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L’aria è tersa, il mare blu (quasi), la traversata verso l’agognato ombrellone accettabile. Si gode perfino di giorni di tregua: i baracchini abusivi sembrano spariti. I giornali trionfalmente annunciano requisizioni importanti di materiali contraffatti, ma oggi in luogo del mare mi diletta il luccichio di borse fasulle e l’imperioso accalcarsi di glutei lardellosi che inesorabilmente infilano e sfilano straccetti falsamente firmati.

Il pensiero, qui nel regno dell’ovvio e del banalmente volgare, come un tarlo ritorna alle nomine dei venti magnifici iperdirettori dei grandi musei italiani, quei luoghi che custodiscono la bellezza ideale materializzata nelle opere e, per contrasto, alle raffiche di fiere opposizioni nate da alcune scelte avvallate dal ministro del Mibact. Ma questo è un argomento che andrà trattato in modo più complesso e nemmeno lontanamente vacanziero.
E’ vero però che dal mio osservatorio lidesco non credo che la nomina dei direttori dei grandi musei italiani sia il problema principe dei villeggianti, tutti robusti e leggermente panciuti senza distinzione di sesso, instancabili nel fare il su e giù per il viale principale accompagnati da frotte di pelosi che osservano con un’aria vagamente sprezzante i riti e i miti dei loro compagni umani. Una lieta sorpresa ci viene dai vicini d’ombrellone, due giovani discreti che alla fine si rivelano straordinariamente interessanti quando raccontano le loro esperienze. Hanno viaggiato in tutto il mondo nei luoghi più impervi e meno conosciuti. Deborah ha prestato servizio come volontaria diverse volte nella casa della morte di suor Teresa a Calcutta. Iacopo la segue e la protegge. Sentono e capiscono la differenza delle scelte e degli interessi.

Ti si placa allora l’ansia per il destino delle case della bellezza, i musei, legato al tuo impegno svolto per una vita intera e che per fortuna non accenna diminuire. La preoccupazione per il destino dell’arte retrocede di fronte all’infelicità e alla miseria di tanti tuoi fratelli che, per un caso, nascono nella parte sbagliata del mondo. I dannati della terra intanto osservano preoccupati il calo vertiginoso delle dame dalla boccuccia a cuore che non comprano più nulla e già pensano quale sarà la prossima destinazione per spacciare gli improbabili lussi a cui sono asserviti a somiglianza dei loro confratelli che al Sud raccolgono pomodori fino a spaccarsi la schiena.

Ma qui impazza la sagra. Di ogni tipo, di ogni destinazione. Pesce, rane, salame, tartufi. E’ tutto un fiorire di golosità a cui non mi sottraggo pur preoccupandomi dei risultati così evidenti nell’allegro passeggio che rende perfino accettabile le mostruosità del viale principale. Ieri dopo decine d’anni mi spingo fino a Chioggia e a Sottomarina per raggiungere, attraverso la Romea, Bassano e i luoghi canoviani. Il paesaggio è meraviglioso, la luce è quella della laguna e, improvvisamente, ti si strizza il cuore vedendo tra tanta bellezza l’immobile accalcarsi di ogni tipo di veicoli che ti fanno procedere a passo d’uomo nell’indifferenza e nel disagio.

Ma quale è stata la ragione principale che ha portato gli “itagliani” a distruggere il loro suolo, la loro ricchezza? Lo stesso valga per la pedemontana che porta a Bassano altrettanto avvilita e svilita. Tra i camion immobili intravvedi la guglia del campanile di Pomposa o il castello della Mesola soffocato da capannoni e sulla strada dopo Cittadella una qualche villa del Settecento ingoiata da punti vendita e outlet e perfino da un vivaio che vende piante di ulivi centenari strappati da non so dove.

Così sei assalito da un non previsto impeto di commozione nel rivedere dopo tanto tempo “La dolce vita” di Fellini. I peccati del protagonista Marcello, uomo senza qualità, sembrano lievi di fronte ai mostri contemporanei: almeno Marcello ha la consapevolezza della sua rinuncia alla vita, non all’apparenza di essa. E l’infelice Steiner che si suicida e uccide i suoi bambini e suona Bach nell’orrenda chiesa è personaggio ormai lontano dalla contemporaneità. Così come la noia degli aristocratici a caccia di fantasmi e amori grotteschi ora hanno lasciato il posto non a una dolce vita letteraria ma impiantano molto più saggiamente bed and breakfast nelle loro dimore impossibili da mantenere.

Si leggono ormai imprese e cronache che superano lo stesso concetto di umanità, se ancora quella parola ha un senso nel nostro osceno procedere verso il rifiuto totale ad accettare quella globalizzazione ormai irreversibile che così chiaramente il grande Zygmunt Bauman ha espresso nell’intervista alla “Repubblica” del 29 agosto, in cui analizza la irreversibilità della migrazione e le paure che suscita: “I migranti risvegliano le nostre paure. La politica non può rimanere cieca.” E la colpa da noi addossata alle avanguardie della globalizzazione si fa spavento e rifiuto: “Quelle forze lontane, oscure e distruttive del mondo che possono interferire nelle nostre vite. E le “vittime collaterali” di queste forze, i poveri sfollati in fuga, vengono percepiti dalla nostra società come gli alfieri di tali forze. Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell’istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse. E poi alle aziende occidentali il flusso di migranti a bassissimo costo fa sempre comodo. E molti politici sono allo stesso modo tentati di sfruttare l’emergenza migratoria per abbassare ancor più i salari e i diritti dei lavoratori. Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in “stanze insonorizzate” non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi.”

Alla tristezza dell’addio all’estate in questo glorioso tempo che annuncia ancora una speranza di ritrovare un senso al perché delle cose, m’avvio verso il viale assieme alla Lilla, muta testimone dei miei rovelli.

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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