I Måneskin e l’illusione del rock
I Måneskin e l’illusione del rock
I Måneskin rappresentano un fenomeno musicale che divide il pubblico (non abbastanza, purtroppo) ma un’analisi critica suggerisce che la loro ascesa sia più un’operazione di marketing ben strutturata che un’autentica espressione artistica. La loro origine in un format televisivo come X Factor (che nemmeno hanno vinto), evidenzia la natura di un prodotto costruito per il mercato globale, piuttosto che per un movimento artistico di rottura.
Definire i Måneskin una rock band è un macroscopico errore di narrazione. Il rock, storicamente, è un movimento che affonda le radici nella ribellione e nell’esplorazione di temi esistenziali. Al contrario, la band si limita a una caricatura estetica del genere, riprendendone gli stilemi visivi ma svuotandoli di significato critico.
I loro testi risultano spesso un miscuglio di banalità e slogan.
Prendiamo Zitti e buoni, il brano che li ha lanciati nell’olimpo del pop commerciale: frasi come “Siamo fuori di testa, ma diversi da loro” suonano come uno slogan vuoto, privo di quella reale portata sovversiva che caratterizza la tradizione rock.
Anche in brani come Torna a casa, la scrittura appare ancora più piatta, rifugiandosi in un sentimentalismo stereotipato che non osa mai sfidare lo status quo.
Il confronto con i grandi autori italiani — si pensi a Fabrizio de André, Francesco Guccini o Franco Battiato, ad esempio — è impietoso. Mentre la nostra tradizione ha saputo esplorare l’intimità umana e criticare il sistema con complessità linguistica, i Måneskin offrono un pacchetto preconfezionato, facile da consumare a livello internazionale anche per chi non comprende l’italiano.

Questa band posticcia si pone, di fatto, come una parodia di un’eredità culturale ben più nobile, e del rock progressivo anni ’70 (vedi PFM, Banco del Mutuo Soccorso, o alla forza evocativa dei Diaframma e dei CCCP – Fedeli alla Linea.
La narrazione del gruppo “di strada”, fra l’altro, è palesemente costruita. La loro immagine, sapientemente plasmata dal management, punta tutto sull’estetica glam-rock e sul carisma del “bello e dannato” Damiano David.
Non è un peccato che l’industria utilizzi queste leve, ma presentare il gruppo come autentico portavoce del rock è un insulto alla memoria di chi ha fatto della propria arte una bandiera di libertà.
In conclusione, i Måneskin non sono rock, non lo sono mai stati, ma un prodotto abilmente distribuito che soddisfa un mercato affamato di imitazioni.
Chi confonde questo successo commerciale con il valore artistico tradisce e insulta la storia del genere. Resta l’impressione di trovarsi di fronte a una meteora: un’operazione che, probabilmente, durerà lo spazio di un battito di ciglia.
Cover: I Måneskin nel 2018 – foto Wikimedia Commons
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Caro Alessio, quanta severità:-)
Leggendo l’articolo io, che sono più vecchio di te, ho provato la sensazione di quando avevo vent’anni e i miei genitori mi dicevano “adesso ascoltate solo della musica di merda, ai nostri tempi sì che la musica era bella”.
Quello che dici del marketing sui Maneskin è vero, ma vale per tutte le operazioni di marketing musicale riuscite meglio, comprese quelle che riguardano o hanno riguardato veri o presunti vessilliferi dell’alternativa. Non intendo appiattire ogni profilo musicale mettendolo dentro lo stesso calderone, nè sottovalutare il fatto che ci sono centinaia di artisti bravi che nessuno conoscerà, oppure che non andranno mai oltre una ristretta nicchia di estimatori. Ma anche questo vale adesso e per il passato: la musica che resta “rilevante” per la narrazione collettiva del costume musicale e sociale è solo quella che ha riscosso un qualche successo, non certo quella (magari di qualità o avanti rispetto ai tempi) che non ha superato la soglia della propria città, o addirittura dei propri amici.
Non credo sia programmaticamente corretto paragonare un testo dei Maneskin a De Andrè o Guccini. Le loro canzoni sono tagliate per l’inglese: parole tronche, ritmo del lessico adatto al pop e al rock – oltre ovviamente all’effetto coloniale, ma indubbiamente efficace in termini di accesso universale, costituito dal cantare in lingua inglese. Io, che ero esterofilo in musica, ho capito col tempo che dipendeva non solo dal suono, ma dal mistero. Traducendo i testi, ho spesso rimpianto quando non li capivo, quando l’immaginazione viaggiava.. Molti testi in inglese si rivelano una delusione. In italiano non fanno in tempo a deluderti, molti li disprezzi al primo ascolto.
Ciò detto: non sono un fan dei Maneskin (forse l’anagrafe me lo impedirebbe in ogni caso), potrei citare artisti italiani contemporanei che preferisco, ma non credo che siano solo marketing. Sanno suonare, sanno anche comporre, e sicuramente hanno trovato la formula per sapersi vendere. Credo tra l’altro che stiano anche un po’ pagando il “prezzo” di questa valanga di fama che hanno fortemente perseguito.