La società che ha esternalizzato l’amore
La società che ha esternalizzato l’amore
Come una civiltà ha trasferito il comandamento più esigente del cristianesimo – “ama il prossimo tuo come te stesso” – dal cuore alle istituzioni e che cosa resta quando le istituzioni non ce la fanno più.
Il cristianesimo, attraverso il Vangelo, aveva formulato una richiesta scandalosa nella sua semplicità: cambia il tuo cuore, e comincia da chi ti è accanto adesso, comincia dal tuo prossimo. Non era una politica sociale: era un’operazione sulla persona, faticosa, non delegabile, senza indicatori di risultato. L’Occidente ha preso quella richiesta e l’ha tradotta: dal cuore alla legge, dal gesto al servizio, dalla conversione alla riforma. Chiamiamo questa operazione esternalizzazione dell’agape. E la cosa decisiva da capire, prima di qualunque approfondimento e giudizio, è che da noi ha funzionato.
La traduzione riuscita
Va detto subito e senza sconti, perché è la premessa di ogni successivo ragionamento: il welfare pubblico è la più vasta operazione di carità mai realizzata nella storia umana. Nessuna elemosina, nessuna confraternita, nessuna carità privata ha mai protetto dalla malattia, dalla vecchiaia e dalla miseria una frazione paragonabile di popolazione. La struttura ha fatto, per scala e per continuità, ciò che l’interiorità da sola non poteva fare. Chi rimpiange la beneficenza al posto della sanità e dell’assistenza pubblica non sta difendendo il Vangelo: sta difendendo il privilegio di scegliere chi meriti aiuto e chi no.
Il punto non è dunque che la traduzione sia stata sbagliata; è stata una conquista civile pur con tutti i suoi limiti. È che è stata integrale, esclusiva. Ha spostato tutto, senza lasciare nulla al punto di partenza. Ha trasferito tutto dall’interno (personale) all’esterno (sociale). E questo trasferimento totale ha prodotto effetti che – probabilmente – nessuno aveva messo in conto.
Il primo lo si vede già nel vocabolario. Misericordia, prossimo, dignità, amore, carità, ultimi, accoglienza, perdono, poveri: sono parole nate per descrivere un movimento interiore, mentre oggi le usiamo quasi esclusivamente per descrivere politiche pubbliche, servizi sociali e ONG.
L’Occidente (e l’Italia in particolare), non possiede un altro lessico morale, nemmeno la parte più laica e anticlericale di esso, che, quando vuole indignarsi, attinge senza saperlo al deposito che dichiara di aver superato. In un certo senso il progressismo contemporaneo non ha inventato il proprio vocabolario: lo ha ereditato da un morto di cui non riconosce la successione.
Paradossalmente, quasi nessuno in Occidente sa indignarsi in una lingua che non sia, in origine, cristiana: anche chi non crede, quando prova pietà, parla ancora aramaico tradotto.
Cosa si perde nella traduzione
Tre cose vanno perse in questo processo di traslazione dall’interno all’esterno e nessuna delle tre vuol essere un recupero nostalgico.
La prima è il volto del prossimo. Il dono, in ogni società umana studiata finora, crea un legame: chi riceve è debitore, chi dà è esposto, e, da quello squilibrio, nasce una relazione che dura. La prestazione no. La prestazione è pulita, neutra: l’assistito non deve nulla a nessuno, l’operatore non rischia nulla, il contribuente non incontra nessuno.
È un enorme progresso in termini di diritti — l’aiuto non dipende più dall’umore del benefattore — ma è una perdita secca in termini di legame sociale. Alla fine della catena non c’è nessuna relazione, e soprattutto nessuno si è trasformato: né chi ha dato né chi ha ricevuto.
La seconda è l’esonero dalla responsabilità. Se la struttura è competente, io sono in regola. Ho pagato le tasse, ho votato bene, ho firmato la petizione: la mia parte è fatta. La delega non produce solo efficienza, produce una sorta di innocenza — e l’innocenza è una condizione morale molto più comoda della responsabilità. È questa la ragione per cui l’esternalizzazione ha avuto un successo così travolgente anche fra chi non ha mai creduto: non chiedeva di essere migliori, chiedeva di essere organizzati.
La terza è la sorgente. Una struttura di solidarietà consuma un capitale morale che non produce. Il funzionario che si prende cura davvero, l’infermiere che resta dieci minuti in più, l’insegnante che vede il ragazzo e non la classe: nessuna procedura genera questi comportamenti, e nessuna procedura funziona senza di essi. La disponibilità personale è il carburante invisibile del sistema pubblico. La si è data per scontata per almeno due generazioni, perché la produceva un mondo che ora non c’è più.
Il vocabolario che si irrigidisce
Qui accade qualcosa che forse nessuno aveva previsto e che è un nodo particolarmente importante per il nostro ragionamento. Un’etica dell’amore separata dalla sua sorgente interiore, personale, non diventa più laica e più mite. Diventa più giuridica e più punitiva.
La ragione di questo è strutturale, non caratteriale. La conversione del cuore (che si fonda sempre sulla libertà) ha una sanzione interna: il rimorso, la vergogna davanti a se stessi, la possibilità del perdono; la voce della coscienza come direbbero i cattolici credenti. Sono meccanismi lenti, individuali, riparativi.
Quando l’interiorità viene rimossa, l’unica sanzione disponibile diventa quella esterna: la norma, la sospensione, la gogna, la condanna politically correct. L’amore del prossimo, che nessun tribunale può imporre, si trasforma, nelle sue forme esteriori, in un obbligo che ogni tribunale può verificare — e l’obbligo, per sua natura, genera trasgressori.
È così che una morale nata per liberare produce, nel giro di poche generazioni, il clima moralistico più soffocante dell’Occidente contemporaneo: processi pubblici sommari, colpe imprescrittibili, assenza totale di dispositivi di riparazione. In termini cattolici penso si possa dire così: abbiamo tenuto il peccato e buttato via la confessione.
C’è poi un secondo effetto: quando la struttura dell’amore esternalizzato entra in affanno — liste d’attesa, servizi sociali sotto organico, welfare in contrazione, tagli — non torna il gesto personale: resta il vuoto. Anzi, resta qualcosa di peggio. La richiesta di aiuto di chi mi sta accanto mi arriva come un’irritazione, perché mi ricorda un obbligo che credevo di aver ceduto per contratto. È una delle radici, poco esplorate, del rancore orizzontale: chiediamo al vicino di non esistere, perché non abbiamo più né la struttura che se ne occupava né il gesto che l’aveva preceduta.
Il moralismo contemporaneo non è affatto un eccesso di morale. È ciò che resta di una morale a cui è stato tolto il cuore e lasciato solo il codice.
Riaprire la sorgente
A fronte di questo non c’è alcun ritorno indietro da proporre e diffidare di chi lo propone è già un esercizio critico. Smantellare le strutture per riscoprire la carità sarebbe una crudeltà travestita da spiritualità. Ma esiste un’operazione diversa, e concreta: rimettere in funzione il livello intermedio che l’esternalizzazione ha saltato a piè pari.
Fra l’individuo che si commuove (e pratica personalmente relazioni d’amore) e lo Stato sociale che eroga, c’è sempre stato un piano intermedio: il vicinato, il condominio, la parrocchia come luogo prima che come dottrina, la piccola cooperativa, la rete di mutuo aiuto, l’associazione di quartiere.
È il livello in cui la prestazione ha ancora un volto e il gesto ha ancora una scala. È il solo posto in cui le due cose che abbiamo separato — l’efficacia della struttura e la trasformazione delle persone — tornano a stare insieme. Il principio è antico e ha un nome preciso: ciò che può essere fatto dal livello più prossimo non deve essere avocato dal livello superiore.
Non è nostalgia comunitaria: è ingegneria sociale ed è l’unico modo noto perché un sistema di solidarietà si rigeneri invece di consumarsi. Questo principio implica necessariamente recuperare personalmente la sorgente interiore dell’amore.
Da qui discende un criterio semplice, applicabile domani mattina da chiunque, credente o no. Ogni volta che deleghiamo, la domanda non è chi dovrebbe occuparsene, ma: qual è la parte non delegabile che resta a me? Non è molto. Un nome imparato, una spesa portata su per le scale, dieci minuti che non erano previsti, un sorriso, un saluto e una parola a chi chiede l’elemosina. Sono gesti che non risolvono niente a livello di sistema — e che sono l’unica cosa capace di rigenerare il sistema, perché producono la sostanza umana di cui il sistema si nutre senza saperla fabbricare.
Una civiltà può esternalizzare la giustizia, la cura, la protezione. Non può esternalizzare la disponibilità a compierle. Quella o si coltiva, o si spegne; e quando finisce, si scopre che nessuna procedura tecnica la poteva sostituire.
Cover: Foto di Wagner da Pixabay
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bellissimo articolo che condivido in toto. “La disponibilità personale è il carburante invisibile del sistema pubblico.” ecco proprio vero eppure oggi il sistema si è inceppato proprio perchè la disponibilità personale per alcuni è diventato un lento logoramento contro procedure che bloccano il suo gesto costantemente grazie alla che sta esaurendo le sue energie, e per altri una delega totale al sistema che come scrivi si esaurisce. come ne usciamo?
Esatto Roberta. Ne usciamo innanzitutto praticando i “piccoli gesti di attenzione e di amore” che sono gli unici a poter ricostruire il capitale relazionale indispensabile al funzionamento di un sistema sano di solidarietà…
Ho trovato questo articolo particolarmente interessante perché affronta una questione profondamente attuale partendo da un gesto semplicissimo: passare accanto a qualcuno che ha bisogno e pensare che “se ne occuperanno i servizi sociali”. L’idea dell’“esternalizzazione dell’agape” è illuminante: abbiamo trasformato un’esigenza morale personale in un sistema di diritti, servizi e istituzioni, ottenendo una grande conquista civile, ma forse perdendo qualcosa lungo il cammino. Mi ha colpito soprattutto la domanda finale: “Qual è la parte non delegabile che resta a me?”. Perché possiamo delegare molte cose alle istituzioni, ma non la disponibilità umana, l’attenzione, il riconoscimento dell’altro. E forse proprio quando le strutture entrano in crisi ci accorgiamo di quanto sia fragile una solidarietà che abbiamo completamente affidato alle istituzioni. L’ articolo ci invita a ripensare il rapporto tra responsabilità individuale, comunità e welfare. Ed è proprio questo che lo rende, a mio avviso, così interessante.
Grazie Lidia, Lo scopo dell’articolo è proprio quello di suscitare una discussione su quel che hai colto perfettamente. Io penso che malgrado i problemi – ci sono e sono tanti e gravi – un cambio di prospettiva aiuti ognuno a recuperare la grandezza dei piccoli gesti, direi anzi la loro indispensabilità sociale…
Caro Bruno, il tuo articolo mi ha suscitato numerose riflessioni che, non potendo sintetizzare in un commento ti espongo per punti:
1) le società complesse necessitano di welfare e si definiscono politicamente in quante risorse economiche ci investono ((vedi soldi agli armamenti vs welfare)
2) la società che viviamo é completamente atea avendo sostituito il dio denaro alla sorgente interiore di amore per gli altri.
3) quando si parla della misteriosa educazione affettiva e sessuale nelle scuole si intende esattamente questo: riconoscere l’altro e la sua libertà, accettando anche rifiuti e negazioni del nostro ego.
4) il livello intermedio è già ampiamente praticato da chi opera nella scuola, nella sanità ecc. Spesso in silenzio e senza riconoscimento sociale.
5 lo sviluppo interiore di ciascuno di noi fa parte della sfera spirituale che non sempre può e deve essere resa pubblica
Qui Eleonora, indichi punti per molti altri futuri articoli. Effettivamente credo il punto sia proprio quello di coniugare la sfera interiore, spirituale come dici tu, con il versante sociale, istituzionale…
Bruno , bellissimo articolo e si ritorna ad ammettere che c’è una bella differenza tra …accumulo di esperienze e intensità delle stesse. Fu il poeta irlandese Patrick Kavanagh ( molto amato dagli U2) a operare una netta distinzione tra “provincialismo” e “parrocchialismo”…il provinciale ( e ormai lo siamo quasi tutti) attribuisce valore all’esperienza ( e al parere) dei cittadini ( degli istruiti , dei ben pensanti, degli uomini di mondo); il parrocchiano invece crede fortemente nel valore sociale ( e aggiungerei artistico e sacrale) di quello che avviene in un piccolo lembo di terra che (si) VIVE. Il tuo pezzo è parrocchialismo puro! Grazie
Grazie Giuseppe anche per la tua preziosa nota su provinciale vs parrocchiale. Me la giocherò da qualche parte…
Bell’articolo.
Condivido in tutto il tuo articolo: la diagnosi, gli effetti, la pericolosa deriva del moralismo contemporaneo. E’ però interessante capire perché il trasferimento dell’amore dalla pratica individuale alla struttura sociale si sia compiuto solo in un senso e solo in parte. Perché sopravvivono gesti spontanei non richiesti (i 10 minuti in più)? Perché vicinato e prossimità sono cambiati ma non si sono
estinti? Perché il volontariato si diffonde e cresce invece di diminuire? Forse, è un’ipotesi, esiste una “bioetica del dono” (cito da un articolo di Beppe Ferrara di prossima pubblicazione) qualcosa che ci appartiene e che non è estinguibile, nè dal Welfare Socialdemocratico oggi in crisi nè dal turbocapitalismo che avanza. In due parole: di fare degli atti d’amore ne abbiamo bisogno. Ho l’impressione che in tutto questo c’entri più l’istituzione famiglia del Vangelo. In ogni caso, misteriosamente, Mammona non è riuscito a polverizzare l’agape.
Si, c’è sicuramente da approfondire. Tuttavia penso che soprattutto manchi una consapevolezza diffusa: che proprio “i piccoli atti d’amore disinteressato”, al di fuori di qualsiasi organizzazione, di qualsiasi calcolo finalizzato, di qualsiasi obbligo religioso, siano il carburante indispensabili per rigenerare il sistema di solidarietà.