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31 Marzo 2016

Il Lavoro Intelligente

Tempo di lettura: 6 minuti


keep-calm-and-work-smart-20Lo aveva già annunciato (e iniziato ad applicare) Barilla, oggi arrivano Unicredit e le altre. Una rivoluzione nel mondo del lavoro resa possibile anche grazie alla nuova normativa (il Ddl “Lavoro autonomo e smart working”, approvato a fine gennaio 2016): lavorare da casa invece che in ufficio, almeno in parte. Non parliamo di telelavoro (altra cosa e ‘papà’ del lavoro agile), ma di una “modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato allo scopo di incrementare la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”: lo smart working o lavoro agile. Se il telelavoro prevede una postazione remota fissa, dalla quale il lavoratore effettua sempre la sua prestazione, il lavoro agile coniuga lavoro da remoto e libertà di scelta su sede, strumenti e connettività.

Il testo normativo detta anche i confini di tale ‘lavoro agile’, definito come quel lavoro che può essere svolto in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, seguendo però gli orari previsti dal contratto di riferimento e prevede l’assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti all’esterno dei locali aziendali. Un accordo fra datore di lavoro e lavoratore da stipularsi per iscritto, pena la sua nullità. Le tutele del lavoro ‘normale’ sono mantenute. Il trattamento economico e normativo, infatti, non deve essere inferiore a quello complessivamente applicato ai lavoratori che svolgono le stesse mansioni all’interno dell’azienda. Anche gli incentivi di carattere fiscale e contributivo (per esempio i premi) riconosciuti in caso di incremento di produttività ed efficienza del lavoro sono applicabili anche ai lavoratori ‘agili’.  Sono individuati i tempi di riposo del lavoratore e introdotte norme per la protezione dei dati e la riservatezza (il datore di lavoro deve adottare “misure atte a garantire la protezione dei dati utilizzati ed elaborati dal lavoratore che svolge la prestazione lavorativa in modalità di lavoro agile”, mentre il lavoratore deve custodire con diligenza gli strumenti tecnologici messigli a disposizione ed è responsabile quindi della riservatezza dei dati cui può accedere). Non fa eccezione la sicurezza: il datore deve garantire salute e sicurezza a chi svolge questo tipo di prestazione. Annualmente deve, pertanto, consegnare al lavoratore un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali connessi al tipo di lavoro. Il lavoratore ha diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali ed è tutelato contro gli infortuni sul lavoro che possono avvenire durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello scelto per lo svolgimento della prestazione lavorativa al di fuori dei locali aziendali.

Mobile e smart working sono ormai le parole chiave del lavoro in questi tempi moderni. Complice la diffusione sempre più ampia della flessibilità e la crescente consapevolezza delle aziende dei suoi vantaggi in termini di soddisfazione e produttività. Ormai molte aziende, con analisi e studi dedicati, hanno compreso che lavorare da casa aumenta tale produttività. Si è anche stabilito che circa il 40% delle funzioni lavorative presenti nelle aziende è potenzialmente smart, ma che, in realtà, solo l’1% applica effettivamente tale modalità. Nello smart working l’ufficio resta il luogo in cui si incontrano colleghi e clienti (spazio di riunione, condivisione, pianificazione), ma Il lavoro quotidiano si svolge in ‘mobilità’, ossia da casa o da dove meglio ‘si produce’. Le tecnologie adottate per lavorare si utilizzano in modalità Byod (Bring-your-own-device). Fulcro di questo modello organizzativo, l’accessibilità di programmi di lavoro e dati aziendali sempre e ovunque, possibilmente da qualsiasi device e con qualsiasi sistema operativo. I pilastri di questa modalità lavorativa? Smart people, luoghi e tecnologia. Per le persone conta molto il fattore culturale, che presuppone la capacità di lavorare in un contesto organizzativo innovativo, che riconosce flessibilità, libertà di scelta e responsabilità, cambiando i rapporti fra colleghi e fra il capo e la sua squadra, con il passaggio da un modello di controllo a uno basato sulla valutazione dei risultati. Servono fiducia e responsabilità, non sempre di facile applicazione nel modello italiano (!). Quanto ai luoghi, se l’ufficio resta il luogo d’incontro dove prevedere strutture adeguate e la casa può essere il luogo alternativo per di attività quotidiana se dotata delle necessarie tecnologie, l’ideale sarebbe puntare su spazi cittadini con uffici e postazioni in co-working, in ambienti tecnologicamente adeguati (isole digitali, wi-fi libero). Quanto alla tecnologia, infine, i paradigmi fondamentali sono lavorare a distanza e accessibilità dei dati da qualsiasi device e sistema operativo. Servono mobilità (in chiave Byod) e collaborazione (chat, strumenti di condivisione), visto che il 70% dei dati aziendali riguarda posta elettronica, calendario, contatti, attività e note, tutti strumenti che sottintendono la condivisione. Importante è anche la sincronizzazione, ovvero la possibilità di inserire una volta sola i dati (da condividere attraverso server su tutti i pc e i device). Il tutto, senza perdere di vista la sicurezza. Il ricorso a tecnologie smart in sintesi si deve tradurre in soluzioni Cloud, applicativi accessibili da qualsiasi browser, protocolli di riservatezza e sicurezza, standard di compatibilità, strumenti di backup, disaster recovery. Grande sforzo tecnologico, insomma, in un mondo moderno che corre e si muove.

I vantaggi per il lavoratore? Flessibilità e maggior spazio per la vita privata, sempre che si sappia organizzarsi e ci si focalizzi sui risultati. Per il datore di lavoro? Un’azienda può risparmiare sulla gestione del personale, sulle postazioni e le tecnologie (meno server fissi, meno software). Uno studio del Politecnico di Milano ha stimato un beneficio economico totale, per il sistema delle aziende italiane, pari a 37 miliardi di cui 10 di risparmi e un +5,5% di produttività. Il lavoratore ha un miglior bilanciamento fra vita privata e lavoro, meno stress da vita di ufficio e molti spostamenti in meno tra casa e ufficio.

Smart-work

Ci si sta provando. Nel 2015 il 17% delle società italiane ha avviato progetti di smart working, quasi il doppio dell’8% del 2014. La rivoluzione ha contagiato un po’ tutti: banche, aziende alimentari, Comuni e provincie, aziende cosmetiche. In Barilla oltre 1.600 persone sfruttano già la possibilità di lavorare a casa quando ne hanno necessità e dal 2020 potranno farlo tutti gli 8mila dipendenti. La Star ha riorganizzato la sede di Agrate in un open space dove ci sono solo scrivanie non assegnate, uguali per tutti, non si timbra il cartellino e ci sono orari di ingresso e uscita flessibili e dove si autocertificano assenze e straordinari (anche qui parole chiave fiducia e responsabilità). L’Oreal ha fornito a migliaia di dipendenti pc e telefonini consentendo 2 giorni al mese (presto 4) di lavoro esterno. Siemens ha ridotto del 30% gli spazi lanciando il lavoro agile e senza scrivanie assegnate per 1.700 persone.

Il futuro è flessibile, nel senso buono del termine. Per esser svegli, intelligenti, brillanti, equilibrati, fiduciosi, con un lavoro di qualità. Meno tavoli, meno scrivanie, meno sedie, più spazi comuni e scambi. E delega della gestione del nostro tempo. Anche per essere un po’ meno chiusi in cubicoli degni di Fantozzi.

Per vedere la presentazione di Barilla, clicca qui

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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Francesco Monini
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