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Con un misto di sensazioni e di affollati pensieri, il ritorno in patria sembra riflettere l’urgenza e la necessità dei commenti che le elezioni hanno prodotto. L’elegante Watteau nel Settecento descrisse l’aspetto idilliaco di un rifiuto della realtà sociale in un quadro famosissimo, Pèlerinage à l’île de Cithère tradotto in vari modi tra cui il più conosciuto rimane L’imbarco per l’isola di Citera, l’isola di Afrodite. In realtà, il quadro non rappresenta l’imbarco per l’isola ma il ritorno dall’isola. Primo e celebre capolavoro di quel filone che si è soliti chiamare “Le feste galanti”, impareggiabile momento di rifiuto della realtà sociale per una descrizione fantastica delle delizie della corte e della classe nobiliare francesi.
Così, l’imbarco per la mia isola di Citera si trasforma in un ritorno dall’isola per assistere alle feste galanti che coronano il successo renziano. Il giubilo, la sensazione di un pericolo scampato, quasi la necessità di abbandonarsi alla convinzione di una specie di miracolo, ma nello stesso tempo il vago e ancor lontano sospetto degli impegni presi. Con questo carico di proiezioni che investono prima il giornaliero che il progetto, ci si affanna sui giornali a scoprire tra le pieghe dell’ancor incerto “avvenir” qualche segno positivo che, nel campo in cui mi è permesso di spendere qualche parola, quello culturale, ravvisa una specie di piccolo passo avanti compiuto da Franceschini e approvato da Salvatore Settis. E, chi conosce la vicenda del tormentato iter del Mibac, saluta con sollievo queste righe che Settis affida a un articolo apparso su La Repubblica il 28 maggio scorso, dal titolo “Nell’Italia dove la cultura vale zero euro”: “Il ministro Franceschini ha saggiamente ripudiato la volgare metafora del patrimonio culturale come “petrolio” d’Italia, e giustamente insiste sulle sue potenzialità. Ma per dispiegarle non occorrono né commissari né manager, genericissima qualifica che fino ad ora nulla ha prodotto nel settore se non sprechi e rovine, e che invece il decreto addita come soluzione salvifica, senza il minimo sforzo di spiegare perché. A fronte di risorse in calo, nessun manager di qualità sarà mai interessato a lavorare nel settore; e se uno ve ne fosse, non potrà che fallire.”

E di queste parole bisogna ben tener conto, come pure dell’intenzione, anche questa dai riflessi positivi, di reintrodurre l’insegnamento della storia dell’arte, dissennatamente abrogato e limitato dalla ex ministra Gelmini. Osservo a questo punto le proposte su cui si fonda la continuazione della politica culturale locale, affidata per il nuovo quinquennio alla squadra che già ha operato nella tornata precedente, e che ora sembra trovare un motivo di critica dal risultato della mostra-monstre bolognese, “La ragazza dall’orecchino di perla”, della quale si descrivono le mirabilia del successo economico, saggiamente contestato dall’assessore alla cultura bolognese Ronchi, in questo caso appoggiato anche dall’assessore alla cultura di Ferrara. Ma l’idea raccapricciante per cui si usa un capolavoro per una operazione esclusivamente commerciale rimane lì ad aspettare al varco, con le lusinghe dell’indotto economico condito di sagre, “magnatine” e altri giustissimi sollazzi, quale sarà la risposta di Ferrara dopo aver posto e testato il problema.

Tra i progetti per il 2016 di Ferrara Arte, si vuole far perno sulle celebrazioni ariostesche nell’anno dell’uscita della prima edizione del poema – edizione valorosamente proposta e fiore all’occhiello dell’ex Istituto di studi rinascimentali – dal professor Marco Dorigatti dell’Università di Oxford. A testimonianza, la sollecitudine con cui dopo l’uscita del testo si pensò a una mostra dedicata al rapporto tra Ariosto e le arti figurative, un progetto di cui esiste un dossier completo e suffragato dalla partecipazione del Louvre e della National Gallery di Londra, impietosamente bocciata dall’allora responsabile di Ferrara Arte e ora riproposta, almeno a quanto sembra dai titoli dei giornali, e affidata a uno studioso organizzatore di mostre padovane, quasi che non esistano in città le garanzie di un affido proficuo a cominciare dall’Isr, per di più ora divenuto ufficio comunale sotto l’egida dei Musei d’arte antica. Questi rilievi vengono fatti esclusivamente per sollecitare dialoghi che sembrano sempre sul punto di interrompersi. Ma a riprova di questa volontà di dialogo, una recente esperienza che vale la pena di riportare.

Abbiamo organizzato con gli Amici dei musei ferraresi una visita a Rovigo alla mostra su “I pittori del Nord” e una visita a Fratta Polesine per rivedere la Badoera e la Casa-Museo di Giacomo Matteotti. La trasferta si è dimostrata assai interessante per il confronto storico tra due terre, quella ferrarese e quella del polesine rodigino, così vicine e intrecciate in complessi rapporti. Dalla preistoria al Novecento, si sono viste e confrontate contiguità e diversità, ma soprattutto è saltato agli occhi il modo diverso di agire sul paesaggio e sulla cultura. Se una volta erano i rodigini a venire a Ferrara per imparare l’uso e il modo d’interrogare un glorioso passato, ora sembra avvenire il contrario. La mostra a Palazzo Roverella è affascinante e ha messo in luce, tra l’altro, alcuni autori ferraresi straordinari come Cesare Laurenti di cui ci si era dimenticati. La dinamicità del territorio si è misurata su quel reservoir di memorie storiche e artistiche che è Fratta Polesine. Non solo per l’utilizzazione di un monumento straordinario come la Badoera, luogo Unesco (ma non lo era anche Ferrara?) quanto per la pervicacia indotta a rendere attrattivo un territorio e un paesaggio che sembravano tagliati fuori dal turismo. Operazione che ci potrebbe insegnare come rendere produttive alcune delizie, da Belriguardo a Mesola, che certamente non attraggono i flussi turistici.
Ma l’operazione più complessa e produttiva è stata quella di rendere viva e operante l’utilizzazione della casa-museo di Matteotti che Napolitano inaugurerà il 10 giugno. E con l’aiuto e l’interessamento del massimo studioso dell’eroe polesano, un ferrarese doc come Stefano Caretti, amico e collega che ha saputo sollecitare l’attuazione di un luogo di memorie unico. A differenza della politica culturale ferrarese che sembra immutabile nel tempo. E basterebbe leggere il libro di Sandro Catani, Gerontocrazia. Il sistema economico che paralizza l’Italia (Garzanti, 2014) per capire che non è rottamando che si ottengono risultati ma accompagnando il valore prodotto dai “vecchi” nell’inserimento dei giovani che hanno bisogno di guida e di consigli. Altro che limitare il “pensare in grande”! Non servono solo sagre e baloons, festival e palii per innovare e rendere attrattiva la cultura; servono coraggio e scelte che vengano poi tramandate ai giovani. Cosa che mi sembra poco frequentata nelle politiche culturali ferraresi.
Bisognerebbe non solo trasformare ciò che si ha ma comprenderlo e viverlo con entusiasmo. Mi spiace trarre queste amare considerazioni nei confronti della mia città. Dal ’64 le mie vacanze di studio si svolgono in una campagna polesana dove le radici ferraresi sono visibili e attive. Ho visto quei territori passare dall’indigenza a una fioritura economico-culturale strepitosa. E ne sono lieto, ma mi spiace che in questo caso specifico persino i rapporti tra Ferrara e Matteotti non sembrino nemmeno interessare più di tanto in questo novantesimo della sua morte. Per fortuna ci ha pensato il Gramsci ferrarese a invitare Stefano Caretti a parlare di questa grande figura. Non si dolgano i ferraresi di queste forse severe note. Sono, al solito, dettate da un amore disperato e disperante per questa città e la sua storia.

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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