto tra questi due colori si evidenziano gli stupori del “fanciullino” mentre assiste ai fenomeni grandi e piccoli della natura, come ad esempio  al temporale notturno, quando una casa illuminata dal lampo improvviso appare “bianca bianca” nel buio.

Chissà se vedendone volare una un bel giorno ti verrà in mente che ne ha parlato anche Pascoli nei suoi componimenti, non tanto per rispolverare gli studi fatti al liceo, ma per arrivare a concepire che la rondine è una rondine ma anche altro. Per andare oltre la superficie delle forme e dei significati in ogni cosa che appare sul tuo schermo.

Della poesia non si butta via niente; ho detto cento volte anche questa frase che richiama altri riti delle nostre campagne. Poi ho anche chiarito quello che intendevo dire, che nel testo poetico anche la forma è significato. Niente vestito che riveste il contenuto, il testo poetico è inestricabile. Se spezziamo i gangli da cui è formato, e a scuola lo facciamo per arrivare a comprendere, lo distruggiamo. Bisogna saperlo; poi va ricomposto, riletto, riascoltato.

Voglio credere che la poesia, con cui ci siamo lasciati, vi accompagni con il suo concentrato di parole e di sensi. Ve la proporrei al posto dell’oroscopo, che pure contiene le quattro o cinque voci su cui costruiamo il nostro tempo qui. Lavoro, salute, valori, affetti e desideri: più o meno sono questi. E volete che non se ne parli nei testi dei poeti?

Vorrei sentire alla radio, come facevo ogni giorno alle 7.30 del mattino, una bella poesia per ogni segno zodiacale al posto delle espressioni così prosaiche: “Oggi il vostro capo vi farà impazzire, ma con Marte a favore saprete superare il momento di nervosismo” e frasi simili.

Mi viene da suggerire al mondo, dove ora voi andrete a occupare un nuovo posto, un uso diverso della poesia, così come si possono mettere fiori non solo sui davanzali. “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” proponeva la Ballata di pace che nel lontano 1967 cantavano I Giganti, che così motivavano la loro ‘Proposta’: “perché non vogliamo mai nel cielo/molecole malate,/ ma note musicali/ che formino gli accordi per una ballata di/pace, di pace, di pace”.

Se volete vedere più a fondo e più lontano, mettete poesie nei vostri cannoni.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

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Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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