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Si consumano gli ultimi scampoli di Ferragosto. L’altra sera al Bagno Onda Blu c’è stata la festa dei ricordi e la generosa e brava cantante intona “E se domani”.
Già domani. Quale domani? Quello prospettato dall’idolo del Papeete o una (per ora) improbabile coalizione che freni la deriva salviniana? Frattanto trionfalmente si clippetta sul campo di beach volley e orgogliosamente chiappe fiorenti risalgono dal mare mentre i maturi sudatissimi giocatori s’arrotolano una gamba dei pantaloni secondo le indicazioni degli idoli incontrastati del nostro occidente: i calciatori. Mentre degusto deliziose cappe sante che qui al confine col veneto si pronunciano “cape” vedo sdraiato al tavolo di fianco un peloso talmente bello da rimanere senza fiato. E’ un Bovaro del Bernese di due anni, si chiama Teo e ha negli occhi tutta la dolcezza, la compostezza la qualità di cui i compagni umani speso difettano. Mi catapulto a salutarlo e lui con grande dignità mi porge un zampa. Da far ingelosire le mie ragazze-cagnolone, la bionda Olivia e la compagna nera che si lasciano dolcemente accarezzare dopo il bagno.

Ma – ed è un pensiero ricorrente – se questi umani che urlano in Senato il loro veleno poi diventano compagni affettuosi dei ‘pets’ ci deve essere una stortura di comportamento. Forse che la dignità si deve affidare al peloso oppure anche quell’atteggiamento è falso ed ormai siamo precipitati in un baratro di insensibilità etica che fa amare cani e animali e rigettare come immondizia i poveretti raccattati dai barconi?
Riflettete gente. Riflettete.

Ma torniamo alla sfilata dei ‘pets’ sul viale Carducci dove purtroppo i pini s’abbattono sulla strada mentre il tempo incerto invita alla esibizione. O meglio alla parata. Dopo una sosta obbligata alla frequentatissima farmacia luogo di culto per noi diversamente giovani, ci si abbatte sulla panchina disegnata un tempo lontano dall’architetto Cervellati e ora minacciata di sfratto dal silenziosissimo sindaco comacchiese che vuole il restilyng del viale tra le infuriate proteste della minoranza di sinistra che invece propone di destinare quel denaro alla cura delle strade bucate e dei luoghi d’abbandono di cui i lidi comacchiesi sono un triste esempio. Si calcola in cifre notevoli l’abbandono dei turisti delle nostre spiagge. Ma cosa sarebbero se non fossero i L(a)idi, specie quello degli Estensi, un luogo amato dai proprietari di ‘pets’?

E loro, i cani non i padroni, lo sanno mentre sfilano orgogliosi nelle loro elegantissime pettinature che così brutalmente contrastano con le casuali coperture di stracci dei loro compagni umani. Lola, una lagotta bianca e marrone, tra l’orgoglio delle padrone, eleganti in questo caso, mi annusa con discrezione la mano che in questa passeggiata ha accarezzato tanti compagni pelosi. Passano almeno cinque cavalier king identici all’amatissima Lilla che ci ha lasciati qualche mese fa procurando un dolore incolmabile; passano volpini soffici come piume (i giovanissimi trasportati in carrozzino); passano boxer statuari con mezzo metro di lingua a penzoloni e gli orgogliosi meticci, e folle di jack russell terrier forse il più gettonato tra le razze.

E mentre mi appresto a subire l’ultimo attacco provocato dal concerto di Jovanotti (25 mila biglietti staccati per il concerto) che renderà inagibile per 2 giorni il Lido-Laido penso con tristezza mista a commozione che, forse, questo luogo così strano mi resterà nel ricordo e diventerà amato per i pets che lo frequentano e lo renderanno di nuovo e forse per sempre il mio Lido degli Estensi.

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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