Il mare a 33 gradi
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Il mare a 33 gradi
Trentatré virgola venti. È la temperatura massima dell’acqua registrata il 31 luglio alla stazione di Bocca Scanno, nella Sacca di Goro (FE).
Nello stesso periodo le alte temperature, la scarsa circolazione dell’acqua e la carenza di ossigeno hanno contribuito al deterioramento delle condizioni ambientali della laguna. A luglio Confcooperative Agroalimentare e Pesca aveva segnalato perdite fino al 90 per cento delle vongole.
A fine agosto è arrivato un altro allarme, questa volta dagli allevamenti di cozze in mare tra Goro e Porto Garibaldi.
Il monitoraggio della stessa organizzazione ha rilevato che le temperature eccezionalmente elevate dell’acqua e l’anossia hanno compromesso oltre il 90 per cento del prodotto presente negli impianti, compreso il seme necessario alla produzione successiva.
Sono due episodi distinti e circoscritti, legati a settori produttivi specifici e, proprio per questo, capaci a prima vista di suscitare l’interesse soltanto di una parte limitata di persone. Potrebbero sembrare incidenti di percorso, come tanti altri che si verificano in varie parti del Paese.
Ma quando situazioni analoghe, senza essere sovrapponibili, in territori e settori anche lontani tra loro, cominciano a mettere in luce la stessa vulnerabilità, considerarle soltanto eccezioni rischia di farci perdere il punto.
Il punto, però, non riguarda soltanto vongole e cozze.
C’è una convinzione che diamo quasi sempre per scontata: che il futuro, pur restando incerto, assomigli abbastanza al passato da poter essere previsto.
Un agricoltore sceglie cosa coltivare, un pescatore avvia un ciclo di allevamento, un’impresa decide se investire perché tutti, in modi diversi, confidano in una certa continuità delle cose.
Non sappiamo che tempo farà il 17 giugno dell’anno prossimo, ma sappiamo – o credevamo di sapere – entro quali limiti può muoversi una stagione.
È questa prevedibilità imperfetta a permetterci di programmare.
Abbiamo costruito interi sistemi su questa fiducia. I calendari agricoli, le infrastrutture, le assicurazioni, perfino il prezzo di molte cose incorporano l’idea che ciò che è accaduto abbastanza spesso nel passato dica qualcosa di utile sul futuro. Quando quella relazione si indebolisce, non salta soltanto una previsione: aumenta il costo dell’incertezza.
Il clima non è soltanto lo sfondo in cui si muove l’economia. È una delle sue premesse.
Per questo ciò che sta accadendo nel Ferrarese racconta qualcosa di più di una crisi della molluschicoltura.
Da anni discutiamo del cambiamento climatico attraverso medie globali, soglie e date lontane: un grado e mezzo, due gradi, 2030, 2050. Numeri indispensabili, ma dotati, per chi non li studia, di una strana capacità anestetica. Il futuro è un luogo comodo nel quale sistemare ciò che non vogliamo ancora considerare presente.
Il 2050 consente di preoccuparsi senza cambiare programma.
Trentatré virgola venti molto meno.
Non perché un singolo valore registrato nella Sacca possa spiegare da solo il cambiamento climatico. Sarebbe una scorciatoia. Gli ecosistemi lagunari sono complessi e gli stessi rilievi ambientali indicano una combinazione di fattori.
Ma proprio questa complessità mostra quanto fragile possa diventare un equilibrio quando cambiano le condizioni sulle quali un’attività ha imparato a contare.
A cambiare non è soltanto una temperatura. Cambiano le probabilità.
Un mestiere conserva lo stesso nome, le barche sono ancora le stesse, gli allevamenti stanno nello stesso mare. Eppure diventa più difficile stabilire quando iniziare un ciclo, quanto investirvi, quale parte della stagione considerare affidabile, quanto rischio assumersi. Ciò che ieri poteva essere trattato come un’eccezione entra lentamente nei conti.
Pensiamo alla crisi climatica soprattutto come a una successione di disastri: alluvioni, incendi, siccità, ondate di calore. Gli eventi estremi si vedono, producono immagini, durano alcuni giorni e conquistano i telegiornali.
Molto meno spettacolare è la perdita graduale della prevedibilità.
Eppure una società vive anche di questo. Della possibilità di immaginare ragionevolmente ciò che verrà dopo.
Lo mostra con particolare evidenza proprio ciò che è accaduto alle cozze tra Goro e Porto Garibaldi. La perdita non riguarda soltanto il prodotto presente negli allevamenti, ma anche parte del seme destinato al ciclo successivo.
Il seme ha qualcosa di quasi brutale nella sua semplicità: è una promessa.
Lo si mette in acqua perché si presuppone che esista un dopo e che quel dopo conservi condizioni sufficienti perché possa crescere.
Quando muore, non scompare soltanto ciò che c’è. Scompare una parte di ciò che si era previsto ci sarebbe stato.
Il conto, secondo Confcooperative, supera già i cinquanta milioni di euro di danni diretti e potrebbe crescere proprio per la perdita delle produzioni future. È una stima dell’organizzazione di settore, non una contabilità definitiva. Ma serve a ricordare che il clima, prima o poi, arriva anche nei bilanci.
E non riguarda soltanto chi lavora sul mare.
Lo stesso problema si affaccia nell’agricoltura, nella gestione dell’acqua, nelle città che devono reggere temperature per le quali non erano state pensate, nelle infrastrutture, nelle assicurazioni. Non cambia tutto nello stesso momento.
Cambia, prima di tutto, ciò che potevamo dare per scontato. E quando cambia la probabilità delle cose, il problema non è soltanto superare una stagione difficile. È capire su quali basi progettare quella successiva.
Forse è per questo che anche la parola emergenza comincia a starci stretta.
Un’emergenza arriva, viene affrontata e finisce. Presuppone una normalità dalla quale ci si allontana e alla quale, prima o poi, si ritorna.
Ma che cosa accade quando è proprio la normalità a spostarsi?
A Goro questa domanda ha già una forma concreta: le vongole che non arrivano alla raccolta, il seme delle cozze destinato al ciclo successivo, i conti che bisogna rifare.
Non sappiamo quale sarà la temperatura dell’acqua nella Sacca di Goro fra dieci anni. Né una singola estate basta, da sola, a raccontare il futuro.
Sappiamo però quale temperatura è stata registrata a Bocca Scanno il 31 luglio 2026.
Trentatré virgola venti.
E questa volta non era una previsione.
In copertina: Sacca di Goro, Parco del Delta del Po (foto di: Archivio Ente Parchi e Biodiversità Delta del Po) –
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