31 Maggio 2020

DIARIO IN PUBBLICO
Il dilemma dell’identità, l’urgenza di una scelta

Gianni Venturi

Tempo di lettura: 4 minuti

“Ben ben !!!” – direbbe nonna Cisa – “ti tocca cambiare identità”. Naturalmente sta parlando al criceto in cui mi trasformo nella mia metamorfosi settimanale ed io mi preoccupo subito. Ma perché? Apre a ore la mostra su un artista di strada il celebre Banksy a Palazzo dei Diamanti. La mostra, pubblicizzata ai massimi livelli e curata da Pietro Folena e da Metamorfosi, con cui ho avuto contatti diretti nella preparazione di celebri esposizioni canoviane, prevede l’arrivo di un quadro, l’ultimo eseguito al tempo del Lockdown dal misterioso artista. Il quadro descrive i celebri topini dell’artista che asserragliati in bagno mettono tutto sottosopra. Eccone una descrizione:

Anche l’artista della strada è costretto fra le mura domestiche e si sente topo in trappola. Sono 9 i topini in lockdown. Ce ne è uno che conta i giorni di prigionia segnandoli con il rossetto sullo specchio sostenuto da altri due roditori. Sembrano più criceti su una ruota che topini furtivi, come quando sono all’aperto, gli animali simbolo dell’artista. Ce n’ è uno che corre sulla carta igienica come fosse sul tapis roulant, uno che prende il sapone (tutti devono lavarsi le mani), ma anche chi tira la corda dell’allarme e chi, in barba alle regole, non centra la tazza del water….” Ma benché io possa vantare una priorità sulla trasformazione cricetina qui riassunta in “sembrano più criceti su una ruota che topini”, devo cedere alla priorità dei grandi e da umile pseudo topo vorrei lasciare il campo.

Premetto che non andrò a vedere l’esposizione per l’assoluta mancanza d’interesse che ho per questo artista, ma di fronte ai suoi topi-criceti dovrei assumere un’altra identità. Subito il pensiero corre ai pelosi per eccellenza ma avendo avuto due sublimi creature, che entrambe portavano il nome di Lilla, il problema non si pone. D’altronde la carissima amica Anna Dolfi ha deciso di dialogare con me, assumendo le spoglie di Golden, canino delizioso. Potrei rivolgermi alla sorella Laura che pochi giorni fa ha pubblicato su questo giornale un bellissimo testo giovanile di Garcia Lorca nella traduzione del poeta Caproni e che da poche ore ha pubblicato presso Feltrinelli un testo importantissimo: Giorgio Caproni, “Pianto per Ignacio”. Versioni da Garcia Lorca e altri poeti ispanici, dove la valentissima studiosa ha recuperato decine e decine di traduzioni di testi poetici spagnoli – sconosciute finora – del poeta italiano. La tentazione più grande resta dunque quella di trasformarsi e  assumere le spoglie della Mariposa, ovvero della farfalla. Questo lepidottero ovviamente ha una sua versione maschile immortalata da Mozart:
“Non più andrai, farfallone amoroso,/notte e giorno d’intorno girando;/delle belle turbando il riposo/Narcisetto, Adoncino  d’amor.”

Prima di tutto non so se ci sia una farfalla maschio, ma sembrerebbe di sì, almeno dal testo mozartiano e se il farfallone è la metafora della dissolutezza, il farfallino assume anche l’aspetto di una cravatta elegante quindi normalmente attributo maschile, ma certo – come mi fa osservare la grande comparatista e teorica della letteratura  Enza Biagini – la ‘mariposa’ si sviluppa da un bruco. E a noi i bruchi non piacciono.
Potrei guardare anche agli altri animali dell’opera di Lorca cioè gli scarafaggi ma dopo il fondamentale libro di Ian McEwan, Lo scarafaggio, mai usurperei il campo a un così importante animale.

Da lontano frattanto, mentre s’allenta la rigorosa consegna delle mascherine che, dopo averle faticosamente reperite in quantità industriali, ora sembrano inutili all’aperto, mi affretto a degustare altre importanti opere che potrebbero permettermi di spaziare in universi letterari ben conosciuti. Così alla ripartenza leggo con stupore che il bagno di Forte dei Marmi dove fugacemente incontrai Eugenio Montale, l’Alpemare, ora è divenuto di proprietà del cantante Andrea Bocelli; ma il ricordo ritorna alla straordinaria scena di un pranzo in quel bagno, dove il poeta spariva dietro le siepi di pitosfori per fumarsi la sua sigaretta e la Mosca, sua moglie, notoriamente semi-cieca urlava: “ Guarda Eusebio [il nome di protagonista delle sue Poesie] che ti vedo!” E il suo bellissimo racconto della costruzione della villa di Camaiore, dove passai estate memorabili quando, come in una tragedia di Shakespeare, un’intera foresta si mosse per rinverdire i tre colli su cui venne costruita la villa.

Così ripensando ancora alle trasformazioni in atto ho deciso – non senza farmi forza – a riprendere il mio aspetto di criceto. Almeno fino alla fine del coronavirus.
Verrà con me, se i tempi lo permetteranno, a respirare l’aria salvifica dei monti e a tenermi compagnia nelle tristi serate al Laido degli Estensi, o a verificare l’ultima passione mondiale: la mancanza misteriosa di identità di artisti, scrittori e poeti, quasi che il mondo pretenda l’anonimato di chi elegge a sua immagine e rappresentanza, da Banksy a Elena Ferrante.



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L’autore

Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.
Gianni Venturi

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