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Il Primo Maggio si celebra la conquista della giornata di otto ore lavorative, iniziata nel 1867 nello stato dell’Illinois, per poi espandersi molto lentamente in tutto il territorio statunitense. Una coda tragica si ebbe il primo maggio 1886, diciannovesimo anniversario, quando durante lo sciopero a oltranza deciso dalla Federation of Organized Trades and Labour Unions come il giorno di scadenza limite per estendere, appunto, tale legge in tutto il territorio americano, la polizia uccise due manifestanti a Chicago.

Faccio il sindacalista, da un anno a tempo pieno. Mi occupo di migliorare la vita in azienda delle persone che lavorano nella mia categoria. Negozio accordi, cercando di ottenere le migliori tutele e cercando di farle applicare – cosa non così scontata. Ascolto i loro problemi, alcuni molto seri, alcuni meno gravi. In entrambi i casi, si tratta di problemi vissuti da persone che hanno un contratto di lavoro stabile, una progressione economica garantita, una previdenza assicurata, e che grazie a queste cose – non concesse, ma conquistate – hanno potuto chiedere un mutuo, farsi una famiglia, immaginare e programmare un futuro. Queste garanzie sono frutto delle rivendicazioni collettive di lavoratori che si sono organizzati in sindacati, cioè in organizzazioni miranti a tutelare interessi comuni attraverso il ricorso alla forza collettiva conferita ai loro rappresentanti da una delega.

Finora tutto bene, vero? Dove sarebbe il problema? Il problema è che le lavoratrici ed i lavoratori di cui “mi occupo” hanno almeno 40 anni. Poi vado a casa, e ascolto quello che raccontano i figli e i loro amici di 20 o 25 anni a proposito del loro lavoro. E rabbrividisco. Mi succede soprattutto quando sono reduce da consessi sindacali nei quali noi,  grazie alle nostre lotte, parliamo di problemi nel lavoro: mentre fuori da lì ci sono problemi del lavoro. Di un lavoro che non conosciamo più e di persone che non intercettiamo più. A volte, non sappiamo nemmeno dove sono.

Leggo che “i lavoratori coperti dai 207 Ccnl confederali sono circa il 97% del totale dei contrattualizzati” (Fonte: Fondazione Di Vittorio della Cgil). Poi ci sono 687 contratti firmati da organizzazioni sindacali che non rappresentano quasi nessuno, e che fanno dumping, accettando di sottoscrivere condizioni al ribasso.  I lavoratori tutelati da un contratto nazionale sono 14,5 milioni.  I lavoratori attivi (dato dentro il quale si trova un po’ di tutto) sono poco più di 23 milioni. Infine (si fa per dire) gli “inattivi” – persone che potrebbero lavorare ma non lo fanno, per vari motivi – sono quasi 13 milioni.

Dentro quei 9 milioni di non contrattualizzati c’è di tutto, ma anche dentro coloro che lavorano con un contratto c’è di tutto: a tempo determinato (più di 3 milioni), con somministrazione (dato variabilissimo, oscillante attorno alle 450.000 unità). I numeri sono importanti, darne troppi rischia di non far focalizzare gli elementi più rilevanti del quadro generale. Che a mio avviso sono tre:

più di una persona, rispetto a due che lavorano (13 milioni su 23), non lavora. Diciamo che “preferisce” non lavorare e mantenersi a un livello di sussistenza con altri mezzi che non siano il lavoro.

9 milioni di persone lavorano “in nero”, sono i “sommersi”. Un numero enorme.

-tra i contrattualizzati a vario titolo, un quarto sono a termine, e il 5% sono dipendenti delle Agenzie per il lavoro, che li somministrano ad aziende per cui lavorano ma che non hanno bisogno di licenziarli, quando non servono più, perchè non li hanno nemmeno a libro paga. E pensare che c’era una legge, che io studiai, che vietava l’interposizione di manodopera. Adesso, se ti registri come agenzia di intermediazione, puoi diventare un caporale autorizzato. La differenza è enorme: prima era vietato l’istituto, adesso è vietato non pagare lo Stato che ti autorizza a farlo.

Negli anni ’90, ben prima della fusione a freddo che diede vita al PD, arrivarono questi accademici cattolico-socialisti prestati alla politica che, non so dire se armati delle migliori intenzioni, aprirono la porta all’utilizzo del lavoro precario (che chiamarono “flessibilità”) per migliaia di imprenditori, sull’assunto che il mercato del lavoro poteva migliorare abbassando le soglie di tutela del lavoro stesso, invece che stimolando l’aumento di produttività ed efficienza delle aziende. I vigliacchi assassini delle Brigate Rosse che ammazzarono Marco Biagi, uno dei più lucidi teorici della precarizzazione del rapporto di lavoro, fecero un altro capolavoro: resero impossibile criticare le sue idee, pena l’essere accusati di giustificare un delitto.

Renzi e i suoi apostoli (ora in parte convertiti alla fede nella nuova leader, che si deve guardare da loro più che dai fascisti, perchè il loro mimetismo è imbattibile) in fondo non fecero, con il Jobs Act, che completare l’opera dei loro predecessori, a partire da Treu. Resero precario ab origine anche il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, coerenti con l’assunto che l’imprenditore dispone i fattori della produzione, e se licenzia, anche illecitamente, non deve correre il rischio di ritrovarsi quel lavoratore di nuovo in azienda: al massimo, dovrà pagare una “multa”. Il licenziamento (illegittimo) come costo d’ impresa, calcolabile ex ante. E pensare che nemmeno per l’AD di Ikea Italia (leggi qui) l’art.18 dello Statuto dei lavoratori era un problema, lamentandosi invece lo stesso dell’incertezza nei tempi della burocrazia e della politica. Eppure la sinistra contemporanea che elaborava idee d’avanguardia alla Leopolda decise che era ora di dare una bella spallata.

Tutto molto moderno, molto contemporaneo. E se succede a tua figlia? Se succede a lei, improvvisamente tutta questa modernità ti appare con un altro volto: quello della mercificazione delle persone e del lavoro.

Questo armamentario teorico promana da un filone importante della sinistra italiana. Questi giuristi sono stati selezionati all’interno di compagini, poi divenute governi, di centro-sinistra. La mercificazione del lavoro in un paese che dichiara di essere una “Repubblica fondata sul lavoro” è stata approntata e messa a terra dentro un filone di cultura politica appartenente alla “sinistra”, e questo più che un’ opinione mi appare come un dato di realtà.  Ciò detto, come è possibile meravigliarsi del fatto che milioni di persone, in particolare tra le classi sociali meno abbienti, non vadano più a votare? Forse c’è da meravigliarsi che milioni di persone ancora ci vadano (siamo in una fase talmente decadente della nostra democrazia da considerarne svuotate di senso alcune sue regole fondanti, fatto tra l’altro storicamente foriero di sventure).

E’ una celebrazione agrodolce, resa grottesca da un Consiglio dei Ministri convocato il primo maggio per deliberare misure sul lavoro, che scommetterei destinate a renderlo ancora più “flessibile” di quanto già non sia.

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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