Presto di mattina /
Ognissanti
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Loro Ognissanti
«Non sono ancora passati sette giorni da quando abbiamo celebrato la santa solennità della Pentecoste, e già un coro di martiri ci ha sorpresi […]. Lo Spirito Santo è disceso, e subito sono apparsi i martiri. Lo Spirito ha distribuito i suoi doni, e la terra è diventata cielo; gli uomini hanno imitato gli angeli.” (Giovanni Crisostomo, Omelia in lode di tutti i santi martiri che hanno patito il martirio in tutto il mondo, Migne, Patrologia Graeca (Volume 50, colonne 705-712).
Fin dalla seconda metà del secolo II in Oriente e del III in Occidente la Chiesa festeggia ogni anno l’anniversario del dies natalis di ogni martire. Nella chiesa orientale, documentata nell’omelia di san Giovanni Crisostomo, la festa d’Ognissanti non cadeva l’1° novembre, ma la domenica dopo la Pentecoste, liturgia attestata nella Chiesa di Antiochia già dal IV secolo e fino ad oggi celebrata nelle chiese ortodosse anche in Italia.
Del resto era quello il tempo più consono a questa ricorrenza: dal compimento della Pasqua un nuovo inizio con la Pentecoste che apre a un tempo nuovo, quello del Risorto nella vita nei credenti, il tempo dello Spirito di santità multiforme e forgiante la vita dei santi.
In Occidente invece, i papi dapprima spostarono la data al 13 maggio, nella ricorrenza della consacrazione del Pantheon, e poi il primo novembre (papa Gregorio IV, 835) per dare un senso cristiano al capodanno celtico, Samhain, la fine dell’estate in cui aveva inizio un tempo fuori dal tempo, un tempo nuovo, una soglia che permetteva la comunione con gli antenati.
A Ognissanti si celebra la morte di tutti i santi come un giorno di nascita, il loro dies natalis appunto, il passaggio dalla morte alla vita risorta, e in questa Pasqua dei santi sentiamo risuonare le parole del Cristo il santo di Dio ad Andrea e Filippo: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto»
Come seme che custodisce la promessa del domani: morire e dar rinascimento
Seme
Minuscolo.
Minuscolo e invisibile
lui seme
che affonda
calcato da zoccoli
e da ruspe,
gli slitta
intorno
sguisciando la fanghiglia
e lui
cala fin dove
quel limo si rapprende.
È lì la sua dimora
….
No, non c’è pace
d’inverno e di letargo
in quella dimora,
la insidiano la fame
gioiosa e rabbiosa
degli uccelli
e l’ingordigia dei topi –
vorrebbe soddisfarli
lui ma deve
custodire la promessa del domani.
Deve, lo sa, scoppiare,
marcire e trasalire
nel rigoglio.
– Qual è la mano
che ha gettato la sementa?
e lui è dentro il solco
o caduto casualmente
e sperso? – non c’è differenza,
comanda la necessità,
morire e dar nascimento.
È umile, trattiene
quasi timoroso il fiato
l’anno nel suo cominciamento,
sta sospeso, esita
sopra se stesso il mondo,
vige un intimo
raccoglimento di tutte le sue forze
tra la malta e l’acqua,
l’acqua e gli astri.
Lui ne è al centro,
all’ apogeo della sua umiltà,
al sommo del suo servizio,
già prossimo, già pronto
al fato che gli impende,
niente glielo nasconde
il suo prescritto sacrificio, niente –
Ci pensa
E già sente
Spiegare
da sé il prossimo frumento,
il campo oro-meriggio,
oh dolore, oh felicità.
…
Non ha importanza chi sia
l’autore della vita,
la vita è anche il proprio autore.
La vita è.
(Mario Luzi, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, Garzanti, Milano 1994, 177- 180)
Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini è un’opera poetica in versi in cui Mario Luzi narra il viaggio immaginario del pittore senese, ormai prossimo alla morte, che da Avignone ritorna alla sua terra natale. È questo viaggio, sia per Luzi che per Simone Martini, un ritorno alle origini e nondimeno un passaggio aperto sul futuro, sentito e vissuto come “un intimo raccoglimento di tutte le sue forze, tra la malta e l’acqua, l’acqua e gli astri”.
Entrambi, pittore e poeta con i colori e le parole, intendono con la loro arte rendere visibile l’invisibile; entrambi disegnano l’itinerario terreste dello spirito che sfocia nello spazio celeste ed è al contempo già contenuto in esso.
Simone Martini dipinge la moltitudine dei santi e dei profeti nella Maestà del Palazzo Pubblico di Siena 1315: una folla di santi sta in bella armonia attorno alla Madonna con i patroni senesi, a testimoniare la compresenza del tempo e dell’eternità, nel presente del passato e del futuro.
Un affresco realizzato con una tecnica innovativa a quel tempo, perché sulla superfice dei colori erano posti altri materiali, vetri sagomanti, cristalli di rocca, perle, lamine, foglie d’oro riflettenti la luce, così da accentuare lo stupore di una realtà insieme corporea e trasfigurata, una materia divenuta spirituale, una finitezza fattasi sublime, celeste, non solo sacra ma pure santa.
Ma c’è pure una Maestà interiore, celeste, che palpita in quella esteriore, affrescata, e che Luzi rappresenta poeticamente con pochi versi nei quali egli descrive il seme da cui è concepita, e poi nata, la Maestà terreste per la città di Siena.
È l’Annunciazione, dipinto a tempera e oro su tavola per il duomo cittadino ora agli Uffizi, che costituisce il cuore sorgivo della santità: l’angelo nunziate a Maria; compresenza e coincidenza non solo di pensiero, parola e immagine ma dell’umano e del divino, del verbo celeste incarnato e del sì della parola terrestre, colti nell’intimità di un dialogo, attimo lunghissimo che attraversa lo spazio e il tempo interiore e diviene il viaggio orante, terreste e celeste, l’oro e il lapislazzulo l’aura dei santi, lassù e quaggiù tra noi.
Un attimo
di universa compresenza,
di totale evidenza –
entrano le cose
nel pensiero che le pensa, entrano
nel nome che le nomina,
sfolgora la miracolosa coincidenza.
In quell’attimo
– oro e lapislazzulo –
aiutami, Maria, t’inciderò
per la tua gloria,
per la gloria del cielo. Cosi sia
(ivi, 166).
L’albero di Ognissanti
Pasqua, ora, nuovamente,
festosa pigolante
negli alberi del mondo…
S’apre
a sé risorta
la terra dopo il gelo
e dopo il travaglio,
si corre incontro, da sé
a sé, si estende in un abbraccio
avido alla sua infinità
o corre in quelle linee
l’onda
leggera e travolgente
della resurrezione, si propaga,
trabocca la sua vinta angoscia,
e la riconsacrata sua potenza?
(ivi, 202)
Luzi si domanda se sia la terra a risvegliarsi da sé stessa, oppure è l’onda leggera e travolgente della risurrezione che vince la sua angosciata inerzia e fa traboccare nuovamente la sua potenza vitale. La domanda resta aperta, e tuttavia egli la sente, la Pasqua, “ora e nuovamente festosa, pigolante negli alberi del mondo”.
Non potevo non domandarmi, giunti a questo punto, quale potesse essere l’albero di Ognissanti. Se la santità è una piccolezza, come un seme che racchiude l’immensità, un’intimità aperta all’ospitalità la cui sorgente è la stessa intima santità ospitale di Dio rivelata da Gesù nel suo fare e nel suo dire, a quale albero la si potrà paragonare?
Gesù ha rappresentato questa realtà del divenire e della presenza ospitale del regno di Dio con la parabola del granello di senape, il più minuscolo tra tutti i semi, ma che cresciuto diventa albero dalle larghe braccia, tra i cui rami trovano ospitalità gli uccelli del cielo:
«A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senape che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (Mc 4 30-32).
Nel Talmud gerosolimitano viene ricordato il contrasto incredibile tra il minuscolo seme e il potenziale gigantesco che si sprigiona nella pianta, il seme della senape misura appena 1,16 millimetri (Brassica nigra o senape nera), cresce spontaneamente nella Terra d’Israele raggiungendo altezze anche oltre i tre metri.
Per evidenziare questa sproporzione, la tradizione della Aggadah (la componente narrativa e omiletica del Talmud) ricorre ad un esempio: racconta che tale inusuale sproporzione è paragonabile a un uomo che dopo aver piantato un singolo granello di senape nel suo campo vi si arrampicasse sopra come se fosse un albero di fichi (TJ, Pe’ah 7:4, 206).
Mai senza l’altro (Michel de Certeau)
L’albero della senape, per la forza inaudita del suo seme («se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: “Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”»: Mt 11,28-30) e per l’ospitalità offerta tra i suoi rami («Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro»: Mc 11,23) − è figura del Cristo e della santità stessa dei santi.
La via della santità è quel cammino di semente, di radicale apertura e svelamento reciproco all’interno delle relazioni umane che conduce alla comunione. I santi sono coloro che nella propria vita hanno fatto spazio all’Alterità, alla parola di Dio e agli altri, soprattutto a partire dai luoghi del disagio, dell’emarginazione, dell’abbandono creati dell’ingiustizia della sopraffazione.
La santità è incontro con l’altro, è comunione attraverso il conflitto, e ci ricorda che la vita dell’uomo non è mai concepibile senza l’altro. Il dramma allora non è il conflitto, l’alterità, la differenza, l’estraneità, bensì la confusione, la separazione, l’indifferenza.
Santità nel quotidiano è uscire da sé stessi, lasciandosi ferire, inquietare e cambiare dall’incontro con chi è diverso. Il cammino della santità non è mai lineare, ma è costantemente alterato, interrotto dall’inatteso, dall’ospite segreto, ed è proprio nell’accoglienza di questa alterità imprevedibile che si manifesta la stessa santità ospitale di Dio nella vita.
Pensiamo ad Abramo all’incontro con quei tre forestieri alle querce di Mamre, che accolti, gli cambiano radicalmente la vita. I santi sono così testimoni di un Dio divenuto straniero, che si accompagna a noi, come ai viandanti di Emmaus, per sorprenderci riscaldando il cuore, rimettendo pure noi in cammino verso i fratelli.
Ognissanti, evento permanente di una vivente comunione
La santità è mettere in gioco la propria esistenza per l’altro, quale unica scelta di coerenza con ciò che la Sua presenza sulla mia strada mi ha provocato interiormente, il generarsi di una vivente comunione.
Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso
(M. Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993, 290.
Le poesie di Mario Luzi sono parole che fanno spesso riferimento all’ambito semantico del “seme” come aprirsi, schiudersi, sprigionarsi, evocando così nella finitezza un nuovo inizio da cercare ed insieme attendere. Per lui solo la parola poetica, che scaturisce da una vivente comunione di tempo ed eternità, ha la forza di recidere il duro filamento del lamento, di superare il blocco del rimpianto e della nostalgia. L’accordo sinfonico della parola dei viventi e dei dormienti in umbra mortis riapre l’involucro del lutto e del pianto.
Nel suo viaggio terrestre e celeste la parola poetica si sfila e va sempre oltre, «la poesia è imprevedibile. Tutto sommato è la vita al suo più alto e intenso grado di partecipazione intima… La poesia è il suscitare una potenzialità negli altri. Io penso che lo scrivere presuppone sempre un lettore, un altro da chi scrive. Se non ci fosse un destinatario la poesia non nascerebbe, non ci sarebbe motivo intrinseco di rompere il silenzio, quel silenzio che è la musica del mondo, dell’essere. Dentro il silenzio stanno anche le parole, ma per uscire hanno bisogno di un motivo». «Questo motivo è la necessità assoluta dell’altro» (Intervista, in Avvenire, 18 ottobre 1994 p. 17).
I santi, amici e modelli di vita
Alla vita
Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare,
volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che procede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella
(ivi, 31).
Cover: Foto di Vikramjit Kakati da Pixabay
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