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Diario in pubblico: Intimo, iper-intimo, intimità

Nell’incredibile (per noi umani) mondo della pubblicità, un anziano signore molto distinto esce da un paravento in mutande e con aria sicura e convinta asserisce, elogiandole, quelle mutande che impediscono il flusso e ti lasciano secco e pulito.

L’uso smodato della vendita dell’intimo quasi sempre da uomo, ma anche di reggiseni e slip femminili, intensissimo in periodo natalizio sembra confermare l’assoluto rilievo che ha l’intimità. La quale metaforicamente si lega al personaggio che ormai viene chiamato col nome di battesimo invece del più corretto cognome che ai miei tempi era imprescindibile dal ruolo svolto.

V’immaginate se avessimo chiamato Palmiro, Alcide, Giulio e via enumerando al posto di Elly o Giorgia? Cominciò se ben ricordo Craxi divenuto Bettino internazionale. Veniva in questo modo superata la condizione dettata dal sistema accademico che distingueva l’amicizia dal ruolo. Per anni ho collaborato a Firenze con Roberto Benigni nell’insegnamento di Dante, ma sempre nei rapporti si parlava di e con Benigni. Tutti i colleghi poi si interpellavano con il cognome.

L’esplosiva novità si è poi confusamente e ipocritamente rafforzato con i ‘Matteo’. E giù Salvini, Renzi ormai per sempre e purtroppo Matteo. E mi scuso se ci sono pure Matteo Piantedosi o perfino -orrore! – Matteo Messina Denaro per fortuna citato col cognome.

Una delle più complesse situazioni è quella del naso della Schlein. Il naso che nelle più antiche tradizioni sulla caratteristica degli ebrei ha condiviso sin dall’inizio il far parte di quella ‘razza’.

Si è scritto che: “Saturno era poi un’entità notturna e vicina al regno dei morti, quindi riconducibile agli animali da preda. Nelle rappresentazioni il pianeta era spesso raffigurato attraverso rapaci antropomorfizzati e dai becchi adunchi, il più delle volte posizionati di profilo: rappresentare di profilo era infatti un metodo usato per stigmatizzare figure diaboliche, oltre a permettere di enfatizzare spiacevoli caratteristiche facciali. Fu così che il naso pronunciato incominciò ad essere associato con gli ebrei e divenne un tratto distintivo della fisiognomica ebraica nell’immaginario comune e nel sapere popolare.>>

Da qui la credenza, sfruttata in modo mostruoso dalla propaganda nazista, che il naso ricurvo e a becco definisca nella colpa la storia del popolo ebreo. La precisazione della Schlein parte da questi dati, precisando che il naso che dovrebbe definire gli ebrei si trasmette per via matrilineare mentre il suo naso “senza dubbio una parte importante, è tipicamente etrusco”.

In più, prosegue, “la convinzione che provenga da una ricca famiglia ebraica fa parte delle solite fake news”. Lei, asserisce, proviene da una famiglia borghese, lavoratrice. “Mio nonno si è spaccato la schiena per dare un futuro migliore ai suoi figli ma è morto presto.” Fa pensare che questo nuovo corso interpretativo della condizione ebraica sia così ribadito con naturalezza e serietà.

Tra un’intimità e l’altra si arriva dunque a nuove proposte interpretative che rendono sempre più complessa la svolta del reale affidata così spesso ai social e al pensiero globale, mentre chi scrive, in parte coinvolto dalla pubblicità, canticchia chiudendo questa riflessione:

E arriva Jean (pensando a  Gianni) col papillon

Bello e giovane.  Ma questa è ovviamente la più incredibile tra le fake news.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca [Qui] 

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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