Occidente e occidentalismo
Genealogia di una parola-bandiera
Tempo di lettura: 6 minuti
Da destra e da sinistra la parola Occidente torna come un ritornello: i valori dell’Occidente, la difesa dell’Occidente, la civiltà dell’Occidente. L’Occidente come sinonimo di libertà, democrazia, scienza, diritti; oppure, più raramente, l’Occidente colpevole, colonialista; l’Occidente del patriarcato bianco.
La crisi e la fine dell’Occidente, il Tramonto dell’Occidente (descritto da Spengler, 1918). Raramente qualcuno si ferma a chiedere che cosa designi davvero quel sostantivo, quali paesi vi siano inclusi e quali ne restino fuori. La domanda è meno oziosa di quanto sembri: le parole con cui tracciamo confini finiscono per decidere da che parte stiamo (vedi Qui), spesso prima che ce ne accorgiamo.
Una catena che si spezza più volte
La genealogia scolastica è nota: Atene, Roma, la cristianità latina (con il mediterraneo come centro), poi il Rinascimento, l’illuminismo e la modernità. Ma quella catena si è spezzata ben prima della modernità. Nel VIII secolo il lato sud del Mediterraneo viene conquistato dall’Islam. Nel 1054 lo scisma tra Roma e Costantinopoli separa la cristianità latina da quella ortodossa, e l’eredità bizantina raccolta da Mosca resterà da allora sul margine incerto della mappa.
Poi la Riforma divide la stessa Europa latina; infine, l’espansione oceanica porta la parola oltre l’Atlantico. Nell’Inghilterra imperiale dell’Ottocento la civiltà che si pensava razionale e protestante si contrapponeva non solo ai “selvaggi” delle colonie, ma anche alla “superstizione” papista romana (e cattolica): bastava attraversare il mare d’Irlanda per trovare un’alterità interna.
Il dubbio sulla Russia (oggi centrale), del resto, non è stato imposto da fuori: è il grande dibattito ottocentesco della cultura russa stessa, tra occidentalisti e slavofili, e ritorna oggi nella retorica del Cremlino che rivendica una propria civiltà distinta. Quando Samuel Huntington, nel 1996, disegnò la sua mappa delle civiltà, collocò la Russia ortodossa fuori dall’Occidente: una scelta discutibile, ma non un mero capriccio isolato (Qui il suo testo più famoso).
Tre Occidenti sovrapposti
Se si guarda a come la parola funziona oggi, emergono almeno tre mappe che non coincidono. C’è un Occidente storico-culturale, mediterraneo e continentale, dove affondano le radici classiche e cattoliche. C’è un’anglosfera (o un Occidente anglofono) con un nucleo persino istituzionale, i Five Eyes, l’alleanza d’intelligence tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, sorretta da una lingua franca e da un’industria culturale che plasma l’immaginario globale.
E c’è un Occidente strategico, il sistema di alleanze guidato da Washington dopo il 1945, che comprende anche Giappone e Corea del Sud e, a titolo diverso, la Turchia e i paesi della NATO. È questa una sovranità reale ma asimmetrica: la Francia di Charles de Gaulle poté uscire dal comando integrato dell’Alleanza nel 1966, eppure in Europa restano decine di migliaia di soldati americani e le basi e le armi della condivisione nucleare atlantica (Qui la mappa delle basi USA in Italia).
Il paradosso salta agli occhi: in questa geometria Tokyo è “Occidente” e San Pietroburgo, città di Puškin e di Čajkovskij, disegnata da architetti italiani come Rastrelli e Quarenghi, non lo è. La parola descrive meno una civiltà che un campo di forze.
C’è bianco e bianco
Anche dentro l’Occidente “bianco” le gerarchie erano nette per quanto sgradevoli per noi italiani e non solo . Poco più di un secolo fa la Commissione Dillingham del Congresso americano classificava “italiani del nord” e “italiani del sud” come razze diverse; nel 1891, a New Orleans, undici italiani furono linciati (Qui); l’Immigration Act del 1924 fissò quote pensate per frenare gli arrivi dall’Europa meridionale e orientale.
Essere bianchi dunque non bastava: bisognava esserlo nel “modo giusto”.
Il mare, la terra e la bandiera: Occidente e Occidentalismo
Qui la nostra possibile genealogia incontra la geopolitica. Come ho provato a mostrare su queste pagine a proposito dell’Ucraina (Qui), la tradizione delle potenze marittime, prima britannica e poi americana, ha considerato a lungo come minaccia principale una saldatura tra Europa continentale e Russia: Halford Mackinder lo scriveva già nel 1919, pensando a Germania e Russia. Osservato con questa lente “Occidente” diventa anche un dispositivo di coesione: una parola che traduce interessi strategici particolari in valori universali e rende sospetta ogni idea di Europa come ponte.
È su questo sfondo mobile e cangiante che nasce l’occidentalismo: non l’Occidente – cosi difficile da definire univocamente – ma la sua riduzione a bandiera. Un concetto polisemico che assume significati diversi e che si mostra come una polarità fortemente ideologica: da un lato l’atteggiamento di pensiero di chi ritiene la superiorità della civiltà e cultura (sedicente) occidentale rispetto a tutte le altre; dall’altro l’atteggiamento. di avversione radicale verso la modernità occidentale. E’ l’occidentalismo descritto in un celebre saggio da Ian Buruma e Avishai Margalit (Qui) che hanno usato il termine occidentalismo per descrivere l’opposto di una presunta superiorità, illustrando la caricatura dell’Occidente coltivata dai suoi “nemici”.
Le due accezioni si specchiano: in entrambe l’Occidente smette di essere una storia e diventa un idolo, da venerare o da abbattere. Il carburante è sempre la memoria selettiva: da un lato si celebrano i diritti e si dimenticano – ad esempio – le guerre dell’oppio imposte alla Cina; si esalta la democrazia e si archiviano le deportazioni e lo sterminio dei nativi americani; si celebra la pace e si oscura – sempre a titolo d’esempio – il dibattito ancora aperto tra gli storici sulla necessità militare delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Dall’altro si capovolge la prospettiva selezionando proprio quegli elementi che la prima prospettiva minimizza e nasconde.
Il burattinaio che non c’è
Una critica seria di questo occidentalismo polarizzante deve però evitare di diventarne l’immagine rovesciata. La tentazione di cercare dietro l’egemonia una regia occulta, un’élite che pianifica il governo del mondo, è la scorciatoia più antica e più tossica: da oltre un secolo ha persino un falso documentale di riferimento – i Protocolli dei Savi di Sion – e ha sempre finito per indicare come colpevole una minoranza. Tutto può essere – dirà qualcuno – ma le egemonie funzionano altrimenti: sono convergenze di convenienze che nessuno disegna a tavolino e che molti sfruttano una volta innescate.
Persino un critico radicale come Emmanuel Todd, che ne La sconfitta dell’Occidente (2024) colloca il cuore del sistema nel mondo protestante anglo-americano, ne spiega la crisi con l’erosione di quel nucleo religioso e sociale, non con un complotto. Né esiste un “resto del mondo” pienamente innocente: anche Mosca e Pechino coltivano universalismi ugualmente imperiali e, il controllo digitale rimproverato all’Occidente, ha forse in Cina il suo laboratorio più avanzato.
Non regge nemmeno l’idea di un’anglosfera ostile in blocco al patrimonio mediterraneo: i padri fondatori americani leggevano Cicerone, il Campidoglio di Washington richiama Roma fin dal nome, i cattolici sono una porzione consistente (circa 20%) negli Stati Uniti, che nel 2025 hanno dato alla Chiesa il loro primo papa. Le tensioni esistono, ma sono intrecci mutevoli e complessi più che muri chiaramente visibili.
Provincializzare l’Occidente
Che fare, allora, di questa parola? Serge Latouche, già nel 1989, leggeva l’occidentalizzazione del mondo come uniformazione economica e culturale; Dipesh Chakrabarty ha proposto di “provincializzare l’Europa“, di riconoscerla cioè come una storia tra le altre; Franco Cassano, con il suo pensiero meridiano, ha rivendicato un Mediterraneo plurale, capace di abitare il confine senza farne una trincea.
Forse il tratto più prezioso di ciò che chiamiamo Occidente è proprio quello che l’occidentalismo cancella: la capacità di auto-criticarsi, di guardarsi se non da fuori, almeno da punti di vista differenti. Montaigne, nel 1580, osservava che ciascuno chiama barbarie ciò che non appartiene ai propri usi.
Difendere l’Occidente, oggi, potrebbe voler dire difendere quello sguardo critico che proprio oggi sembra offuscato: l’unico che non ha bisogno di un nemico per sapere chi è.
Cover: Foto di Mediamodifier da Pixabay
Per leggere gli articoli di Bruno Vigilio Turra su Periscopio clicca sul nome dell’autore













ciao Bruno molto interessante. io però faccio fatica a non vedere una regia in questa ridefinizione continua di concetti che spengono il pensiero critico del popolo. sarò complottista ma credo che ci sia un sovrapotere che complica ciò che è semplice a suo uso e consumo.