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Aveva appena parlato con suo padre.
A scuola non ci voleva più andare.
Si vergognava.
Rispetto alle altre bambine lei era troppo grande.
Più alta, già con le forme di una giovane donna, si distingueva immediatamente in mezzo alle altre. Aveva provato a mettersi nell’ultimo banco, ma poi …niente… insomma si sentiva fuori posto.
La guerra era terminata da un anno e solo da pochi mesi erano ritornati in città da Argenta dove avevano trovato ospitalità da un collega di suo padre, guardia carceraria nella casa circondariale di via Piangipane a Ferrara.
Negli anni della guerra non era riuscita ad andare a scuola e quindi l’aveva ripresa dalla quinta elementare, dove l’aveva interrotta.
A quindici anni si trovava così iscritta alla classe quinta B della scuola Alda Costa accanto alle figlie della piccola borghesia cittadina, lei nata sì a Ferrara ma con un cognome dall’origine inequivocabile: Sciacovelli, Margherita Rosalia Sciacovelli.

La sua famiglia era arrivata a Ferrara negli anni trenta e lì erano nati lei e suo fratello più piccolo Giovanni.
– Oh buongiorno…finalmente ci viene a trovare…E chi sarebbe questa bella ragazzina signor Sciacovelli?
– Ciao Norma…hai ragione…ti avevo promesso che sarei venuto…ma col nuovo direttore non ho più tanto tempo libero per i miei lavoretti…ma dove è la macchina che si è inceppata?
Ah, lei è Rosalia, mia figlia e vorrebbe fare la sartina…
– Guarda sei fortunato la Nives è a casa oramai da un mese …ha appena avuto il suo secondo figlio.
Se vuoi può già iniziare…
– Allora sì…bene… io intanto provo ad aggiustare quella vecchia Singer.
Mi metto di là…se è il solito problema faccio presto.
– Bene…e tu vieni con me …ti faccio vedere le tue compagne…

La sartoria della Norma era un punto di riferimento sicuro per le signore della città.
Arrivavano lì da lei pregandola di fare lo stesso vestito che avevano visto in piazza, in vetrina da Giudici, il negozio più elegante del centro, dove tutte le signore portavano i loro mariti ad aprire il loro portafoglio per aggiudicarsi prima delle altre l’ultimo tailleur alla moda.
Norma le stava ad ascoltare…non aveva più nessuno, solo la sartoria.
Il figlio e il marito non erano più tornati dal fronte, il lavoro era tutto per lei e le ragazze della sartoria la sua famiglia.
Erano sempre state in quattro: lei, Ines, Anna e la Nives che adesso era a casa.
Anna era bravissima a disegnare.
Andava verso sera quando Giudici era chiuso a copiare gli abiti che erano stati ordinati dalle clienti, tornava in laboratorio e riportava sulla carta il modello. Norma tagliava la stoffa e Ines e Nives cucivano.
-Ecco ragazze…guardate chi vi porto oggi: questa e ‘ Rosalia…facciamo Lia…ti va bene?
Rosalia alzò per la prima volta i suoi occhi su quel nuovo mondo e disse solo
– Sì!
-Bene sei di poche parole…non come quelle due vipere lì…non fanno altro che parlare di ragazzi e matrimoni…
– E tu sei fidanzata?
Dal fondo del negozio si senti’ la voce di Peppino, il padre di Rosalia, gridare
– Allora Norma la smetti di dire queste cose…non vedi che è ancora  una bambina?
-Ma dai Peppino stavo scherzando…non mi sembra però tanto piccola.
Rosalia infatti non era più piccola
Si era “sviluppata” presto rispetto alle sue coetanee e sembrava già una donna fatta.
Era una bella ragazza.
Capelli lunghi castano scuri come gli occhi, magrissima ma con un bel seno ne’ troppo grande ne’ troppo piccolo, ma soprattutto una pelle dal colorito delicato come il suo nome.
Timidissima, arrossiva appena qualcuno la guardava.
Parlava poco, ma capiva subito ciò che gli altri volevano da lei.
Era svelta.
Non si lamentava mai.
Il mestiere lo apprese in fretta diventando in poco tempo veloce come le altre.
Lì era felice.
Aveva trovato in Ines e Anna due amiche.
Fino ad ora non aveva mai avuto amiche.
Ascoltava rapita i loro racconti, le loro avventure con i ragazzi.
-Vedrai… – concludevano sempre con queste parole- un giorno entrerà da quella porta il tuo principe azzurro e ti porterà via da noi! –
Lia allora arrossiva più del solito mentre sorrideva e subito si sentiva dall’altra stanza la voce di Norma
-Ma la volete lasciare stare…pensate piuttosto a terminare il vestito per la Bianchini…tra sette giorni si sposa e noi dobbiamo ancora cucirlo!
Lia guardava quell’abito bianco tutto  pizzi e raso come a qualcosa che a lei non sarebbe mai toccato.
Era l’ultima a lasciare il laboratorio.
Così faceva più ore.
A casa servivano dei soldi per la vita di tutti i giorni e la paga di suo padre era veramente una miseria.

Oramai il vestito era finito.
Era tardi. Sicuramente passate le nove di sera
Lia prese il vestito per metterlo su una gruccia.
Fu un attimo.
Senti fortissimo il desiderio di provarlo.
Non aveva mai fatto una cosa simile
Si tolse in fretta i suoi e ancora più velocemente  si infilò l’abito.
Il cuore le batteva all’impazzata.
Era perfetto.
Sembrava fatto apposta per lei.
Si avvicinò allo specchio.
– Ma lei è bellissima signorina!
Rosa si girò di scatto verso la voce sentita alle sue spalle emettendo un piccolo grido di sorpresa.
– Oh mi scusi, non volevo spaventarla…ma ho provato a chiamare  la Norma …la porta era socchiusa e sono salito…poi l’ho vista e non sono riuscito a trattenermi…mi scusi non volevo proprio spaventarla…lei è bellissima….Permetta …mi presento…sono il rag. Remo Bianchi, tengo la contabilità della sartoria.
Rosalia non sapeva cosa pensare e men che meno cosa dire.
Le girava la testa.
– Non sono io la sposa! Io l’ho solo cucito! –  disse alla fine tutto di un fiato!
– Bene – disse Remo sorridendo- allora sono fortunato …mi rimane una speranza…
– Guardi facciamo che la vengo a prendere domani terminato il lavoro…diciamo alle 18,30 …la prego mi dica di sì.
E Rosa disse sì.

La Seconda Parte puoi leggerla [Qui]

In copertina: foto di Roberto Paltrinieri

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Roberto Paltrinieri


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

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Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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