Cosa ha cambiato Anne Carson?
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Cosa ha cambiato Anne Carson?
Lo confesso: tifavo per Mia Couto. Ma quest’anno il Nobel per la Letteratura è andato ancora una volta alla poesia (dopo Louise Glück nel 2020), ancora una volta a una canadese (dopo Alice Munro nel 2013) e ancora una volta (evviva!) a una donna: Anne Carson.
E pensare che era una decina d’anni che speravo nel premio Nobel alla poetessa, filologa, saggista e traduttrice canadese e pochi anni fa ne parlavo nel ricordare un amico.
Nel giorno della proclamazione, altri miei amici, buontemponi, mi avevano inviato un falso whatsapp annunciandomi che anche quest’anno la Carson non ce l’aveva fatta e che il premio era stato assegnato al mozambicano Mia Couto che sapevano essere, ripeto, il mio favorito di quest’anno, primo perché scrive in una lingua sonoramente latina, il portoghese; secondo perché quando avevo letto il suo capolavoro edito da Guanda nel 1999, Terra Sonnambula, rimasi positivamente impressionato dal romanzo, fin dall’esergo che l’autore aveva scelto e che riporto qui di seguito:
«Si diceva di quella terra che era sonnambula. Perché mentre gli uomini dormivano, la terra si muoveva nello spazio e nel tempo. Quando si svegliavano, gli abitanti guardavano il nuovo volto del paesaggio sapevano che quella notte erano stati visitati dalla fantasia del sogno» [Credenza degli abitanti di Matimati].
E infine, la mia preferenza per Couto dipendeva da quella atmosfera da realismo magico resa nella narrazione di una storia che raccontava, sì una guerra di liberazione dal colonialismo portoghese dello stato africano del Mozambico, ma che iniziava con una…borsa nascosta che conteneva numerosi quadernetti scarabocchiati con una scrittura incerta.
Un incipit dunque ad alto tasso di coinvolgimento degno, some scrissero Doris Lessing e Luis Sepulveda, di uno dei più grandi capolavori della letteratura africana del XX secolo.
E vabbè. È andata così: quando mi stavo preparando per scrivere un pezzo su Mia Couto, falsamente ispirato dallo scherzo dei miei suddetti (e cosiddetti) amici, sono venuto a sapere della Carson e dunque sono stato ben felice di dirottare la penna sulla mia amata e preferita candidata al Nobel di questi ultimi anni.
Sfogliando tra i miei quadernetti scarabocchiati da una scrittura altrettanto incerta ho ritrovato in quello del 2020 uno strano appunto: annotavo che qualcosa di anomalo stava accadendo nell’Universo; se vi ricordate – e come si fa a dimenticare? – dalle nostre parti impazzava il Covid-19 e a mala pena riuscivamo ad esorcizzare il tempo lungo ed infinito da passare nelle costrizioni dell’isolamento, ascoltando musica, guardando serie TV e leggendo libri.
Sì. Stava proprio accadendo qualcosa di anomalo, anche perché, accendendo la TV, riuscii ad imbattermi in una bellissima serie diretta da Luca Guadagnino (We Are Who We Are) e, soprattutto, cominciai a leggiucchiare Autobiografia del Rosso di Anne Carson (La Nave di Teseo, 2000).
Oggi capisco che le due opere, la serie di Guadagnino e il poema di Anne Carson, trattavano lo stesso argomento. Parlavano dell’Origine, di quando cioè gli “istinti naturali” o, meglio sarebbe dire, le emozioni umane, non si erano ancora cristallizzate in sentimenti.
I giovani protagonisti della serie di Guadagnino, Kate e Frazer al pari del giovane Gerione del poema della Carson, iniziavano a percorrere tutte le tappe di quel volo scomposto e incerto che è l’approssimazione all’amore. Gli scali di quel volo verso IL sentimento si chiamavano rabbia, desiderio, paura, ansia, aggressività.
La prefazione della Carson aveva come titolo Carne rossa: cosa cambiò Stesicoro? Alcuni brevi passi di questa potente prefazione possono da soli rappresentare la prova migliore di quanto questo premio sia stato ampiamente meritato.
Stesicoro è stato «…il più omerico dei poeti lirici. Genio squisito nell’uso degli aggettivi…» e qui, arriviamo al nocciolo della domanda che dà il titolo alla prefazione: «… Forse può esserci utile un parallelo. Volendo riassumere in una frase l’unicità di Picasso, Gertrude Stein disse: “Era uno da cui uscivano cose”. E allora di Stesicoro potremmo dire: “Era uno da cui uscivano aggettivi”».
«Cosa è un aggettivo? I nomi designano il mondo. I verbi attivano i nomi. Gli aggettivi vengono da altrove. La parola “aggettivo” (epitheon in greco) è a sua volta un aggettivo che significa “soprammesso”, “apposto”, “aggiunto”, e quindi “importato”, “straniero”».
La Carson qui ci svela e ci fa capire che questi piccoli meccanismi importati che sono gli aggettivi sono i veri e propri “cardini dell’Essere”: «…In Omero gli epiteti sono espressioni fisse con cui l’autore assicura ogni elemento del mondo …» alla propria consuetudine, a quella, diremmo oggi, comfort zone che consentirebbe anche un loro uso epico.
Prendendo in prestito l’immagine della Carson, potremmo dire che i “cardini dell’essere” non erano altro che il dentro e il fuori dalle porte Scee di Troia. Achei e Troiani, vincitori e vinti: gli esseri ruotavano “banalmente” e meccanicamente su cardini rigidi, inamovibili, riconoscibili.
Così in Omero le donne sono “amabili” e dalle “belle caviglie”; il mare è “infaticabile” e “del color del vino”. Ecco, per un motivo che nessuno è mai riuscito a spiegare, Stesicoro cominciò a smontare i cardini, a liberare l’essere. E come la racconta questa “semplice” operazione la Carson?
Così: «[con Stesicoro]…tutti gli elementi del mondo si animano di vita propria. Di colpo non c’era più niente che impedisse ai cavalli di avere “zoccoli cavi”…O agli inferi di essere “profondi” quanto alto è il cielo». D’improvviso i fiumi potevano apparire “argentei” e i bambini restare “indenni”. Un insonne poteva vivere “privo di gioia” e un … eccidio essere “nero come la pece”.
Se Stesicoro fosse stato un poeta convenzionale avrebbe raccontato l’uccisione di Gerione, il mostro alato rosso, da parte di Eracle, proprio dal punto di vista di quest’ultimo, l’eroe greco per eccellenza, e produrre così il solito elettrizzante ed epico racconto della vittoria della cultura sulla barbarie.
Ma la Carson fin da questa sua impresa filologica e poetica vuole aiutarci a provare la…”gioia del sublime”, che significa essere dentro il potere creativo della poesia e farci condividere un po’ di quella vita elettrica dell’artista che, tramite la sua creazione, ti consente di “traboccare di gioia” con lui o con lei, empatizzare dunque attraverso i vari Gerione, Kate e Franzen anche con il poiein, cioè il fare artistico dell’autore e dell’autrice.
Se quindi la Carson ci ha aiutato a comprendere la poesia attraverso questa immagine di un poeta dal quale sono cominciati ad uscire gli aggettivi, potremmo senz’altro concludere con un’analoga domanda riguardante la Carson: Cosa ha cambiato Anne Carson nella poesia per meritare il Nobel di quest’anno?
E mi permetto umilmente di avanzare una risposta. Al pari di Stesicoro e di Picasso anche dalla Carson escono cose e sono le citazioni (quote in inglese). Le citazioni, a volte da sole, ti tengono in quota e di fatto sono uno spicchio di quel “frutto” chiamato, appunto, “sublime”, del quale appena avuto un assaggio, subito ne vorremmo provare un altro boccone con la curiosità di scoprirne il vero sapore come invocano i gerioni, le kate e i frazer, di ieri e di oggi.
Ecco cosa ha fatto e continua a fare la poesia di Anne Carson, ci tiene in quota, nei vari scali che facciamo, per avvicinarci sempre più al Sublime.
Cover: La lettura di Anne Carson, finalista ai National Book Awards 2024 – foto Wikimedia Commons
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