Il conflitto che ha cambiato direzione
Tempo di lettura: 7 minuti
Il conflitto che ha cambiato direzione
Perché milioni di persone, in Occidente, hanno smesso di guardare in alto e hanno cominciato a temere “l’uomo della strada”?
C’è un dato che dovrebbe farci riflettere più di quanto non facciamo. Chiedete a chi si sente in difficoltà — economica, sociale, esistenziale — chi ritiene responsabile del proprio disagio. Raramente indicherà il mercato finanziario globale, il fondo d’investimento che possiede la fabbrica in cui lavora, l’algoritmo che decide il prezzo dell’energia, i mercati impersonali, o l’apparato regolativo sovranazionale che fissa i vincoli entro cui il suo Paese può muoversi.
Molto più spesso incolperà il governo (destra o sinistra poco importa) e indicherà qualcosa di decisamente più prossimo: il migrante che compete per lo stesso posto, il collega più giovane, il concorrente sleale, l’esercizio commerciale che non paga le tasse, chi riceve contributi non meritati. La rabbia c’è, è reale, ed è cresciuta. Ma, rispetto agli anni caldi del secolo scorso, ha cambiato direzione.
Chiamiamo questo fenomeno traslazione dell’asse di conflitto: il passaggio da un antagonismo verticale — chi sta in basso contro chi sta in alto — a un antagonismo orizzontale, che dispone gli uni contro gli altri coloro che occupano posizioni simili nella struttura sociale. Non è una legge assoluta né un destino: è una tendenza dominante, forte abbastanza da riorganizzare il paesaggio politico del continente, ma non così totale da non conoscere eccezioni. Comprenderne il meccanismo è la premessa di qualsiasi cambiamento che voglia essere davvero generativo, e non solo un’altra riverniciatura della stessa impotenza.
L’alto che si è fatto natura
Perché l’alto ha smesso di essere un bersaglio? Non perché sia diventato più buono, ma perché è diventato simultaneamente più potente e meno raggiungibile. La proprietà che un tempo aveva un volto, un indirizzo, una fabbrica in fondo alla strada e un padrone che abitava in città, si è sradicata dal territorio. È diventata flusso impersonale: capitale mobile, quote cartolarizzate, catene proprietarie che attraversano i continenti prima di arrivare a un consiglio d’amministrazione che nessuno saprebbe raggiungere. Contro un padrone si può scioperare. Contro un flusso, no. L’alto non è diventato inattaccabile: è diventato indiscutibile (vedi dello stesso autore su Periscopio L’ultima Ideologia ).
A questo sradicamento si aggiunge una seconda operazione, ancora più efficace. L’alto si è naturalizzato. Ha smesso di presentarsi come decisione — quindi contestabile — per presentarsi come necessità tecnica: vincolo di bilancio, competitività, spread, “ce lo chiede l’Europa”.
Non più “abbiamo scelto questa politica”, ma “i mercati non consentono alternative”. È una mossa dalla potenza disarmante, perché nessuno organizza un corteo contro la legge di gravità. Le grandi tecnologie regolative, le burocrazie tecniche sovranazionali, i mercati globali si sono presentati come una seconda natura, scientificamente indiscutibile. E ciò che è natura non si combatte: al massimo ci si adatta, si diventa resilienti rispetto alle sue bizze.
Un’energia che non trova più il suo bersaglio
Ma la sofferenza sociale non si dissolve solo perché il suo bersaglio naturale è sparito dietro l’orizzonte. L’energia conflittuale resta, ingigantisce e cerca un canale. Non potendo scaricarsi verso l’alto — dissoltosi nell’astrazione, protetto dall’aura della necessità tecnica — si scarica lateralmente, verso ciò che è rimasto concreto, visibile, raggiungibile: il vicino. Il migrante, il concorrente, il diverso, chiunque occupi una posizione abbastanza vicina da poter essere ritenuto responsabile di una scarsità che qualcun altro, molto più in alto, ha organizzato.
È essenziale, qui, non cadere nella lettura pigra e consolatoria secondo cui il conflitto orizzontale sarebbe una pura illusione, una nebbia fabbricata a tavolino per distrarre le masse. Sarebbe una spiegazione che ribalta lo stesso schema che intende criticare, riducendo milioni di persone a marionette manovrate da un grande complotto.
La verità è più scomoda: il conflitto orizzontale ha basi materiali reali, esiste realmente, non è mera percezione. La competizione tra lavoratori autoctoni e immigrati sul segmento basso del mercato del lavoro, la pressione sui servizi di un welfare reso scarso, la concorrenza tra piccoli che si contendono margini sempre più sottili non sono invenzioni. Sono effetti veri di una scarsità organizzata altrove.
Il punto critico non è che il conflitto orizzontale sia falso. È che è reale e insieme funzionale: reale nei suoi effetti locali, funzionale nel distogliere lo sguardo dalla struttura che quella scarsità la produce e governa. Chi si combatte tra vicini per l’ultimo posto non chiede perché i posti siano così pochi e chi li ha resi tali.
Nessuna regia, un ambiente ottimale
A questo punto la tentazione è forte, e va nominata per disinnescarla. La tentazione è concludere che “qualcuno” abbia orchestrato tutto questo: che élite transnazionali abbiano deliberatamente progettato la traslazione per governare senza opposizione. È una scorciatoia esplicativa affascinante e spesso sbagliata — non perché le élite non esistano, ma perché oggi non hanno bisogno di cospirare per ottenere ciò che il sistema produce da sé.
La distinzione decisiva è tra orchestrare e abitare. La traslazione orizzontale non è il prodotto di una regia occulta: è assai probabilmente l’esito aggregato di milioni di decisioni locali, nessuna delle quali ha voluto l’insieme. Ma esistono minoranze — economiche, tecniche, culturali — che di quell’esito beneficiano, e che quindi non hanno alcun incentivo a correggerlo.
Beneficiare non è orchestrare. Eppure produce comportamenti così convergenti da sembrare orchestrazione. Le élite contemporanee non dirigono la lotta orizzontale: la abitano come il proprio ambiente ottimale. E la loro narrazione legittimante — la necessità tecnica del globale, l’apertura come unico orizzonte di civiltà — la riproduce di continuo senza bisogno di alcun mandante.
Non serve necessariamente una cospirazione come sostengono i vari complottismi: serve solo che una classe dirigente creda alla propria narrazione: e generalmente ci crede.
Il cortocircuito: chiedere più dosi della causa
Arriviamo così al nodo più paradossale e più inquietante. Ci si aspetterebbe che chi patisce lo sradicamento – e soprattutto chi afferma di rappresentare gli interessi di chi soffre lo sradicamento – chieda di riavvicinare il potere, di accorciare la distanza tra alto e basso: più prossimità, più controllo democratico, più capacità di afferrare le decisioni che lo riguardano, più corpi intermedi con potere decisionale reale.
Accade più spesso il contrario. Una parte consistente della domanda politica e culturale invoca precisamente più della causa che ha generato il danno: più integrazione sovranazionale, più organismi mondiali con più poteri, più eliminazione delle barriere alla libera circolazione di merci, capitali e persone, più mercato.
Come si spiega questo cortocircuito? Almeno per tre motivazioni, da tenere insieme.
La prima è la frattura culturale: la parte di società dotata di capitale culturale (per approfondire vedi Qui), quella che dei processi globali gode i benefici ed è schermata dai costi, ha interiorizzato la narrazione cosmopolita al punto da leggere ogni richiesta di radicamento — confine, comunità, appartenenza — come regressione. Non è malafede: è coscienza di posizione. Chi è protetto dai costi del globale ne domanda logicamente di più: più Europa, meno confini.
La seconda è l’assenza di un’alternativa credibile. Il radicamento — il locale, il nazionale, la comunità — è stato semanticamente sequestrato dalle sue versioni peggiori: chiusura, autarchia, nazionalismo, guerra. Così, tra un globale che fa male e un nazionale che fa paura, il globale vince per mancanza di avversari.
La terza è una confusione di scala: molti problemi sono effettivamente globali o cosi sono rappresentati — il clima, le pandemie, il capitale mobile — e, da questo si inferisce, con un salto solo apparentemente ovvio, che richiedano una governance globale. Ma governance globale significa governance lontana, cioè ulteriore sottrazione del potere al conflitto agibile. Il paradosso si chiude su se stesso: più il problema è reale e globale, più la soluzione proposta accresce l’inafferrabilità dell’alto.
Tra queste motivazioni, trapela il tradimento completo della sinistra, che sul conflitto di classe, verticale, aveva costruito la propria identità, prima di abbracciare in toto il mercato, il neoliberismo finanziario e il progressismo identitario, l’universalismo politicamente corretto (Qui un approfondimento).
Che fare, da cittadino italiano?
Non c’è, in fondo a questa analisi, una ricetta pronta e diffidare di chi la offre è già un primo esercizio critico. C’è però una consapevolezza, che è la condizione di ogni azione sensata: riconoscere la traslazione mentre accade, dentro di noi prima ancora che nel dibattito pubblico.
Ogni volta che il disagio cerca un colpevole vicino, vale la pena chiedersi se quel colpevole non sia a sua volta una vittima dello stesso meccanismo e se la vera domanda — chi ha reso i posti così pochi, il lavoro così fragile, i servizi così scarsi — non stia altrove, più in alto, dove abbiamo smesso di guardare.
La posta in gioco non è ideologica ma esistenziale: è la possibilità di ricostruire solidarietà orizzontali — tra vicini, non contro i vicini — che siano l’unica base concreta da cui, un giorno, tornare a guardare in alto. La domanda resta aperta, e vale la pena portarla con sé: verso chi sto indirizzando la mia rabbia e a chi conviene che io la indirizzi proprio li?
Non possiamo dirigere il vento ma possiamo orientare le vele (Seneca).
Cover: Foto di Simon da Pixabay
Per leggere gli articoli di Bruno Vigilio Turra su Periscopio clicca sul nome dell’autore









Pezzo lucidissimo. Che argomenta, senza cadere negli stereotipi, le ragioni di una rabbia che si scarica in orizzontale e non più in verticale.