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Si è dunque arrivati ad un accordo nella riunione dei ministri delle finanze dell’Eurogruppo per definire le scelte economiche da mettere in campo nella crisi derivante dalla vicenda Coronavirus. Nella sostanza, si è stabilito che ci saranno circa 500 miliardi di € a disposizione tra interventi della BEI (Banca Europea degli Investimenti), programma SURE (una sorta di cassa integrazione europea) e MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), anche se questi ultimi pare saranno erogati senza condizioni solo per le spese sanitarie e connesse ad esse. Si potranno poi aggiungere circa altri 500 miliardi provenienti dal cosiddetto ‘Fondo per la Ripresa’, la cui definizione precisa e le modalità di finanziamento sono però slittate in avanti.
Si è parlato di queste decisioni come di un compromesso, dopo un duro scontro tra i diversi Paesi, realizzato ‘scambiando’ risorse significative stanziate – anche se insufficienti, vista la profondità della crisi che si annuncia- e il fatto che sparisce ogni riferimento rispetto alla condivisione dei debiti, i famosi Eurobonds o Coronabonds che dir si voglia. In realtà, a me non pare che le cose stiano in questi termini: in realtà, siamo di fronte ad un arretramento serio rispetto alla possibilità di affrontare positivamente la crisi economica e sociale che si prospetta, al prevalere di spinte nazionalistiche dei singoli Stati, che rafforza purtroppo la realtà di un’Europa incapace di una visione progettuale all’altezza delle vicende in corso, che, a sua volta, è destinata a favorire ulteriori derive nazionalistiche e populistiche.

La differenza sostanziale fra MES ed Eurobonds 

Avanzo questa valutazione cercando di analizzare un po’ meglio il merito e la natura della discussione che si è svolta, alzando un po’ lo sguardo al di là delle polemiche piccine della politica nostrana, alimentate in particolare da una destra che continua a saper fare solo propaganda. Il primo punto che va chiarito è la grande differenza tra utilizzare il MES  (Meccanismo Europeo di Stabilità) e gli altri strumenti varati nella riunione dell’Eurogruppo – sia pure in quelle parti senza “condizionalità”, gergo un po’ tecnico che significa già oggi impegnarsi per rimettere in atto in futuro politiche di austerità – e il ricorso agli Eurobonds, o Coronabonds, che dir si voglia.
Il dato di fondo è che, nel primo caso, ogni singolo Stato che accede a tali risorse risponde della propria situazione economica e debitoria, mentre con gli Eurobonds si realizza una condivisione del debito, cioè si emettono obbligazioni garantite dall’insieme degli Stati europei.
Questa è la differenza sostanziale tra questi due approcci, che non è semplicemente un fatto quantitativo, cioè relativo alla possibilità e al costo dell’ indebitamento, ma, almeno potenzialmente, comporta una modifica dei meccanismi del ricorso e del finanziamento del debito pubblico, quello che ha governato le scelte dell’Europa degli ultimi decenni e imposto le politiche di austerità.

L’importanza di chi possiede il Debito: ad esempio il Giappone

Infatti, quel che è successo, in termini generali, da diversi decenni in qua in Europa, è che si è definito che sono i cosiddetti mercati – che non sono un’entità astratta, ma che rispondono al capitale e alla finanza internazionale – a decidere se finanziare o meno il debito pubblico dei singoli Stati e, alla fine, stabilire se uno Stato è a rischio di insolvenza, di poter andare in default. Il meccanismo è semplice: i singoli Stati, nel momento in cui emettono titoli di debito, svolgono un’asta alla quale partecipano i vari soggetti economici e finanziari che intervengono per comprarli o meno, senza che ci sia un vincolo di intervento per l’acquisto da parte delle autorità monetarie, cioè delle Banche centrali o della BCE.
Questa è stata una scelta, più o meno consapevole, abbracciata dall’insieme degli Stati europei, che hanno sposato una linea di politica economica neoliberista – quella appunto che affida i poteri di fondo e la regolazione sociale al mercato e alla finanza – per cui, quando i problemi diventano stringenti, come nel caso della Grecia nel 2015, le alternative diventano solo due: il fallimento dello Stato con l’impoverimento che ne consegue o feroci politiche di austerità.
Non è sempre stato così e, neanche oggi, è così dappertutto, anche in Europa (ma vedremo dopo il caso Germania). Infatti, la questione del debito pubblico non è semplicemente, come troppo spesso ci hanno fatto credere, quella della sua quantità assoluta e del rapporto Debito/PIL. Conta, per certi versi ancor di più, quali sono i soggetti che possiedono il debito, quelli che, alla fine, decidono della sua sostenibilità. Prendiamo – anche se è un caso particolare e dunque va preso con le pinze – la situazione del Giappone: lì il debito inizia a lievitare nei primi anni ’90 quando, dopo lo scoppio dell’enorme bolla immobiliare, l’economia scivola in uno scenario di bassa crescita. In 20 anni il rapporto Debito/PIL esplode dal 60% al 250% del PIL alla fine del 2018 (altro che il 132% dell’Italia!). Eppure il Giappone non ha particolari problemi di stabilità finanziaria, né tanto meno è a rischio di default: il fatto è che il governo giapponese emette obbligazioni (Japanese Government Bonds – JGB) a tasso zero/negativo per rifinanziare il debito, e la Bank of Japan e gli investitori istituzionali le comprano a prescindere dal rendimento offerto. Il debito è detenuto all’88% nelle mani di istituzioni pubbliche o semi-pubbliche.

Il caso Italia e la strada maestra degli Eurobonds

La situazione è assai diversa per Italia e Spagna: in particolare, per il nostro Paese, dove, secondo un’elaborazione di Prometeia, la maggior parte dei titoli pubblici è detenuta dal mercato, pari al 60% del debito complessivo. Il che significa che siamo particolarmente esposti, appunto, agli ‘umori’ dei mercati, quelli che determinano il famoso spread (il differenziale tra i rendimenti di due titoli di stato, in genere fra l’Italia e la Germania.), che altro non sono che i movimenti del capitale finanziario rispetto ai rischi che presentano i singoli Stati sovrani secondo gli stessi mercati, visto che sono loro i valutatori e i decisori.
Ora, tornando agli Eurobonds (e alla differenza con gli altri strumenti individuati), incamminarsi sulla strada della loro emissione, significa proprio iniziare a mettere in discussione il potere dei mercati sul giudizio del debito, nel momento in cui si dovrebbero misurare con un rapporto Debito/PIL su scala europea,  che vale circa l’80% anziché il nostro 132%. Emettere Eurobonds avrebbe, così, effetti rilevanti, ad esempio di limitare le spinte speculative per lucrare sui differenti rendimenti dei titoli dei singoli Stati e, soprattutto, si aprirebbe la strada al loro acquisto diretto da parte della BCE – cosa che oggi essa, ahimè, non può fare – per arrivare successivamente a farla diventare a tutti gli effetti Banca Centrale pubblica.
Insomma, non c’è paragone tra le due opzioni in campo. Quella del MES, SURE e consimili, sono risorse quantitative alle quali eventualmente far ricorso; ciò avverrebbe in un quadro in cui quel che conta rimane il dato quantitativo e qualitativo dell’indebitamento di ogni singolo Stato, che continua a soggiacere al ‘giudizio dei mercati’. Con la conseguenza che, nelle dinamiche della crisi annunciata, nella quale non è difficile prevedere che il nostro debito pubblico superi il 150% del PIL, le distanze tra i singoli Stati aumenteranno, i più forti lo diventeranno ancor più e i più deboli pure. Percorrere questa strada significa che una politica comune europea diventerà ancor più di oggi una chimera.

La partita è ancora aperta

Giunti a questo punto, non possiamo far altro che rassegnarci a questi nefasti scenari? In realtà, la partita è ancora aperta: nonostante tutto, anche in Europa, dove i nodi ‘duri’ della crisi devono ancora venire al pettine. E non si tratta tanto di sperare in qualche ripensamento, a partire dalla vicenda degli Eurobonds, per la quale non si può certo essere ottimisti dopo le conclusioni dellEurogruppo, semplicemente perché non sono ancora del tutto definiti i meccanismi dell’ipotizzato futuro ‘Fondo per la Ripresa’ di marca francese. La possibilità di cambiar strada ci viene offerta dalla realtà dei fatti.  E la realtà è che le contraddizioni e i problemi sono destinati a crescere in futuro, e su questi si potrà lavorare con la mobilitazione e la costruzione di alleanze.
Diventa soprattutto necessario compiere passi importanti, a livello nazionale, per intervenire sui meccanismi che presiedono il nostro debito pubblico. Ci sono almeno due diverse strade da battere. La prima è comportarsi come la Germania che, a differenza della politiche praticate in Europa per cui, come abbiamo visto, lasciano che siano i mercati a decidere del debito dei singoli Stati, si comporta in altro modo (come, tocca dirlo, ha ricordato l’ex ministro Tremonti): in Germania solo una quota di titoli di debito pubblico viene messa all’asta e un’altra viene trattenuta dalla Banca centrale tedesca, la Bundesbank, che poi provvede a farla acquistare dalla BCE.
La seconda è quella suggerita da un nutrito gruppo di economisti della Luiss (che non appartengono alla schiera, se poi esiste, degli economisti ‘rivoluzionari’), i quali  hanno proposto di costruire un prestito obbligazionario ad hoc, rivolto ai risparmiatori italiani, che detengono risorse cospicue e non sono interessati a movimenti speculativi, per sostenere le spese derivanti dalla necessità di fronteggiare la crisi e i futuri investimenti.

Il bivio davanti a noi

Tutte e due ipotesi  possono iniziare a mettere in discussione il dogma neoliberista secondo il quale mercati a decidere e il potere pubblico viene messo di lato, quando in realtà esiste la possibilità di un governo politico del finanziamento del debito e di sottrarsi al ricatto dei mercati.
Poi (ma senza aspettare tanto) occorrerà iniziare a porsi il problema di chi ripagherà il debito e di come costruire una nuova fase di investimenti e interventi pubblici per prospettare un nuovo modello produttivo e sociale, in una logica di giustizia sociale e di nuove priorità e finalità cui indirizzare il sistema economico.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

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Corrado Oddi

Attivista sociale. Si occupa in particolare di beni comuni, vocazione maturata anche in una lunga esperienza sindacale a tempo pieno, dal 1982 al 2014, ricoprendo diversi incarichi a Bologna e a livello nazionale nella CGIL. E’ stato tra i fondatori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua nel 2006 e tra i promotori dei referendum sull’acqua pubblica nel 2011, tema cui rimane particolarmente legato. Che, peraltro, non gli impedisce di interessarsi e scrivere sugli altri beni comuni, dall’ambiente all’energia, dal ciclo dei rifiuti alla conoscenza. E anche di economia politica, suo primo amore e oggetto di studio.

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di Piermaria Romani

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