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Il prezzo della civiltà 

Il prezzo della civiltà 

Ci sono fatti di cronaca che non dividono un Paese. Lo rivelano.

Per qualche giorno occupano le prime pagine, accendono discussioni, costringono ciascuno a prendere posizione. Si parla di legittima difesa, di responsabilità, di diritto, di giustizia. Poi, come sempre accade, arriva un’altra notizia e tutto sembra dissolversi. Eppure alcuni eventi lasciano dietro di sé una domanda che riguarda meno l’accaduto e molto di più ciò che siamo.

Forse continuiamo a guardare la cronaca dalla prospettiva sbagliata. Crediamo che serva a raccontare il mondo. Più spesso racconta noi.

Ogni civiltà nasce da una rinuncia.

Siamo abituati a pensare che la civiltà coincida con il progresso, con l’accumulo di conoscenze, con l’evoluzione delle istituzioni. Tutto questo viene dopo. Prima ancora, la civiltà è il momento in cui l’uomo accetta di non fare tutto ciò che potrebbe fare. Il diritto è forse l’espressione più alta di questa rinuncia.

Non nasce perché gli uomini sono giusti. Nasce perché sanno di non esserlo. Nasce dalla consapevolezza che la paura altera il giudizio, che il dolore pretende risposte immediate, che l’impulso possiede una forza capace di travestirsi da giustizia. La legge non elimina questi impulsi. Chiede loro di aspettare. È in quell’attesa che abita la civiltà.

Non è un caso che il diritto appaia spesso insufficiente. La vendetta è più semplice. Non conosce dubbi, non sopporta sfumature, non ha bisogno di ricostruire i fatti. Le basta individuare un colpevole. Il diritto, invece, deve accettare la fatica della complessità. È costretto a distinguere ciò che l’emozione confonde, a vedere ciò che la paura preferirebbe ignorare. Ed è proprio questa distanza a rappresentarne la necessità.

Sigmund Freud, nel Disagio della civiltà, osservava che l’aggressività non è un incidente della natura umana, ma una sua componente originaria. La civiltà non la cancella. La contiene. Ogni comunità chiede ai propri membri di rinunciare a una parte della loro forza immediata perché la convivenza sia possibile. È un patto antico, che ogni generazione è chiamata a rinnovare.

Forse è per questo che i fatti di cronaca ci coinvolgono così profondamente. Non perché ci obblighino a scegliere da quale parte stare, ma perché aprono una breccia attraverso cui riaffiorano paure e desideri che ci accompagnano da sempre. Raramente ce ne accorgiamo.

Crediamo di discutere dell’accaduto. Più spesso è l’accaduto che sta parlando di noi. Parla del nostro bisogno di sentirci al sicuro, della difficoltà ad accettare il limite, della tentazione di credere che esistano soluzioni semplici a conflitti che semplici non sono. Ogni vicenda diventa uno specchio. Il rischio è smettere di guardare ciò che riflette e limitarsi a contemplare la nostra immagine.

La tragedia greca conosceva bene questa fragilità. In Antigone, Sofocle non oppone il bene al male. Oppone due ragioni entrambe parziali, entrambe necessarie e destinate a ferirsi reciprocamente.

Il tragico non divide il mondo tra il bene e il male. Ricorda che esistono situazioni nelle quali anche il bene può ferire.

Noi sembriamo avere perduto questo sguardo. Pretendiamo che ogni vicenda consegni innocenti assoluti e colpevoli assoluti. Abbiamo bisogno di una chiarezza che la vita raramente concede. Così riduciamo la complessità non perché sia falsa, ma perché ci inquieta.

Anche il bisogno quasi irresistibile di esprimere immediatamente un’opinione nasce, forse, da questa esigenza di rassicurazione.

Dire da quale parte stiamo significa sottrarci all’incertezza. Ma la maturità di una società non si misura dalla velocità con cui reagisce. Si misura dalla capacità di sostare, almeno per un momento, nello spazio in cui nessuna risposta appare ancora sufficiente.

È uno spazio scomodo. È anche l’unico nel quale il diritto può continuare a respirare. Una democrazia non vive delle emozioni che attraversano i suoi cittadini. Vive della disciplina con cui essi decidono di non trasformarle immediatamente in criterio di giudizio.

La libertà non consiste nel dare voce a ogni impulso. Consiste nel decidere che non ogni impulso merita di diventare una decisione.

Forse è questo il prezzo della civiltà. Accettare che la giustizia non coincida sempre con ciò che sentiamo giusto. Rinunciare alla consolazione delle risposte immediate. Riconoscere che dentro ciascuno di noi continua a esistere una forza antica, pronta a reclamare il proprio diritto di parola.

La civiltà non ci chiede di fingere che quella forza non esista.

Ci chiede qualcosa di infinitamente più difficile: impedirle di pronunciare l’ultima parola. Perché il confine tra la giustizia e la vendetta non passa tra gli uomini onesti e quelli malvagi.

Passa dentro ogni essere umano. Ed è in quel confine invisibile che una società decide, ogni giorno, se continuare a chiamarsi civile.

Cover: Antigone al Burgtheater di Vienna, 2015 – immagine Wikimedia Commons

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Francesco D’Angiò

Napoletano di nascita e lucano d’adozione, ha pubblicato tre raccolte di poesia e due opere di narrativa. Scrive per interrogare la memoria, gli affetti, il dolore e le contraddizioni del presente. Cerca una letteratura limpida, necessaria, vicina alle fragilità umane. Collabora con il blog letterario Circolo Letterario Vento Adriatico dove pubblica riflessioni e recensioni.

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