Sono oltre 4 milioni le persone anziane non autosufficienti nel Paese, mentre l’età media della popolazione ha raggiunto i 47,1 anni e un italiano su quattro ha più di 65 anni. Secondo le proiezioni, entro il 2050 gli over 65 arriveranno al 34,6% della popolazione e gli ultra 85enni raddoppieranno il proprio peso demografico. Il sistema di welfare italiano continua a scaricare sulle famiglie il peso dell’assistenza, in particolare sulle donne e sul lavoro di cura informale.
Oggi 4,6 milioni di anziani vivono soli, numero destinato a salire a 6,5 milioni entro il 2050, mentre oltre 763 mila persone rinunciano a progetti di genitorialità per la necessità di assistere genitori anziani e fragili.
Il rapporto evidenzia come l’invecchiamento si intrecci sempre più con povertà e disuguaglianze sociali. Tra gli anziani cresce la multimorbilità, che interessa oltre 7 milioni di persone, e aumenta il numero di over 65 che si rivolgono alla rete Caritas: in dieci anni la loro incidenza è raddoppiata dal 7,7% al 15,4% degli assistiti. Sul fronte delle politiche pubbliche, la CGIL giudica insufficiente la riforma della non autosufficienza prevista dal PNRR e attuata con il decreto legislativo 29/2024.
La nuova Prestazione Universale, pensata come misura di sostegno economico per gli anziani più fragili, è limitata agli over 80 con Isee inferiore a 6.000 euro e bisogni assistenziali gravissimi.
La platea potenziale riguarda appena 25 mila persone, pari allo 0,6% degli anziani non autosufficienti. Nei primi mesi di applicazione sono state accolte soltanto 2.383 domande su oltre 6.200 presentate. Anche le risorse destinate al settore appaiono inadeguate rispetto alla dimensione del fenomeno. Il Fondo nazionale per la non autosufficienza dispone di circa 982 milioni di euro nel 2025, 934 milioni nel 2026 e 1,1 miliardi nel 2027, cifre considerate insufficienti a fronte di una popolazione fragile in continua crescita.
Il Report non manca di soffermarsi sulle disuguaglianze di salute. “Si stimano più di 7 milioni di persone (13% della popolazione) che combinano multimorbilità e limitazioni nelle attività, una situazione che tra gli anziani raggiunge il 35,4%. In questo contesto, il carico di malattia e di perdita di autonomia si concentra nei gruppi sociali economicamente svantaggiati, maggiormente esposti a condizioni sfavorevoli nel corso della vita (ambienti sociali più degradati, lavori usuranti o precari, eccetera), che incidono anche sulla prevenzione primaria e secondaria.
Secondo il rapporto Caritas 2026, le caratteristiche delle persone accolte mostrano come la fragilità sanitaria si intrecci con altre forme di vulnerabilità sociale. Si tratta prevalentemente di uomini e donne nelle età mature e anziane, spesso soli, separati, divorziati o vedovi, con bassi titoli di studio, percorsi lavorativi fragili o già esclusi dal mercato del lavoro. Molti vivono in condizioni abitative precarie e in contesti caratterizzati da una limitata accessibilità ai servizi”.
Il dossier considera, tra l’altro, la programmazione sociale, sottolineando come il suo sviluppo attraverso il dialogo tra politica, amministrazione e sindacato confederale, abbia dato vita a reti sociali solide, infrastrutturazione delle politiche sociali, realtà economiche sviluppate, e dunque a livelli più alti di coesione sociale, come dimostra l’esperienza di alcune regioni italiane.
“Il concetto chiave, si legge nel dossier, deve essere quello di “programmazione partecipata”. Programmare significa scegliere un modello di società, definire priorità politiche locali, avere una visione progettuale di medio-lungo termine. La programmazione sociale deve essere orientata alla costruzione di una rete di protezione e sicurezza sociale capace di anticipare, raccogliere, interpretare e prendere in carico i bisogni, prevenire le emergenze, con servizi e investimenti orientati alla cura del presente e del futuro dei territori e delle persone che vi abitano, crescono, lavorano, partecipano, invecchiano. L’infrastrutturazione sociale è strumentale a rafforzare e garantire lo sviluppo economico e culturale, la coesione sociale nel territorio, secondo un’idea emancipatoria-inclusiva e non assistenzialistica o corporativa della cittadinanza”.
Per questo, appare necessario, a parere della CGIL, che il sindacato sappia nutrire la relazione con il territorio, attraverso: assemblee territoriali diffuse; confronto con la società civile (partiti, associazioni, comitati di quartiere, collettivi, movimenti, etc.); assemblee nei luoghi di lavoro; confronto con e tra tutte le categorie e i loro delegati; attivazione di tutti i soggetti presenti e coinvolti. Per la CGIL serve un cambio di paradigma: più assistenza domiciliare, rafforzamento del servizio pubblico, integrazione tra sanitario e sociale, valorizzazione del lavoro di cura e investimenti strutturali in grado di garantire diritti esigibili su tutto il territorio nazionale. Una sfida che riguarda non solo gli anziani, ma il futuro della coesione sociale del Paese.
Cover: Foto di Sabine van Erp da Pixabay
Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore.












Lascia un commento